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24 luglio 2009 5 24 /07 /luglio /2009 11:40
Maggio 68: sotto le pieghe della bandiera nera

Maurice Joyeux


Ho sotto gli occhi il numero speciale di Le Monde Libertaire e non posso impedirmi di trascrivere le prime frasi dell'editoriale che scrissi allora, con il titolo a cui ho dato oggi a quest'articolo: "I distinti  teorici sono caduti con il culo a terra, avevano annerito le pagine delleriviste specializzate per spiegarci il processo di evoluzione che, infallibilmente, avrebbe condotto il proletariato dalle fabbriche  ad una presa di coscienza della sua alienazione. Avevano discusso sull'unione dei lavoratori e delle classi medie, sulle virtù dello strumento parlamentare, sui nuovi valori morali che si stavano evidenziando dalla società industriale. Un pugno di giovani con la testa piena di sogni generosi, il cuore enorme, sono usciti tumultuosamente dalla loro scuola e tutta questa prosa sapiente è apparsa in piena luce con il suo carattere derisorio".

 

Sì, le organizzazioni classiche del movimento operario, dall'estrema sinistra alla sinistra accademica, caddero con il culo a terra! Anche noi d'altronde! La Federazione anarchica si dibatteva allora in difficoltà diventate classiche e che consistevano una volta di più a far fronte a degli elementi desideranti, attraverso il marxismo, politicizzare il nostro movimento. Dei militanti, che formano un gruppo alla facoltà di Nanterre, erano usciti dall'organizzazione e costituivano, insieme ad altri, essi stessi in dissidenza con le loro organizzazioni, il gruppo 22 marzo. Due riviste, "Socialisme ou Barbarie" e poi "L'Internationale situationiste" li segnarono profondamente.

Questa "dissidenza" in cui certi vollero vedere una scissione che non riguardò che una quindicina di militanti, era nata dal rifiuto da parte della Federazione anarchica di accettare un programma basato sulla "pianificazione" che rompeva con il federalismo e che raggiungeva il materialismo storico di cui d'altra parte tutti gli "anarchici" del gruppo del 22 marzo facevano il loro piatto forte e che si reclamavano palesemente alle opere giovanili di Marx. Se si dà un'occhiata a quel che alcuni sono diventati o meglio ancora a quanto essi scrivono ancora oggi, quando sono rimasti nel movimento anarchico, si ha il diritto di sorridere!

È vero, e l'ho scritto nel mio libro sulla rivolta della gioventù; che avremmo dovuto essere più attenti a questo movimento giovanile che, dopo la liberazione, contestava le organizzazioni classiche, comprese le organizzazioni dell'estrema sinistra.

Questo stato di spirito era già stato percepito attraverso gli Alberghi della Gioventù, attraverso le organizzazioni di giovani in lotta contro la guerra d'Algeria, attraverso il movimento Cittadini del mondo, animato da Garry Davis, attraverso la rivolta degli studenti comunisti contro il loro partito, che abbiamo sostenuto al quartiere latino così come abbiamo sostenuto tutte le altre rivolte della gioventù. Tuttavia, come tutti gli altri, perdemmo il treno!

Credo che fummo confrontati con un triplo problema che non sapemmo risolvere.

La Federazione anarchica viveva sulle acquisioni teoriche risalenti all'ultimo secolo e tutti gli sforzi di rinnovamento si urtavano con un conservatorismo tradizionale delle organizzazioni che hanno una lunga storia. Dei giovani intellettuali si erano resi conto di questa stagnazione e sognavano di introdurre presso noi i principi di un'economia marxista supposta incontestabile, che aveva conquistato l'Università. Quando si sarebbe dovuto trarre da noi stessi, cioè dai nostri principi, gli elementi di una evoluzione teorica necessaria, sognarono di sposare insieme la morale e l'arte di vivere degli anarchici con il materialismo dialettico, il che portava forzatamente ad un vicolo cieco l'uno dipendendo dall'altro. Coloro che tentarono di introdurre  questo rinnovamento nei nostri ambienti e che facevano parte insieme a Maurice Fayolle e alcuni altri compagni  al gruppo Louise Michel, si scontrarono allora con il pericolo di politicizzazione della Federazione anarchica e si dimisero. Ma se è vero che salimmo sul treno in marcia fummo presenti durante l'intero mese di questo maggio di contestazione.

È dopo il galà del gruppo Louise Michel, alla Mutualité, in cui per la prima volta Léo Ferré cantò la sua canzone les anarchistes, che i militanti risalendo verso rue Gay-Lussac si batterono tutta la notte a fianco degli studenti. Vedemmo la Federazione anarchica con le sue bandiere nere alla testa dell'immenso corteo che attraversò Parigi  da la Répubblique a Denfert-Rochereau. Durante l'occupazione della Sorbona, i suoi militanti si installarono in una serie di edifici che davano su rue St-Jacques. Erano presenti la notte in cui i CRS tentarono di asfissiare gli occupanti e quelli che erano presenti si ricordano di Suzy Chevet e delle militanti che lanciavano i secchi d'acqua nel cortile per far cadere i gas. Furono sulle barricade, erano alla Borsa quando essa fu incendiata, erano a Charlety... Per parte mia, partecipavo a numerosi incontri anarchici, ad Assas con Morvan Lebesque e Maurice Laisant, alla Sorbona, a Censier, ecc.

Abbiamo corso, abbiamo parlato, poi abbiamo riflettuto su questa "festa" che ci portava non sapevamo dove, condotta da non sapevamo chi! Ed è da questa esperienza che la Federazione anarchica decise di non partecipare a dei moviemnti di massa nella misura in cui non fosse stata informata degli scopi e del carattere degli organizzatori. Poi la "festa" terminò.

 

Cosa ne resta?

 

Gli uomini, innanzittutto? Gli uomini sono gli uomini, la maggior parte sono stati recuparati, sia da partiti sia da professioni nobili e maggio 1968 non è più per essi che un ricordo che si racconta tra il dolce e la frutta.

 

Dove sono tutti quei giovani che giudicavano la Federazione anarchica troppo organizzata, troppo centralizzata? Dopo aver gettato la loro rabbia in faccia a papa, al professore ed alla società, sono incappati nella Federazione anarchica e sono andati a riconvertirsi nei partiti o in organismi di Stato su cui vomitavano. Sì, gli uomini sono gli uomini ma noi siamo sempre qui, nella lotta libertaria!

Per le idee, è un'altra cosa. Maggio 68 ha assestato un colpo fatale all'ideologia dei partiti di sinistra ed alla loro teoria marxista. Contestando il marxismo ufficiale dei partiti politici e ripiegandosi sul Marx delle opere giovanili, maggio 68 ha messo in moto un processo irreversibile. Gli uomini si sono messi a riflettere e oggi Stalin, Lenin, Mao, Castro e molti altri hanno sgomberato il Pantheon rivoluzionario in cui si credevano installati per l'eternità allorché Marx è ridotto a dimensioni che sono quelle di tutti gli economisti del secolo XIX e nient'altro.

Infine, maggio 68 ha rovesciato i rapporti che gli uomini intrattenevano tra di loro e di tutte le formule meravigliose che i giovani inventarono, ce n'è una che ha superato il tempo delle barricade e che si rivela ogni giorno più vero, è quella che proclamava:


"Ce n'est qu'un début, continuons le combat!".

 

Maurice Joyeux

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:
Mai 68: sous les plis du drapeau noir

LINK interni al blog concernenti scritti di Maurice Joyeux:
Maurice Joyeux, Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS


LINK interni su Maurice Joyeux:
Jaqueline Lamant, Maurice Joyeux, 1910-1991

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Published by Ario Libert - in Eventi libertari
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23 luglio 2009 4 23 /07 /luglio /2009 06:45

Altro numero della grande rivista di satira politica, L'Assiette au Beurre, interamente dedicata a Jossot, singolare artista di cui ci abbiamo già pubblicato diversi numeri interamente disegnati  da lui. Abbiamo visto come Jossot odiasse l'ipocrisia dei ceti sociali abbienti, dei politici asserviti al sistema, in generale della violenza materiale e psicologica dell'uomo sull'uomo.

Questo numero invece ci presenta un volto apparentemente contraddittorio di Jossot, il suo lato moralistico quasi piccolo borghese, molto accentuato e di cui abbiamo visto molti esempi anche in alcune tavole dei precedenti numeri tradotti. Per Jossot, determinati atteggiamenti pur se comprensibili e spiegabili con l'abbrutimento a cui sono soggetti vasti strati sociali, non per questo vanno comunque tollerati e non denunciati.

Il Jossot moralista è molto severo con chi si fa del male e si rende così innocuo e ridicolo ma soprattutto intellettualmente inerte nei confronti della critica ai mali sociali e politici. Il ridursi a condizioni animali se non peggio è, per il grande misantropo caricaturista francese, una forma di ignavia da condannare e denunciare duramente ritraendo situazioni a volte realistiche a volte invece grottesche se non decisamente comiche.

 

Gli Ubriaconi





 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 


 

 

 

 


 

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

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19 luglio 2009 7 19 /07 /luglio /2009 15:10

Un altro importante saggio tratto da un'opera di Bernd Laska, che da molti lustri si dà molto da fare per valorizzare il reale apporto e l'influenza oggettiva di Max Stirner nei confronti di molti pensatori ottocenteschi. Un autore senz'altro poco prolifico ma che pur essendo stato letto e spesso esecrato non ha mancato di lasciare un suo profondo segno su tutti coloro che avrebbero voluto cancellarlo. Un vero esercizio di decostruzione a livello teoretico e di analisi di una ricezione a livello di sociologia della conoscenza. Non è poco.

 

Max Stirner - ancora e sempre un dissidente

Come Marx e Nietzsche hanno rimosso il loro collega Max Stirner e perché egli è loro egualmente sopravvissuto.

Bernd A. Laska

Max Stirner? Il filosofo piccolo borghese, redarguito ai suoi tempi già da Karl Marx? L'anarchico, l'egoista, il nichilista, il rozzo precursore di Nietzsche? Sì, proprio lui. Certo, malfamato nel mondo filosofico, che lo evoca tutt'al più marginanlmente, ma ancora oggi detentore della dinamite intellettuale che uno di coloro che giunsero dopo di lui pretese aver fabbricato.

È sufficiente pronunciare il suo nome perché appaiano delle formule come "Sono Unico", "Non vi è nulla al di sopra di Me", "Ho fondato la mia causa sul nulla", che lo hanno fatto passare per l'incarnazione dell'egoista senza genio, dell'ingenuo solipsista, ecc... Egli non è quindi del tutto dimenticato. Il suo libro "Der Einzige und sein Eigentum" (1844) ["L'Unico e la sua proprietà"] --Non ne ha scritti altri-- è ancora edito ai nostri giorni nella Reclams Universalbibliothek, come opera classica dell'egocentrismo, senza che nessuno lo consideri per questo tale.

Tuttavia -questa è in compenso la mia tesi- ecco giunto il tempo di Stirner. Si troverà forse la migliore spiegazione di quanto voglio dire, nella storia dell'influenza del suo libro, che si è esercitata in modo stranamente clandestino nei suoi periodi più ricchi di conseguenze e che è ancora oggi molto poco conosciuta. Essa permette egualmente di capire come e perché l'idea centrale e specifica di Stirner sia diventata veramente attuale soltanto un secolo e mezzo dopo la sua formulazione.

 

Stirner ha scritto il suo "Unico" nel contesto della filosofia giovane-hegeliana degli anni 40 del XIX secolo. Quest'ultima, se si esclude la critica biblica dei suoi inizi, ha tentato di sviluppare per la prima volta in Germania una teoria razionalista e atea coerente (la "vera" o "pura" critica) e una pratica razionalista (la "filosofia dell'azione"). I suoi teorici più rappresentativi furono Ludwig Feuerbach e Bruno Bauer, mentre, sul piano politico e pratico, Arnold Ruge e Moses Hess si distinguevano nella lotta per la democrazia e la giustizia sociale.

Max Stirner fu dapprima un membro piuttosto in disparte del gruppo di Bruno Bauer. Perciò la critica spietata dell'insieme del giovane-hegelismo presentata nel suo libro ("L'Unico"), sorprese tutti. Stirner non criticava, nella filosofia di Feuerbach e di Bauer -- come i numerosi avversari del Nuovo Razionalismo post hegeliano -- l'ateismo dei due vecchi teologi, ma piuttosto la mancanza di coerenza del loro pensiero. Essi erano indubbiamente giunti ad emanciparsi dal sistema totalizzante di Hegel, ma non ad abbandonare il "circolo magico del cristianesimo". Da qui il giudizio di Stirner: "I nostri atei sono persone pie!".

