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30 settembre 2013 1 30 /09 /settembre /2013 05:00

Gerrard Winstanley

e i Veri Livellatori (Diggers)

Winstanley Portrait

Henry Noel Brailford

 

[Illustrazioni di Clifford Harper]

 

La domenica 1° aprile 1649, una dozzina di contadini senza terra si accamparono con le loro famiglie sulla collina di St. George, nel Surrey, e procedettero con le loro famiglie a zappare e concimare i terreni comuni. Li guidava William Everard, che aveva prestato servizio militare nel Nuovo Modello finché non ne era stato espulso a causa del suo radicalismo; ma per lui quell’atto voleva essere pacifico. Persa anche l’ultima fiducia sia nei possidenti imperanti alla camera dei Comuni, sia nei Grandi che comandavano l’esercito, i True Levellers (Veri livellatori) o Diggers (zappatori), come essi si chiamavano, erano decisi ad aprire una nuova campagna a favore della libertà, con le loro rudi zappe. Avrebbero rivendicato attraverso l’azione il diritto naturale dell’uomo di servirsi della terra e di goderne i frutti e lanciato una sfida al servile istituto della proprietà privata, che da secoli opprimeva gli inglesi.

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Mentre zappavano e coltivavano a squadre, essi intonavano un loro inno scagliandosi contro l’aristocrazia, contro la gentry, contro gli avvocati, contro il clero, ma i Diggers sono decisi a “vincerli con l’amore” perché la libertà non è mai stata conquistata con la spada. Con una fede che nessuna delusione o sconfitta poteva uccidere, gli Zappatori avrebbero tentato una nuova via per instaurare la “comunità dei possessi”. Il loro movimento era insieme il punto di arrivo della lunga guerra contro le enclosures e della quale i Veri Livellatori combatterono l’ultima battaglia incruenta perché essi erano ispirati da una semplice e chiara fede comunista e avevano ideato una tattica che avrebbe per sempre messo fine alle usurpazioni dei proprietari invadenti e instaurata una società senza classi.

Gli Zappatori, prima a St. George’s Hill, poi – quando ne furono cacciati - a Cobham, non esitarono a violare gli storici diritti dei signori di maniero, accampandosi sui terreni comuni per coltivarli, e facendovi legna. Allarmato da un rapporto del 16 aprile, il Consiglio di Stato prima convocò i leader del gruppetto, poi mandò dei reparti di cavalleria a disperderli. Cortese come sempre, Fairfax li ascoltò mentre gli spiegavano come, scacciato l’oppressore re Carlo, “la terra debba tornare nelle mani unite degli uomini comuni”, ma i signori di maniero non furono altrettanto larghi di idee e, con turbe di mercenari spalleggiati dalla cavalleria regolare, prima li scacciarono da St. George’s Hill, poi distrussero le baracche ch’essi avevano costruito a Cobham e mandarono il bestiame a pascolare nei campi che i Diggers avevano piantati a cereali; ma intanto la colonia era cresciuta a cinquanta persone, per un anno aveva tenuto testa ai signori, all’esercito e alla legge, e i loro emissari battevano le strade d’Inghilterra predicando il nuovo Vangelo di eguaglianza.

Il loro esempio fu seguito a Cox Hull nel Kent e a Wellingborough nel Northamponshire. In questa località, una sola parrocchia contava 1169 persone che vivevano di elemosina e da tempo chiedevano invano ai giudici di pace d’essere “messi al lavoro”, ma nulla era stato fatto per aiutarle. Gli Zappatori itineranti le organizzarono, e il fatto nuovo e interessante è che godevano di large simpatie in città, perché vi furono proprietari disposti a cedere pezzi di terreno e fittavoli pronti a fornire sementi; ma anche questa colonia venne infine dispersa.

V’era tra i Diggers un uomo eccezionale per originalità e per ingegno, Gerrad Winstanley, che lasciò in una lunga serie di scritti una vivida testimonianza della fede e delle idee che illuminavano questo movimento. Infatti, è probabile che sia stato Winstanley, fin dall’inizio, ad ispirare Everard. In quell’anno scrisse e pubblicò numerosi pamphlet indirizzandosi di volta in volta all’esercito, alla City of London, e al parlamento, e, nel linguaggio insieme della Bibbia e della vita quotidiana, diede una franca immagine di ciò che i Diggers avevano fatto e sofferto, ed espose i principi in base ai quali agivano.

Winstanley era nato nel 1609 a Wigan. Trasferitosi a Londra, si era dedicato al commercio dei panni e delle tellerie e, rovinato come tanti altri dalla guerra civile, si era ritirato in campagna nell’alta valle del Tamigi, dove certi conoscenti gli avevano fornito l’alloggio in cambio del governo del bestiame, e così gli avevano permesso di riflettere e meditare. Nel 1648, Winstanley pubblicò quattro pamphlet, dove, erano esposte ardite concezioni teologiche. Passando attraverso un misticismo panteistico, esse maturarono rapidamente in una visione che, in termini moderni, si potrebbe definire agnostica e secolare.

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In quello stesso anno, Winstanley cominciò a interessarsi di questioni politiche e scrisse il suo libro forse più indicativo The New Law of Righteousness [La nuova legge dell’equità], che è un Manifesto dei Comunisti nel linguaggio dell’epoca. Per tutto il biennio 1649-50 egli fu la mente e la penna del moto degli Zappatori, e al suo tramonto, dopo aver difeso le proprie idee in Fire in the Bush [Fuoco nel roveto], nel 1652 diede alle stampe la sua opera più matura, The Law of Freedom in a Platform [Il piano della legge della libertà]. Dedicata a Cromwell in una lettera semplice ed eloquente, essa lo invitava a gettare le basi di una repubblicacomunista. Il quadro di una società nuova e senza classi, esposto nei sei capitoli successivi, è un’interessante miscela della democrazia radicale professata dai livellatori, del comunismo predicato dalla Utopia di Thomas More, e del secolarismo proprio di Winstanley. Come Thomas More, egli propugnava un’economia non monetaria e non mercantile, organizzata intorno a magazzini pubblici ai quali ciascuno consegnerà i prodotti del suo lavoro e dai quali ciascuno attingerà il necessario per soddisfare i suoi bisogni.

Gerrard Winstanley Writing

Il libro, pur non avendo la grazia letteraria e la brillante immaginazione dell'Utopia, occupa un posto tanto più significativo nella storia del pensiero socialista in quanto nacque da un moto autenticamente proletario come programma strategico in vista dell’instaurazione pratica del comunismo. Fu questa l’ultima parola di Gerrard Winstanley: del resto della sua vita sappiamo unicamente che nel 1660 abitava a Cobham e che dopo aver raggiunto una certa floridezza, se poté intentare una causa a un mercante al tribunale della Cancelleria.

Come Winstanley giunse alle sue teorie? Nulla giustifica l’ipotesi che egli possedesse una cultura accademica e libresca: egli non cita nessuna opera che non sia la Bibbia, e neppure accenna all’Utopia, sebbene è chiaro che deve averla studiata. Narra di aver ascoltato da giovane molti sermoni, e di essere stato “immerso” come battista, ed è qui, a parer nostro, un primo e notevole punto di appoggio, perché il pensiero comunista già nel secolo XVI emanava da un doppio filone: la perseguitata ala sinistra dell’hussitismo boemo, e il movimento anabattista le cui dottrine erano predicate clandestinamente in Inghilterra dalla non meno perseguitata Famiglia d’Amore. Questa tradizione a sfondo pacifista filtrò in quasi tutte le sette radicali del periodo repubblicano, e vi fu mantenuta viva dalla parola orale: non a caso un brano caratteristico di Winstanley riecheggia quasi alla lettera uno dei sermoni rivoluzionari di Münzer, l’apostolo dei contadini tedeschi.

Diggers in a Hostelry

Decisiva su di lui fu pure l’influenza della letteratura polemica livellatrice. È probabile che Winstanley sia stato in contatto coi livellatori dei Chilterns e della valle del Tamigi, autori dei due pamphlet Light Shining in Buckinghamshire e New Light Shining in Buckinghamshire, il cui stile non permette di attribuirli a lui, ma dei quali egli può aver contribuito a comporre la trama.

Winstanley non fu, dunque, un pensatore solitario; ma se potessimo chiedregli dove attinse il suo comunismo, egli non citerebbe come fonti né la tradizione anabattista, né il movimento livellatore. Esso gli era venuto per diretta rivelazione di Dio. Tre volte, sia in stato di trance che a mente lucida, egli aveva udito una voce comandargli: “Lavorate insieme; mangiate il pane insieme; proclamate tutto questo nel mondo. Israele non deve né prendere né dare in affitto. Chiunque lavori la terra per una o più persone sollevate a dominare sul prossimo, e che non si considerino eguali agli altri nella creazione, su questo lavoratore la mano del Signore si poserà; io, il Signore, l’ho detto e io lo farò”.

Ubbidendo a questa Voce, egli andò a lavorare coi primi pionieri sulla collina di St. George. I suoi argomenti erano essenzialmente etici: per lui come per tutti gli uomini dai primordi del culto degli antenati, l’umanità è naturalmente, fu in origine, o divenne per ordine e promessa di Dio, una famiglia di uguali.

Tutti i movimenti contadini, dai tempi di John Ball, hanno condiviso questa fede. Winstanley seppe analizzare la società contemporanea con una lucidità di cui i mistici di rado danno prova. Egli non possiede termini tecnici. Più chiaramente che tutti i comunisti istintivi di epoche precedenti, egli riconobbe la fonte di ogni sfruttamento e della maggior parte delle miserie che lo circondavano nell’appropriazione privata dei mezzi di vita e di lavoro e cioè la terra. Egli non cessa di ripetere che il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, e chi è ricco lo è divenuto solo appropriandosi i frutti del lavoro altrui.

Winstanley capì che l’istituzione della “proprietà particolare” è la fonte inevitabile di tutte le oppressioni e di tutte le guerre. Solo la spada, o la legge che in origine sanzionò le pretese feudali dei guerrieri al seguito “del Bastardo normanno”, possono conservare e proteggere la proprietà.

Winstanley comprese altresì, e disse chiaramente, che l’ineguaglianza economica degrada coloro che devono soggiacervi, perché ispira loro una morbosa coscienza di inferiorità congenita.

Quanto alla strategia rivoluzionaria, essa era prescritta a Winstanley dall’interiore “voce dello spirito” forse mentre rimuginava le confuse discussioni avute coi livellatori nella regione dei Chilterns. In un brano, egli scrive come Rousseau che nessuno dovrebbe tenere per sé un’estensione di terra superiore a quella che può coltivare con le proprie mani: ma il suo ideale non è la proprietà contadina, bensì la “comunità”. Il modo di realizzarla è duplice: uomini privi di terra si uniranno per zappare insieme i terreni incolti; ma soprattutto si metterà fine a ogni forma di lavoro salariato. In altri termini, egli invitava i lavoratori  agricoli a rifiutare la propria forza-lavoro all’impiego remunerato sulla terra, [essi] troveranno occupazione permanente nel coltivare per sé i campi d’uso collettivo. Winstanley non dimenticava certo che il Consiglio di Stato aveva alle spalle Fairfax coi suoi dragoni; ma credeva, e aveva ragione di credere, che una rivoluzione fosse in moto, e sapeva che molti di quegli stessi dragoni eraqno alla vigilia di ribellarsi.

Tuttavia, per capire il senso del suo comunismo, dobbiamo cercar di abbracciare l’insieme delal sua visione del mondo e della società umana. La difficoltà risiede nel fatto che il suo pensiero era in rapido e continuo moto. Le sue opere furono scritte, perlopiù in vertiginoso tumulto, nel giro di appena quattro anni. La sua intelligenza è più intuitiva che logica e organizzata.

Nei primi pamphlet di contenuto religioso, egli non aveva ancora raggiunto la posizione che poi lo distinse. Nel primo, egli si dichiara a favore dell’”universalismo”, l’eresia era allora pericolosissima secondo la quale nessuna anima può essere eternamente dannata, e grazie alla misericordia divina anche il malvagio sarà infine redento dall’inferno (al quale, più tardi, Winstanley cesserà di credere). Ma il pamphlet in cui sono esposte le linee più generali della sua concezione teologica è l’audace Truth Lifting Up its Head Above Scandals [La verità che leva la testa al disopra degli scandali], del 1648, scritto in difesa di Everard arrestato per sacrilegio. Qui abbandona l’idea di un Dio perdonale, riduce al minimo il significato del Cristo storico, e ci offre in cambio la concezione panteistica di un universo ordinato.

Egli comincia con l’avvertirci che nei suoi scritti intende usare “la parola Ragione invece della parola Dio”. In altri termini egli non riesce a distinguere Dio dall’universo. Per lui, la Ragione è “il vivente potere della luce, che è in tutte le cose”.

In lampi d’illuminazione egli aveva afferrato, prima che Newton scrivesse i suoi Principia, l’idea dell’ordine e dell’unità dell’universo. Per lui, Dio era appunto quest’ordine; era “l’incomprensibile spirito Ragione”.

E altrove egli parla della “legge della natura (o Dio)”, come poi Spinoza scriverà: “Deus sive natura”, mentre altri brani equivalgono alla negazione di un Dio personale.

Ciò non gli impedisce di usare spesso la parola Dio, e anche più di frequente usa il nome di Cristo come del “vero e autentico Livellatore”, e applica questo nome, fuori da ogni riferimento storico, allo spirito dell’amore, dell’ordine e della ragione nel cuore di tutti gli uomini – anzi, perfino degli animali.

L’agnosticismo sulla vita futura è ancor più esplicito nell’ultima opera di Winstanley, Il Piano della Legge della Libertà: la sopravvivenzas personale nell’al di là non è affatto sicura giacché “sapere quel che [Dio] farà dell’uomo dopo la morte oltre che scomporlo nelle essenze del fuoco, dell’acqua, della terra e dell’aria è un’impresa superiore alle possibilità e capacità dell’uomo, fintanto che egli vive nel corpo”. Altrove, l’intera mitologia ebraica e cristiana è liquidata come “inganno della fantasia e della saggezza e conoscenza carnale; essa insegna a basarsi sulla storia di cose avvenute senza di noi 6.000 e 1649 anni fa”.

Questo lato negativo del pensiero di Winstaley rappresenta un caso unico nell’Inghilterra puritana. Nel suo modo affatto personale, Gerrard era un’anima profondamente religiosa, che con tutta la sinistra puritana aveva in comune e professò con intensa convinzione la fede nel secondo avvento del Cristo, ma trasfigurò questo mito fino a renderlo quasi irriconoscibile.nella sua versione, Cristo invaderà le menti in un processo pacifico e indurrà gli uomini a cessar di concupire e di opprimere, e a realizzare in terra senza ricorrere alla spada la comunità dei possessi. Allora il governo come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi cesserà di esistere: nelle parole di Marx, lo Stato “deperirà”.

