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20 settembre 2009 7 20 /09 /settembre /2009 10:22
Dada o la  bussola   pazza   dell'anarchia


Laurent Margantin
 

 

Una Germania sommersa

 

 

Se l'anarchismo è innanzittutto l'affermazione delle potenzialità individuali contro la società borghese, contro lo Stato, contro tutte le forme di alienazione collettiva, allora bisogna cominciare a riconoscere prima del dadaismo, nella letteratura tedesca, quanto ha potuto annunciare quest'avanguardia che si associa automaticamente all'anarchismo.

 

Tutto comincia con Fichte ed i romantici tedeschi, con l'affermazione di un soggetto autonomo e assolutamente libero di auto-crearsi: Con l'essere libero, cosciente di sé, appare allo stesso tempo tutto un mondo, a partire dal nulla. Il "Più antico programma dell'idealismo tedesco", di cui l'autore è sia Hölderlin, sia Hegel, sia Schelling (più probabilmente Schelling), continua demolendo la legittimità dello Stato: Soltanto ciò che è oggetto della libertà si chiama Idea. Dobbiamo dunque superare anche lo Stato! Perché ogni Stato è obbligato di trattare gli uomini come un ingranaggio meccanico; ed è quanto non deve accadere, bisogna dunque che si fermi.

 

Fondato sull'idea di libertà, questo "Programma" è senza dubbio il primo manifesto anarchico, ben lungi dal culto dello Stato al quale si associa abitualmente il romanticismo tedesco e la cultura germanica. Nel suo fondo, il primo romanticismo è anarchizzante ed annuncia il dadaismo, è anche fondalmentalmente provocatore, come emerge da questo testo di Friedrich Schlegel, le cui intonazioni sono dadaiste (addirittura nietzscheane) ante litteram: "L'uomo domestico deriva la sua formazione dal gregge in cui è nutrito e soprattutto dal divino pastore; quando giunge alla, stabilisce e rinuncia allora, sino a finire con il pietrificarsi, al folle desiderio di muoversi liberamente, il che non l'impedisce spesso, nei suoi ultimi giorni, di mettersi a giocare con le multicolori caricature. Certo, non è innanzitutto senza fatica né senza male che il borghese è calzato e vestito per essere trasformato in macchina. Ma per poco che esso sia diventato una cifra nella somma politica, ha fatto la sua felicità e si può, ad ogni punto di vista, considerare che è compiuto sin da quando, da persona umana che era, si è metamorfizzato in personaggio. E la stessa cosa vale tanto per la massa quanto per gli individui. Essi si nutrono, si sposano, fanno dei figli, invecchiano e lasciano dopo di loro dei figli che vivono di nuovo allo stesso modo, lasciano dei figli simili e così via all'infinito". E Schlegel aggiunge una sentenza implacabile: "Non vivere che per vivere, questa è la vera fonte della volgarità".

All'inizio del XVIII secolo, i romantici tedeschi iniziarono il grande movimento di critica dell'anima borghese secondo cui l'individualità dell'uomo doveva essere bandita a profitto della riproduzione di un modello sociale inamovibile, qui comparato al modello macchinale (il borghese "calzato e vestito per essere trasformato in macchina"). Singolare critica in un'epoca in cui la Germania non era ancora entrata nell'era industriale e che si trovò amplificata un secolo più tardi e sino a noi.

 

Dall'anarchismo a Dada

 

Dal primo romanticismo, che critica lo Stato-macchina e la società meccanizzata, all'anarchismo, non c'è dunque che un passo. In compenso, si può dire senza esagerare che Dada deriva direttamente da un confronto diretto con le tesi e la realtà anarchiche. Nel suo libro Avant garde und Anarchismus, Hubert van den Berg ha eretto un panorama impressionante di questo confronto, senza scartare le altre correnti politiche maggiori. Egli ricorda innanzitutto che in Europa, alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX, l'anarchismo era una corrente politica potente che faceva concorrenza ai partiti socialdemocratici al punto che i governi in carica si adoperavano molto in fatto di sicurezza e repressione di questo movimento politico.