Coloro che egli aveva criticato in tal modo si accorsero perfettamente che Stirner era andato più lontano ed in modo coerente, sul loro cammino, il cammino della critica. E se ammirarono la sua audacia, si spaventarono del suo risultato, che essi considerarono come un nichilismo morale.

Affascinati in privato - Feuerbach scrisse a suo fratello che Stirner era "lo scrittore più geniale e più libero che avesse mai conosciuto", mentre Ruge, Engels e altri si mostrarono egualmente spontaneamente impressionati -- essi adottarono pubblicamente un atteggiamento difensivo e scelsero di mantenere la loro distanza o il silenzio: questa avanguardia intellettuale reagì in modo ambiguo e tattico verso l'opera più audace delle sue teste. Nessuno volle fare con Stirner questo passo al di là del Nuovo Razionalismo -- un pensiero razionalista non doveva sfociare sul nichilismo. E ci si allarmò al punto di non vedere che Stirner aveva già aperto delle strade "al di là del nichilismo".

La reazione difensiva di fronte alle idee stirneriane caratterizza egualmente la maggior parte della storia della recezione, composta allo stesso tempo di re(-pulsione e di de-)cezione, di L'Unico. Tanto per cominciare, l'opera cadde nell'oblio per mezzo secolo, è soltanto negli anni Novanta del XIX secolo che Stirner conobbe una rinascita che proseguì nel secolo successivo, tuttavia, sempre all'ombra di Nietzsche, il cui stile e la retorica "Dio è morto", "Io, il primo immoralista", ecc., affascinarono tutti.

Alcuni pensatori intuirono tuttavia molto bene che Stirner, benché passante per un predecessore limitato di Nietzsche, era in effetti il più radicale dei due. Ciò non di meno, essi si sottrassero dal confrontarsi pubblicamente con lui. Edmund Husserl parla ad esempio, in un passaggio isolato, della "potente tentazione" che rappresenta L'Unico - e non lo cita nemmeno una sola volta nei suoi scritti. Carl Schmitt, sconvolto dalla sua lettura quando era giovane, non ne fece parola sino al giorno in cui, nel 1947, nella disperazione e l'abbandono di una cella di prigione, Stirner venne di nuovo ad ossessionarlo. Rudolf Steiner, che fu all'inizio un pubblicista razionalista impegnato, si entusiasmò spontaneamente per Stirner ma, accorgendosi presto che questi lo "conduceva nell'abisso", si volse verso la teosofia. In quanto agli anarchici, essi si tennero silenziosamente a distanza (Proudhon, Bakunin e Kropotkin) o ebbero con lui una relazione perpetuamente ambigua (Landauer).

Ritroviamo questo rifiuto inorridito, di un pensiero percepito come abissalmente diabolico in L'Unico, presso eminenti filosofi del nostro tempo. Per Leszek Kolakowski, Stirner, accanto a cui "Nietzsche stesso sembra debole e incoerente", è certo irrefutabile, ma bisogna ad ogni costo colpirlo di anatema, perché egli distrugge "il solo strumento che ci permetta di fare nostri dei valori: la tradizione". La "distruzione dell'alienazione" a cui egli aspira, "il ritorno all'autenticità, non significherebbe altra cosa che la distruzione della cultura, il ritorno all'animalità... ad uno statuto preumano". E Hans Heinz Holz ci mette in guardia: "L'egoismo stirneriano, se fosse messo in pratica, condurrebbe all'autoannientamento della specie umana".

È possibile che sia un'angoscia apocalittica di questo genere che abbia spinto il giovane Jürgen Habermas ad anatemizzare in termini frenetici "l'assurdità della frenesia stirneriana" e a non citarlo mai più in seguito, anche quando tratta di giovane-hegelismo. Adorno, che doveva vedersi, alla fine della sua carriera di pensatore, "riportato al punto di vista" -- prestirneriano -- "del giovane hegelismo", annotò un giorno in modo oscuro che Stirner era colui che aveva veramente "tradito il segreto", ma non troviamo una sola parola su di lui in tutta la sua opera. Mentre Peter Sloterdijk non nota nulla a proposito e si limita a scuotere la testa constatando che il "geniale" Marx ha "lasciato libero corso alla sua irritazione a proposito di un pensiero in fin dei conti così semplice come quello di Stirner in diverse centinaia di pagine".

Dunque, Karl Marx: la sua reazione merita, come quella di Nietzsche, di essere sottolineata in ragione dell'influenza che essa ha avuto su tutta un'epoca. Nell'estate del 1844, Marx vedeva ancora in Feuerbach "il solo pensatore che abbia compiuto una vera rivoluzione teorica", ma l'apparizione di L'Unico, nel mese di ottobre dello stesso anno, fece vacillare questa convinzione, perché avvertì molto chiaramente la profondità e la portata della critica di Stirner. Mentre altri, tra cui Engels, cominciarono ad ammirare Stirner, Marx vide in lui sin dall'inizio un nemico che conveniva annientare.

Considerò dapprima di scrivere un resoconto critico di L'Unico, ma abbandonò presto questo progetto e decise di aspettare la reazione degli altri (Feuerbach, Bauer). Nel suo libro "La sacra famiglia -- contro Bruno Bauer e consorti" del marzo 1845, egli risparmiò dunque Stirner. Nel settembre del 1845, apparve la critica di L'Unico di Feuerbach e la superba replica di Stirner. Marx, sentendosi provocato ad intervenire in persona, interruppe importanti lavori in corso e si precipitò su L'Unico. La sua critica, intitolata San Max, grondante di inventive contro "il più povero dei cervelli filosofici", divenne infine più voluminosa di L'Unico stesso. Tuttavia sembra che, terminato il manoscritto, Marx abbia di nuovo esitato nelle sue riflessioni tattiche e, in fin dei conti, la critica di Stirner rimase inedita.

Il risultato di questa spiegazione gestita in privato con Stirner fu che Marx si allontanò definitivamente da Feuerbach e costruì una filosofia che, contrariamente a quella di quest'ultimo, doveva essere immunizzata contro la critica stirneriana -- si trattava del materialismo storico. Sembra tuttavia aver considerato ancora a questa data la sua nuova teoria come provvisoria, perché egli la lasciò anch'essa, come il suo San Max, nel cassetto. Volendo evitare ad ogni costo una discussione pubblica con Stirner, egli si tuffò nella vita politica, nelle lotte contro Proudhon, Lassalle, Bakunin, ecc. È così che egli giunse a evitare completamente il "problema Stirner" -- sia a livello psicologico sia a quello della storia delle idee.

Il significato storico del lavoro di rimozione di Marx diventa chiaro quando si esamina il modo in cui i marxologi di ogni sfumatura hanno visto Stirner e apprezzato la sua influenza su Marx. Essi hanno adottato senza il minimo spirito critico ed in modo sorprendentemente unanime il modo di vedere di Engels nella sua opera di volgarizzazione "Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca", pubblicato nel 1888. Engels vi parla in modo puramente episodico di Stirner come di un "caso curioso" nel "processo di disgregazione della scuola hegeliana", lodando Feuerbach per averlo superato.

Questo modo di presentare le cose, benché grossolanamente falso sia dal punto di vista della cronologia quanto di quello dei fatti, fu subito generalmente accettato e lo restò anche dopo l'apparizione del San Max di Marx nel 1903. Benché le reazioni di Marx a L'Unico di Stirner possano essere documentate in modo convincente e dettagliate, non vi sono stati sino ad oggi che pochi rari autori -- come Henri Arvon o Wolfgang Essbach -- per trattare del ruolo decisivo di Stirner nell'elaborazione della concezione del materialismo storico di Marx e procedere ad una riabilitazione senza entusiasmo del primo non mettendo in questione la superiorità ben consolidata del secondo. Malgrado ciò, questi stessi lavori sono stati ignorati per decenni e non li si discute che ben poco, e con esitazione, negli ambienti specialistici.

Si può dire, riassumendo, che alla rimozione primaria di Stirner da parte di Marx (a livello psicologico e della storia delle idee) è seguita una rimozione secondaria, attraverso cui i marxologi di ogni tendenza hanno automaticamente fatto sparire contro ogni evidenza, la rimozione primaria marxiana (in ultimo luogo, ed in modo molto impressionante, è il caso di Louis Althusser), risparmiandosi allo stesso tempo di dover procedere contro la loro.

Friedrich Nietzsche, il secondo grande "vincitore" di Stirner, è nato l'anno (e il mese stesso) dell'apparizione di L'Unico. Tuttavia, il giovane-hegelismo nel suo insieme era già considerato dappertutto, dal tempo della sua giovinezza, come una filosofia mancante di serietà, come le elucubrazioni di alcuni maestri di conferenza cacciati dall'Università e di giornalisti chiassosi prima delle giornate del marzo del 1848. Il giovane Nietzsche quindi, disgustato dalla "senilità" dei suoi condiscepoli, vantò in una lettera questi stessi anni '40 come "un'epoca di grande attività dello spirito", a cui gli sarebbe piaciuto partecipare. Il contatto diretto con un veterano giovane-hegeliano orientò così il futuro filosofo. Nel mese di ottobre 1865, Nietzsche incontrò a lungo ed intensamente Eduard Mushacke, un vecchio membro della cerchia di Bruno Bauer, che era stato legato da amicizia con Stirner. Questo incontro ebbe come immediata conseguenza una profonda crisi intellettuale e la decisione panica di "volgersi verso la filosofia e Schopenhauer". [per più ampi dettagli vedere La crisi iniziale di Nietzsche].

Nietzsche ha tentato con un certo successo di cancellare le tracce dirette di questa svolta intellettuale decisiva -- cosa che dà un peso ancor più grande a quelle che ci restano.

Benché, nel caso di Nietzsche, le cose si presentino in tutti i loro dettagli (compreso dal punto di vista della giustificazione positiva), diversamente da Marx, si possono constatare tuttavia delle similitudini fondamentali nell'evoluzione intellettuale di questi due pensatori la cui influenza doveva essere basilare: il confronto con Stirner nella loro giovinezza; la rimozione (primaria) e l'edificazione di una nuova filosofia rafforzante una corrente ideologica iniziante nella loro epoca prima di diventare popolare, perché fa naufragare la spiegazione (formalmente in sospeso e reclamata da Stirner) con i problemi di fondo del progetto moderno, e cioè "il modo in cui l'uomo può uscire dalla sua minorità", pur suggerendo una soluzione pratica accessibile.

Come per Marx, una rimozione secondaria collettiva seguì alla rimozione primaria -- quella della ricerca nietzschiana di ogni tendenza, ma si espresse tuttavia sotto forme più sottili. Non si esitò a comparare delle dichiarazione di Stirner e di Nietzsche -- per concludere che Stirner era o non era un precursore di Nietzsche. Fu anche risposto positivamente alla domanda se Nietzsche avesse avuto conoscenza di L'Unico, senza che si giungesse ad una conclusione.

La tesi più estrema, quella di Eduard von Hartmann, vuole che Nietzsche avesse plagiato Stirner. Ma coloro che avevano compreso il vero apporto di Nietzsche, tacquero.

 

I filosofi, nella misura in cui furono dei razionalisti, furono sempre dei dissidenti. Malgrado ciò, prima o poi e molto spesso dopo la loro morte, il loro insegnamento fu integrato nel corpus della storia delle idee. Contrariamente ad ogni evidenza, ciò non è stato sinora il caso per il critico razionalista del razionalismo che fu Stirner. Contrariamente a Marx e a Nietzsche, egli è rimasto sino al nostro tempo, che si crede post-ideologico e non conosce effettivamente più dissidenza intellettuale, un vero dissidente -- un dissidente di lunga durata.

È da questa provocazione che deriva il valore euristico del suo "Unico" per l'epoca attuale e la sua attualità. Lo studio attento di quest'opera e della sua influenza possono aiutarci a comprendere lo strano declino che ha conosciuto il progetto razionalista nel corso degli ultimi centocinquanta anni -- e forse con ciò stesso incitare alla sua rianimazione.

Razionalismo -- consideriamo quasi obbligatoriamente colui che, ai nostri giorni, vuole costituire questo concetto in un argomento attuale, un ingenuo non avente alcuna nozione della storia delle idee. Non siamo da molto tempo "illuminati", soprattutto sul razionalismo stesso? Non appartengono esse ad un'epoca trascorsa e non abbiamo da molto tempo riconosciuto le loro contraddizioni? Dal momento che esse hanno generato, in modo attivo e reattivo allo stesso tempo, sulla base di un'immagine apparentemente ottimista ma fondamentalmente falsa dell'uomo, le ideologie assassine che hanno portato alle catastrofi del XX secolo.