Nella sua vigile coscienza di classe, Winstanley preferisce i brani della Bibbia che annunciano il trionfo dei “disprezzati della terra” e “il pianto e le grida” dei ricchi.

È legge della natura umana che, prima di rischiare il tutto per il tutto, ogni rivoluzione raggiunga questa certezza della propria necessità e imminenza: gli uomini dei Seicento la derivavano dal libro della Rivelazione come quelli d’oggi la derivano dall’interpretazione marxista della storia. Ma, Gerrard Winstanley la attingeva dall’osservazione empirica non meno che dalla profezia. Egli aveva visto i potenti cadere dai loro troni: prima ch’egli lanciasse la sua sfida alla proprietà privata, una testa di re era rotolata davanti a Whitehall. La rivoluzione ch’egli sognava sarebbe stata il frutto di una metamorfosi operata dallo “Spirito Ragione” nel cuore degli uomini; ma ciò non gli impediva di studiare la tattica più intelligente per affrettare il processo della loro conversione.

Come i primi quaccheri, egli credeva che lo spirito della ragione e dell’amore si sarebbe rivelato all’anima che attende in silenzio. L’autodisciplina che prescriveva all’uomo era fatta “di azioni giuste e di paziente silenzio”; l’anima doveva cessare di concentrarsi sugli oggetti esterni, spogliarsi di quella cupidigia e smania di possedere, che è madre di tutte le oppressioni, praticare la regola aurea verso i propri simili come verso tutte le creature, e tendere a quell’amore universale che è il fondamento della “comunità” (o, in linguaggio moderno, del comunismo).

La dottrina della “luce interna” è spesso interpretata come l’espressione esterna dell’individualismo protestante. Per Winstanley, è invece un corollario del panteismo mistico: l’insieme ordinato dell’universo raggiunge la coscienza di sé e la sua espressione articolata nell’anima che vive secondo Ragione.

Le Scritture possono servire; ma la luce interna è un’autorità superiore, l’unica che possa interpretarle. Audacemente, egli elimina ogni forma di religione organizzata, le chiese, le “riunioni di preghiera” e, i sacramenti – inclusi il matrimonio, il battesimo, i riti funebri. Copre di sarcasmo sia le università, che pretendono “di possedere in proprio gli scritti degli Apostolo, sia il clero stipendiato che “vende parole per denaro, onde accecare il popolo ingannato”. Una forte coscienza di classe vibra in tutto ciò che Winstanley dice delle università e del clero: “Un contadino che non sia mai stato educato nelle loro scuole” può conoscere meglio la verità: i primi profeti e apostoli erano umili pastori e pescatori.

Il disprezzo del clero stipendiato era un atteggiamento comune ai livellatori e ad uomini, come Milton, estranei alla loro cerchia. L’anticlericalismo di Winstanley paragona alla stregoneria l’“immaginaria scienza” dei teologi, e allarga la polemica anticlericale in un’offensiva contro ogni religione soprannaturale. Soprattutto capisce che la religione organizzata è divenuta l’arma delle classi possidenti. Come si legge in un brano della Law of Freedom: “E invero l’astuto clero sa che, se riesce, grazie a questa dottrina teologica, a incantare il popolo facendogli aspettar ricchezze, paradiso e gloria dopo morto, allora sarà esso a ereditare facilmente la terra, e avrà al proprio servizio il popolo ingannato.

In quest’ultimo libro del 1652, pur disegnando la mappa di una comunità ideale, Winstanley tiene ben saldi i piedi  sulla terra. Lo stato d’animo di esaltazione è svanito, e il lungo conflitto interno fra la tradizione e il razionalismo si conclude nel trionfo di una nuova, moderna visione del mondo. Ma da Thomas More egli può aver tratto quell’entusiasmo per le scienze sperimentali, che brilla in tante pagine di Law of Freedom. Insofferente delle accademie che si occupano soltanto di parole e tradizioni, Winstanley propone di organizzare bensì lo studio dei segreti della natura ma di volgerlo soprattutto a scopi pratici.

Noi inglesi siamo davvero un popolo immemore ed ingrato. Pur contando allora una popolazione inferiore ai cinque milioni, l'Inghilterra non ha mai prodotto nel pensiero e nell'azione tanti e così arditi pionieri come nei giorni lontani del Commonwealtth, quando si rischiava tutto per un'idea e si viveva con un'intensità che i posteri non hanno mai più conosciuta. Fra questi pionieri, sebbene dimenticato, gerrard Winstanley brilla di luce propria - la luce di un raro coraggio, e di una chiara visione del mondo e della vita.

 

Originariamente apparso su: “The Plain View”, luglio 1945.

Ora come capitolo XXXIV di "I livellatori e la rivoluzione inglese", di H. Noel Brailsford, vol. II, Il Saggiatore, Milano, 1962.

 

[A cura di Ario Libert]

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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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1 settembre 2013 7 01 /09 /settembre /2013 05:00

DELLA CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀincisione Proudhon

O

 

PRINCIPI  DI  ORGANIZZAZIONE  POLITICA

 

Capitolo primo

 

§ II. — La religione causa di lassismo e sterilità

 

45. Osservate l'antico Egitto, invischiato nelle sue superstizioni e nei suoi geroglifici, consumarsi venti secoli nell'immobilismo; l'impero d'Oriente, da Costantino sino all'ultimo Paleologo, inabissarsi nelle dispute teologiche; il Medioevo piegato sotto la feudalità e la fede, e sbarazzantesi della sua ruggine se non scuotendo l'una e l'altra; le nazioni maomettane, dapprima floride, e uccise alla lunga dal fatalismo; gli Indù rassegnati all'oppressione purché si rispettino le loro pagode, e la morale lassista dei gesuiti, e le missioni del Paraguay, e il governo del Papa. Comparate questi greggi umani con la Grecia artista e filosofa, Roma legislatrice, la giovane America, suddivisa in cento diversi culti, prova che essa non tiene a nessuno di essi; l'Europa moderna, in cui la Chiesa, rispettata come una reliquia, non sussiste se non per via del piacere della scienza, che non degna di occuparsi di essa, e in cui la società marcia alla conquista dell'ordine abbandonando le credenze cattoliche: e ditemi se non vi sembra che religione e libertà, religione e scienza, religione e usanze, religione e progresso, siano cose antipatiche, o per lo meno essenzialmente eterogenee?

Penetrate più a fondo, e senza occuparvi delle persone, comparate anche la Politique tirée de l’Écriture sainte [La Politica tratta dalla santa Scrittura]; il Télémaque [Telemaco] con il Contrat social [Contratto sociale; l'Inquisizione con i Parlamenti; l'Università con l'antica Sorbona, Enrico IV e Richelieu con il cardinale Fleuri e Luigi XV; la prima metà del regno di Luigi, la Repubblica e la Restaurazione: e dite ancora e, dopo questi esempi, il genio politico abita con il pensiero religioso?

46. Lo spirituale è incapace di dare delle regole di condotta per il temporale: questo è così vero, che la Religione non ha mai saputo applicare le proprie massime. Da dove viene il fatto che il cristianesimo non ha potuto realizzare la sua legge di carità e di fratellanza? Se non dal fatto che, l'espressione di questa legge essendo del tutto mistica, invece di vedervi un principio che la riflessione doveva sviluppare, i fedeli non vi trovarono che un precetto divino al quale la ragione doveva sottomettersi. Sempre, nella sfera religiosa, l'indivisibilità dell'idea, la simbolizzazione del concetto, il fatto grezzo, e la lettera che uccide, opprimono il pensiero e impediscono l'analisi. Ammiro i primi cristiani: avidi di martirio, pronti a consegnare le loro ricchezze, umili, ferventi, austeri, entusiasti, l'instaurazione dell'eguaglianza sarebbe costata loro meno di tutte le loro virtù e non avrebbe fatto una vittima: non seppero capirlo. Invece di cercare dettagliatamente la regola dei diritti e dei doveri, si fermano a contemplare questa bella, ma infruttuosa parola: Amatevi l'un l'altro, amate il prossimo come voi stessi; e presto, in mancanza di teoria e di organizzazione, l'amore e la fraternità sparirono. Per un certo periodo si tentò la comunità: presto giunse il disgusto, e mentre l'eroismo della fede e lo zelo della propaganda andavano crescendo, si lasciarono perdere le agapi. In nessuna parte il cristianesimo ha realizzato le sue idee: Siriani, Arabi, Armeni, Ebrei, Persiani, Drusi, in mezzo ai quali è passato, sono rimasti ciò che erano. Ma, oh profondità dello spirito di religione! perché la vita comune si trovò ad essere impraticabile, la si giudicò troppo perfetta per la moltitudine: la difficoltà di compiere il precetto fu respinta sulla corruzione della natura; e i conventi, luoghi di intrighi e di gelosie, di tristezza e di noia, furono riservati per gli eletti. Da quel momento, si convenne che gli uomini, eguali davanti a Dio, non potevano esserlo sulla terra; un'eternità di delizie fu promessa in cambio delle privazioni di quaggiù, e l'elemosina avara, sostituì la dolce fratellanza. In compenso, si inventò la teologia, che ha dannato più cristiani di quanto la carità ne abbia nutriti.

47. "È impossibile", esclama Herder, "immaginare quanto il pensiero umano fu per molto tempo alterato, e quale impronta la croce lasciò sulla fronte dei popoli. Per molti secoli i pisciculi christiani nuotarono in acque torbide; il più ingegnoso dei popoli della terra, i Greci, cambiati da mille anni di avversità, perfidi, ignoranti, superstiziosi, diventarono i miserabili schiavi dei sacerdoti e dei monaci, appena capaci di capire il genio dei loro antenati. Così finì il primo e il più brillante Stato della cristianità: possa mai più ricomparirne un altro!".

48. Lungi dall'avere in se stessa qualche forza evolutiva e creatrice, la religione non ha potuto vivere che appropriandosi della politica profana e delle leggi civili.

Il cristianesimo è del tutto romano: non ho bisogno di dire che prendo questo nome in un altra accessione di quello catechistico. La fraternità primitiva non potendo mantenersi, si dovette procedere in altro modo nel governo della Chiesa; ci si modellò sulla repubblica. Ogni vescovo divenne una specie di proconsole, con i suoi tenenti, i suoi questori, i suoi edili, i suoi legati e la sua milizia. Dei sinodi simularono le deliberazioni del senato, e non produssero meno disordini; l'elezione dei vescovi da parte del popolo, normale agli inizi, rappresentò i comizi, mentre l'imposizione delle mani ricordava la trasmissione dei fasci. Infine, vi fu un imperatore ecclesiastico, e, quando l'impero venne diviso, ve ne furono due. Questo movimento d'imitazione si estese a tutto: encicliche, stravaganti, canoni, decretali, definizioni, ricordarono i decreti del popolo, i senatus-consultes, gli editti del pretore, e i rescritti dell'imperatore: la diplomazia pontificia e la gerarchia ecclesiastica furono riprese da quelle dei cesari. Si giunse sino alla vecchia formula sacer esto, della legge delle dodici tavole, che riapparvero nell'anathema sit, attraverso cui si preluse tante volte al supplizio degli eretici.

 49. A poco a poco, la morale del Vangelo si modificò sulla giurisprudenza: mentre i primi Padri, i greci soprattutto, imbevuti di idee essene e platoniche, vantano la comunità, si elevano contro il tuo e il mio, propagano l'eguaglianza civile; i latini mantengono e consacrano la proprietà, l'affitto delle terre, e si limitano a chiamare usura l'interesse del denaro [5]. - Un passo del Vangelo mal inteso fa condannare il divorzio: la Chiesa supplisce presto a questa lacuna stabilendo una massa di impedimenti risolutivi. Attraverso una finzione teologica, non infrangeva il matrimonio, sosteneva che non vi era stato matrimonio. - Infine, la monogamia, insegnata dal Vangelo, trovò un potente strumento nelle usanze greche e romane: non lo si è ancora notato. La monogamia era un'istituzione latina, esistente molto prima della predicazione di Gesù: e quando delle sette cristiane, originarie dell'Oriente, si misero ad attaccare il matrimonio, la famiglia, la procreazione dei figli, e a praticare una disgustosa promiscuità, l'unità e la santità del matrimonio trovarono il loro più fermo sostegno nelle Chiese della Gallia e dell'Italia.

50. Oggi, come un tempo, il cristianesimo prende in prestito da ogni direzione, assimilando ciò che ritiene convenirgli; e con quale discernimento, buon Dio! Dai filosofi prende la logica; dai geologi chiede delle conferme favorevoli alla Genesi; dai filologi, una teoria delle lingue che confermi la storia di Babele [6]; dai geometri, la verifica delle misure dell'arca di Noè; dai chimici, di provare che l'oro soluto sia potabile, allo scopo di salvare la verosimiglianza della leggenda del vitello d'oro; dagli astronomi, una spiegazione del miracolo di Isaia, che fece, dicono, retrogradare l'ombra di un gnomone, mentre il sole continuava ad avanzare [7]: permette ai frenologi di dire che le teste del Cristo e della Vergine sono l'ideale della bellezza unita alla saggezza, e della maternità unita al pudore; ma li condanna quando essi fanno delle facoltà e delle passioni il risultato dell'organismo.

Il cristianesimo, in una parola, non capisce, non ammette la scienza se non come dimostrazione dei suoi miti. Purché la storia esalti i trionfi della Chiesa, che la morale parafrasi il catechismo, che il governo sia il braccio visibile del potere spirituale; purché l'arte serva ad elevare dei templi e imbandire altari, il cristianesimo incoraggerà lo studio. Oltre ciò, esso giudica la scienza inutile; e non è raro udire dei sacerdoti, dei sacerdoti la cui missione è insegnare, accusare il governo di imprudenza perché moltiplica le scuole e propaga l'istruzione.

Come oserebbe ancora il cristianesimo far mostra di originalità e di progresso? E cosa vogliono dire coloro che parlano di sviluppare i suoi principi?... Una religione ha dei principi?