 

Ci si ricorda anche degli attentati anarchici della fine del XIX secolo contro personalità ed istituzioni, attentati che ebbero un impatto importante sull'opinione pubblica ed apportarono all'anarchismo un'aura particolare. Nel suo Piccolo lessico filosofico dell'anarchismo, Daniel Colson fa dell'attività terroristica di una parte del movimento libertario il quadro seguente, senza il quale non si può comprendere l'attività dadaista: "ampiamente negativo nei suoi effetti (la morte dei suoi autori e delle sue vittime), il carattere "esplosivo" delle bombe anarchiche non cesserà più tuttavia, per un mezzo secolo, di dare, simbolicamente questa volta, il senso dell'azione libertaria e del suo modo di concepire il mondo. In effetti, istantanea nei suoi effetti, incaricata di esprimere tutte le speranze di un atto irrimediabile e definitivo, tutti i timori e tutte le speranze di una volontà individuale confrontata alla vita ed alla morte, la bomba anarchica è direttamente portatrice nella sua materialità stessa dell'idea di "esplosione" dell'ordine del mondo, di ricomposizione radicale degli elementi che lo compongono".

 

Nella sfera del potere simbolico che Dada avrebbe rappresentato tanto a Berlino quanto a Zurigo, si sarebbe trattato di colpire gli spiriti attraverso il rovesciamento di tutti i codici letterari e poetici esistenti, di fare esplodere dunque l'ordine del mondo nella sua realtà sociale, senza che sia certo che l'obiettivo di questa esplosione era "la ricomposizione radicale degli elementi che lo compongono".

Allo stesso tempo, e per il fatto della grande risonanza in tutta Europa degli attentati con la bomba o altri tentativi di assassinio ( come quella dell'Imperatore tedesco Guglielmo II), gli scritti di anarchici come Kropotkin, Bakunin o Stirner beneficeranno di un'importante uditorio negli ambienti intellettuali europei. Molto presto, un movimento intellettuale e "bohême" si formò intorno ad autori come Gustav Landauer o Erich Mühsam, i quali, con gli espressionisti, fondarono una cultura o meglio un clima anarchico nella Germania degli anni precedenti la Prima Guerra mondiale.

I legami tra espressionisti ed anarchici erano numerosi nell'ambiente culturale monachese, come evidenzia il giornale di Mühsam negli anni 10 e si sa che il dadaismo, anche se prese le sue distanze dall'espressionismo, si riconobbe nel suo appello ad una rivolta totale contro l'ordine stabilito. Esisteva dunque un clima propizio all'apparizione di un movimento nuovo che combinasse in modo indissociabile rivolta politica ed espressione artistica di un nuovo ordine. Senza lo sfondo politico e rivoluzionario dell'epoca, vigoroso e fermo come mai in un momento chiave della storia della Germania - segnata dall'esasperazione del nazionalismo e del colonialismo dell'impero guglielmino, poi, conseguenza diretta, dalla prima guerra mondiale, che rivelò agli occhi della nuova generazione l'assurdità omicida del capitalismo moderno, Dada poi il surrealismo non sarebbero mai apparsi.

 

Bisogna dunque rovesciare la prospettiva secondo la quale l'artista moderno si sarebbe impegnato in un momento dato nella lotta rivoluzionaria e tentare di comprendere come, in circostanze storiche precise, la scrittura dadaista, fu l'espressione più forte dell'arte come politica, ma come politica di un individuo disalienato dallo Stato e da tutte le "verità" collettive, di un individuo in cammino verso la libertà e pronto a sacrificarle tutto. È qui appunto che Dada dovette rompere con il campo politico come era dato, anche rivoluzionario. Anarchia nel senso dunque più estremo del termine, anarchia nei margini di ogni entità sociale riconoscibile.

 

Hugo Ball, mentre recita la sua poesia Karawane,

al Cabaret Voltaire, Zurigo 1916.

Che molti dadaisti, sopratutto Hugo Ball e Richard Huelsenbeck, abbiano collaborato alla stessa rivista di Erich Mühsam, Revolution, non meraviglia affatto. Un testo di Mühsam apparso nel primo numero, nel 1913, è anticipatore dei futuri manifesti anarco-dadaisti e soprattutto situa l'azione rivoluzionaria su un piano tanto sociale quanto spirituale, dimensione che caratterizza fortemente il dadaismo: "La evoluzione è un movimento tra due condizioni. Non ci si rappresenti un lento movimento rotatorio ma un'eruzione vulcanica, l'esplosione di una bomba o ancora una suora che si sta spogliando. Una rivoluzione si produce quando una situazione è diventata insopportabile: che questa situazione abbia preso la forma delle relazioni politiche o sociali di un paese, di una civiltà spirituale o religiosa o delle caratteristiche di un individuo. Le forze produttive della rivoluzione sono noia e desiderio, lel oro espressioni sono distruzione ed elevazione. Distruzione ed elevazione sono identiche nella rivoluzione. Ogni desiderio è desiderio creatore (Bakunin) Alcune forme della rivoluzione: morte del tiranno, rovesciamento di un potere autoritario, fondazione di una religione, distruzione di tutte le tavole (nelle convenzioni ed in arte), creazione di un'opera d'arte; l'accoppiamento. Qualche sinonimo per la rivoluzione: Dio, vita, estro, ebbrezza, caos. Lasciateci essere caotici!"