Tutti coloro che hanno voluto continuare nel XX secolo il progetto razionalista del XIX secolo, hanno accettato questa lezione -- compreso coloro che, negli anni Trenta hanno concepito una "teoria critica della società" ispirata a Marx e Freud, poi l'hanno silenziosamente abbandonata pochi anni dopo per finire con il pensare che una "dialettica" fatale era inerente ad ogni razionalismo.

La proclamazione dell'epoca postmoderna ha rapidamente posto un termine alle ultime ambizioni razionaliste che per un po' si fecero ancora sentire ed effettuarono un breve sfondamento nel 1968. Il progetto moderno di razionalismo, già screditato e fuori moda, doveva essere definitivamente congedato nominalmente e si riesumò così il bilancio di secoli di razionalismo: siamo oramai illuminati sul fatto che l'uomo non può essere illuminato. L'uomo nuovo, che si tratti di quello di Marx o quello di Nietzsche, non è stato creato, è il vecchio Adamo che trionfa. Oramai, ogni appello alla creazione di un uomo nuovo è malvisto, cioè considerato come molto pericoloso.

Le cose sono effettivamente tali che ogni intenzione di riattualizzazione del progetto razionalista è oggi soffocato sul nascere per il fatto che le idee portatrici degli ultimi pensatori razionalisti avendo agito sulle masse -- e cioè Marx e Nietzsche -- sono state fondamentalmente svalorizzate dalle esperienze storiche del XX secolo. Il loro fallimento ha fatto scoraggiare coloro che non possono semplicemente credere, di fronte all'onnipresente irrazionalismo, che l'umanità -- e non fosse che nella sua parte più progredita -- sia già "uscita dal suo stato di minorità" e che l'ultima parola sia stata detta sulle possibilità della ragione umana.

Malgrado ciò, il fallimento delle idee razionaliste sinora dominanti offre anche un'opportunità. Ora che il prestigio di Marx e di Nietzsche è svanito, dovrebbe essere possibile ritornare nel luogo della storia delle idee, sinora coscienziosamente evitato, in cui ha cominciato questa evoluzione errata -- e cioè i dibattiti razionalisti radicali dei giovani hegeliani degli anni Quaranta dell'Ottocento, da cui nacquero innanzitutto le idee di Stirner, poi -- soprattutto in reazione ad esse -- quelle di Marx e di Nietzsche.

* * *

Stirner rimproverò ai razionalisti radicali del suo tempo di aver soltanto "ucciso Dio" e soppresso l'"aldilà fuori di noi", mentre essi conservavano, in quanto "pii atei" qual erano, il fondamento dell'etica religiosa, l'"aldilà in noi", trasponendolo semplicemente sotto una forma secolarizzata. Mentre non ci libereremo delle nostre millenarie catene solo quando quest'ultimo "aldilà" sarà anch'esso scomparso.

Con l'"aldilà in noi", Stirner intendeva molto precisamente l'istanza psicologica per la quale Freud creò nel 1923 la parola pertinente di "super Io". Il super Io appare nell'individuo come il risultato principale dell'acculturazione del bambino. È in seguito il rifugio dei giudizi di valore che, generati all'inizio della vita in modo pre- e irrazionale, non possono più essere influenzati che in modo molto condizionale dalla ragione. Il super Io, benché considerato dall'individuo come il suo bene più personale, è lì incarnazione dell'eteronomia (vedi a proposito Die Negation des irrationalen Über-Ichs bei Max Stirner (La negazione del super Io irrazionale in Max Stirner).

Stirner pensava che lo stadio dell'evoluzione nel corso del quale un super-Io generato pre- e irrazionalmente governasse il comportamento degli uomini, sarebbe scomparso con il compimento della razionalità allo stadio del governo personale, cioè di una vera autonomia degli individui.

Questa idea non ha tuttavia suscitato sino ad oggi, ovunque sia stata udita, altro che vive reazioni di difesa- anche presso un razionalista come Freud, che voleva vedere il super Io ancorato alla biologia in modo fermo, irrevocabile ed eterno e che ha volgarizzato la psicanalisi con la formula "Là dove era l'Es, deve succedere l'io!" (N.B.: un io con super Io). E i pochi psicoanalisti che hanno tentato di prendere come tema l'alternativa "Là dove era il super Io, deve succedere l'io!", furono facilmente messi fuori gioco. Ma questo è un altro capitolo della storia del tutto non dialettica dell'auto-paralisi del razionalismo.

Titolo originale tedesco: Max Stirner -- Dissident geblieben
Apparso in tedesco in:



DIE ZEIT, Nr. 5, 27. Januar 2000, Seite 49

Tradotto dal tedesco in francese da Pierre Gallissaires


[Traduzione dal francese di Ario Libert]

LINK interni:

Bernd Laska, Il "Proprietario" di Max Stirner
Bernd Laska, La crisi iniziale di Nietzsche

Paul Chauvet, Max Stirner o l'estrema libertà
 

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Published by Ario Libert - in Filosofi libertari
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17 luglio 2009 5 17 /07 /luglio /2009 16:00

La Doma



Proseguiamo con l'approfondimento di una grande rivista di satira politico-sociale, L'Assiette au Beurre, i cui numeri illustrati da un solo autore, come quelli che abbiamo presentato sinora, sembrano proprio delle vere e proprie sequenze a fumetto dotati però di dascalie invece che dei più ortodossi baloons, o filatteri che dir si voglia.

Il presente numero interamente illustrato da Jossot rappresenta in una sequenza temporale in 16 quadri, come avveniva con altri autori di un passato non più recente già all'epoca di Jossot, penso soprattutto a Hogard e a Daumier, una vera e propria narrazione di una vita, fallita, ma sempre una vita, narrata dalla nascita alla morte, violente entrambe e contrassegnate da violenza fisica o morale per il suo intero decorso.

Il titolo di questo numero infatti non lascia scampo, l'esistenza secondo Jossot è scandita tutta da un processo continuo ed ininterrotto di doma, dalla famiglia, alle istituzioni educative al mondo del lavoro e delle relazioni sociali in generale.

Tutti i numeri illustrati da Jossot, persino quelli puramente umoristici, narrano di questo trionfo della violenza nell'esistenza umana, scoperte o meno che esse siano. Gli altri autori che abbiamo presentato, non sono comunque da meno. La vocazione di questi artisti che ebbero la fortuna di incontrarsi e spesso collaborare con questa grande rivista, possiede questo infatti di notevole, e cioè la loro opera quasi militante di demistificazione delle rappresentazioni ideologiche del sistema di dominio che si pretenderebbe addirittura democratico se non umanitistico e contrassegnato da civismo e progresso.
 






















 









 





































 

 

la doma, 012

 

 

 




 

 



 












 







[Traduzione di Ario Libert]

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16 luglio 2009 4 16 /07 /luglio /2009 08:20






Maurice Joyeux (1910-1991)


Non c'è momento più bello, di una barricata. È il simbolo degli Uomini liberi di fronte a coloro che vogliono opprimerli.


Maurice Joyeux nel 1947

L'assolutismo storico, malgrado i suoi trionfi, non ha mai smesso di urtarsi con un'esigenza invincibile della natura di cui il Mediterraneo, in cui l'intelligenza è sorella della dura luce, custodisce il segreto. I pensieri in rivolta, quelli della Comune o il sindacalismo rivoluzionario, non hanno smesso di gridare questa esigenza di fronte al nichilismo borghese come a quello del socialismo cesareo. Il pensiero autoritario, con il favore di tre guerre e grazie  alla distruzione fisica di un'elite di rivoltati, ha sommerso questa tradizione libertaria. Ma questa povera vittoria  è provvisoria, la lotta dura ancora.


Albert Camus, l'uomo in rivolta


 

È in occasione  della manifestazione contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, il 23 agosto del 1927, che Maurice Joyeux incontra il movimento libertario. Due militanti lo sottraggono dalla carica della Guardia repubblicana. Li segue sino a rue Pait, a Belleville alla sede dell'Unione anarchica rivoluzionaria di cui Louis Coin faceva parte. Aveva allora diciasette anni.

 

Di quest'epoca parla così oggi: "Il mio spirito era stato nutrito da una lettura che era in parte rivoluzionaria. Avevo nella mia famiglia sentito parlare di una grande parola che era il socialismo. Avevo uno spirito romantico, pensavo che bisognava salvare il mondo, fare la rivoluzione. Non avevo ancora un'opinione ben precisa di quel che dovevano essere le strutture di una società senza classi, sono rimasto così per mesi interi cercando in me quale poteva essere la traduzione pratica di questi pensieri che mi assediavano. Tuttavia avevo un sentimento profondo. Ero sulla soglia anche di decisioni che avrebbero fatto di me un militante anarchico. Volevo che gli uomini fossero eguali in tutto, così come avevo sentito parlare nei movimenti operai".

 


 


Maurice joyeux è nato il 19 gennaio 1910 da una famiglia di operai relativamente benestanti.

 

Militante socialista, suo padre era segretario del deputato di Levallois, Jean Bon,. Sua madre, una brava donnina energica e meravigliosa si occupava di tintoria, ma era anche segretaria di Cochon, il fondatore della Fédération des locataire [Federazione degli inquilini] che, di notte, aiutava ad abbandonare furtivamente l'alloggio coloro che non potevano pagare. Questa solidarietà, questa lotta quotidiana della piccola gente hanno sicuramente segnato l'infanzia di Joyeux e determinato il suo atteggiamento successivo.

 

Suo padre verrà ucciso nella battaglia della Marne e sua madre, Rosine, si risposerà con Alfred Liron, anch'egli militante socialista. È questi che lo formerà, orientandolo verso i movimenti operai, gli darà il suo spirito di indipendenza.

 

Più tardi, nei suoi libri, Joyeux assumerà lo pseudonimo di Liron ogni volta che farà intervenire il suo personaggio. Guidato da Liron, a nove anni, Joyeux partecipa per la prima volta ad una manifestazione. Si tratta della commemorazione, nel 1919, dell'assassinio di Jaurès.

 

Quando ha quatordici anni, la sua famiglia lascia Parigi e si trasferisce a Deauville. È apprendista fabbro. È la sua prima esperienza nel mondo del lavoro. È anche la sua prima rivolta.

 

Rompe una costola al suo padrone che voleva picchiarlo. È condannato ad una multa di 1000 franchi. Questa volta, così come anche in seguito, Rosine paga il conto. È un avvenimento importante nella vita di Joyeux perché per la prima volta, vittima di un'ingiustizia, misura la debolezza delle istituzioni di fronte al potere.

 

Dopo Brest, Rouen, farà ritorno a Parigi.

 


Sin da quest'epoca, prende la decisione di non dipendere più da qualcuno.


A diciotto anni, per liberarsi il più rapidamente possibile dagli obblighi militari anticipa la sua chiamata alle armi. In Marocco, dove deve fare i suoi diciotto mesi, la sua ribellione contro i soprusi stupidi e gratuiti lo conducono in prigione.

 

Se ne farà tre anni e verrà tradotto due volte davanti al Consiglio di guerra.

 

Non è che l'inizio. In tutto Joyeux resterà per dieci anni in prigione. Vi rientra infatti nel 1933, a Fresnes, per aver partecipato ad una manifestazione organizzata da immigrati polacchi. Questa avventura sarà alla base del suo romanzo Le consulat Polonais [Il consolato polacco].

 

Ritorna in prigione, a Montluc, vicino a Lione, questa volta per non aver risposto alla ingiunzione di mobilitazione. Organizza una rivolta (1941), quest'ultima riesce ma è catturato e condannato a venti anni di reclusione.

 

Nel suo secondo romanzo, Mutinerie a Montluc [Rivolta a Montluc] leggiamo: "Quando è continuità piuttosto che rottura, la detenzione diventa un elemento costruttivo di un tutto che chiamiamo vita... La detenzione consolida le certezze".

 

È in prigione, in quelle prigioni che Jules vallès definiva come le grandi università Popolari, che Joyeux scopre e studia Proudhon, Bakunin, Marx, Kropotkin, Stirner, Malatesta, Reclus che completeranno la sua conoscenza della letteratura popolare e sociale (Hugo, Zola, London, ecc.).

 

Sarà libraio. Afferma inoltre: "Nel corso della mia esistenza e nelle prigioni in cui mi sono trovato, ho sempre fatto il necessario per conservare la mia dignità, sono sempre stato tanto lontano quanto tranquillo nel difenderla, però mai troppo lontano dal continuare a difenderla".

 

Quando nel 1932, durante la grande crisi economica, è tra le migliaia di disoccupati parigini, conosce gli asili notturni, la zuppa popolare, la canzone di strada, è la ricerca della dignità, alleata alla rivolta ed al senso della solidarietà che lo spinge ad aderire al Comitato dei disoccupati.