51. Si sviluppa in questo periodo, all'interno del cattolicesimo, un movimento straordinario. I sacerdoti hanno udito i rimproveri che si elevano contro di loro da ogni parte, di ostinazione nei pregiudizi utilizzati, di resistenza alla ragione, di contraddizione nei confronti dei tempi; rimproveri molto ingiusti, davvero, perché l'opposizione alle idee suppone la comprensione delle idee, e l'ordine è lettera morta per ogni dogmatismo religioso. Non confondiamo la forza d'inerzia con la negazione filosofica. Ed ecco che i sacerdoti si inquietano, sentono la loro fede vacillare, interrogano la scienza, che si è fatta senza di loro e che li supera, osservano le oscillazioni di questa politica di cui non capiscono nulla, e si sforzano di far girare a loro profitto delle rivoluzioni che essi non hanno previsto, e che li investono nel loro vortice. Ecco che i sacerdoti si danno da fare a predicare rinnovamento e riforma! Ma, poiché non hanno proceduto insieme alla civiltà, e che non è dato a nessuno superare gli intervalli stabiliti dalla natura, i sacerdoti, nei loro progetti riformisti, si trovano a essere i più arretrati tra tutti gli uomini. Alcuni di loro, stanchi dell'immobilismo cristiano, si distaccano bruscamente dalla Chiesa, e abiurano la loro fede: ma tutti, ortodossi e dissidenti, soggiogati da molto tempo dalla forma religiosa, e che si immaginano sin dai primi passi aver percorso un immenso cammino, intraprendono risolutamente di ricostruire la società su un piano che essi credono nuovo, e che non è che una forma morta, o pronta a svanire. Sotto tutte le logore forme dei vecchi sistemi politici, c'è in questo momento cospirazione dell'impotenza sacerdotale contro la realizzazione dell'ordine. Del resto, sempre lo stesso dogmatismo, coperto dai grandi nomi di Dio, Provvidenza, Tradizione, Autorità; sempre lo stesso stile, quello degli oracoli. Per terminarne la descrizione, non posso fare cosa migliore che di imitarli.

52. Ecco cosa sostiene lo Spirito d'ordine, il Genio dalle ali di fiamma, che veglia sui destini della Francia:

Figlio dell'uomo!

Scrivi al sacerdote Lacordaire, ultramontano: "Come! Parli di libertà, figlio di Domenico! Annunci un nuovo secolo, tu discepolo del carnefice dei miei primi eletti! Ma, puoi raccogliere il sangue sparso da sette secoli, resuscitare una razza sterminata, trarre i proscritti di Innocenzo e di Gregorio dai roghi di Monfort e di Castelnu?... Il sangue innocente grida verso me contro la Chiesa! Un tempo essa impiegò il ferro e il fuoco contro i buoni uomini; e ora le massime dei buoni uomini sono sulla sua bocca! Ma giuro per il sangue dei martiri, la fraternità non provverrà dalla Chiesa, e non avrò per l'orgogliosa che disprezzo e beffe: Ridebo et subsannabo".

53. Scrivi all'abbate di Genoude, legittimista: "Quando il popolo richiedeva la libertà, perché gridaste all'insolenza? Quando protestava di fronte alla legge, perché rispondeste con la minaccia? Quando volle porre ordine nella Chiesa e nello Stato, perché l'accusaste di usurpazione? E ora voi parlate di ordine, di costituzione, di libertà! Istruitevi, uomini dei secoli antichi; marciate al suono dei miei passi, veterani di una regalità di cui non mi sovvengo più: sono io ad aver infranto lo scettro del grande re, proscritto la sua razza, diminuiti i suoi nobili e i suoi sacerdoti, perché essi rifiutavano di avviarsi sul mio cammino... Chi sei dunque tu per far mentire al destino? Le tue rivelazioni giungono troppo tardi; la tua politica è una menzogna: voltati, cieco, e cammina".

54. Scrivi all'abbate de Lamennais, democratico: "Conosco le tue opere, angelo di contraddizione, leggo tutti i tuoi libri. Per vent'anni difendesti il Cristo e la sua Chiesa, per vent'anni distruggerai la tua opera. Le tue collere contro gli indifferenti e gli increduli mi hanno rallegrato; dicevo allora: Tu sarai incredulo e indifferente. Ti sei fatto l'emulo e l'avversario di Rousseau: è per questo che ti sei fermato a Rousseau. Urlavi come il Vangelo: Che colui che non ascolta la Chiesa sia considerato come pagano e pubblicano; dici ora come Rousseau: Che colui che non ascolta l'assemblea del popolo sia considerato ribelle. Combattesti la legittimità della ragione; invochi la libertà del pensiero. Dici al popolo: Siete schiavi; i vostri padroni sono infami, stupidi e codardi; non avete né religione né morale; la vostra dissoluzione è vicina. E quando il popolo richiede la regola delle usanze, tu gli racconti delle parabole; quando cerca le condizioni dell'ordine e della libertà, gli rispondi che è sovrano. Non hai aggiunto nulla al tuo modello: la tua filosofia tace dove iniziano le difficoltà, sacerdote un tempo con il cuore, sacerdote oggi con la ragione, sacerdote sempre.

55. Scrivi all'abate Constant, comunista: "Chi ti ha incaricato di dire le mie giustizie e di profetizzare in mio nome l'incendio e la carneficina?... Sventurato! Fai delle rivelazioni perché non puoi sostenere il lavoro che dà l'intelletto; chiami al martirio, e non c'è altro martirio che quello della pazienza. Invochi la pace, la fratellanza, l'amore: e il tuo cuore è pieno di fiele, le tue labbra sono piene di bava e le mani grondano sangue; i tuoi canti d'amore sono dei canti licenziosi. Sventurata vittima del sacerdozio, anima smarrita da orribili letture, non ti imputo la tua follia: ma tieni per te le tue empie visioni, o ti porrò in fronte il segno di Caino, affligerò il tuo cuore e il verme della tua coscienza non morirà. Taci.

56. Scrivi all'abbate Pillot, ateo: "Sono il principe dei geni posti di fronte al trono di Dio. Ma tu dici: È l'idea di Dio che genera la schiavitù; la libertà non conosce affatto Essere supremo. La vita e la morte dell'uomo sono come la vita e la morte della belva: cittadini! distruggete questi templi, questi castelli e questi tuguri: costruitevi delle dimore comuni; abbasso il tuo e il mio, abbasso tutto ciò che eleva, abbasso! - E io, sono lo Spirito d'ordine e di libertà; ho fondato le religioni allo scopo di eccitare il pensiero attraverso il simbolo: e erigerò altri templi al mio Dio; rivelerò all'uomo un nuovo patto; darò i castelli dei re a delle società di uomini liberi; cambierò i tuguri in solitudini di delizie; e i principi saranno i migliori al lavoro, e i sacerdoti angeli di perfezione. Religione e Monarchia sono parole di promessa: il Dio dell'umanità avrebbe parlato invano?

57. Scrivi all'abate Châtel, antipapa: "Ti ho fatto sacerdote della canaglia, affinché tu serva da esempio agli ambiziosi e ai ciarlatani. Sei stato il tuo primo inganno, l'inganno della tua ignoranza e del tuo orgoglio. Credevi che a nome della libertà, il popolo in massa accorresse al tuo altare, e che saresti diventato il prontefice della Francia ragionatrice. Ti sei sbagliato, temerario! le tue mascherate fanno pietà, i tuoi scandali sollevano il disgusto. Lo sai, e ti ostini: ma più ti innalzi in impudenza, più il tuo cuore si inabissa; e più sento raddoppiare la mia gioia.

58. Scrivi al Vescovo Affre, dinastico: "Se ti consegnassi i figli del popolo, parla, cosa insegneresti loro? Le scienza? non te ne occupi affatto; la Storia? non ha alcun senso per te; la morale? quella di Loyola o di Giansenio? non ne avete altre; la politica? chiami con questo nome i sogni di Ildebrando o i complotti dei Medici o dei Borgia? l'eguaglianza? secondo te, non c'è uguaglianza che per l'elemosina [8]; le lingue? non capisci nemmeno le scritture... Insegnerai loro il rosario. Ascolta: i tuoi catechismi, le tue processioni, le tue elemosine, le tue confraternite e i tuoi talismani, valgono meno ai miei occhi di questo adagio: chi lavora, prega.

59. Abbandoniamo questo stile, di cui abbiamo tanto abusato, e che non è adatto che a far divertire bambini e donne.

Tutti questi uomini sono usciti dal santuario; tutti sono stati formati alla scuola mistica, priva di intelligenza e immobile del clero; del tutto privi del genio inventivo e organizzatore, saturi di frasi orientali e accozzaglia teologica, si dicono o si credono rivelatori. Abituati alle figure e alla pompa dei libri ebraici, essi scambiano per idee grandiose l'esaltazione dei loro sentimenti; perché sono violentemente commossi, si immaginano che la loro intelligenza sia forte, e sempre, dopo magnifiche orazioni, ricadono, senza idee, nell'atonia e l'impotenza [9].

 

NOTE
 

[5] Vedere Bossuet, Traité de l’usure; La Luzerne, du Prêt de commerce; Gousset, notes au Dictionnaire de Théologie de Bergier, ecc.

[6] Vedere la conclusione del Discours de Cuvier sur les Révolutions du globe, e le opere dei dottori Bucklaud e Wiseman.

[7] Bible vengée di Duclot.

[8] Mandamento dell'arcivescovo di Parigi sulle inondazioni del Rodano.

[9] E evidenziamolo bene: questo vizio o difetto d'intelligenza che abbiamo segnalato nel sacerdote, non proviene dalla natura, ma dal mestiere. Dove trovare un'immaginazione più ricca, un'eloquenza più patetica, un arte stilistica più esperta se non nel signor de Lamennais? Quale uomo sembrava maggiormente destinato di lui nel rappresentare il suo secolo? Ma la religione ha per sempre compresso questa grande anima, occupandola con i suoi mostri e l esue chimere.

[10] Fu una singolare controversia, quella sollevata dal signor de Lamennais nel suo Essai sur l'indifférence en matière de religion. Impegnarsi nel voler provare a Cicerone, Bruto, Scipione, Attico, Cesare, Orazio, Virgilio, Mecene, che essi avevano torto di ridersela di Plutone e delle Eumenidi, della nascita di Minerva e dell'incarnazione di Bacco; che Cerbero con la sua tripla testa poteva anche divorarli, e che vi sarebbe stata per loro un'eternità di pene nel Tartaro, se essi continuavano a beffarsi degli auguri e dei sacrifici, a trascurare le abluzioni e le ferie; mentre avrebbero goduto della visione beatifica nell'Eliseo, se essi si mostravano umili e ferventi adoratori di Ammone; che un uomo ragionevole non poteva trascurare così preziosi interessi, e che la cosa, tralasciando tutto il resto, doveva essere al più presto esaminata: un simile pensiero, dicevo, sarebbe stato il colmo del delirio, se la buona fede del sacerdote non avesse scusato lo scrittore. Quanta erudizione, quanta eloquenza e calore d'anima, che lusso di ragionamento, furono dispiegati in questa inconcepibile disputa! Il sacerdozio fu commosso; i libertini tremarono, i letterati ammirarono il talento dell'oratore, e il mondo rise molto. Poteva darsi, infatti, una più stupefacente alleanza della ragione e dell'assurdo? E ammirate la forza delle cattive influenza! Occorsero venti anni a questo vigoroso genio per capire che un uomo onesto poteva benissimo non andare alla messa, non fare mai pasqua, violare le prescrizioni della Chiesa e morire senza sacramenti, nella più perfetta sicurezza di coscienza. Coloro che hanno il timore del diavolo sono sicuramente posseduti! C'è voluto maggior sforzo al signor de Lamennais, per abbandonare il cattolicesimo che per comporre tutte le sue opere; quest'abiura non ha fatto meno scalpore, ed è forse in questo che l'illustre convertito ha avuto torto.

Quando in seguito il signor de Lamennais, guarito dalla sua febbere cattolica, apostolica e teocratica, volle lavorare alla causa della libertà, già non era più tempo: il saio del sacerdote aderiva alal sua pelle come la camicia avvelenata del centauro sulle spalle d'Ercole. Cambiando indumento, il signor de Lamennais non cambiò metodo; e se qualcosa può turbare i suoi ultimi anni, sarà il rimpianto di essere stato cristiano troppo a lungo.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK alle parti precedenti dell'opera:
Della creazione dell'ordine nell'umanità o Principi di organizzazione politica. Definizioni. 00 di 23

Della creazione dell'ordine nell'umanità o Principi di organizzazione politica. La Religione. 01 di 23

 

LINK all'opera in Wikisource Francese:

De la Création de l'Ordre dans l'Humanité

 

LINK all'opera del 1873 contenuta nel III volume delle Opere Complete di Proudhon:

De la Création de l’Ordre dans l’Humanité

 

 

LINK di approfondimento sulla figura e l'opera di Proudhon:

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 01 di 02

Irène Pereira, Proudhon pragmatico, 02 di 02

Fawzia Tobgui, Articolazione tra diritto e Stato nel sistema politico di Proudhon

Hervé Trinquier, Pierre-Joseph Proudhon, padre dell'anarchismo?

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8 agosto 2013 4 08 /08 /agosto /2013 05:00

Gaetano Grassi

firenze_dipinto.jpg


di Fulvio Conti

 

Bakunin NadarGaetano Grassi nacque a Firenze nel novembre 1846 da Agostino e Giuseppa Gozzini, e fu avviato al mestiere di sarto. Dopo aver preso parte come volontario alle campagne garibaldine del 1866-67 divenne un elemento di spicco del movimento democratico e rivoluzionario fiorentino, all'interno del quale fu tra i primi a orientarsi su posizioni internazionaliste e anarchiche. Membro dell'Unione democratica sociale, l'associazione che all'indomani della Comune di Parigi raccolse a Firenze tutti gli esponenti della sinistra democratica più critici nei confronti di Giuseppe Mazzini e più sensibili alla predicazione dottrinaria di Mikhail Bakunin, fu delegato a rappresentarla al congresso che doveva aver luogo a Roma nell'ottobre 1871.

Nel maggio 1872 si dimise da questo sodalizio per dedicarsi completamente all'attività del Fascio operaio, un organismo fondato nel gennaio precedente e del cui comitato provvisorio fu membro. Il Fascio proclamava il concetto della lotta di classe come strumento di emancipazione dei lavoratori e nel suo statuto prevedeva l'adesione di massima all'Associazione internazionale dei lavoratori.

Nel marzo 1872, del resto, egli fu tra i fondatori della sezione internazionalista di Firenze: entrambi gli organismi furono da lui rappresentati al congresso di Rimini dell'agosto 1872 che sancì la nascita della Federazione italiana dell'Internazionale e la sua netta presa di posizione in favore della corrente anarchica. Fu questo un periodo di grande operosità per Grassi che si gettò con molta energia nell'attività cospirativa e nell'organizzazione dell'associazionismo operaio in ambito sia regionale, sia nazionale.

Dal novembre 1873 fece parte della commissione di corrispondenza della Federazione italiana, trasferitasi da Bologna a Firenze, e il 7 dicembre successivo partecipò al congresso clandestino di Pisa che lo elesse vicepresidente e che vide la nascita della federazione toscana dell'Internazionale.