 

Mühsam, in modo manifesto, anticipa qui Dada, non fosse che per la sua concezione di una rivoluzione violenta e spontanea (eruzione vulcanica, esplosione di una bomba o suora che sta denudandosi) che non consiste in un semplice movimento popolare o in una seria di atti individuali che dovrebbero essere eseguiti ad un livello collettivo, ma si caratterizza soprattutto per la sua dimensione spirituale ed artistica, l'atto rivoluzionario principale essendo la "distruzione di tutte le tavole (nelle convenzioni e nell'arte)" e la "creazione di un'opera d'arte".

 

Rivoluzione che non richiede dunque un rovesciamento del potere esistente per sostituirne un altro, ma una distruzione del potere, dell'essenza stessa del potere, sotto tutte le sue forme sociali, siano esse politiche, artistiche, morali. Contro la legislazione, il vulcano; contro l'arte, la poesia-bomba; contro la Chiesa, la suora nuda. Dada, sotto molti aspetti, non sarà che questo: la rappresentazione incessante del rovesciamento di tutte le forme del potere, quanto la rappresentazione dell'opera d'arte borghese, ultimo sogno di un ordine estetico a venire, nel caos ed il frastuono della poesia disarticolata, disfatta, cacofonica. Rivoluzione realizzata dal solo vacillamento della lingua, arkè assoluto e che si trattava, attraverso la poesia-esplosione, di abolire.

 

Vi fu tuttavia, in ragione delle circostanza storiche e delle affinità intellettuali suddette, subordinazione del movimento Dada verso l'anarchismo come corrente politica o anche pensiero filosofico? Crediamo proprio di no.  Una prima caratteristica della politica dadaista (se si può parlare a proposito di politica nel senso classico del termine) è il suo esplosivo sincretismo.

Così, Hubert van den Berg distingue quattro tendenze politiche nel dadaismo: 1) un comunismo a carattere marxista (vicino allo spartachismo), rappresentato da Franz Jung o Georg Grosz ad esempio; 2) un nichilismo antipolitico a forte tendenza individualistica le cui figure sarebbero Picabia, Tzara o il berlinese Huelsenbeck; 3) una messa in scena messianica di cui il migliore rappresentante è Johannes Baader; 4) una sinistra radicale in cui l'anarchismo svolge un grande ruolo, rappresentato da Hugo Ball e Raoul Hausmann. Questa ripartizione mostra la difficoltà a ricondurre il dadaismo ad un inquadramento politico qualunque, anche se i riferimenti anarchici sono numerosi. L'evoluzione di diversi dadaisti verso il marxismo e la loro adesione al partito comunista fondato in Germania nel 1919 è un dato importante.

Malgrado queste differenze sul piano ideologico, non è meno certo che numerosi atteggiamenti ed atti dadaisti sono, al di là del campo politico ed anche ideologico, l'espressione di una volontà di andare oltre, di superare la politica rivoluzionaria spicciola, come se la coscienza dada fosse sempre la più forte, secondo cui una vera rivoluzione si compie fuori dei quadri ideologici precisi, in una specie di allegra distruzione di tutto ciò che impedisce all'essere umano- in modo collettivo ed alienante- di accedere al dominio della libertà individuale.

 

Il manifesto per dinamitare il potere

Dada, che sia a Zurigo, Berlino o Parigi, scriverà dei manifesti. Leggiamo quello diJefim Golyscheff, Raoul Hausmann e Richard Huelsenbeck, che dada 1919, redatto a Berlino in una delle epoche più torbide della storia moderna della Germania, caratterizzata dalla  sconfitta del nazionalismo e del militarismo prussiani, e la repressione di un movimento rivoluzionario. Il testo si intitola "Che cos'è il dadaismo e cosa vuole in Germania?".