È l'inzio della sua azione sindacale. Incontra tutte le componenti del movimento operaio: comunisti, trotskisti, pacifisti, libertari.


Partecipa al Congresso antifascista di Pleyel nel 1933, a quello di Huygens nel 1934 dopo aver aderito alla CGT-U. È sempre più attaccato al movimento sindacale, all'unità sindacale ma nient'affatto all'unità politica: "L'unità politica, è per molti impossibile, per me non è augurabile e poi sono indifferente a quest'unità politica", dirà.


Sin dal 1936, Joyeux aderisce all'Unione anarchica. Dopo la scissione del 1947 aderisce alla CGT-Force ouvrière. Le sue idee sull'anarchismo e l'anarco-sindacalismo sono sviluppate in Autogestion, gestion directe, gestion ouvrière [1]


Nel 1945, uscito di prigione, Joyeux si dà per obiettivo la ricostruzione della Fédération anarchiste. Lo farà con Vincey, i fratelli Lapeyre ed una militante che diventerà anche la sua compagna Suzy Chevet.


La federazione anarchica si struttura, si dà i mezzi di propaganda. Dei gruppi si creano come quello del XVIII, il gruppo Louise Michel a cui appartengono sempre Joyeux e che fu anche opera di Suzy. I militanti si impegnano nelle organizzazioni sindacali,nelle organizzazioni umanitarie: Lega dei diritti dell'Uomo, Libero pensiero. Un settimanale "Le Libertaire", sarà sostituito da "Le Monde Libertaire", giornale della Federazione anarchica. La libreria diventata troppo piccola, si trasferire a rue Amelot. E infine, la Federazione adatta i suoi mezzi di lotta alle nuove tecnologie ed è la creazione di Radio libertaire con tutte l edifficoltà ben note. Incredulo, Jpyeux parteciperà tuttavia con emozione alla prima emissione nel settembre del 1981.


Dell'organizzazione Joyeux dice: " La strategia di un gruppo rivoluzionario consiste nel preservare l'organizzazione perché è essa che compie il patto del messaggio rivoluzionario che certi uomini avevano formulato piùù o meno tanto tempo fa. È quel che fa la Federazione anarchica da trent'anni e deve continuare a fare, per testimoniare innanzitutto, proporre in seguito, quando il vecchio mondo andrà in frantumi. Ecco quale deve essere la strategia di un gruppo rivoluzionario perché il tempo porta tutto via... Essere presenti, ecco la tattica che ogni movimento rivoluzionario, l'organizzazione anarchica in particolare, deve seguire", (tratto da: Ce que je crois, 1984).


Maurice joyeux ha, inoltre, dedicato un opuscolo alla storia della Federazione anarchica: "L'Idra di Lerna", apparsa presso le Editions di Monde Libertaire, nel 1967. Parallelamente alla lotta per il mantenimento dell'organizzazione, Joyeux ha sempre denunciato gli allineamenti dei rivoluzionari, in nome del realismo, alle concezioni economiche dell'avversario.


In L'Anarchie et la societé moderne, del 1969, egli scrive: "Prima ancora di determinare il mezzo per instaurare una società diversa, prima  ancora di definire il profilo di questa società senza classi, è essenziale determinarne la struttura di base, senza che le lotte sono improduttive e le costruzioni teoriche sogni fumosi. La rivoluzione è innanzitutto la soppressione dell'ineguaglianza economica perché soltanto questa soppressione condiziona la trasformazione di una società millenaria. Tutti coloro che ammettono l'ineguaglianza, qualunque sia il vocabolario o la fraseologia impiegata, non sono che dei riformatori all'interno del sistema di cui essi vogliono conservare l'essenziale". E poco dopo afferma anche: "Una delle ragioni dello scacco dei tentativi socialisti di questi ultimi cinquanta anni, è stato giustamente il sacrificio che si è preteso a diverse generazioni per riacchiappare l'economia mondiale. A questo stadio il progresso diventa nefasto e si ritorna a quel gigantismo economico che creò le piramidi sul corpo di centomila schiavi. Anche se una progressione socialmente equilibrata può sembrare troppo lenta, essa ha il vantaggio, da una parte di sollevare un'intera popolazione al livello delle sue possibilità globali e d'altra questa progressione in linea impedisce la formazione di isole di regressione, che alla fine diventano degli impedimenti all'evoluzione perché producono delle discordie e suscitano delle lotte in seno ad una comunità di cui costituiscono il freno. L'esempio cecoslovacco è ricco di insegnamenti in proposito".


Non facendo più soltanto riferimento ai grandi vecchi (Proudhon, Bakunin, Reclus, Kropotkin), Maurice Joyeux affrema la necessità per il movimento libertario di inscriversi nell'evoluzione delle situazioni contemporanee. Detto altrimenti, al livello dei principi non cambiare nulla a livello dei mezzi adattarsi, assumere le evoluzioni del pensiero.


Joyeux dice: "La cosa da condannarsi maggiormente, e non sono sicuro che gli anarchici ne siano esenti, è di voler costantemente far seguire le proprie orme in quelle di coloro che ci hanno preceduto".

 


Jaqueline Lamant

Le Magazine libertaire




[Traduzione di Ario Libert]



LINK al post originale:
Maurice Joyeux (1910-1991)


LINK interno al presente blog attinenti all'argomento:
Maurice Joyeux, Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS, da: "Le Monde Libertaire", 1966.


Da google video:
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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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8 luglio 2009 3 08 /07 /luglio /2009 17:14
Resistenze anarchiche in URSS
 negli anni 20 e 30






Abbasso il marxismo, abbasso la repubblica dei soviet,
Abbasso le cellule dei bolscevichi.
Crediamo fermamente alla violenza,
Alla solidarietà delle nostre canzoni e alle nostre baionette.
Abbasso, abbasso mormorano le foreste e le steppe,
Spezzeremko le catene del comunismo
E questo sarà la nostra ultima lotta.

[Canzone anarchica popolare... dei gulag]