Questo crescente impegno politico nelle file del socialismo rivoluzionario gli costò un primo processo per cospirazione all'inizio del 1874. Fin dall'ottobre 1873, d'altro canto, egli aveva costituito a Firenze un comitato segreto della Alliance internationale de la démocratie socialiste, l'organizzazione fondata da Bakunin che si prefiggeva di promuovere in Europa una grande rivoluzione sociale che portasse all'affermazione dei principî anarchici. In tale veste egli fu tra i principali organizzatori del moto insurrezionale che doveva scoppiare a Pontassieve presso Firenze nell'agosto 1874 e che venne immediatamente represso dalla polizia. Grassi riuscì a sottrarsi all'arresto e a trovare rifugio in Svizzera, dove fu ospitato da Carlo Cafiero. A Locarno, insieme con gli altri dirigenti internazionalisti che erano sfuggiti alla polizia, ricostituì il consiglio della Federazione italiana e cercò di riallacciare i contatti con gli affiliati rimasti in Italia.

cafiero.jpgNel frattempo l'iter giudiziario fece il suo corso: giudicato in contumacia per i fatti di Firenze del 1874, l'11 aprile 1876 venne condannato a undici anni di lavori forzati. Nell'ottobre seguente, tuttavia, la sopravvenuta amnistia per i reati politici e di stampa gli consentì di tornare libero a Firenze, dove doveva svolgersi il III congresso della Federazione italiana. Arrestato a scopo cautelativo dalla polizia, si trasferì poi a Napoli, dove ebbe sede la commissione di corrispondenza e dove si raccolsero molti fra i maggiori esponenti anarchici italiani. Qui prese parte all'organizzazione del moto insurrezionale del Matese dell'aprile 1877, che si concluse con un fallimento e, per quanto riguarda Grassi, con l'ennesimo arresto da parte delle forze dell'ordine prima dell'inizio dell'impresa. Nel 1878, comunque, riuscì a beneficiare ancora di un'amnistia, quella concessa dal nuovo re Umberto I, in quanto ritenuto colpevole solo del reato politico di cospirazione e non imputato come partecipante effettivo all'azione rivoluzionaria.

Ciò gli consentì di prendere parte al IV congresso della Federazione italiana, che si svolse clandestinamente a Pisa l'11 aprile 1878 e che di fatto, con soli tredici delegati presenti, quasi tutti toscani, servì più che altro a mettere in luce la debolezza organizzativa del movimento dopo le difficoltà degli anni precedenti. Il nucleo fiorentino, poi, fu ulteriormente indebolito dalla repressione poliziesca del novembre 1878 che seguì alcuni attentati terroristici avvenuti nella città toscana.

andrea_Costa.JPGImputato per "associazione di malfattori", reato per il quale nel 1880 sarebbe stato condannato a dieci mesi di carcere, nel dicembre 1878 Grassi fu costretto a fuggire nuovamente in Svizzera, questa volta a Lugano. Qui, nel 1879, lo colse la notizia della svolta di Andrea Costa, di cui in un primo momento non afferrò il reale significato. Infatti in una lettera, pubblicata su La Plebe il 23 agosto, apprezzò il documento di Costa soprattutto per l'invito ad "andare al popolo" e per l'appello alla ricostituzione del partito.

Nel dicembre 1880, però, delegato al III congresso della federazione Alta Italia dell'Internazionale che si tenne a Chiasso, si batté contro le aperture legalitarie del socialista romagnolo e contribuì al successo della linea rivoluzionaria di matrice anarchica. Fedele alla corrente internazionalista intransigente, continuò a coltivare progetti sovversivi e insurrezionali (nel 1881, secondo fonti di polizia, fu coinvolto nella trama di un attentato al re e alla regina che non giunse a compimento).

malatestaNel 1883 tornò per un breve periodo a Firenze, dove collaborò a La Questione sociale di Errico Malatesta, fondò la Federazione anarchica fiorentina e poté restare vicino all'amico Cafiero, internato nel manicomio di S. Bonifazio. Perseguitato dalla polizia e costretto ancora a emigrare, soggiornò in Svizzera, in Egitto e in Francia, finché nel 1889 partì alla volta dell'America Latina stabilendosi dapprima a Buenos Aires e poi in Brasile (nel 1903 veniva segnalato a Santarem, nello Stato di Paranà). Anche durante l'esilio non rinunciò ai propri ideali e, sebbene con minore intensità, continuò a svolgere attività politica collaborando ad alcuni giornali anarchici locali.

Rientrato in Italia nel 1922, prese domicilio presso un fratello a Firenze dove il 5 agosto 1928.


LINK:

Gaetano Grassi
 


Fonti e Bibliografia:

Roma, Arch. centrale dello Stato, Casellario politico centrale, ad nomen; E. Conti, Le origini del socialismo a Firenze (1860-1880), Roma 1950, passim; La Federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori. Atti ufficiali, 1871-1880, a cura di P. C. Masini, Milano 1964, pp. 136, 141, 220, 232; P. C. Masini, Biografie di "sovversivi" compilate dai prefetti del Regno d'Italia, in Riv. storica del socialismo, IV (1961), 13-14, p. 584; A. Romano, Storia del movimento socialista in Italia, Bari 1966, ad indicem; P.C. Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Milano 1974, pp. 83, 88, 95, 99, 112, 115, 142, 162, 174, 180, 189, 193, 313 s., 329; F. Taddei, G. G., in Il movimento operaio italiano. Diz. biografico, 1853-1943, a cura di F. Andreucci - T. Detti, Roma 1976, II, pp. 573 s.; F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Roma 1977, pp. 247 s., 264, 281, 316, 326, 328, 338; N. Badaloni, Democratici e socialisti livornesi nell'Ottocento, Livorno 1987, pp. 272, 301, 307; N. Perticone, Italian anarchism, 1864-1892, Princeton 1993, pp. 42, 64, 85, 92 s., 97 ss., 109, 120 s., 138, 145, 166, 168, 182, 185, 198, 213 s.; G. Berti, F.S. Merlino. Dall'anarchismo socialista al socialismo liberale (1856-1930), Milano 1993, pp. 19, 36, 59, 111; R. Zangheri, Storia del socialismo italiano, I, Dalla rivoluzione francese a Andrea Costa, Torino 1993, pp. 253, 255, 349, 388, 396 ss., 423, 433, 436 s., 478, 481, 485, 498, 507, 510.

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1 luglio 2013 1 01 /07 /luglio /2013 05:00
Ossessione
1898

libertad.jpeg


 

Durand, uscendo dal suo palazzo, un sorriso compiaciuto sulle labbra, ebbe un lieve sussulto, leggendo un minuscolo manifesto:


  Mentre crepiamo di fame per le strade, Il borghese ha palazzi dove alloggiare. Morte ai borghesi! Viva l'anarchia!  

Poi ridacchiò, e urlò al portiere: "Togliete queste idiozie dalla porta". Ed il suo sorriso tranquillo ritornò quando vide, gloriosi nella loro nullità, due piedipiatti passeggiare. Ma si fermò, così come d'altronde fecero anch'essi. Dei volantini rossi risaltavano sul bianco crudo del muro:


  Gli sbirri sono i bulldog del borghese Morte ai piedipiatti! Viva l'anarchia!  

I piedipiatti si usurarono le unghie nel grattar via questi volantini e Durand se ne andò pensieroso. Quando, all'angolo del viale, un chiasso di squilli e tamburi si fece udire e da lontano apparvero due battaglioni, si sentì protetto ed emise un sospiro di sollievo. La truppa gli passò davanti ed egli si tolse il cappello; in quell'istante, come un volo di farfalle, fluttuò nell'aria una moltitudine di quadrati di carta; indifferentemente, lesse:


  L'esercito è una scuola del crimine.
Viva l'anarchia!

Alcuni di questi pezzi di carta volarono sui soldati, altri li coprirono; l'ossessione lo riprese, si sentì come schiacciato da queste leggere farfalle. Si sedette al suo solito posto per assumere il boccale o l'aperitivo consueto, e sulla tavola era collocata anche un'etichetta:


  Dai, ingozzati, verrà giorno in cui l'odio ci renderà cannibali.  
  Viva l'anarchia!  

Ridacchiò, ma questa volta non ammucchiò piatto su piatto. Alzandosi, si diresse rapidamente verso l'angolo della via X, dove gli sfruttatori richiedono degli operai, e machinalmente cercò con gli occhi il suo manifesto pubblicitario, era ricoperto e vi si leggeva:


   Lo sfruttatore Cosa o Macchina richiedono i vostri figli per avvilirli, Le vostre figlie per violentarle, voi e le vostre mogli  Per sfruttarvi. Attenzione parigini. Viva l'anarchia!   

Scosse la testa e si recò verso il suo ufficio. Si leggeva su una targa: "Durand e Cia, società a capitale 2 milioni", ma sopra, l'esasperante critica diceva la sua opinione:


  Il capitale è il prodotto del lavoro rubato E accumulato dai suoi parassiti. Viva l'anarchia!  

Lo strappò rapidamente. Sbrigò in fretta alcuni affari e, per distrarsi, pensò di andare a trovare la sua amante. Strada facendo, acquistò un mazzo di fiori che egli le offrì. Lei gli sorrise, vedendo tra i fiori un bigliettino: "Dei versi, ora?" gli disse.


  La prostituzione è lo sfogo del eccesso dei borghesi Dal figlio del povero si ricava lo schiavo e dalla sua figlia la cortigiana Viva l'anarchia!  

Gli lanciò il suo mazzo di fiori in faccia e lo cacciò di casa. Umiliato, affaticato, rientrò alla propria abitazione; la porta aveva ripreso il suo aspetto consueto. Ora, rentrando nel soggiorno, sua moglie disse: "Guarda questo vaso di porcellana che ho appena comprato, un'occasione". Lui lo prese, lo girò, rigirò; un foglio cadde:


  Il lusso del borghese è pagato dal sangue del povero. Viva l'anarchia!  

E questo "Viva l'anarchia!" e quei rimproveri aspri, tutto ciò volteggiava intorno a lui e, quella sera, non vide sua moglie, per timore di trovare, in un luogo segreto e folto, un foglietto dove avrebbe potuto leggere: 

  

   Il matrimonio, è prostituzione.

   Viva l'anarchia!



Albert Libertad

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


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Obsession

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22 giugno 2013 6 22 /06 /giugno /2013 05:00

La sconfitta annunciata della moralizzazione

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I valori contro il valore?

 

di  J. Verraes

 

L'illusione secondo la quale vi sarebbe libero arbitrio nei processi di modellizzazione del mondo sul modo dell'economia basata sulla logica della merce persiste in tutte le correnti di destra come di sinistra così come presso tutti coloro che denunciano le derive di questo mondo ma non hanno mai afferrato il suo carattere obiettivo. Come esistesse della Politica all'interno del capitalismo! Si fa appello quasi eternamente ad una "migliore ripartizione delle ricchezze", ad una "trasparenza" da parte del potere e soprattutto alla famosa "moralizzazione del capitalismo finanziario" il tutto tenendo bene a mente che "l'economia di mercato è tanto naturale quanto l'aria che si respira".

fratelli_musulmani.jpg"Primavera" egiziana...


Ma la rivendicazione moralista non si ferma al mondo della finanza essenzialmente criticato nella sfera politica. E non c'è bisogno di essere sacerdoti per "indignarsi" di una forma ben reale di decadenza morale che riguarda tutte le dimensioni dell'esistenza.

Quando un impreditore vende dei falsi prodotti biologici, delle protesi mammarie non omologate o dei farmaci contaminati, quando un altro produce un film pornografico o un altro prosciuga un lago in Cina, si può essere certi che essi avevano per sé la certezza e la buona coscienza moderna riassunte dall'adagio secondo cui "ciò che si vende è buono, ciò che è buono si vende". E, quando questo non è del tutto semplicemente giustificato da uno pseudo-realismo e il "buon senso" degli esperti, non è spesso che a posteriori che questo tipo di affari solleva scandalo, una volta che il colpo è fatto.

I recenti esempi della "primavera araba" [1] mostrano bene la distanza esistente tra le ambizioni e le possibilità d'azione nel campo della morale.

egitto-primavera.png

I regimi autoritari precedenti il 14 gennaio 2011, ritenendosi di essere gli eredi dei movimenti di liberazione anti-coloniali, perseguivano il processo di "modernizzazione di recupero" instaurato dagli stessi coloni. Recuperarono positivamente i concetti progressisti dell'ideologia dei lumi accompagnando la creazione del sistema moderno di produzione e di distribuzione di merci così come si praticava già in Europa e negli Stati Uniti. Dopo aver abbandonato il potere militare, gli antichi coloni mantennero la relazione di interdipendenza a colpi di contratto sulle materie prime o di invio di turisti sempre più numerosi. In cambio, gli antichi paesi colonizzati rispettarono le due condizioni indispensabili ad una buona circolazione del valore: repressione dell'integralismo e controllo dell'immigrazione, e questo con ogni mezzo. Il doppio sviluppo capitalista, materiale e ideale, si impianta come fu il caso in Europa, ma su un terreno molto meno dissodato soprattutto sul piano ideologico. Il che ebbe come conseguenza la valorizzazione del campo religioso come una forma di resistenza al dominio straniero. Non rimase a questa rendenza che a trovare un'organizzazione e dei leader politicizzati per diventare ciò che attualmente esiste sotto i nomi di "Ennahda" in Tunisia o di "Fratelli musulmani" in Egitto. Queste organizzazioni, clandestine prima della "primavera araba", diventando delle autorità sul piano politico si presentano come degli argini di fronte alla decadenza inerente alla modernità venuta dall'esterno. È dunque in nome dell'Islam e di una identità musulmana che si battono questi militanti ispirati da un soffio divino nella lotta contro la perversione dei valori. È senza contare sulle "realtà del mercato" che questi nuovi cani da guardia della morale s'immaginano di raggiungere il loro scopo. Quando i bisogni dell'economia tunisina o egiziana si faranno sentire, quale dirigente oserà mettere un freno allo "sviluppo" del paese a rischio di perdere ogni credibilità?

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Così come l'ecologia deve essere criticata come una critica parziale [2] che non prende in conto la dinamica reale capitalista, l'ideologia moralista non ha alcun avvenire, se non quello dell'oscurantismo, senza appoggiarsi sulle vere ragioni del crollo.

Libia.jpg

Il mondo della merce non risponde che ai propri bisogni e non ha limiti se non quelli posseduti dalla realtà concreta. Finché il processo della valorizzazione può compiersi, esso si farà; facendo in modo di passare tutte le frontiere siano esse naturali, ideologiche o morali. Di fronte al rullo compressore ideologico e materiale, nessun buon sentimento potrà far nulla senza la critica più profonda delle categorie fondamentali capitaliste come lo sono il lavoro, la merce, il denaro o lo Stato.

petrolio-pace-guerra.jpeg

 

J. Verraes

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Se "primavera araba" c'è stata, possiamo dire con sicurezza che il suo rigido e lungo inverno fu il fatto di una complicità appena velata da parte dei paesi "democratici" europei e americani. 

[2] "Non cambiate il clima, cambiate il sistema" come diceva Hugo Chavez che, malgrado ciò, non è che un buffone nazionalista cantore di un nuovo modello di capitalismo di Stato.