Si legge innanzitutto che il dadaismo chiama alla "unione  rivoluzionaria internazionale di tutti gli uomini creatoti e spirituali del mondo intero sulla base del comunismo radicale", parola d'ordine che non potrebbe essere più classica di così se non si menzionassero gli uomini sia creatori sia spirituali (benché abbiamo visto Mühsam far appello all'intelligenza artistica), in seguito - e là le cose si degradano dal punto di vista propriamente rivoluzionario- il dadaismo chiama alla "introduzione dello sciopero progressivo attraverso la meccanizzazione generalizzata di ogni attività. È soltanto attraverso lo sciopero che l'individuo ha la possibilità di assicurarsi della verità della sua esistenza e di abituarsi infine all'esperienza".

 

Il manifesto in seguito si trasforma in una parodia di appello rivoluzionario, come se la specificità dell'anarchismo dadaista dovesse esssere di svuotare del suo senso e della sua potenza tutte le forme catalogate dell'espressione politica. È così questione di un "comitato centrale" creato "affinché gli articoli di legge dadaisti siano rispettati da tutti i cleri ed i professori", "affinché il concetto di proprietà sparisca totalmente", "affinché sia introdotta la poesia simultaneista come preghiera dello Stato comunista", "affinché le Chiese autorizzino la rappresentazione di poesie  Bruitiste, simultaneiste e dadaiste", "Affinché sia creato un comitato dadaista in ogni città con più di 50.000 abitanti in vista di una nuova formazione dell'esistenza", "Affinché siano controllate tutte le leggi e tutti i decreti dal comitato centrale dadaista della rivoluzione mondiale" e "Affinché tutte le relazioni sessuali siano presto regolamentate nel senso dadaista internazionale attraverso la creazione di una centrale sessuale dadaista". L'intenzione qui è quello di squalificare il discorso rivoluzionario così come è usato nei partiti comunisti europei, ma più generalmente tutte le costruzioni ideologiche attraverso le quali si opera un saccheggio del collettivo sull'individuo creatore di sé, il solo individuo che valga veramente, l'artista.

Ma c'è una politica dell'individuo-artista, fondata sull'idea di libertà, se non quella, dadaista, che disfa giustamente ogni possibilità di una politica concepita come potenza di uno solo su alcuni o di alcuni su alcuni? Se c'è anarchismo dadaista, non è questo nichilismo antipolitico evocato a proposito di Huelsenbeck, non è una forma di anarchismo disperato spezzante la potenza sin nella parola di cui mette in scena, in poesia catastrofiche, il ritorno al suono primitivo? Perché c'è una volontà dadaista di ritornare al primordiale, a ciò che precede lo stato sociale dell'uomo, in una  prospettiva stranamente rousseauiana e che potrebbe bene, nel suo fondo, animare il dadaismo.

Così, uno dei fondatori del gruppo di Zurigo, Hans Arp, ha intitolato una raccolta di poesie Ich bin in der Natur geboren (Sono nato nella natura), raccolta nella quale si può leggere la poesia Configurations de Strasbourg (configurazioni di Strasburgo) che inizia così: Sono nato nella natura. Sono nato a Strasburgo. Sono nato in una nube. Sono nato in una pompa. Sono nato in un vestito, e che seguita con una presentazione del gruppo dadaista e dei suoi obiettivi: "Nel 1916, a Zurigo, ho generato Dada con degli amici. Dada è per il non senso il che non vuol dire idiozia. Dada è privo di senso come la natura e la vita. Dada è per la natura e contro l'arte". Questo tema è ricorrente presso Arp così come nella maggior parte dei dadaisti. Affermare la vita individuale, è affermarsi come essere vivente in mezzo alla realtà non condizionata dall'uomo e l'universo fittizio da lui creato. Il processo di decondizionamento passa a volte attraverso un'esperienza onirica ed immaginaria che è quella della metamorfosi delle forme, degli esseri o delle situazioni ("Sono nato in una nuvola. Sono nato in una pompa").