Lo schiacciamento definitivo degli anarchici russi è comunemente datato al 1921. Quell'anno, il movimento Makhnovista è vinto dall'Armata Rossa e la Comune di Kronstadt, ultimo bastione dello spirito libertario del 1917, è annegato nel sangue da Trotsky e consorti.
La maggior parte delle opere che si occupano dell'anarchismo in Russia e della sua storia, si fermano a questa data o non trattano che molto superficialmente gli anni successivi, senza mai andare oltre il 1937, anno che vede la sparizione delle grandi figure della rivoluzione. Ma l'attività degli anarchici in URSS non ha mai cessato sino ai giorni nostri, benché molto ridotta e che spesso, a causa della natura stessa del regime sovietico, il suo teatro abituale fu la prigione o il gulag.
Dopo il 1921, ogni propaganda anarchica è severamente repressa, tranne alcune eccezioni tollerate dal regime e destinate a conferirgli un'immagine liberale: le librerie e le edizioni Golos Truda di Mosca e di Pietrogrado, la Croce Nera anarchica ed il museo Kropotkin. Le edizioni Golos Truda pubblicano così le opere complete di Bakunin e un libro di Alexis Borovoï sull'anarchismo in Russia. Il museo Kropotkin apre nel 1921, dopo la morte del celebre anarchico, nella sua casa di Mosca, su iniziativa di un gruppo di anarchici e della sua vedova. Infine una organizzazione, la Croce Nera, che ha come  scopo di fornire aiuti agli anarchici imprigionati, è anch'essa tollerata, ma la sua attività è molto debole. Le sue istituzioni sono autorizzate dal potere sovietico unicamente perché esso vi trova dell'interesse. Esse non esistono o non sono attive che a Leningrado e a Mosca, vetrine dell'URSS per l'estero.
In provincia niente è possibile: la letteratura anarchica, tollerata a Mosca, vi è proibita. Ad esempio, le opere di Kropotkin sono sequestrate a Jaroslav, dei libri di Golos Truda a Kharkov. La Ceka poi il G.P.U. li utilizzano per individuare più facilmente i simpatizzanti anarchici. Vi sono in permanenza degli informatori alla Croce Nera e tutti i visitatori del museo Kropotkin sono fotografati a loro insaputa [1]. Sia quel che sia, il loro margine di azione sarà sempre limitato. Nel 1926 Golos Truda pubblica un opuscolo per il 50° anniversario della morte di Bakunin con l'autorizzazione della censura. Ma alla sua uscita, il G.P.U. lo confisca e brucia. Uno dei membri di Golos Truda, Ukhin, è arrestato poi confinato a Tashkent per aver diffuso degli esemplari di questo opuscolo (il motivo esatto della condanna è "distribuzione di letteratura illegale" [2]. Con l'affermarsi del potere di Stalin , queste istituzioni legali a poco a poco diventeranno inutili. La Croce Nera è dissolta sin dal 1925 ed i suoi principali animatori imprigionati. Le librerie di Mosca e di Leningrado sono chiuse nel giugno del 1929 a seguito di una ondata di arresti che colpisce gli ambienti anarchici. Il motivo ufficiale di questa retata è la pubblicazione di un libro, La dittatura bolscevica ed il punto di vista anarchici [3]. Il museo Kropotkin è chiuso nel 1938, alla morte della sua vedova. Ma i suoi principali animatori erano già scomparsi durante le grandi purghe [4].
Parallelamente all'attività legale, un'attività clandestina prosegue malgrado la costante sorveglianza del G.P.U. Se ne trova l'eco per gli anni 1922-23 sia a Pietrogrado sia a Mosca nelle cronache della repressione, che si possono leggere nei giornali libertari esteri.
Nel 1924, un gruppo anarchico relativamente attivo esiste tra gli operai di Pietrogrado, ma deve cessare la sua attività quando la sua esistenza è scoperta dalla polizia politica [5]. Lo stesso anno, Nicolas Lazarevich organizza con qualche altro operaio anarchico un gruppo anarco-sindacalista alla fabbrica Dynamo di Mosca che pubblica molti volantini (contro gli abbassamenti dei salari, contro l'accordo economico tra l'Inghilterra e l'URSS, contro le campagne tayloriste, presentando sempre un'alternativa sindacalista-rivoluzionaria). I volantini sono diffusi la notte sui banchi da lavoro delle officine, incollati sui manifesti ufficiali, letti in pubblico o trasportati sotto il mantello. Il gruppo è infine individuato e smantellato dagli arresti [6]. Anche in provincia, un'attività clandestina persiste. In Ucraina, esistono  molti gruppi a quest'epoca nelle città e tra i contadini, Alcuni pubblicano dei volantini. Nel 1924, il "Gruppo di anarchici del sud della Russia" fa giungere un lungo documento sulla situazione ai loro compagni esiliati. È la loro sola attività conosiuta [7]. Questa debole propaganda sembra quindi aver avuto qualche risultato: l'ondata di scioperi che scuote Mosca e Pietrogrado nell'agosto e settembre del 1923 è dovuta in gran parte ai menscevichi, ma in molti casi agli anarchici.
Come regola generale, i gruppi di cui conosciamo l'esistenza sono quelli scoperti dalla polizia segreta. Ne smantellerà sino agli inizi degli anni trenta, e in seguito ci sarà un'interruzione di una quindicina di anni. Nel 1925, un gruppo anarchico composto di sarti è esiliato da Mosca per aver condotto una lotta contro gli "specialsiti" di una fabbrica, protestando essenzialmente contro gli alti salari attribuiti a quest'ultimo [8]. Alla fine dell'estate del 1926, un gruppo di molte decine di anarchici viene arrestato a Leningrado per propaganda illecita [9]. Nel maggio del 1928, una cinquantina di operai libertari della stessa città sono arrestati in seguito alla circolazione di un volantino anarchico [10]. Nel 1930, un gruppo anarchico è smantellato a Tcheliabinsk: disponeva di una tipografia clandestina che pubblicava dei testi anarchici, stranieri soprattutto e intratteneva delle relazioni con l'estero [11].
Esiste inoltre una notevole attività individuale. In occasione dell'affare Sacco e Vanzetti, sfruttato a fondo dalla propaganda comunista, alcuni anarchici si manifestano: Nicola Beliaeff e Arterne Pankratoff, in esilio a Qyzylorda nel Turkestan, sono tratti in arresto poi deportati in Siberia, per aver preso la parola in un meeting. Essi protestavano che un campo dell'aviazione fosse stato chiamato con i nomi di Sacco e Vanzetti, quando gli anarchici erano imprigionati e perseguitati [12]. Un altro anarchico, Warchavski, è imprigionato alla stessa epoca perché possiede degli opuscoli, editi clandestinamente in occasione della loro esecuzione, che denunciavano lo sfruttamento del caso da parte del regime sovietico. Si conosce anche l'attività di Ivan Kologriv, scaricatore di porto anarchico condannato nel 1930 per agitazione antimilitarista [13].Nel 1931, Bestoujev, anarchico bolscevico (cioè sostenitore critico del regime) è licenziato dalla sua impresa, perché rifiuta, conformemente alle sue opinioni anarchiche, di partecipare all'elezione del soviet locale [14].
L'attività di anarchici in libertà non supera l'inizio degli anni 30. Prima delle stesse grandi purghe staliniane che decimeranno i rivoluzionario (e non soltanto essi), le sole informazioni che riescono a filtrare in URSS riguardano gli anarchici che sono in prigione o in esilio. E quando, di nuovo, un'attività anarchica avrà luogo fuori dai campi, verso la fine degli anni 40, sarà non concernerà più dei fatti riguardanti i veterani del 1917 ma, al contrario, giovani nati nella Russia sovietica.
Il sistema repressivo collaudato dai comunisti ha naturalmente portato la maggior parte dei militanti anarchici attivi in prigione, in deportazione o in esilio. Ma essi non hanno abbandonato la lotta, anche se lo scopo non era più la rivoluzione, ma la resistenza all'arbitrio penitenziario. Essi partecipano, insieme alle correnti socialiste della Rivoluzione, socialisti rivoluzionari e socialdemocratici, alla lotta per conservare i vantaggi dello statuto di prigioniero politico ereditato dallo zarismo: niente lavoro forzato, corrispondenza libera, circolazione libera nel campo ad ogni ora del giorno e della notte.
A partire dal 1921, i prigionieri politici vengono internati alle isole Solovki, nel mar Bianco, in un antico monastero. Sono radunate qui tutte le correnti politiche perseguitate all'epoca e dunque numerosi anarchici. Essi hanno in quest'epoca lo stesso statuto dei tempi dello zarismo. Nel dicembre del 1923, quando l'arcipelago è tagliato fuori dal resto del mondo dall'inverno, alcuni diritti sono soppressi: limitazione della corrispondenza e diverse altre cose, di cui soprattutto il permesso di uscire dagli edifici dopo le sei di sera. Come forma di protesta, dei volontari socialisti rivoluzionari ed anarchici progettano di uscire sin dal primo giorno dopo le sei di sera. Ma prima della stessa ora del coprifuoco, i soldati sparano sui prigionieri che stanno fuori. Si contano sei morti e diversi feriti. Dopo questo "incidente", il regime politico viene mantenuto. Alla fine del 1924, nuove minacce pesano sullo statuto politico. Tutte le frazioni politiche si accordano di nuovo per esigere l'evacuazione dall'arcipelago prima dell'arresto della navigazione, minacciando di effettuare uno sciopero della fame collettivo. Mosca respinge l'ultimatum e lo sciopero comincia. Tutte le persone valide lo effettuano. Dei medici scelti tra i detenuti sorvegliano ogni scioperante della fame. Ma le autorità che sono indifferenti a questo sciopero si accontentano ad aspettare. Dopo quindici giorni, dei dissensi si fanno sentire tra i partecipanti che sono numerosi e le correnti diverse. Un voto segreto si pronuncia per la fine dello sciopero. Non è una vittoria, senza essere una sconfitta: il regime politico sarà mantenuto [15].
Durante la primavera del 1925, le Solovki sono evacuate. Nei fatti, si tratta di una manovra delle autorità per spezzare la resistenza. Gli "starostats" (prigionieri eletti per ogni frazione politica ed incaricati di parlamentare con le autorità) sono internati nei campi di solamento di Tobolsk, mentre il resto dei prigionieri è incarcerato nei campi di isolamento di Verkhny-Uralsk. La Ceka applica la norma "dividere per regnare" moltiplicando i luoghi di detenzione: oltre Tobolsk e Verkhny-Uralsk, esistono altri campi di isolamento politici a Iaroslav, Verkhné-Udinsk Suzdal, in più le isole Solovki sono riutilizzate come campo sin dal 1926, senza contare i numerosi luoghi di deportazione o di relegazione in Siberia o in Asia centrale [16]. Possediamo alcuni dati numerici su queste prigioni: vi erano a Verkhny-Uralsk, nel 1927, 200 prigionieri di cui 80 socialdemocratici, 60 anarchici e 38 socialisti sionisti, il resto era apartitico. A Verkhny-Uralsk, nel 1928, sono internati 189 detenuti di cui 30 anarchici. All'arivo di Ciliga in questa prigione nel 1930, si rilevano 140 comunisti (trotskysti) contro 50 anarchici e socialisti. Alla sua partenza nel 1933, vi sono 180 comunisti contro 80 anarchici e socialisti [17].
La storia della resistenza anarchica nelle prigioni non è più che una successione di provocazioni dell'amministrazione penitenziaria e di repressioni. Nel 1926, Grigoriev, contadino anarchico, tenta di suicidarsi con il fuoco perché non sopporta più d'essere isolato in una cellula e di essere privato da ogni attività. Uno sciopero della fame di sette giorni è portato avanti da altri detenuti, invano, affinché sia messo nella stessa cellula dell'anarchico Kalimassov. Grigoriev riuscirà al suo secondo tentativo  di suicidio [18]. Lo stesso anno, a Tobolsk, i guardiani provocano gli anarchici della cellula n°6 rifiutando loro di condurli ai lavandini come ogni mattina. Per protestare, nel pomeriggio essi rovesciano le tinozze piene in corridoio. La cellula si dichiara collettivamente resposabile di quest'atto, tutti vengono puniti ed uno sciopero della fame ha inizio. Il nono giorno, il direttore revoca la punizione, ma poiché occorrono dei colpevoli, due prigionieri vengono trasferiti a Mosca. Essi pagano per gli altri: accusati di disobbedienza, sono inviati alle Solovki [19]. Questi due esempi tra tanti altri illustrano perfettamente il clima che regnava allora nelle prigioni sovietiche.
La maggior parte dei detenuti evacuati dalle isole Solovki nel 1925 si è ritrovata a Verkhny-Uralsk. La resistenza per il mantenimento dello statuto politico prosegue, malgrado le sconfitte: la circolazione tra le cellule è vietata; gli "starostats" vengono rieletti, ma essi non possono più entrare in contatto con i detenuti di altre cellule oltre la loro. La divisione ostacolò la lotta. Verso il 1928, un nuovo sciopero della fame ha luogo in seguito ad un incidente. Ma l'atmosfera non è più la stessa che alle Solovki. Un'intervento delle guardie, che percuotono gli scioperanti, provoca la fine del movimento che non ha ottenuto nulla [20]. Nell'aprile del 1931, una sentinella spara su un detenuto trotskysta in piedi davanti alla finestra della sua cellula e lo ferisce gravemente. I 150 detenuti comunisti iniziano uno sciopero della fame ed alcuni anarchici si associano per solidarietà. In capo ad una settimana, lo sciopero è sospeso per lasciare il tempo a Mosca di rispondere alle rivendicazioni. La risposta non giungendo in capo a due mesi, il movimento riprende e dopo undici giorni termina vittoriosamente. Ciliga, che ha partecipato a questo sciopero, menziona anche altri due tentativi di lotta nell'estate del 1929 e nel febbraio del 1930 che sono stati repressi con la forza ed un altro ancora nel maggio del 1933, represso anch'esso. Egli parla degli anarchici come di prigionieri pronti a sostenere non importa quale gruppo per lottare contro l'amministrazione. È tra di loro che vi erano più decessi durante gli scioperi della fame [21].
I magri vantaggi che restano ai prigionieri politici si sfilano progressivamente. Sin dal 1934 ad esempio, i libri proibiti da molto tempo in URSS, ma ancora tollerati nelle prigioni politiche, sono confiscati: Trostsky, Bakunin, Kropotkin per quel che riguarda gli autori politici [22]. Nel gennaio del 1937 si svolge nel campo d'isolamento di Iaroslav l'ultimo sciopero della fame collettivo dei prigionieri politici delle Solovki. Gli ultimi superstiti presentano le loro rivendicazioni di sempre: elezioni di "starostats", libera circolazione tra le cellule, ecc. Dopo quindici giorni di sciopero, essi vengono nutriti artificialmente, ma ottengono alcuni vantaggi che saranno sottratti alcuni mesi dopo. È l'ultima manifestazione collettiva degli anarchici, dei socialisti-rivoluzionari e dei socialdemocratici imprigionati durante la rivoluzione [23].
La solidarietà tra gli anarchici e le correnti socialiste è molto forte in prigione come al confino. Questa lunga lotta condotta unitariamente per quasi quindici anni ne è la prova. Vi sono altri casi di aiuto reciproco: ad esempio a Tchimkent, sino all'inizio degli anni 30, i relegati socialisti-rivoluzionari, socialdemocratici ed anarchici alimentano una cassa segreta per i loro compagni del Nord. In effetti, se si trova facilmente del lavoro a Tschimkent, anche quando si è relegati, è del tutto differente nel nord siberiano dove numerosi deportati non hanno alcun mezzo di sussistenza [24].

 

 

Iztok N°1 e riedito dai Cahiers du vent du ch'min



NOTE

[1] La situation actuelle en Russie, [La situazione attuale in Russia], in: Revue anarchiste, 1924.
[2] Le Libertaire, 10-6- 27.

(3) Le Libertaire, 12-10-29.
(4) La situation actuelle en Russie, Paul Avrich, Les anarchistes russes, [Gli anarchici nella rivoluzione russa, La Salamandra, Milano, 1976].
(5) La situation actuelle en Russie.
(6) Nicolas Lazareviteh, Ce que j'ai vécu en Russie [Quel che ho vissuto in Russia].
(7) La situation actuelle en Russie.
(8) Le Libertaire, 9-10 25.

(9) Le Libertaire, 21 4 27.

(10) Le Libertaire. 10 8 28.
(11) Anta Ciliga. Au pays du mensonge déconcertant [Nel paese della grande menzogna, Jaka Book, Mialno].
(12) Le Libertaire, 01 5 28.

(13) Le Libertaire, numero speciale, febbraio 1931.

(14) Le Libertaire, 24 4 31.
(15) Alexandre Soljénitsyne, L'archipel du goulag, [Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano].
(16) Le Libertaire, 20.5-27.
(17) Idem e Ante Ciliga, Nel paese della grande menzogna.
(18) Le Libertaire, 04 3 27

(19) Le Libertaire, 27-5-27.
(20) Arcipelago Gulag.

(21) Nel paese della grande menzogna.
(22) Idem. (23) Arcipelago Gulag.

(24) Idem.



[Traduzione di Ario Libert]

 


LINK al post originale:
Résistence anarchiste en URSS 1920-30



LINK pertinenti alla tematica trattata:

La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La Makhnovishina
La rivoluzione spartachista

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Published by Ario Libert - in Eventi libertari
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4 luglio 2009 6 04 /07 /luglio /2009 17:37
Hermann-Paul, Il signor Morale, cornuto e socialista

Un altro grande artista, illustratore di numerose riviste, anche della incredibile L'Assiette au Beurre, per cui illustrò ben 14  numeri. Si tratta di René Georges Hermann-Paul (1864-1940), disegnatore, pittore, incisore.  Il numero presentato è di una tematicità estremamente attuale e a dir poco sorprendente. Dato il secolo che ci separa da esso, il tema del tradimento ideologico delle organizzazioni partitiche, l'ipocrisia ideologica e sociale dei loro membri, suonano ancora più pesanti di quanto egli non denunciasse all'epoca in cui il sol dell'avvenire era in un certo senso ancora ai suoi inizi o se si preferisce reiniziava di nuovo. Al contrario di molti numeri della celeberrima rivista di satira politica e delle istituzioni sociali, ad essere preso di mira è ora un tipo sociale famigerato: il politico professionista, piccolo borghese, camaleonticamente professante una fede nel progresso umano molto astratta e a sé conveniente che gli permete addirittura di essere di tutto, autoritario in famiglia, sul lavoro, viscido e naturalmente... vincente. Niente male veramente.