 

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L’échec annoncé de la moralisation

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27 maggio 2013 1 27 /05 /maggio /2013 05:00

Carlo Molaschi

molaschi carlo

di Giuseppe Sircana


nietzscheCarlo Molaschi nacque a Milano il 7 novembre 1886 da Giacomo e da Virginia Conti, in una famiglia di modeste condizioni. Al termine delle scuole elementari iniziò a lavorare come commesso in una merceria, frequentando contemporaneamente le scuole serali. Animato da grande curiosità intellettuale, si immerse nella lettura delle opere di F. Nietzsche, O. Weininger, F. Hölderlin, G. Buddha, H. Ibsen, L. N. Tolstoj e O. Wilde. Ad affascinarlo fu soprattutto la filosofia di Nietzsche: "m’aveva avvinto soltanto perché in essa avevo trovato il motivo per sollevarmi dalle amarezze della vita", avrebbe confessato nello scritto autobiografico Dal superuomo all'umanità, apparso sulla rivista Pagine libertarie del 15 gennaio 1922 (cfr. Masini, 1980, p. 168).  Giovane inquieto e ribelle, fu attratto dal pensiero anarchico e cominciò a frequentare gli ambienti libertari milanesi. Nel 1901, appena quindicenne, subì il primo arresto per aver distribuito volantini nel corso di uno sciopero. La conseguente perdita del lavoro (fu poi assunto come contabile presso le manifatture Seveso di Cusano Milanino) esasperò i contrasti con i genitori, soprattutto con la madre, che professava idee opposte a quelle del figlio.

molinari-Luigi.jpgAbbandonata la famiglia, Molaschi trovò un saldo punto di riferimento intellettuale e politico in Luigi Molinari, avvocato, promotore della pedagogia libertaria, fondatore nel 1900 dell’Università popolare e dell’omonima rivista, sulle cui pagine Molaschi fece le prime prove in campo giornalistico. Ormai ventenne collaborò anche a Il Libertario di La Spezia e frequentò il Circolo di studi sociali alla «barriera» di Milano sorto nel febbraio 1905 con lo scopo di lottare contro il riformismo, nel 1911 il circolo, grazie anche all’impegno di Molaschi, si trasformò in scuola moderna, ispirata al pedagogista spagnolo Francisco Ferrer Guardia. Avvenne qui l’incontro di Molaschi con due donne, animatrici del gruppo educazionista promosso dal Molinari, destinate a svolgere un ruolo importante nella sua vita: Leda Rafanelli e Maria Rossi, che nel 1918 divenne sua moglie.

leda-rafanelli.JPGDirettore nel biennio 1909-10 del foglio Sciarpa nera, nel 1914-15 diresse il quindicinale Il Ribelle, che si proponeva di riaffermare le posizioni antimilitariste di fronte allo sbandamento di molti anarchici individualisti a favore dell’intervento in guerra dell'Italia. Arrestato nel febbraio 1915 per aver distribuito volantini che incitavano i soldati alla disobbedienza, il 3 agosto 1917 diede vita a Cronaca libertaria, chiuso il 1° novembre dello stesso anno. Benché a causa delle sue condizioni di salute (era da tempo minato dalla tubercolosi) fosse stato esonerato dal servizio militare, all’inizio del 1918 Molaschi venne arruolato nel 192° battaglione della milizia territoriale di Melzo. Fu congedato in estate, ma i pochi mesi trascorsi in divisa lo segnarono profondamente, portandolo a un doloroso ripiegamento su se stesso e rendendo ancor più cupo il suo pessimismo.

monanni_Giuseppe.jpgNel dopoguerra Molaschi riprese la sua intensa attività politica e giornalistica, divenendo insieme con la Rafanelli e Giuseppe Monanni il principale esponente della corrente anarcoindividualista ed esercitando una grande influenza sui giovani anarchici milanesi. Nel 1919 fondò la libreria editrice Tempi nuovi e il Comitato pro vittime politiche. Fu inoltre tra gli animatori di Umanità nova, il quotidiano anarchico uscito a Milano il 26 febbraio 1920 e diretto da Errico Malatesta. Nell'ottobre dello stesso anno, dopo l'arresto dei redattori, fu Molaschi ad assumere per alcuni mesi l’effettiva direzione del giornale. Dal 5 aprile al 6 dicembre 1920 diresse il quindicinale Nichilismo.

malatesta.jpgFondato Molaschi allo scopo di preservare il movimento libertario dalla "degenerazione socialista" e di propagandare i principi dell'individualismo anarchico sia nel campo della lotta sociale sia sul terreno artistico e letterario, il nome della testata rispecchiava, appunto, le posizioni di radicale pessimismo, di "negazione assoluta di ogni verità o di ogni speranza" (Il nichilismo del Nord, in Nichilismo, 20 apr. 1920) a cui egli era approdato.

teatro_diana-copia-1.jpgLa crisi del giornale, oltre la sospensione delle pubblicazioni, determinò un suo ripensamento teorico che divenne critico e polemico nei confronti della corrente individualista. La sua profonda revisione fu forse determinata anche dal coinvolgimento di anarchici individualisti in atti di terrorismo e in particolare nell’attentato del 23 marzo 1921 al teatro Diana di Milano.

Luigi_Fabbri.jpgOrmai su posizioni solidariste e associazioniste, Molaschi fondò e diresse Pagine libertarie, rivista quindicinale che uscì dal 16 giugno 1921 al 15 febbraio 1923 e alla quale collaborarono Francesco Saverio Merlino, Luigi Fabbri e Carlo Berneri. Dopo essersi adoperato per riattivare l’ufficio di corrispondenza dell’Unione anarchica italiana, nel 1924 promosse la rivista di cultura sociale L'Università libera. Nel 1925 propose la liquidazione dell’Unione sindacale italiana e la creazione di "gruppi libertari sindacali" all’interno della Confederazione generale del lavoro. Nel 1926 aiutò Fabbri a raggiungere la Svizzera, avendo al proprio fianco la moglie Maria, che in quello stesso anno fu allontanata dall’insegnamento per motivi politici. Questa sanzione aggravò le già difficili condizioni della famiglia, potendo Molaschi contare solo su qualche lavoro saltuario.

Sottoposto a vigilanza dagli organi di polizia, non dette luogo a rilievi, ma nel 1941 venne arrestato e inviato al confino a Istonio Marino, sulla costa abruzzese. Tornò libero dopo nove mesi e si trasferì prima a Chiavenna e poi a Cusano Milanino dove prese parte alla lotta antifascista. Dopo la Liberazione aderì al Partito socialista italiano (PSI), fu vicesindaco e assessore alla Pubblica Istruzione di Cusano. In tale veste, con il sostegno della moglie insegnante, si adoperò per la costruzione di una scuola serale di addestramento professionale che elevasse il grado di preparazione dei giovani costretti, come era accaduto a lui, ad abbandonare gli studi al termine delle elementari. La scuola, aperta nel 1946, nel 1995 fu trasformata in istituto professionale e intitolata a suo nome.

Morì a Cusano Milanino il 26 maggio 1953.

 

Tra le sue opere si ricordano:

Federalismo e libertà, Roma, 1924; Pietro Gori, Milano 1959.

 

Fonti e Bibliografia

Roma, Archivio centrale dello Stato, Ministero dell'Interno, Direzione generale Pubblica Sicurezza, Casellario politico centrale, ad nomen; Amsterdam, International Institut voor Sociale Geschiedenis, Fondo Ugo Fedeli, cart. 22: C. Molaschi, Terra arida. Appunti per un quaderno di un sopravvissuto (ms. autobiogr. trascritto a mano da U. Fedeli); ibid.: U. Fedeli, Note biografiche di C. M. (dattiloscritto); ibid: L. Rafanelli, Carlo (copia del ms. originale); A. Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), Napoli 1954, ad ind.Bibliografia della stampa periodica operaia e socialista italiana (1860-1926). I periodici di Milano. Bibliografia e storia, II, 1905-1926, Milano 1961, ad ind.; M. Mantovani, Il «nostro» C. M., in Umanità nova, 12 apr. 1964; G. Cerrito, L'antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo, Pistoia 1968, pp. 43, 50; P.C. Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesa (1862-1892), Milano 1969, ad ind.; L. Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, I, Firenze 1972, ad ind.; M. Antonioli, È rimasto sempre un mistero l’attentato al Diana, in Storia illustrata, ottobre 1973, n. 191, pp. 105 s.; G. Cerrito, Dall’insurrezionalismo alla settimana rossa. Per una storia dell’anarchismo in Italia (1881-1914), Firenze 1977, ad ind.; P. C. Masini, I leaders del movimento anarchico, Bergamo 1980, pp. 165-174; E. Falco, Armando Borghi e gli anarchici italiani. 1900-1922, Urbino 1992, ad ind.; D. Romeo, Il movimento anarchico a Milano nell’età giolittiana: l'influenza di F. Ferrer y Guardia e della sua scuola moderna razionalista, in Storia in Lombardia, XIV (1995), 3, pp. 87, 90, 98 s., 102; L. Fabbri, Luigi Fabbri. Storia di un uomo libero, Pisa 1996, ad ind.; M. Antonioli - P.C. Masini, Il sol dell’avvenire. L’anarchismo in Italia dalle origini alla prima guerra mondiale, Pisa 1999, ad ind.; M. Granata, Ugo Fedeli a Milano (1898-1921). La formazione politica e la militanza attraverso le carte del suo archivio, in Storia in Lombardia, XX (2000), 1, pp. 74 s., 79, 81, 85-89, 95-99; L. Di Lembo, Lotta di classe e lotta umana: L'anarchismo in Italia dal biennio rosso alla guerra di Spagna (1919-1939), Pisa 2001, ad ind.; M. Granata, Lettere d’amore e d’amicizia. La corrispondenza di Leda Rafanelli, C. M. e Maria Rossi, 1913-1919. Per una lettura dell’anarchismo milanese, Pisa 2002; L. Fabbri, Epistolario ai corrispondenti italiani ed esteri (1900-1935), a cura di R. Giulianelli, Pisa 2005, ad ind.Da Fabriano a Montevideo. Luigi Fabbri: vita e idee di un intellettuale anarchico e antifascista, a cura di M. Antonioli - R. Giulianelli, Pisa 2006, ad ind.; S. D’Errico, Anarchismo e politica. Nel problemismo e nella critica all’anarchismo del Ventesimo secolo, il «programma minimo» dei libertari del Terzo millennio. Rilettura antologica e biografica di Camillo Berneri, Milano 2007, ad ind.; V. Beretta, Giuseppe Monanni, un editore anarchico del Novecento, in Storia in Lombardia, XXVIII (2008), 2, pp. 76, 78, 80, 86, 88; Il movimento operaio italiano, Dizionario biografico, III, s.v.Dizionario biografico degli anarchici italiani, II, Pisa 2004, subvoce.

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11 maggio 2013 6 11 /05 /maggio /2013 05:00

La purga finale dei makhnovisti 1937-1938

makhnovMonumento a Nestor Makhno nella sua città natale di Guliai Polé

 

di Nick Heath

 

Una breve esposizione della repressione che si abbatté su degli anziani membri del movimento makhnovista nel 1937-38. Gli anni 1937-38 furono un periodo terribile in unione sovietica. Stalin attaccò i nemici che egli individuava all'interno del partito Comunista, assassinando quelli organizzati all'interno dell'Opposizione Trotskista così come numerosi vecchi bolscevichi come Bucharin, Kamenev et Zinoviev.

Così i membri sopravvissuti del movimento makhnovista e anarchico non sfuggirono al massacro. Praticamente tutti i membri che non erano stati assassinati durante gli anni 1918-1922 furono arrestati e giustiziati. Uno dei primi makhnovisti ad essere arrestato fu il più vicino collaboratore di Nestor Makhno, Ivan Lepetchenko, assassinato a Mariupol il 20 ottobre 1920. Suo fratello Pavel, anch'egli anarchico-comunista, sembra essere stato ucciso nello stesso momento.

I fratelli Zadov, Lev e Daniilo, furono assassinati nel settembre del 1938 e Victor Belash morì lo stesso anno. Tra gli altri makhovisti che furono assassinati, vi fu Grigory Seregin (1884 - 1938) nato in una famiglia contadina a Kaluga e che aveva lavorato come montatore a Guliai Polé. Era stato un anarchico comunista sin dal 1906. Dal 1917 era stato membro di un comitato di fabbrica e fu attivo all'interno dei sindacati dei metallurgici. Dalla seconda metà del 1917 sino ad aprile 1918, presiedette le comunità industriali di Guliai Polé, il consiglio di approvvigionamento alimentare e fu membro dell'assemblea cantonale o zemstvo [1]. All'inizio del 1918, presiedette la sezione di approvvigionamento delle forze makhnoviste.

Fu membro del movimento makhovista a partire dall'agosto del 1918 e ebbe funzione di segretario durante il secondo Congresso del Distretto di Guliai Polé (dal 12 al 18 febbraio del 1919). Nel marzo del 1919 fu nominato capo aggiunto dell'Approviggionamento della brigada di Makhno. Al Congresso Generale dell'Esercito il primo settembre del 1919, fu eletto membro dello Stato Maggiore dei makhovisti, diventando un ispettore e più tardi il responsabile del rifornimento alimentare che egli diresse sino all'estate del 1921. Il 28 agosto 1921, con un distaccamento di Makhno, passò in Romania. Nel 1924, approfittò dell'amnistia offerta dal regime sovietico e ritornò in Ucraina. Nel 1930, lavorò come montatore ad Aleksandrovsk. Fu assassinato nel 1938.


A Guliai Polé, nel febbraio-marzo del 1938, il NKVD locale arrestò 40 persone. Si trattava di:

 

Klim A. Deniega; Efim Yakolevich Gorpinich; Gavril Danilovich Gorpinich; Roman Tikhonovich Gorpinich; Ivan Braca; Fedot Braca; David I. Braca; Grigory Ivanovich e Nikita Kuzmich Lyutyi (probabilmente entrambi in relazione con il celebre makhnovista Isidor Lyutyi); Titus Porfirievich Sapyn; Ivan Nepodya; Gerasim Vasilievich Shamray; Kuzma Timofeyevich Senenko; Yakov Pedorya; Pavel Trofimovich Martynenko; Petr S. Tishchenko; Avksenty Yemelianovich Kostoglot; Akim Efimovich Rybalchenko; Ivan Dmitrievich Pidrepny; Anton A. Tarasenko; Vasili Denisovich Lysenko; Petr G. Zabłocki; Ivan Tikhonovich Kirichenko; Alexander Franzevich Skomsky; Anton Kuzmich Ostapenko; Ivan Vovchenko; Ivan Denisovich Vovk; Alexander Stepanovich Roskaryaka; Ivan Zhovnirenko; Sergei Maximovich Hohotva (probabilmente in relazione con un altro dirigente makhnovista Pavel Hohotva); Timotei Eliseevich Pripihaylo; Iakov Artemyevitch Claus; Savelij P. Bykovskii; Nikolai Fedorovich Zhovnirenko; Dimitri Lukic Verbitsky; Luca Gavrilovich Filenko, Titus A. Podgorny; Panagia Vasili Kravchuk; Stepan Mikhailovich Ovdienko (Avdiyenko), e Nikifor Timofeyevich Sprinky (Sirenek).