Raoul Hausmann proclama in un manifesto dadaista del 1918 firmato tra gli altri da Tristan Tzara, Hugo Ball e Hans Arp che "La parola Dada simbolizza la relazione primitiva con la realtà circostante" e che "con il dadaismo una nuova realtà prende posto". E aggiunge: "Per la prima volta nella Storia, il dadaismo non si pone più di fronte alla vita ad un livello estetico, lacera tutti gli slogan dell'etica, della cultura e dell'interiorità che non sono che dei mantelli per muscoli magri". Con il dadaismo, scrive ancora, "la vita appare come un intreccio simultaneo di rumori, colori e di ritmi spirituali che risorgono direttamente nell'arte dadaista sotto forma di grida e di febbri sensazionali della psiche quotidiana e in tutta la sua brutale realtà". L'arte dada è associazione di elementi contradditori e anacronistici ed è in questo che esprime la vita, che è anarchia. Essere anarchici nel vero senso del termine, nel senso artistico del termine, è sposare il flusso della vita, anarchia prima, è ritornare a ciò che ha preceduto tutte le costruzioni mentali dell'umanità ricoprendo la libera anima dell'individuo.

Johannes Baader, in quanto "dada in capo", presenta così le cose: "Un dadaista è un uomo che ama la vita nelle sue forme più singolari e che dice: so che la vita non è tutta qui, ma che è anche là, là, là (da, da, da ist das Leben)! Di conseguenza il vero dadaista padroneggia tutto il registro delle espressioni vitali umane, dall'autodenigrazione sino alla parola sacra della liturgia religiosa su questo globo terrestre che appartiene a tutti gli uomini. E farò del tutto affinché degli uomini vivano su questa Terra in futuro. Degli uomini che siano padroni del loro spirito e che con l'aiuto di quest'ultimo ricreeranno l'umanità". Dinamitare il potere (di Dio, ma anche di innumerevoli piccoli dei che ricoprono la terra), è affermare la vita in tutte le sue forme, nella sua assoluta libertà creativa alla quale l'uomo deve tendere, ricreando così l'umanità. L'anarchia del verbo dadaista (bruitista, simultaneista, ecc.) non smette di proclamare questa professione di fede: è ritornando alla primitività della vita, anteriore a tutte le fondazioni sociali, che l'uomo si libererà.

 

La bussola pazza

 

La strategia dadaista conduce ad un'agitazione della bussola politica, sconvolgimento provocatore, da qui un intreccio dei registri della parola (poesia, canto, manifesto, dimostrazione pseudo-filosofiche volgenti all'assurdo, pezzi teatrali o racconto delirante), ma anche degli orientamenti politici, filosofici e religiosi. Occorre che l'ago della bussola giri con una tale intensità che alla fine la bussola esploda, lasciando infine l'umanità ad esplorare la libertà. Si potrebbe parafrasare Friedrich Schlegel dicendo che colui che vuole qualcosa di infinito (la libertà in questo caso) non sa cosa vuole; ma Dada sa che non sa cosa vuole, da qui il gioco infinito delle negazioni che è peculiare del dadaismo, la cui ultima negazione è così formulata: "Dada! Perché siamo antidadaisti!" (p. 66).

 

Possiamo dunque interpretare ogni atteggiamento anche postura dadaista come un atto di distruzione parodica, come quelle scelte ideologiche o religiose turbanti, ad esempio quelle di Johannes Baader. Si tratta, per ogni parola, di scombussolare l'uditore, di ostacolarlo nelle sue scelte mostrandogli un'immagine eccessiva delle sue credenze. Baader eccelse in questo esercizio, lui che un giorno di novembre 1918 interruppe un predicatore alla corte Dryander durante una messa alla cattedrale di Berlino interpellandolo in questo modo: "Un momento! Voglio chiederle, cos'è per voi Gesù Cristo? Vi somiglia così tanto!" Baader fu arrestato e accusato di blasfemia, l'avvenimento fece molto scalpore, sui giornali dell'epoca soprattutto. Anche se colui che venne qualificato come "anarchico individualista" si presentava come il "nuovo Cristo", Raoul Hausmann fece del personaggio uno dei più eminenti rappresentanti del dadaismo berlinese, vedendo per un certo periodo nel suo delirio messianico una rappresentazione dello spirito esplosivo proprio di Dada.