 

 

 

 



























































































































































[Traduzione di Ario Libert]

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3 luglio 2009 5 03 /07 /luglio /2009 12:37






Le più belle paglie

 HANNO LA TINTA SPENTA

SOTTO CHIAVE [1]

di Maurice Joyeux



Se un'idea sembra essere sfuggita sino ad oggi ad ogni impresa di riduzione, aver tenuto testa ai più grandi pessimisti, pensiamo che sia l'idea dell'amore, la sola capace di riconciliare ogni uomo, momentaneamente o non, con l'idea della vita.
       Secondo manifesto del surrealismo



In cosa André Breton può interessare i quadri del nostro movimento sindacale? si chiederanno alcuni. Nel momento di rispondere mi torna in mente questa magnifica formula di un delegato del sindacato dei costruttori al nostro ultimo Congresso della regione parigina: "Due elementi rimangono il simbolo del nostro sindacato, disse, il manico del piccone che il militante regge con la mano e la mensola dei libri che egli ha fissato sopra il suo letto". Esclamazione tagliente che definisce il nostro modo di procedere che è alla volta lotta e conoscenza. Ora, per cinquanta anni André Breton ha proseguito sulle strade della libertà questa spinta verso la conoscenza degli esseri che è la conseguenza logica della loro lotta per la loro emancipazione.

Meglio del letterato che descrive delle situazioni, il poeta alla ricerca di forme di espressioni nuove è il complemento del militante alla ricerca di nuove strutture. Per l'uno come per l'altro, la dignità umana è l'oggetto della loro ricerca dell'assoluto. L'uno e l'altro nel campo che è loro peculiare si rifiutano di essere soltanto dei testimoni del loro tempo, ma degli attori che lo modificano. Thomas Moore, Etienne de la Boetie, Erasmo e gli umanisti suonano la campana a martello di un mondo che sta per partorire la Riforma e vedere fiorire il Rinascimento. Hugo, Lamartine, Vigny ed i romantici sono il riflesso letterraio delle barricate del 1848. André Breton, Benjamin Péret, Philippe Soupault ed i surrealisti singolarizzano l'espressione di un mondo che intorno al 1920 era deciso a porre e risolvere il problema sociale. "L'Utopia", "La Storia di un crimine", "Il secondo manifesto del surrealismo", sono i vertici di un'insurrezione estetica che accelerò la mutazione della società del loro tempo. Dopo le esplosioni umaniste, romantiche e surrealiste, nulla fu più eguale a ciò che prima veniva insegnato come delle leggi spirituali inamovibili.

Per Breton ed i suoi amici, tutto cominciò con uno spaventoso bagno di fango e di sangue.


La guerra 14-18.
Chi avrebbe oggi il coraggio di rileggere gli articoli che poterono scrivere dei Barrés o dei Bergson? Non vi era nulla che si elevasse al di sopra del livello d'espressione di una stampa mercenaria. Emaciati, con la barba lunga, a brandelli, stralunati, gli uomini uscivano dalle trincee. I pidocchi avevano scavato solchi su carni che l'acciaio aveva risparmiato. Le donne dagli occhi lucidi che li aspettavano, non erano più le stesse che avevano lasciato quattro anni prima. Quelli della riserva, gioviali e soddisfatti di sé, davano loro delle pacche sulla spalla. Un ronzio di frasi scavate bucava loro il cervello più sgualcito del loro cuore. "L'ultima delle guerre!", "Non passeranno!", "Abbiamo dei diritti!", "Il crucco pagherà!", ecc. e la canzone "La Madelon" straripava come il vino rosso drogato, le sere dell'attacco. Eppure un lontano rumore si alzava all'est che difficilmente giungeva alle orecchie.

Tornarono ai loro campi e alle loro officine come dei sonnambuli, cullati dalla musica militare, la voce da raganella di Poincaré, il cuore intenerito dalle mollettiere di Clémenceau, "il padre della Vittoria" che si era fatto fotografare nelle trincee per la prima pagina di L'Illustration che essi ritrovavano attaccata ai muri della loro cucina macchiata di chiazze di grasso e di "cacche di mosca". Nei loro villaggi come nei quartieri della loro città, i nuovi ricchi imbrattavano i marciapiedi sui quali i nuovi poveri aspettavano le provviste, il carbone, del lavoro. Ed è là, alla fonte di quel che era stata la loro esistenza che il miracolo si dissolse. Ritornati lucidi, uno ad uno i militanti raggiunsero le Case comuni che i vecchi con grandi fatiche avevano mantenute. L'organizzazione operaia si ricostituì.

Alla dichiarazione di guerra, André Breton non aveva ancora venti anni. È un giovane nutrito di Victor Hugo, dei simbolisti, di Valéry ed inebriato di poesia, che la guerra ghermì; è un altro uomo che la guerra restituirà! Per quattro anni lo spirito ha piegato e terrorizzato l'elite intellettuale, i France, I Claudel, i Barrés, lo stesso Apollinaire vivranno inginocchiati davanti al potere della guerra. La stupidità fa dappertutto corteo alla viltà e soltanto alcuni sindacalisti cercheranno di salvare l'onore del movimento operaio. Tuttavia, nel cielo di fuliggine, si sono prodotte delle lacerazioni. Pagine strappate alla sofferenza, "Il Fuoco" di Barbusse vara la demistificazione e Duhamel si appresta a ricevere il Goncourt per Civilisation. È allora che André Breton incontra Jacques Vaché, poi Apollinaire, Soupault, Tzara, Aragon, Pierre Reverdy. Apollinaire e Vaché, minati dall aguerra, spariranno presto e per gli altri, raggruppati intorno a Breton, la grande avventura del surrealismo sta per cominciare.



IL PROGETTO SURREALISTA

Il surrealismo così come lo intendo, dichiara molto il nostro anticonformismo, perché non possa essere questione di tradurlo, al processo del mondo reale, come testimone a scarico.
       Manifesto del surrealismo.
 
Il primo Manifesto del surrealismo apparirà nel 1924, ma durante i cinque anni di gestione che sfoceranno a questo opuscolo, il gruppo, riunito intorno a Breton, si impegnerà a far esplodere il conformismo piccolo borghese di una società che non vive che di parole. Sarà dapprima l'esperienza Dada che si nutre di parossismo, d'insolenza, di esibizionismo e che si farà suscitare contro tutte le "persone oneste" a cominciare dai lavoratori che si lanciano all'assalto della borghesia, senza accorgersi che le giustificazioni intellettuali a cui fanno riferimento sono le stesse di cui questa borghesia si serve per garantirsi semplicemente contro l'oggetto stesso, ma la visione intima, profonda che l'uomo se ne fa. In poesia, come in pittura, il soggetto come colui che l'esprime, si mischieranno così strettamente che ne risulterà una creazione inedita, originale che sarà il frutto della loro collaborazione e che sarà l'opera stessa.

Ed è di questa liberazione dell'artista che sono nate tutte le Arti d'espressione moderna ed è il primo Manifesto del surrealismo che ha portato il colpo decisivo ad un arte di sufficienza il cui progetto consisteva nel magnificare una società che viveva dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.



Il Surrealismo è l'insurrezione degli spiriti!
 

Credo che non possiamo evitare di porci in modo bruciante il problema del regime sociale sotto cui viviamo, voglio dire l'accettazione o la non accettazione di questo regime.

          Secondo Manifesto del Surrealismo



Il coinvolgimento politico


È dalla creazione di La Révolution Surréaliste che data il primo coinvolgimento formale di Breton e dei suoi amici sulla strada rivoluzionaria. Sulla copertina del primo numero della rivista, figura questa dichiarazione: bisogna approdare ad una nuova dichiarazione dei diritti dell'uomo; ed è a quest'epoca e sotto l'impulso di Antonin Artaud che dei testi come Aprite le galere, sopprimete l'esercito escono dal "Bureau des recherche surréalistes" [Ufficio delle ricerche surrealiste]. Infine, nel numero quattro della rivista, un documento di Breton dichiara: Nello stato attuale della società in Europa, continuiamo ad aderire ai principi di ogni azione rivoluzionaria, anche se prendesse come punto di partenza la lotta di classe. Poi viene una proclamazione contro la guerra della Marne ed infine il famoso banchetto di Saint-Pol-Roux che contrassegnò la rottura dei surrealisti con i vecchi scrittori combattenti che dominano la vita letteraria di quest'epoca.


In Légitime Défense, André Breton scrive: Non c'è tra di noi nessuno che non si auguri il passaggio del potere dalle mani della borghesia a quelle del proletariato. Delle polemiche si scatenano sulla famosa frase di Aragon "Mosca la rimbecillita". Il gruppo si avvicina allora a Clarté, la rivista degli intellettuali comunisti diretta da Henri Barbusse. La fede rivoluzionaria spingeva questi intellettuali, di cui pochi erano marxisti, ad aderire al Partito comunista che li accolse con diffidenza. Soltanto, i militanti sindacalisti della mia generazione, di cui molti, benché molto più avvertiti di questi giovani intellettuali, si lasciarono prendere egualmente dal miraggio russo, possono comprendere. L'entusiasmo allora esistente per una rivoluzione i cui crimini erano ancora sconosciuti.



André Breton, dopo molti divertenti interrogatori, effettuati da quel abrutito di Michel Marty (l'ho conosciuto), fu assegnato alla "società del gas". Le sue controversie con il partito rimangono un pezzo da antologia indispensabile a chi vorrà tracciare il ritratto dell'uomo comunista di questo periodo. Quelle intimidazioni odiose e ridicole provocheranno nel gruppo delle agitazioni e Artaud, Vitrac, Soupault e alcuni altri, che si ripiegheranno verso "l'arte per l'arte" ne saranno esclusi.


Da quel momento, l'evolversi di André Breton assume due aspetti: da una parte un irrigidimento contro la posizione  di partenza del surrealismo che voleva che questi bastasse a se stesso e dall'altra un irrigidimento contro tutto quel che potrebbe portarlo ad affondarsi per permettere ai suoi elementi di raggiungere i rivoluzionari politici. Il dramma ha inizio! Per quattro anni, Breton tenterà di far procedere di pari passo la rivoluzione dell'intelligenza con la rivoluzione sociale rappresentata dal Partito comunista.


Fu un errore ed egli fallirà.






La strada della libertà


L'uomo che s'intimorisse a torto per alcune mostruose sconfitte storiche è ancora libero di credere alla libertà. È padrone di sé a dispetto delle vecchie nubi e di quelle forze cieche contro le quali egli lotta.
       Secondo Manifesto del Surrealismo



Malgrado le preoccupazioni dei cellulardi (Cellulards) [2], il gruppo surrealista entra in un periodo di intensa attività. Essa sarà dominata nel 1930 dall'apparizione del secondo Manifesto, preceduto da Nadja nel 1928 e che sarà seguito da Les vases communicants nel 1932.

Una nuova rivista, Le Surréalisme au service de la révolution difenderà le posizioni del gruppo e proseguirà l'esperienza surrealista in un modo del tutto indipendente al Partito comunista. Prévert, Dalì, Bunuel, Queneau, Sadoul, René Char hanno raggiunto il gruppo che entra in lotta aperta con il Bureau International des écrivains [Ufficio Internazionale degli scrittori] con sede a Mosca.










Un viaggio di Sadoul e di Aragon a Mosca, farà precipitare la rottura. Partiti in Russia per difendere la libertà della cultura, questi due personaggi capitoleranno di fronte alla burocrazia staliniana e firmeranno un testo che si impegnava "a sottoporre la loro attività letteraria al controllo del partito comunista". Malgrado un testo di rettifica molto piatto, è il grande scisma. Aragon, Sadoul e qualcun altro diventeranno i valetti della politica di guerra dei partiti comunisti diventati nazionalisti. Breton ed i suoi amici cercheranno di mantenersi per un periodo all'A.E.A.R., l'Association des Ecrivains et Artistes Révolutionnaires, da Vaillant Couturier, associazione di scrittori comunisteggianti, ma un testo di Fernand Alquié Le surréalisme au service de la révolution [Il surrealismo al servizio della rivoluzione] reciderà gli ultimi legami che univano il gruppo al partito comunista.

Da quel momento, ritroveremo Breton ad ogni svolta della storia in cui essa è presa alla gola sia dai fascisti sia dai comunisti. La sera del 6 febbraio 1934, prende l'iniziativa del primo appello alla lotta da parte degli intellettuali a fianco del proletariato. In calce al documento ritroviamo, con il suo, il nome di Malraux, Monatte, Alain, Henri Jeanson, Poulaille, Ilie Fuare, ecc. Prende contatto con Léon Blum. Ci ha lasciato un gradevole racconto dei suoi rapporti con l'uomo politico nutrito da una letteratura abbondante e varia. È a quest'epoca che vedrò chiudersi in faccia le porte del Congresso degli scrittori per la difesa della cultura, per aver somministrato a quel delinquente di Ilija Ehrenburg, il giorno prima, quel paio di schiaffi che si meritava da tanto tempo. Poi fu la guerra di Spagna ed il gruppo surrealista si schierò a fianco dei militanti del POUM e della Fai. Le maschere sono allora cadute e ritrovammo André Breton nel corso di lotte che il mondo del lavoro condurrà per la libertà contro l'oppressione, qualunque sia l'etichetta dietro cui quest'ultima si camuffa.