Tutti gli arrestati furono accusati "di essere implicati nel Reggimento Makhnovista Militare di Giliai Polé i cui scopi sono la lotta armata e la rivolta contro il Potere Sovietico, e in qualità di membri del regimento makhnoviste contro-rivoluzionario insorto. Essi hanno condotto delle attività contro-rivoluzionarie tra la popolazione destinate a turbare le attività del Partito e delle autorità sovietiche, affermando che il sistema delle fattorie collettive non era vantaggioso, accusando il potere sovietico ed il Partito di tutte le manire contro-rivoluzionarie possibili, calunniando i suoi dirigenti, preparandosi attivamente a commettere degli atti di sabotaggio nei settori vulnerabili dello Stato e delle fattorie collettive e a commettere degli atti di sabotaggio nei settori vulnerabili dello Stato e delle fattorie collettive ed a commettere degli atti terroristici contro i beni di comunisti e di komsomol (membri della Gioventù Comunista) nel villaggio". Tutto ciò in base agli articoli 54-11, 54-10, 19, 54-8, 54-7 della legge sovietica. Skomsky, inoltre, fu accusato di essere "sino al giorno del suo arresto un agente dei servizi di spionaggio rumeno".

Per questi crimini la troika del NVKD [2] della regione di Dnipropetrovs’k condannò a morte gli accusati il 1° aprile 1938. La sentenza fu eseguita a Dnipropetrovs’k il 23 aprile 1938 (28 persone), il 25 aprile (9 persone), il 9 maggio (2 persone) e il 7 luglio (una persona). Più tardi tutte queste vittime furono riabilitate nel 1959. Per simili accuse, 2 dirigenti makhnovisti, Ivan Chuchko e Nazar Zuychenko furono assassinati a Dnipropetrovs’k rispettivamente il 26 aprile ed il 7 luglio 1938.

Imputati anch'essi di simili accuse dal NKVD di Dnipropetrovs’k, ed in quanto dirigenti del "reggimento", vi erano Vasili Mikhailovich Sharovsky et Vlas Korneyevich Sharovsky. Vasili nacque il 24 dicembre 1891 a Guliai Polé. Era il figlio del soldato Mikhail Lukyanov Sharovsky e di sua moglie Maria Radionova, entrambi ortodossi. Prestò servizio nell'esercito russo durante la prima Guerra Mondiale come ufficiale. Simpatizzava con i Socialrivoluzionari, senza che sia mai diventato membro del partito, gravitando in seguito verso l'anarco-comunismo. Nel 1917, era responsabile di una batteria di artiglieria della Guardia Nera a Guliai Polé. Da gennaio a giugno 1919, fu capo dell'artiglieria della III brigada makhnovista di Zadneprovsky. Da settembre a dicembre fu capo aggiunto dell'artiglieria dei makhnovisti, fungente da Comandante d'artiglieria. Vlas nacque anche lui a Guliai Polé nel 1886. Fu maresciallo nell'artiglieria makhovista e noto per la sua bravura. Benché vi siano numerosi riferimenti, compresa la testimonianza do Belash al NKVD, che sosteneva che i due Sharovsky erano fratelli, ciò non era il caso come indicano i loro patronimi. Belash dice che Vlas lavorava in una fabbrica della regione di Dniproropetrovs'k nel 1930 stabilendovi una rete makhovista clandestina. Fu più tardi raggiunto e aiutato da Vasili. Quest'ultimo sembra essere stato molto ben istruito, lavorando come insegnante nella regione di Kiev, applicandosi a diventare candidato allo statuto di membro candidato all'ingresso nel Partito Comunista, mentre si impegnava ad attività makhnoviste clandestine! Divenne anche membro del consiglio comunale del villaggio di Guliai Polé ed amministratore di una scuola. Vasili e Vlas furono probabilmente in relazione con tre altri Sharovskys, tutti fratelli, menzionati come degli anarchici di Guliai Polé nelle memorie di Makhno, Poitr, Grigori e Prokop. Un altro makhnovista degno di nota, Konstantin Chuprina, fu anche incolpato di queste accuse e assassinato.

Assassinati anch'essi nel 1938, furono Ignat Fedorovich Bobrakov (nato nel 1893). Era un operaio simpatizzante anarchico che si unì al movimento makhnovista nell'agosto del 1918. Durante l'autunno e l'inverno del 1919 era responsabile dell'approvigionamento dell'artiglieria makhovista. Con il ritorno dei bolscevichi in Ucraina nel gennaio del 1920, abbandonò il movimento. Durante gli anni 30 lavorò come direttore allal fabbrica "Rivoluzione d'ottobre" ad Odessa. Fu arrestato verso la fine del 1937 ed assassinato l'anno seguente.

Nella vicina regione di Zaporozhye alla fattoria di Zelyoniy Gai, 22 altri ex-makhnovisti furono arrestati dalla NKVD. Sette di loro, includenti un altro artigliere makhnovista, il Commandante aggiunto dell'artiglieria, Dimitriy Ivanovich Sipliviy, furono condannati a morte e fucilati. Sipliviy era originario di una famiglia di contadini medi da parte di Grigorevka Pologovsky. Dal 1919, era membro del gruppo anarchico di Guliai Polé e fu Commandante aggiunto nell'artiglieria makhnovista.

 

Nick Heath

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Zemstvo. Gli zemstvo sono delle assemblee, elette a suffragio censitario, creati in origine dal regime zarista, per prendere in carica diversi incarichi amministrativi, lavori di infrastryttura e servizi pubblici di base nelle campagne. Esse avevano due livelli, un livello "cantonale" ("uyezd") e un livello "provinciale", l'assemblea provinciale era formata da delegati dei cantoni. Queste assemblee erano dominate dai proprietari terrieri e i notabili. Nel 1917, esse furono democratizzate prima di essere abolite dal nuovo regime bolscevico.

 [2] Troika del NKVD. La parola troika designa una direzione a tre membri e la sigla NKVD la polizia politica segreta del regime "sovietico" di quell'epoca, che prima era chiamata CeKa, sostituita nel 1922 da GPU trasformata infine nel 1934 in NKVD.

 

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La purge finale del makhnovistes 1937-1938

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4 maggio 2013 6 04 /05 /maggio /2013 05:00

La rivoluzione non è affare di partito!

otto-ruhle 

di Otto Rühle

 

I

 

Il parlamentarismo si afferma insieme al dominio della borghesia ed é con esso che nascono i partiti politici [1]. La borghesia trova nei parlamenti l’arena dei suoi primi conflitti con la corona e con la nobiltà. Essa si organizza politicamente per conferire alla legislazione una forma corrispondente alle esigenze del capitalismo. Il capitalismo, d’altronde, non possiede un carattere omogeneo: i diversi strati sociali e gruppi d’interesse, in cui si suddivide la borghesia, fanno valere ciascuno le proprie differenti rivendicazioni. È per farsi portavoce di tali rivendicazioni che sorgono i partiti politici, e che inviano i propri rappresentanti in parlamento. Quest’ultimo diventa quindi il luogo di tutte le lotte per il potere politico ed economico (in un primo momento solo sul piano legislativo, ma in seguito, sempre nel quadro del sistema parlamentare, anche su quello del controllo del potere esecutivo).

parlamento-inglese.jpg

D’altra parte le lotte parlamentari, così come quelle tra i partiti, non sono che schermaglie verbali: programmi, polemiche giornalistiche, manifesti, relazioni per le riunioni, risoluzioni, discorsi parlamentari, decisioni - nient’altro che parole. L’attività parlamentare, sempre di più col passare del tempo, degenera  in chiacchiera da salotto. Ma fin dall’inizio i partiti non sono che banali macchine preposte alla gestione delle elezioni. Non è un caso se, originariamente, essi venivano chiamati "unioni elettorali" [2].

Borghesia, parlamento e partiti politici si condizionano e si implicano reciprocamente in modo necessario. Nessuno di questi elementi è concepibile senza gli altri. Essi definiscono la fisionomia politica dell’epoca borghese-capitalista.

 

II

 

La rivoluzione del 1848 fu soppressa sul nascere. Ma la repubblica democratica, ideale dell’epoca borghese, venne comunque eretta. La borghesia, impotente e molle per natura, non fornì alcun contributo significativo e non mostrò alcuna volontà di realizzare il suo ideale attraverso la lotta. Essa ammainò la propria bandiera dinnanzi alla corona e alla nobiltà, si accontentò del diritto di sfruttare economicamente le masse e ridusse il parlamentarismo a una parodia. Ne derivò dunque, per la classe operaia, il dovere di inviare i propri rappresentanti in parlamento. Questi ripresero le rivendicazioni democratiche dalle mani perfide della borghesia, le propagandarono con energia e cercarono di inscriverle nella legislazione dello stato.


1848-rivoluzione-Parigi.jpgPhilippoteaux, Lamartine davanti al municipio di Parigi il 25 febbraio 1848 rifiuta la bandiera rossa

La socialdemocrazia si dà, in funzione di questo obiettivo, un programma democratico minimo: un insieme di rivendicazioni pratiche, adeguate alle condizioni dell’epoca borghese. La sua azione parlamentare è interamente dominata da questo programma, cioè dalla preoccupazione di ottenere, anche per la classe operaia e per la sua azione politica, i vantaggi di uno spazio di manovra legale, costruendo e  portando a compimento la democrazia formale borghese-liberale.


Liebknecht KarlAllorché Wilhelm Liebknecht [3] propose una tattica astensionista, egli dimostrava di non comprendere la situazione storica. Se la socialdemocrazia intendeva essere efficace in quanto partito politico, essa non poteva rimanere fuori dal parlamento. Non vi erano altre possibilità di agire e di farsi valere politicamente. Quando i sindacalisti si  svincolarono dal parlamentarismo e iniziarono a predicare l’antiparlamentarismo, facevano onore al proprio giudizio sulla vanità e la corruzione crescente della  pratica parlamentare. Ma, nella pratica, esigevano dalla socialdemocrazia qualche cosa di impossibile, che andava contro la necessità storica e implicava che la socialdemocrazia rinunciasse alla propria stessa essenza. Essa, ovviamente, non poteva fare proprio questo punto di vista. Essendo un partito politico non poteva che scegliere di stare in parlamento.

 

III

1932-kpd.jpg

Il KPD, a sua volta, è diventato un partito politico. Un partito in senso storico, esattamente come i partiti borghesi, l’SPD e l’USPD [4]. Sono soltanto i capi ad avere diritto di parola. Essi parlano, promettono, seducono, comandano.  Le masse, quando ci sono, si trovano davanti al fatto compiuto. Devono serrare i ranghi e marciare al passo. Devono credere, tacere, pagare. Devono obbedire agli ordini. E soprattutto devono votare! I loro capi vogliono entrare in parlamento e quindi devono essere eletti. Dopodiché, mentre le masse si mantengono in uno stato di sottomissione muta e di passività devota, i capi si occupano di “alta politica” in parlamento. La dirigenza del KPD mente, quando afferma di volere entrare in parlamento soltanto per distruggerlo. Mente, quando afferma che non vuole svolgere, all’interno del parlamento, alcun lavoro positivo [5]. Non distruggerà il parlamento, perché non vuole e non può. Svolgerà un “lavoro positivo”, lo vuole e vi è costretta: è di questo che vive! Il KPD è diventato un partito parlamentare come gli altri. Un partito del compromesso, dell'opportunismo, della critica costruttiva e della giusta oratoria. Un partito che non è più rivoluzionario.

 

IV

 

Scheidem-Philipp.jpgGuardateli! Entrano in parlamento, riconoscono i sindacati, si inchinano davanti alla costituzione democratica [6], si riconciliano col potere dominante. Si collocano  sul terreno dei rapporti di forza reali e prendono parte all'opera di restaurazione nazionale e capitalista. Quale sarebbe la differenza rispetto all’USPD? Il KPD critica anziché negare, fa opposizione anziché fare la rivoluzione, contratta invece di agire. Insomma, chiacchiera piuttosto che lottare. Esso cessa di essere un'organizzazione rivoluzionaria e diventa un partito socialdemocratico. Non si distingue dagli Scheidemann e dai Däumig [7] che per una questione di sfumature. Non rappresenta che un'evoluzione dell’USPD. Come quest’ultimo, diventerà ben presto un partito di governo, e questo segnerà la sua fine!

 

V

 

Alle masse resta una consolazione: un’opposizione esiste ancora! Questa opposizione non si candida per un posto nel campo della controrivoluzione. Essa si è raccolta  in una organizzazione politica.

Questo passaggio era necessario?

Gli elementi politicamente più maturi, più determinati e più attivi da un punto di vista rivoluzionario, hanno il dovere di formare la falange della rivoluzione. Essi non potevano compiere questo dovere se non in quanto falange, ovvero in quanto formazione chiusa. Essi sono l'élite del proletariato rivoluzionario. In virtù del loro carattere chiuso, essi acquistano maggiore forza e profondità di giudizio. Essi si manifestano come avanguardia del proletariato, come volontà d’azione di fronte a individui esitanti e confusi. Nel momento decisivo essi costituiscono il centro di gravità di ogni attività.

Essi sono un'organizzazione politica. Ma non un partito politico! Non un partito nel senso tradizionale. La sigla KAPD rappresenta l’ultima vestigia esteriore - che presto diventerà superflua - di una tradizione, che sfortunatamente un colpo di spugna non può cancellare da un'ideologia di massa, ieri ancora vivente ma oggi ormai sorpassata. Ma anche quest'ultima traccia sarà cancellata. L'organizzazione delle prime linee della rivoluzione non può essere un partito tradizionale, pena la morte; pena la sorte in cui si è andato ad arenarsi il KPD.

Non è più tempo di fondare partiti, perché non è più tempo di partiti politici in generale. Il KPD è stato l'ultimo partito. La sua bancarotta è stata la più sprovvista di dignità e di gloria […].


VI

La rivoluzione non è affare di partito. I tre partiti socialdemocratici [8] hanno la presunzione di considerare la rivoluzione come un loro proprio campo esclusivo e di proclamare che la vittoria rivoluzionaria è il loro fine in quanto partiti.

La rivoluzione è questione – politica ed economica - che riguarda la totalità della classe proletaria. Soltanto il proletariato in quanto classe può condurre la rivoluzione alla vittoria. Tutto il resto è superstizione, demagogia, ciarlataneria politica.