Intellettualmente, il surrealismo ha allora vinto la partita. La geurra sorprenderà il poeta al suo ritorno dal Messico in cui il suo incontro con Trotsky sarà decisivo. Si può certo discutere le posizioni politiche di quest'ultimo, sia riconoscere una certa responsabilità nell'evoluzione del comunismo in Russia, ma è a mia conoscenza il solo marxista che si sia rifiutato a porre l'espressione letteraria o artistica a rimorchio di un partito. Breton e Trotsky parteciperanno all'elaborazione di un testo capitale che ha per titolo "Per un arte rivoluzionaria indipendente" e che dichiara che l'arte e la poesia devono rimanere interamente libere .

Breton passerà i cinque anni di guerra a New York in cui, speaker a La voix de l'Amerique, continuerà la lotta per la libertà. Di ritorno in Francia, e sotto l'influenza di Charles Fourier e di, socialsiti utopisti, lo vedremo proporre la creazione di stati generali. È a quest'epoca che scrive l'Ode à Charles Fourier. Poi di nuovo le nostre strade si incontreranno e lo ritroveremo a nostro fianco ogni volta che la libertà verrà messa in questione. Penso in particolare ai momenti difficili della guerra d'Algeria o per protestare contro lo schiacciamento del popolo ungherese da parte della sbirraglia sovietica.


André Breton è appena morto ma il surrealismo, lui, è ben vivo. Come tutti i movimenti di idee, fu al contempo flusso e riflusso, errore e verità. Il momento sembra essere giunto per il movimento operaio di evidenziarne l'apporto essenziale.



La Federazione Anarchica e André Breton hanno spesso operato insieme: sostenere gli obiettori, e I rifugiati spagnoli,...



L'INSURREZIONE DELLO SPIRITO ED IL MOVIMENTO SOCIALE


A coloro che ci facevano pressioni per acconsentire a che l'arte sia sottomessa ad una disciplina che riteniamo come radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, opponiamo un rifiuto formale.

Messico 1938.




Si è spesso rimproverato al surrealismo il suo esibizionismo. È vero! Ma è egualmente vero per tutte le insurrezioni dello spirito che hanno scosso la storia intellettuale dell'umanità. Gli eccessi del linguaggio surrealista ed i suoi giudizi a priori sono della stessa ispirazione del gilet rosso di Théophile Gauthier la sera della battaglia di Hernani o dell'iconoclastia che accompagnò la Riforma. La profanazione del rito stabilito è l'arma essenziale dell'intellettuale che critica i valori spirituali che gli sono imposti e ne propone degli altri. Tuttavia il surrealismo è andato più lontano delle altre discipline che l'avevano preceduto. Ha chiarito i rapporti esistenti tra gli intellettuali ed i lavoratori, ha definito i loro reciproci campi d'azione ed è in ciò che ci è caro.


Con Breton, l'espressione letteraria o artistica non era considerata come possedente un valore rivoluzionario o sociale in sé. Questa espressione esisteva ed è il suo contenuto, o piuttosto il soggetto che esponeva, che si giudicava rivoluzionario o conservatore. Lo scrittore uscito dal popolo o andante verso il popolo descriveva la miseria del popolo. La sua opera di scrittore o di pittore aveva valore di un atto di un atto di propaganda. Quando denunciava o quando proponeva, lo faceva nella lingua e con i mezzi che erano quelli di tutti gli intellettuali della sua epoca. Si mischiava con il popolo, si integrava con il popolo, si confondeva con il popolo. Le sue preoccupazioni sociali erano esclusivamente quelle del popolo stesso quando la sua esistenza personale si confondeva con quella della borghesia. A volte "per fare essere più vero" lo scrittore o l'artista raggiungeva il popolo nelle fabbriche. Non per molto tempo in genere! La cultura era allora considerata come patrimonio della popolazione intera, anche se quasta popolazione era divisa in classi diverse. Per un romantico, ad esempio, lo sforzo rivoluzionario consisteva a scrivere I Miserabili o L'insorto ed a sparare dietro le barricade. L'operaio colto, si ingegnava a copiare la forma espressiva che era quella della classe dominante.


Certo, nel corso della storia, delle voci si erano levate contro questa generalizzazione, degli scrittori avevano denunciato un'arte ed una cultura che non erano che il riflesso della buona coscienza della classe dirigente. Certo, si cominciava già a capire che se Coubet era un artista mischiatosi con il popolo, Rimbaud, lui, era per la sua tecnica, per la sua rimessa tra le muse dei valori morali della società, il vero demolitore dell'estetica della borghesia. Ma è il surrealismo, senza forse nemmeno rendersene ben conto, che stava per far andare in pezzi il vecchio mito di un'espressione letteraria ed artistica comune a tutti, e la borghesia lo comprese bene, non avendo che lodi per la Barricade di Delacrois e lancerà fulmini contro gli impressionisti i cui soggetti non hanno nulla di rivoluzionario, ma lo è la sua tecnica.


Il surrealismo stava per far uscire l'elite intellettuale dalle stampe alla Epinal [3] sulle miserie del popolo. Gli affari sociali erano affare del popolo, il surrealismo, stava per attaccare uno stesso avversario, la borgheisa, sul suo stesso terreno, il terreno intellettuale. I lavoratori conducevano la lotta contro un'economia che li opprimeva, gli intellettuali rivoluzionari stavano per condurre la lotta contro le arti e l'espressione che giustificavano lo sfruttamento dei lavoratori. Il posto dello scrittore non era più in fabbrica per difendere i salari, ma nei cenacoli per demolire i valori letterari e artistici di giustificazione del sistema capitalista. Battaglia parallela che aveva lo stesso obiettivo, ma che ognuno conduceva secondo i propri mezzi e nella sfera particolare in cui evolveva.


I problemi dei rapporti del mondo del lavoro e dell'insurrezione dello spirito erano per la prima volta risolti, senza che Breton ed i suoi amici se ne rendessero conto essi stessi. L'aneddoto era posto al suo vero posto, quello di un volantino di propaganda di qualità superiore. Il ruolo degli intellettuali non consisteva più nel guidare gli operai ma a condurre una lotta parallela contro un nemico comune, la borghesia. Ed è contribuendo ad evidenziare queste verità che i surrealisti e Breton hanno compiuto il loro compito maggiore, anche se non ne furono essi stessi convinti.


André Breton non si mischierà mai direttamente di questioni operaie. Non lo si vedrà mai dare consigli agli operai sul modo di condurre l eloro lotte. Sarà presente in numerose manifestazioni.



Maurice Joyeux


Joyeux nel suo ufficio a Monmartre.


Signora contessa, abbiamo degli antenati comuni,

i miei hanno tagliato la testa dei vostri nel 1789!

M. Joyeux

 

 

 





Prima pagine di "Le Monde Libertaire": André Breton è morto, Aragon è vivo, una doppia sciagura per il pensiero onesto.






NOTE


[1] Il titolo del presente saggio non è che la citazione di tre versi di una poesia di Breton intitolata Poesia, un componimento che fa uso di caratteri tipografici di diverso stile e diverse grandezza in quanto ottenuti con la tecnica del ritagliare titoli di giornali e sceglierne alcuni poi caso, e contenuta a titolo di esempio nel primo manifesto del surrealismo del 1924. Versi che l'autore di questo ottimo saggio, Maurice Joyeux, ha riprodotto senza mutarne la forma grafica [N. d. T.].
[2] Cellulards, alla lettera cellulardi, dalla parola céllule, cioè cellula, era il nomignolo con cui gli anarchici francesi negli anni 20 e 30, designavano i militanti del PCF, organizzati appunto in cellule, quest'ultime intese come elemento base della propria organizzazione partitica ricalcando il termine dall'immagine dell'alveare [N. d. T.].

[3] Epinal, celebre località della Francia in cui per più di un secolo, dalla fine del XVIII secolo sino ai primi decenni del XX, si effettuò una grande produzione di stampe a soggetto e stile popolari, soprattutto santi, grandi condottieri, eventi storici nazionali gloriosi, volti ad esaltare la grandezza e nobiltà della nazione, può essere considerato una delle fonti del protofumetto francese [N. d. T.]


[Traduzione di Ario Libert]


LINK al documento originale in PDF:

Les plus belles pailles ONT LE TEINT FANÉ SOUS LES VERROUS




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28 giugno 2009 7 28 /06 /giugno /2009 13:40

Un altro interessantissimo saggio di Bernd Laska concernente Max Stirner. Dopo aver evidenziato, nel suo precedente saggio La crisi iniziale di Nietzsche, proposto in questo blog, la profonda influenza del suo pensiero su quello di Nietzsche, ora Laska pone in dovuto rilievo gli innovativi apporti in campo etico-pedagogico del pensiero di Stirner in un confronto tra la sua opera principale ed un suo scritto breve che tratta proprio del ruolo repressivo del sistema e delle concezioni educative.

 

Il "Proprietario" di Max Stirner

Bernd A. Laska

( ... ). Descrivere la figura stirneriana del "Proprietario" solleva tuttavia alcuni problemi particolari perché l'opera L'Unico e la sua proprietà di Stirner, che somiglia piuttosto ad uno scritto di circostanza, non è esente da imprecisioni terminologiche. (73+) Bisogna aggiungere a ciò che Stirner si guardò del tutto deliberatamente dal dare al Proprietario dei tratti ben precisi. È per questo che abbiamo a che fare qui, a dir il vero, con una forma senza forma. (74+)  Dobbiamo dunque cominciare con il mostrare che è pertinente, malgrado tutto, parlare della "forma del Proprietario".

Stirner sviluppò la forma, la figura o la visione del Proprietario in un confronto tanto con Hegel quanto con i suoi critici razionalisti di "sinistra", Ludwig Feuerbach e Bruno Bauer. Conviene sin d'ora caratterizzarli brevemente sotto l'aspetto qui in questione.

Hegel rimproverava al pensiero dei Lumi la sua unilateralità: perché soltanto la natura era secondo esso, dotata di una ragione inerente che si trattava di conoscere -- ma non il "mondo etico", la storia della civiltà, lo stato, la fede, ecc. Per questo motivo egli si fece un dovere di sopprimere la "funesta divisione" dello spirito occidentale generata dai Lumi, attraverso una filosofia universale della "conciliazione" tra il sapere e la fede e un concetto [Begriff] universale della ragione. Pensava così di contribuire a fare ammettere a tutti coloro ai quali mancava la "semplicità naturale dei costumi" che la vera ragione non si manifesta nel modo di ragionare dei Lumi -- che aveva in testa di prescrivere al mondo come esso deve essere -- ma al contrario nella "saggezza di vivere come il proprio popolo", frutto di un paziente lavoro contro la soggettività.

Sapendo quanto fosse difficile per l'intelletto prenderne coscienza, Hegel ritenne indispensabile l'elaborazione di una formazione precoce dell'anima [Gemüt] secondo la formula: "La disciplina costituisce un elemento essenziale dell'educazione: essa ha per scopo quello di spezzare l'intestardimento del bambino ( ... ). L'elemento razionale deve apparire in lui come la sua soggettività più peculiare ( ... ). La vita etica deve radicarsi nel bambino come sentimento" (75).

La sinistra critica di Hegel, apparsa poco dopo la sua morte, aveva come ambizione la rianimazione delle idee francesi dei Lumi, in particolare le più radicali, di orientamento ateo, sino ad allora mai realmente giunte in Germania e nel frattempo dissoltesi nella stessa Francia. In effetti, essa voleva opporre alla filosofia contemplativa e retrospettiva di Hegel una "Filosofia dell'azione" volta verso l'avvenire e non più interpretare il mondo ma cambiarlo, cioè (secondo uno dei criteri immaginati da essi) migliorarlo, dettargli espressamente come esso doveva essere.

Su questo punto, giustamente, in un campo tanto importante come quello dell'educazione, i critici razionalisti e rivoluzionari di Hegel si accordarono ampiamente con lui senza rendersene conto. Così lo stesso anarchico Bakunin esigeva che i bambini "siano sottoposti al regime ... dell'Autorità sino alla loro età maggiore". Certo, con l'età, la detta autorità doveva addolcirsi, ma soltanto per questo motivo: "affinché questi giovani in divenire, quando fossero affrancati dalla legge, potessero dimenticare come essi furono guidati e dominati durante la loro infanzia da qualcosa d'altro che la libertà". (76)

Per formare questo uomo "razionale", in Hegel, uomo "morale" e nei razionalisti post-hegeliani, uomo "libero" o "essere generico", i rappresentanti di queste due posizioni fondamentali, d'altronde opposte, fecero dunque appello in modo evidente ad uno stesso principio, uno stesso metodo: l'introiezione nel bambino di pochi anni attraverso la forza bruta e se necessario attraverso la manipolazione -- in ogni caso in modo "irrazionale" -- di questo o quel sistema di valori considerato razionale, buono, giusto, ecc, che sia ereditato dalla tradizione, ritrovato, costruito o semplicemente inventato.