Si tratta di concepire il proletariato in quanto classe e di innescare la sua attività in funzione della lotta rivoluzionaria. Sulla base e dentro al quadro più ampi. Perciò tutti i proletari pronti alla lotta rivoluzionaria, senza riguardo alla loro provenienza o alla base sulla quale sono stati reclutati, devono riunirsi nei luoghi di lavoro in organizzazioni rivoluzionarie di impresa, a loro volta riunite nel quadro dell’Unione Generale dei Lavoratori [AAU].

L'AAU non è un miscuglio indistinto, né una formazione fortuita. Essa è il raggruppamento di tutti gli elementi proletari pronti a un'attività rivoluzionaria, che si schierano a favore della lotta di classe, del sistema dei consigli e della dittatura del proletariato. È l'armata rivoluzionaria del proletariato.

L’AAU affonda le proprie radici nelle singole imprese, si articola secondo i diversi rami d’industria, dal basso verso l’alto, in forma federata alla base e organizzata secondo il sistema degli uomini di fiducia rivoluzionari al vertice. La sua  spinta procede dal basso verso l’alto, a partire dalle masse operaie. Si eleva in conformità con esse. Essa è la carne e il sangue del proletariato. La forza che la spinge è l’azione delle masse; la sua anima è il soffio ardente della rivoluzione.

Essa non è una creazione di capi, non è una costruzione sottilmente congegnata. Non è un partito politico fatto di bonzi stipendiati e dedito alla chiacchiera parlamentare. E non è nemmeno un sindacato. Essa è il proletariato rivoluzionario.

 

VII

Cosa intende dunque fare il KAPD? Creare delle organizzazioni rivoluzionarie d’impresa, estendere l’Unione Generale dei Lavoratori. In ogni impresa, in ogni ramo d’industria, esso formerà i quadri delle masse rivoluzionarie: li preparerà per l’assalto, li consoliderà e fornirà loro la forza per lo scontro decisivo, fino a quando ogni resistenza da parte del capitalismo in via di disfacimento non sarà stata vinta. Esso instillerà nelle masse in lotta la fiducia in sé stesse e nelle proprie forze, sola garanzia della vittoria (nella misura in cui questa fiducia le libererà dei capi ambiziosi e traditori.

E a partire dall’Unione Generale dei Lavoratori, prendendo avvio dalle imprese, per estendersi alle regioni economiche ed infine ad ogni paese, si cristallizzerà il movimento comunista: il nuovo “partito” comunista… che non è più un partito; ma che è – per la prima volta – comunista! Cuore e testa della rivoluzione!

 

VIII

Rappresentiamoci questo processo in forma concreta. Poniamo di avere 200 uomini in un’impresa. Parte di questi appartengono all’AAU e fanno propaganda per questa organizzazione, inizialmente senza successo. Ma la prima lotta, in occasione della quale i sindacati naturalmente cederanno, romperà i vecchi legami. Presto 100 lavoratori saranno passati all’Unione. Ci saranno tra essi, poniamo, 20 comunisti, mentre la parte restante sarà composta da militanti dell’USPD, sindacalisti e non-organizzati. Inizialmente l’USPD ispirerà la massima fiducia ai lavoratori. La sua politica dominerà la tattica delle lotte condotte all’interno dell’azienda. Tuttavia, lentamente ma inevitabilmente, la politica dell’USPD si rivelerà falsa, non rivoluzionaria. La fiducia che i lavoratori avevano riposto in questa organizzazione si attenuerà. Si affermerà invece la politica dei comunisti. I 20 comunisti diventeranno 50, poi 100 e più, e ben preso il gruppo comunista dominerà politicamente la totalità dell’impresa, determinerà la tattica dell’Unione, volgerà le lotte al fine rivoluzionario, nel micro come nel macro. La politica comunista si radicherà di impresa in impresa, di regione economica in regione economica. Essa si realizzerà, guadagnerà terreno, diventando il corpo, la testa e l’idea direttrice del movimento.

È quindi a partire da cellule di lavoratori comunisti all'interno delle imprese, a partire da frazioni comuniste della massa nelle regioni economiche, che si costituisce - attraverso l'edificazione del sistema dei Consigli - il nuovo movimento comunista.

Dunque, un “rivoluzionamento” dei sindacati, una loro “ristrutturazione”? E quanto tempo durerà questo processo? Anni? Decine d’anni? Fino al 1926, per caso? [9].

Niente di tutto questo. L’obiettivo non è quello di demolire, di annientare il colosso d’argilla delle centrali sindacali, con i suoi sette milioni di iscritti, per ricostruirlo successivamente sotto altra forma. L’obiettivo è quello di impadronirsi delle leve del comando all'interno delle imprese chiave dell'industria e del processo della produzione sociale, in quanto tali decisive per l'esito della lotta rivoluzionaria. Di impadronirsi della leva che può mandare all'aria il capitalismo in interi rami industriali e in intere regioni economiche. La risolutezza e la disponibilità all'azione di una sola organizzazione può, all'occorrenza, avere più efficacia di uno sciopero generale. È così che il David della fabbrica abbatte il Golia della burocrazia sindacale!

 

IX

Il KPD ha cessato di essere l'incarnazione del movimento comunista in Germania. Ha un bel richiamarsi rumorosamente a Marx, a Lenin, a Radek! Il KPD non forma che l'ultimo anello del fronte della controrivoluzione. Presto si collocherà, in perfetto accordo con la SPD e la USPD, nel quadro di un fronte unico volto alla formazione di un governo operaio “puramente socialista” . Le sue rassicurazioni in merito a una “opposizione leale” verso i partiti assassini che hanno tradito gli operai, non è che una tappa. Rinunciare a combattere in termini rivoluzionari gli Ebert e i Kautsky (cfr. Die Rote Fahne del 21 marzo 1920), significa già allearsi tacitamente con loro. Ebert-Kautsky-Levi rappresentano l'ultimo stadio del capitalismo morente, l'ultima “stampella politica” della borghesia tedesca. La fine. La fine degli stessi partiti, della politica, degli imbrogli, del tradimento dei capi. E un nuovo inizio per il movimento comunista: il Partito Comunista Operaio [KAPD]; le organizzazioni di fabbrica rivoluzionarie, raggruppate nell'Unione Generale dei Lavoratori; i consigli rivoluzionari; il congresso dei consigli rivoluzionari; il governo dei consigli rivoluzionari; la dittatura comunista dei consigli.

 

Otto Rühle

 

[A cura di Ario Libert]

 

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La rivoluzione non è affare di partito

 

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NOTE: 


die_aktion.jpg[1] Quando Otto Rühle scrive, nel 1920, La rivoluzione non è affare di partito, è ancora un militante del KAPD (Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands, Partito Comunista Operaio di Germania), formazione della sinistra comunista tedesca sorta in quello stesso anno da una scissione del KPD, il partito comunista ufficiale filo-bolscevico. Ciò nonostante, egli esprime già pienamente il punto di vista della “organizzazione unitaria”. Le tesi esposte in questo articolo saranno successivamente sviluppate in testi come Questioni di base sull’organizzazione e Dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione proletariaLa rivoluzione non è affare di partito fu pubblicato, con il titolo Un nuovo partito comunista?, sulla rivista Die Aktion. Fondata a Berlino poco prima della guerra da Franz Pfemfert, Die Aktion - almeno fino a quando, nel 1926, il suo  fondatore iniziò a collaborare con i trotzkisti - pubblicò testi rappresentativi delle correnti più radicali del movimento operaio. Verso la fine del 1920, quando Rühle viene espulso dal partito, la rivista si stacca dal KAPD e diventa in pratica l’organo di stampa dell’AAU-E. [...]. Si tratta in ogni caso di un’autentica miniera d’oro, per chiunque voglia conoscere l’insieme delle posizioni della sinistra comunista tedesca.

[2] Vereine, in tedesco.

[3] Wilhelm Liebknecht (1826-1900), padre di Karl, fu uno dei fondatori della SPD. Egli aveva sostenuto, prima del 1875, contro il parere di Marx e Engels, la tattica astensionista.

[4] KPD (Kommunistische Partei Deutschlands, Partito Comunista di Germania); SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico di Germania); USPD (Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania).

[5] Si pensi alla politica di “opposizione leale” dopo il putsch di Kapp e alla politica del KPD in sede parlamentare, volta a spingere il governo alla ripresa delle relazioni diplomatiche e a un’alleanza con la Russia. Si pensi inoltre alla tattica dei “governi operai” (governi di coalizione sostenuti da una maggioranza composta  dai “partiti operai”) in Sassonia e in Turingia nel 1923.

[6] Il riferimento è alla “Costituzione di Weimar”, adottata dalla Germania nel 1919.

[7] Philipp Scheidemann (1865-1939), leader dell'ala destra della socialdemocrazia tedesca e membro del gabinetto Ebert-Scheidemann, spazzato via dalla rivoluzione del novembre 1918. Ernst Däumig (1866-1922), socialdemocratico tedesco, giornalista. Uno dei fondatori del Partito socialdemocratico indipendente di Germania (USPD) e, dall'agosto 1919, suo presidente. Nel dicembre 1920, insieme alla sinistra del suo partito, entra nel Partito comunista di Germania (KPD), per tornare nel 1922 al partito socialdemocratico.

[8] La SPD, l’USPD e il KPD.

[9] Il 1926 era l’anno calcolato da Paul Lévi (1883-1930) - massimo dirigente del KPD tra il 1919 e il 1921, poi passato all’USPD - per la nuova crisi economica mondiale, soltanto in occasione della quale si sarebbe dovuta adottare, a suo dire, una tattica rivoluzionaria.

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18 aprile 2013 4 18 /04 /aprile /2013 05:00

Prefazione a Risposta a Lenin di Hermann Gorter

Herman Gorter

[GOC]


1917petrogradsoviet assemblyNel 1920, Rivoluzione russa e Leninismo erano giunti alla loro apoteosi: il successo della tattica bolscevica nella rivoluzione d'ottobre aveva abbagliato lo spirito delle élite rivoluzionarie nei paesi occidentali, che guardavano ad oriente con una fede quasi cieca. Una grande ondata rivoluzionaria scuoteva l'Europa, l'armata rossa di Tucha
čevski minacciava Varsavia, il proletariato tedesco era pronto a lanciarsi nella mischia, il proletariato italiano occupava le fabbriche, ovunque la classe operaia era in ebollizione. La speranza, la quasi certezza della vittoria rivoluzionaria illuminavano l'orizzonte dell'ideologia comunista. Fu in quest'ambiente storico, in cui lo spirito d'analisi era forzatamente indebolito dallo splendore della luce orientale, che Hermann Gorter, teorico e poeta del comunismo, si impadronì dell'arma della critica.

lenin-l'estremismo-moscaLenin diventato statista, di uno Stato che doveva in seguito diventare lo Stato della neo-borghesia russa, aveva scritto un pessimo libro: "L'estremismo, malattia infantile del comunismo". La punta di questo libello, che oggi, possiamo a buon diritto qualificare nettamente come controrivoluzionario, era diretta principalmente contro gli ultra-sinistri tedeschi, e cioè contro il Partito Comunista Operaio.

Spartakus.zerschlagt-das-Parlament.jpgQuesta élite di rivoluzionari marxisti che conservò e conserva ancora al proletariato tedesco e internazionale la tradizione rivoluzionaria dell'Unione Operaia e dello Spartakusbund, raccomandava all'interno della classe operaia di Germania una tattica, un metodo d'azione, ispirate dalle ultime esperienze della lotta di classe in occidente: raccomandava la lotta senza compromessi del proletariato contro la borghesia, il boicottaggio del parlamento e la distruzione dei sindacati così come di tutto l'apparato statale del capitalismo, opponendogli la dittatura del proletariato nell aforma dei consigli di fabbrica. Questa manifestazione ideologica originale del proletariato tedesco non si localizzava in Germania. Delle manifestazioni analoghe prendevano forma in Olanda, con i Tribunisti, in Inghilterra, con i fondatori del Partito comunista inglese, In Italia, con la frazione anti-parlamentare di Bordiga e anche con quella dell'Ordine Nuovo di Torino, che era anch'esso anti-parlamentare. Il libro di Lenin e la conseguente azione del Leninismo miravano alla distruzione di questo sviluppo ideologico, legittimato dalle esperienze della lotta di classe in Europa occidentale.

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920Edizione originale del 1920 dell'opera di Gorter Risposta al compagno Lenin.

PannekoeckNei fatti l'offensiva contro la sinistra diede dei risultati favorevoli in Italia e in Germania, dove Bordiga e Pankhurst rientrarono nei ranghi del Leninismo. I tribunisti olandesi, Gorter e Pannekoek, gli elementi del Partito Comunista Tedesco (K.A.P.D.) rimasero i soli sulla breccia dell'internazionalismo marxista. Gorter in nome del Partito Comunista Operaio [KAPD] di Germania rispose con la sua "Lettera aperta" che per sfortuna non fu ai suoi tempi posta a conoscenza di tutto il proletariato internazionale. Questa lettera è molto nota in Germania, ma il proletariato francese ne ignora ancora l'esistenza. E poiché dopo dieci anni questo documento non ha perso nulla di interessante, ed ha al contrario acquisito un valore storico e rivoluzionario ancora più grande, compiremo tutti i nostri sforzi necessari affinché sia conosciuto almeno dall'avanguardia del movimento operaio in Francia.

 

I Gruppi Operai Comunisti

 

LINK all'opera di Gorter in Lingua italiana:
Lettera a Lenin, sull'estremismo 

 

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Préface à la réponse à Lenine

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13 aprile 2013 6 13 /04 /aprile /2013 05:00

Masse & Avanguardia

living-marxism

di Paul Mattick

 


Dopo la fine della guerra mondiale, si sono verificate, con sconcertante 
rapidità, trasformazioni economiche e politiche. Le vecchie concezioni del movimento operaio sono diventate lacunose e inadeguate e le organizzazioni della classe operaia sono in uno stato confusionale. In considerazione della mutevole situazione economica e politica sembra necessaria una rivalutazione approfondita del compito della classe operaia per trovare forme di lotta e di organizzazione più utili ed efficaci.

spartachismo, assemblea operai e soldati a Berlino, novembr

Il rapporto del "partito", "organizzazione" o "avanguardia" con le masse svolge un ruolo importante nel dibattito contemporaneo della classe lavoratrice. Non è sorprendente che l'importanza e la necessità dell'avanguardia o del partito sia sopravalutata negli ambienti della classe lavoratrice, dal momento che tutta la storia e la tradizione del movimento dei lavoratori si muove in quella direzione.

Il movimento dei lavoratori oggi è il frutto di sviluppi economici e politici che trovarono la prima espressione nel cartismo in Inghilterra (1838-1848), nel successivo sviluppo dei sindacati a partire dagli anni cinquanta, e nel movimento lassalliano in Germania negli anni sessanta. I sindacati e i partiti politici si sono sviluppati negli altri paesi d'Europa e d'America parallelamente al livello di sviluppo del capitalismo.