Soltanto Stirner riconobbe in questo tipo di "formazione" predicato da ogni parte il male radicale. I suoi stessi migliori risultati gli apparvero poco attraenti: "Cosa sono, per la maggior parte, i nostri personaggi spirituali e colti? Dei disdegnosi proprietari di schiavi, essi stessi schiavi". Dai "serragli" pedagogici non possono uscire al massimo che degli eruditi e dei "cittadini buoni a qualcosa", ma in definitiva costoro "non sono malgrado ciò che degli esseri assoggettati". Come per Hegel, il metodo di educazione è tanto decisivo per Stirner. È per questo, in un articolo precedente, contro Hegel e gli hegeliani di sinistra, egli dichiarava fermamente: "la volontà, che sino ad oggi si è voluto così violentemente oppressa, non dovrà essere indebolita ulteriormente" affinché appaiano " delle persone libere, dei caratteri sovrani". (77)

Nella sua opera L'Unico e la sua Proprietà, Stirner non parla più di uomo "libero", "sovrano", "autentico", ecc., ma, volendo fissare la terminologia, di "Proprietario". Là ancora, contemporaneamente contro i sostenitori e gli oppositori dei Lumi, egli considera come male fondamentale che "l'influenza morale [sia] l'ingrediente principale della nostra educazione". (78) "L'influenza morale ha inizio dove comincia l'umiliazione, anzi non è altro che questa umiliazione stessa, cioè lo scoraggiamento del coraggio che, così spezzato e piegato, diventa umiltà". (79) Il male risiede nel fatto che "tutta la nostra educazione riposa sulla volontà di produrre in noi dei sentimenti determinati, cioè di inculcarceli piuttosto che di lasciarcene produrre da noi stessi, come capitano". Soltanto questi ultimi pertanto potrebbero essere detti "miei", autentici sentimenti di cui sarei il "Proprietario"; i primi al contrario, benché innanzitutto estranei a me, mi apparterebbero subito, da questa specie di fondazione, come "sacri"; non ne sarei il loro proprietario, ma, dipendendo da essi, per essi -- "posseduto". (80)

Il concetto di sacro in Stirner è la chiave per comprendere la figura del suo Proprietario. "Tutto ciò per cui provate rispetto o venerazione merita il nome di sacro." Allorché ogni paura naturale ci spinge a liberarci dal giogo della cosa temuta, "con la venerazione, invece, le cose vanno assai diversamente. L'oggetto del nostro timore viene adesso non soltanto temuto, ma anche onorato: diventa una potenza interiore a cui non posso più sottrarmi ... sono completamente in suo potere ... L'oggetto temuto ed io siamo una cosa sola." Il sacro, secondo Stirner, costituisce dunque la struttura normativa stessa di qualunque società, interiorizzata dal bambino dopo introiezione, benché all'origine a lui estranea. È qui il risultato essenziale sino ad ora di ogni educazione. È "in breve, ogni questione di -- coscienza", è "inavvicinabile per l'egoista, intoccabile, al di fuori del suo [posseduto dal sacro] potere, cioè sopra di lui; (81) è, secondo un'espressione più moderna impiegata dopo Freud (Das Ich und das Es [L'Io e l'Es], 1923) il Super-Io. (82+)

L'idealtipo del "Proprietario" è dunque innanzitutto proprietario di quel che è suo, dei suoi pensieri come dei suoi impulsi; ma è egualmente proprietario del "mondo" (della natura, degli uomini, delle cose, dello stato, ecc.) per poco che non si ponga di fronte ad essi con "rispetto e devozione". (83) Il Proprietario ("il suo io") non vive, non pensa e non agisce sotto il controllo dell'irrazionale, sotto la costrizione inconscia di un Super-Io estraneo. La sua autonomia è vera e non, come in quelle diverse filosofie sostenitrici o oppositrici dei Lumi, una finzione del "come sé", una eteronomia semplicemente integrata in un modo o in un altro. È il vero tipo di maturità, non soltanto una forma vuota evocata e possiede una "propria" comprensione di se stesso tale, che non è utile pregarlo di mostrarsi conseguente.

A proposito del Proprietario non è dunque detto nulla più di questo: non è né influenzato né condotto nei suoi giudizi di valore da un qualunque Super-Io irrazionale. D'altronde, a cosa somiglierebbe un mondo di proprietari, la questione non si pone nemmeno. Stirner nota tuttavia che questo "mondo sacralizzato sino alla minima delle sue parti", con le sue molteplici etiche, religiose o non, esortanti tutte al sacrificio ed alla negazione del sé, "dovrebbe ormai aver perso la sua apparenza attraente, dopo che i suoi effetti millenari non hanno portato ad altro che all'attuale miseria". (84) Rimprovera ai rivoluzionari del suo tempo di conservare essi stessi la suddetta miseria tanto a lungo poiché non combattono che "l'aldilà fuori di noi", e lasciano al contrario intatto l'"aldilà dentro di noi" (il sacro, la coscienza irrazionale, il Super-Io). Essi restano in tal modo, malgrado il loro ateismo, spesso fanatici, prigionieri del "cerchio magico del cristianesimo". (85)

La fine di questa miseria dell'uomo condotta da qualche Super-Io sarebbe un mondo di proprietari. Questo mondo non saprebbe malgrado ciò essere conquistato da qualche "rivoluzione" perché dei proprietari non apparirebbero che qui o là, in casi particolari di disposizioni favorevoli, sotto forma di autoliberazione individuale ("ribellione" (86+)); essi non potrebbero apparire su scala sociale soltanto se gli educatori volessero rinunciare una volta per tutte alla loro "influenza morale" sui bambini e ne accettassero almeno le conseguenze: "Quei monelli insolenti non si lasceranno più abbindolare con chiacchiere e piagnistei e non proveranno alcuna simpatia per tutte le scemenze per le quali voi vi esaltate e di cui vaneggiate da sempre: essi aboliranno il diritto ereditario, cioè non vorranno ereditare le vostre cretinate che voi invece avete ereditario dai vostri antenati; essi cancelleranno il peccato originale". (87) Che una simile evoluzione, se dovesse accadere un giorno, non potrebbe essere che di ampio respiro e si estenderebbe necessariamente su molte generazioni, Stirner ne era cosciente: "Al futuro, invece, sono riservate le parole: 'Io sono proprietario del mondo delle cose e io sono proprietario del mondo dello spirito'" (88).

NOTE

L'Unico = Max Stirner: L'Unico e la sua Proprietà, Traduzione di Leonardo Amoroso (1979), III edizione Gli Adelphi, Milano 2006

(73) Stirner utilizza anche l'espressione "egoista", in parte per ragioni polemiche, come sinonimo più spesso di "proprietario", ma qualche volta anche a proposito di soggetti in alcun modo proprietari: degli egoisti ingannati, degli egoisti involontari, ecc. Altrove egli parla dell'"individuale", del "personale", e naturalmente, come nel titolo di "l'unico". Non sembra utile precisare qui anticipatamente il rapporto semantico con il "proprietario" o "l'egoista".

(74) La letteratura secondaria su Stirner, tuttavia ricca e variegata, non apporta alcun chiarimento su questa questione centrale. Anche una monografia di più di 500 pagine vertente sul soggetto (Bernd Kast: Die Thematik des "Eigners" in der Philosophie Max Stirners. Bonn: Bouvier, 1979) si rivela dopo un esame di poco aiuto. -- Ho io stesso tentato in un precedente lavoro di delimitare la problematica della figura del Proprietario (Max Stirner als "pädagogischer" "Anarchist", in: Anarchismus und Pädagogik, Hg. Ulrich Klemm, Frankfurt/M, Dipa-Verlag, 1991, pp. 33-44). Poiché essa è al cuore del pensiero di Stirner, sarà oggetto di una prossima "Stirner-Studien" (intitolata Eine vakante Vision) più precisa e ampiamente dettagliata.

(75) G. W. F. Hegel: Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio (1820), Laterza, Bari, 1996, §§ 174, 175, aggiunte (sottolineature mie).

(76) Michail Bakunin: Prinzipien und Organisation der internationalen revolutionären Gesellschaft (1876), [Principi e organizzazione della società rivoluzionaria internazionale], in: Gesammelte Werke, Band 3, Berlin, Der Syndikalist 1924, p. 25 (sottolineature mie)

(77) Max Stirner: Il falso principio della nostra educazione (1842), Edizioni Anarchismo, Catania, 1982.

(78) L'Unico, p. 311.

(79) L'Unico, p. 89.

(80) L'Unico, p. 74 s.

(81) L'Unico, p. 80 s.

(82) Bisogna ricordare che il concetto si trova già -- e in modo pertinente in una caratterizzazione di Stirner -- Friedrich Jodl: Geschichte der Ethik [Storia dell'Etica], (2º volume, 2ª edizione 1912) 3. Aufl. Stuttgart, J.G. Cotta'sche Buchh. Nachf. 1923. p. 282.

(83) Comparate come esempio: L'Unico, pp. 176, 348.

(84) Max Stirner: Scritti minori; e Risposte alle critiche mosse alla sua opera "L'unico e la sua proprietà" degli anni 1842-1847; L'Unico, p. 324.

(85) L'Unico, pp. 163, 379 (come esempio).

(86) L'Unico, p. 330 e seguenti. "Rivoluzione e ribellione non devono esser considerati sinonimi. [ ... ] La rivoluzione mirava a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni...".

(87) L'Unico, p. 90.

(88) L'Unico, p. 76.

 

(Le note seguite da un + rinviano ad alcune precisazioni supplementari)

 


Titolo originale tedesco: Der "Eigner" bei Max Stirner
Estratti da: Bernd A. Laska: "Katechon" und "Anarch". Carl Schmitts und Ernst Jüngers Reaktionen auf Max Stirner, Stirner-Studien nº3, Nürnberg: LSR-Verlag 1997, pp. 41-47.

 

Tradotto dal tedesco in francese da Guy Vernier

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

http://www.lsr-projekt.de/poly/iteigner.html

Link interni:

Bernd Laska, La crisi iniziale di Nietzsche

Paul Chauvet, Max Stirner o l'estrema libertà

Bernd Laska, Max Stirner- ancora e sempre un dissidente

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Published by Ario Libert - in Filosofi libertari
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26 giugno 2009 5 26 /06 /giugno /2009 17:24

PANURGISMO
 

Nuova opera del grande Jossot, notevole esempio di personalità libera ed originale. Un artista poco noto persino nella sua colta patria. Il titolo del presente numero di L'Assiette au Beurre, Panurgimo, deriva dal nome di un celebre personaggio di Rabelais, Panurge, amico del gigante Pantagruele. In Francia il termine è noto pur essendo poco usato perché di derivazione letteraria e potrebbe essere perfettamente reso in traduzione con "pecorismo". Infatti, nel quarto libro, del romanzo Pantagruele, affinché un gregge di pecore si getti in mare da un battello, Panurge ne scaraventa uno in acqua, l'esempio di quell'unica pecora è immediatamente seguito ciecamente dall'intero gregge.
Con questa espressione quindi, il nostro caustico Jossot, intendeva evidenziare e denunciare l'atteggiamento di accettazione nelle opinioni come nei comportamenti della massa di caproni umani: molto attuale quindi, quasi archetipico direi...
Per quanto mi è dato di capire, credo proprio che il personaggio di spalle della vignetta 14, criticato da un gruppo di proletari perché non facente parte di nessun gruppo organizzato di anarchici e che si crede invece tale, sia proprio lo stesso Jossot, che quando poteva non risparmiava le sue pungenti frecciate critiche anche ai suoi compagni di fede. Credo anche che l'ultima tavola, rappresentante un giovane Jossot, o un tizio che ha alcuni dei suoi tratti e che allegro confessa al lettore di avere contro l'intera opinione pubblica, non sia altri che un altro autoritratto caricaturale dello stesso Jossot che, in quanto ad indipendenza ideologica e militante, era un autentico maestro.




 

 

 

 

 

 

 

 



 

 





 

 

 



 

 

 

 


 

 

 

 



 

 

 

 



 

 

 

 





 

 




 

 

 

 




 

 

 





 

 

 

 

 


 

 

 




 

 













[Traduzione di Ario Libert]

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