Il rovesciamento del feudalesimo e le stesse esigenze dell'industria capitalistica richiedevano l'organizzazione del proletariato e la concessione di alcuni diritti democratici da parte dei capitalisti. Questi ultimi hanno riorganizzato la società in conformità alle loro esigenze. La struttura politica del feudalesimo è stata sostituita dal parlamentarismo capitalista. Lo stato capitalista, lo strumento per la gestione degli affari collettivi della classe capitalista, è stato istituito e adattato alle esigenze della classe emergente.

Il fastidioso proletariato, il cui appoggio contro le forze feudali era stato necessario, doveva allora essere preso in considerazione. Una volta chiamato in causa non poteva più essere del tutto rimosso come fattore politico. Ma poteva essere disciplinato. E ciò è stato fatto – in parte coscientemente, con astuzia e in parte dalle concrete dinamiche dell'economia capitalistica – in quanto la classe lavoratrice si è autoregolata e sottoposta al nuovo ordine. Ha organizzato i sindacati i cui limitati obiettivi (migliori salari e condizioni di lavoro) possono essere realizzati in una economia capitalista in espansione. Ha giocato la partita della politica capitalista all'interno dello stato capitalista (le cui pratiche e forme, sono state determinate principalmente dalle esigenze capitalistiche), ed entro questi limiti, ha ottenuto successi evidenti.

lavoro-minorileXIX-secolo.JPG

Ma in tal modo il proletariato ha adottato forme capitalistiche di organizzazione e ideologie capitaliste. I partiti dei lavoratori, come quelli dei capitalisti, sono divenuti aziende a responsabilità limitata; i bisogni elementari della classe sono stati subordinati a ragioni di opportunità politica. Gli obiettivi rivoluzionari sono stati soppiantati da mercanteggiamenti e manovre per conquistare posizioni politiche. Il partito è diventato di somma importanza; i suoi obiettivi immediati hanno soppiantato quelli della classe. Laddove le situazioni rivoluzionarie hanno messo in moto la classe, la cui tendenza è quella di lottare per la realizzazione di obiettivi rivoluzionari, i partiti dei lavoratori hanno "rappresentato" la classe operaia e sono stati a loro volta "rappresentati" da parlamentari la cui effettiva posizione in parlamento è stata quella di negoziatori all'interno di un ordine capitalistico, la cui esistenza non era più in discussione.

La subordinazione generale delle organizzazioni dei lavoratori al capitalismo ha provocato la scelta della specializzazione in attività sindacali e di partito che è simile alla gerarchia delle industrie. I manager, sovrintendenti e capireparto hanno visto come controparte i loro omologhi presidenti, organizzatori e segretari delle organizzazioni sindacali; i consigli d'amministrazione i comitati direttivi, ecc. La massa dei lavoratori organizzati, come la massa degli schiavi salariati nell'industria, ha lasciato il lavoro di direzione e di controllo ai suoi superiori.

Questa mutilazione delle iniziative dei lavoratori ha proceduto rapidamente in parallelo all'estensione dell'influenza del capitalismo. Finché la guerra mondiale ha posto fine all'ulteriore espansione pacifica e "ordinata" del capitalismo.

Le insurrezioni in Russia, Ungheria e Germania hanno determinato la rinascita dell'azione e dell'iniziativa di massa. Le necessità sociali hanno imposto l'intervento delle masse. Ma le tradizioni del vecchio movimento operaio in Europa occidentale e l'arretratezza economica dell'Europa dell'est hanno frustrato la realizzazione della missione storica della classe. L'Europa occidentale ha visto le masse sconfitte e l'ascesa del fascismo di Mussolini e Hitler, mentre l'economia arretrata della Russia ha fatto emergere il "comunismo", in cui la differenziazione tra classe e avanguardia, la specializzazione delle funzioni e l'irreggimentazione del lavoro ha raggiunto il suo punto più alto.

Il principio guida, l'idea dell'avanguardia che deve assumersi la responsabilità della rivoluzione proletaria si basa sulla concezione ante guerra del movimento operaio e non è convincente. 

I compiti del rivoluzionario e la riorganizzazione comunista della società non possono essere realizzati senza l'azione più ampia e piena delle masse stesse. Il problema è loro, come la relativa soluzione.

Il declino dell'economia capitalista, la paralisi progressiva, l'instabilità, la disoccupazione di massa, i tagli salariali e la pauperizzazione intensiva dei lavoratori: tutto ciò impone l'azione, malgrado il fascismo di Hitler e il fascismo travestito della AFL [1].

Le vecchie organizzazioni o sono state distrutte o si sono volontariamente ridotte all'impotenza. Un'azione concreta è ora possibile solo al di fuori delle vecchie organizzazioni. In Italia, Germania e Russia, i fascismi bianchi e rossi hanno già distrutto tutte le vecchie organizzazioni e posto i lavoratori direttamente di fronte al problema di trovare nuove forme di lotta. In Inghilterra, in Francia e in America le vecchie organizzazioni mantengono ancora tra i lavoratori un certo grado di illusoria credibilità, ma la loro successiva resa alle forze della reazione le sta compromettendo rapidamente.

Nella lotta di classe reale si stanno imponendo i principi di lotta indipendente, di solidarietà e di comunismo. Con questa forte tendenza verso il rafforzamento e l'azione di massa, la teoria della riaggregazione e del riallineamento delle organizzazioni militanti sembra essere superata. È vero, la riaggregazione è essenziale, ma non può essere una semplice fusione delle organizzazioni esistenti. Nelle nuove condizioni è necessaria una revisione delle forme di lotta. "Prima la chiarezza; poi l'unità".

I piccoli gruppi che riconoscono e incoraggiano i principi del movimento di massa indipendente sono molto più significativi dei gruppi di grandi dimensioni che sminuiscono il potere delle masse. Ci sono gruppi che percepiscono i difetti e le debolezze dei partiti. Spesso forniscono una solida critica dei fronti popolari e dei sindacati. Ma la loro critica è limitata. Mancano di una comprensione globale della nuova società. 

I compiti del proletariato non si esauriscono con l'espropriazione dei mezzi di produzione e l'abolizione della proprietà privata. Occorre affrontare i problemi della riorganizzazione sociale e darvi una risposta. Deve essere respinto il socialismo di stato? Quale sarà il fondamento di una società senza la schiavitù del lavoro salariato? Che cosa determinerà le relazioni economiche tra le aziende? Che cosa determinerà i rapporti tra i produttori e il loro prodotto totale? Queste domande e le loro risposte sono essenziali per la comprensione delle odierne forme di lotta e di organizzazione. Diventa qui evidente il conflitto tra il principio della leadership e il principio dell'azione di massa indipendente. 

Perché una conoscenza profonda di questi problemi porta alla comprensione che per realizzare il comunismo è necessaria la più ampia, generale, attività diretta del proletariato come classe.

Di primaria importanza è l'abolizione del sistema del lavoro salariato. La volontà e gli auspici degli uomini non sono così validi da mantenere questo sistema dopo la rivoluzione, senza alla fine arrendersi alle dinamiche da esso generate (come in Russia). Non è sufficiente espropriare i mezzi di produzione e abolire la proprietà privata. È necessario abolire la condizione alla base dello sfruttamento moderno, la schiavitù salariata; e tale azione porta a successive misure di riorganizzazione che non potrebbero mai essere rivendicate senza il precedente passaggio. I gruppi che non pongono queste domande – non importa quanto altrimenti siano fondate le loro critiche – mancano degli elementi più importanti per la costruzione di una solida politica rivoluzionaria. L'abolizione del sistema del lavoro salariato, nel suo rapporto con la politica e con l'economia, dovrebbe essere attentamente studiata. 

Affronteremo qui alcune implicazioni politiche.

La prima è la questione della presa del potere da parte dei lavoratori. Deve essere evidenziato il principio del potere delle masse (non del partito o dell'avanguardia). Il comunismo non può essere introdotto o realizzato da un partito. Soltanto il proletariato nel suo insieme può farlo. Comunismo significa che i lavoratori hanno preso nelle loro mani il proprio destino; che hanno abolito il lavoro salariato; che, con la soppressione dell'apparato burocratico, hanno unificato i poteri legislativo ed esecutivo. L'unità dei lavoratori non sta nella fusione irrinunciabile di partiti o sindacati, ma nella omogeneità dei loro bisogni e nella traduzione degli stessi in azione di massa. Tutti i problemi dei lavoratori devono quindi essere guardati in relazione alla progressiva azione autonoma delle masse.

È sbagliato dire che lo spirito non battagliero dei partiti politici è dovuto ai cattivi propositi o al riformismo dei capi. I partiti politici sono impotenti. Essi non faranno nulla, perché non possono fare nulla. Il capitalismo, a causa della sua debolezza economica, si è organizzato per la repressione e il terrore ed è al momento politicamente molto forte, perché costretto a esercitare ogni suo sforzo per l'autoconservazione. L'accumulazione di capitale, esorbitante in ogni parte del mondo, ha ridotto i margini di profitto - un fatto che, nelle politiche estere, si manifesta attraverso le contraddizioni tra nazioni, e in quelle interne, attraverso la "svalutazione", la concomitante espropriazione parziale delle classi medie e l'abbassamento del livello di sussistenza dei lavoratori; in generale la centralizzazione del potere di grandi aziende capitalistiche nelle mani dello Stato. Contro questo potere centralizzato i piccoli movimenti sono impotenti.

Solo le masse possono combattere perché solo esse possono distruggere il potere dello stato e diventare una forza politica. Per questo motivo la lotta basata sulle organizzazioni corporative diventa oggettivamente obsoleta e deve essere sostituita da grandi movimenti di massa, svincolati dai freni di tali organizzazioni.

Tale è la nuova situazione che i lavoratori hanno di fronte. Ma da essa scaturisce una debolezza reale. Dal momento che i vecchi metodi di lotta per via elettorale e di circoscritte attività sindacali è diventato abbastanza inutile, si è spontaneamente sviluppato un nuovo metodo, è vero, ma tale metodo non è stato ancora applicato coscientemente, e quindi non efficacemente. Le masse, quando i loro partiti e i sindacati sono impotenti, cominciano immediatamente a manifestare la loro militanza attraverso scioperi selvaggi. 

1936-lavoratori-francesi-in-sciopero.jpgIn America, Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Polonia – si sviluppano scioperi selvaggi, e attraverso di loro le masse danno ampia prova che le loro vecchie organizzazioni non sono più in adatte alla lotta. Gli scioperi selvaggi non sono, tuttavia, disorganizzati, come parrebbe suggerire il nome. Sono denunciati come tali dai burocrati sindacali, perché sono scioperi fatti al di fuori delle organizzazioni ufficiali. Sono gli scioperanti stessi a organizzare lo sciopero, perché è una vecchia verità che i lavoratori possono lottare e vincere solo in quanto massa organizzata. Essi formano picchetti, provvedono a espellere i crumiri, a organizzare il sostegno agli scioperanti, creano relazioni con altre aziende. In una parola, essi si assumono la guida del loro sciopero, e lo organizzano su base di fabbrica.

È in questi stessi movimenti che gli scioperanti conseguono la loro unità di lotta. È in tali casi che prendono il loro destino nelle proprie mani e unificano "il potere legislativo ed esecutivo", eliminando i sindacati e i partiti, come mostrato da diversi scioperi in Belgio e Olanda.

Ma l'azione di classe indipendente è ancora debole. Che gli scioperanti chiedano ai sindacati di unirsi a loro, invece di continuare la loro azione autonoma verso l'allargamento del loro movimento, è un indizio che, nelle attuali condizioni, tale movimento non può crescere ulteriormente, e per questo motivo non può ancora diventare una forza politica in grado di combattere il grande capitale. Ma è un inizio.

Fontseré , 02Di tanto in tanto, però, la lotta indipendente fa un grande balzo in avanti, come con gli scioperi dei minatori asturiani nel 1934, dei minatori belgi nel 1935, gli scioperi in Francia, Belgio e America nel 1936, e la rivoluzione catalana nel 1936. Queste sollevazioni sono la prova che una nuova forza sociale si sta imponendo tra i lavoratori, sta sorgendo la loro leadership, sta assoggettando le istituzioni sociali alle masse ed è già in marcia.Gli scioperi non sono più semplici interruzioni del processo di formazione dei profitti o semplici perturbazioni economiche. Lo sciopero indipendente ha la sua forza e importanza nell'azione dei lavoratori come classe organizzata. Il proletariato crea gli organi che regolano la produzione, la distribuzione, e tutte le altre funzioni della vita sociale attraverso un sistema di comitati di fabbrica e di consigli dei lavoratori che si estende su vaste aree. In altre parole, l'apparato amministrativo civile è privato di ogni potere, e si stabilisce la dittatura del proletariato. Così, l'organizzazione di classe nella vera e propria lotta per il potere è al tempo stesso l'organizzazione, il controllo e la gestione delle forze produttive dell'intera società. È il fondamento dell'associazione dei produttori e dei consumatori liberi ed eguali.

Questo, quindi, è il pericolo che il movimento di classe indipendente arreca alla società capitalistica. Scioperi selvaggi, anche se apparentemente di poca importanza, sia su piccola che grande scala, sono il comunismo embrionale. 

Un piccolo sciopero selvaggio, diretto com'è da lavoratori e nell'interesse dei lavoratori, mostra su piccola scala la natura del potere proletario futuro.

Un raggruppamento di militanti deve essere messo in moto dalla consapevolezza che le condizioni di lotta rendono necessario unire nelle mani degli operai il "potere legislativo ed esecutivo". Essi non si devono compromettere in questa situazione: tutto il potere ai comitati di azione e ai consigli dei lavoratori. Questo è il fronte di classe. Questa è la strada verso il comunismo. Il compito dei militanti è rendere i lavoratori coscienti dell'unità tra forme organizzative di lotta, dittatura di classe, e struttura economica del comunismo, con l'abolizione del lavoro salariato.

I militanti che si fanno chiamare "avanguardia" hanno oggi lo stesso punto debole che caratterizza in questo momento le masse. Essi credono ancora che i sindacati o questo o quel partito devono dirigere la lotta di classe, anche se con metodi rivoluzionari. Ma se è vero che si stanno approssimando lotte decisive, non è sufficiente affermare che i dirigenti sindacali sono dei traditori. 

È necessario, in particolare oggi, formulare un piano per la composizione del fronte di classe e la definizione delle sue forme organizzative. A tal fine deve essere assolutamente combattuto, il controllo da parte dei partiti e dei sindacati. Questo è il punto cruciale nella lotta per il potere.

 

NOTE

 

[1] AFL. American Federation of Labor, era la maggiore organizzazione sindacale americana nella prima metà del secolo scorso, un accomodante raggruppamento di sindacati di mestiere, contrario all'immigrazione di lavoratori stranieri.

 

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