Sul piano politico, i Berlinesi furono senza alcun dubbio i più nichilisti degli anarchici, cambiando di identità e di ideologia secondo i contesti, in funzione del grado di sovversione che quest'ultime potevano rappresentare. Nulla nella "offerta politica" del momento  poteva soddisfarli, come se il carattere gregario di tutti i partiti e di tutti i movimenti li rivoltassero sistematicamente, qualunque essi fossero. L'umanità volgare dell'uomo, quella che lo spinge a raggrupparsi, era da eliminare, in un movimento forzatamente individuale- per questo aspetto i due riferimenti filosofici principali- come in Picabia- erano Stirner e Nietzsche. Così Huelsenbeck si riconobbe nel 1920 nel comunismo più radicale (una scelta ideologica non potendo essere che radicale), al punto di qualificare dada come  bolscevico", prima di considerare il comunismo come settario (quello del partito) come troppo "costruttivo", legato com'era alla fondazione di un paradiso sulla terra a cui non poteva credere, mentre il dadaista sosteneva un programma distruttivo da compiersi nell'indifferenza politica.

 

Fondamentalmente sincretico, intrecciando le correnti del pensiero, le ideologie, le credenze, ciò che potremmo chiamare infine gli istinti spirituali per contraddistinguere il fatto che lo spirito è retto anch'esso dalle forze del corpo, l'anarchismo dadaista approda ad un nichilismo estremo che prende la forma di una "indifferenza creatrice", concetto preso a prestito al filosofo Salomon Friedlaender, per il quale il fatto che la cosa in sé kantiana sia inconoscibile gettava il soggetto in un universo di relatività, cioè di innumerevoli polarità che non potevano essere superate che in un punto di assoluta indifferenza, momento di assoluta libertà.

 

È la stessa cosa oggi, in cui il pensiero libertario evoca le figure più discordanti, da Rimbaud a Nietzsche, da Deleuze a Bakunin, da Spinoza a Leibniz, come se la specificità dell'anarchismo fosse infine, come per Dada, di cercare prima di tutto di produrre l'esplosione spirituale, la sola attraverso la quale la volontà umana non gregaria potrebbe esprimersi. E ci si può interrogare sul fatto che l'anarchismo ritorni precisamente oggi, come se si trattasse attraverso esso di combinare per poi superare tutte le forme di rivolta che, nella loro realizzazione storica, sono fallite, in primo luogo beninteso il comunismo.

 

Sul fatto che ritorni in una epoca "scombussolata", ma il cui scombussolamento sembra non attivo, ma passivo, esprimentesi a fatica (si è giustamente detto che Sisifo era stanco) ed una spossatezza vertiginosa. Punto di indifferenza inverso di quello del dadaismo, che esso era espressione di un'energia estrema, quando la nostra epoca si sprofonda in un nulla di volontà. Il dadaismo ci seduce, l'anarchismo anche, come il sogno ultimo che una rivolta potrebbe ancora animare l'individuo, allorché tutto sembra dormire nell'infinito ritorno dei ritornelli politici.

 

 

Laurent Margantin

Questo testo è apparso sulla rivista Lignes, n° 16, "Anarchies", Febbraio 2005.

 

 


Nota sull'autore
 

I suoi primi testi sono stati pubblicati da Kenneth White in Cahiers de géopoétique, successivamente delle poesie e dei testi in prosa sono apparsi in Poésie 98, Fario, Le Nouveau Recueil, così come degli articoli di ricerca sulle riviste specializzate come Romantisme, Littérature o Mélusine.

Dopo studi in letteratura comparata, Laurent Margatin si è orientato verso la letteratura tedesca, prima di vivere una decina d'anni a Tubinga in Germania. Ha lavorato soprattutto ad un dottorato su Novalis et les sciences de la terre, e ad un'antologia sul romanticismo tedesco intitolato La forme poétique du monde edito presso le edizioni José Corti.

Durante questi anni, è stato in stretto contatto con il filosofo Manfred Frank ed i poeti Auxeméry e Lorand Gaspar. Collabora alla "Quinzaine littéraire" ed ha cominciato a partecipare alla "Revue des Ressources", sin dal 1998 facendo parte del comitato di redazione. È responsabile della rubrica"Ecritures & Critiques" suddivisa in quattro parti: D’autres espaces, Critiques, Littérature et Internet et Romantisme allemand.

Ha recentemente posto on line diversi scritti sul sito delle éditions Léo Scheer.

 
[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:
Dada ou la boussole folle de l'anarchisme

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14 settembre 2009 1 14 /09 /settembre /2009 17:41






  Anarchismo e surrealismo

di Aurélien Dauguet


Max Ernst, L’Unico e la sua proprietà, 1925
1925. tecnica del Frottage, matita su carta. 26 x 20 cm.

 

 

Dove il surrealismo si è per la "prima volta riconosciuto... è nello specchio dell'anarchia". Con questa frase senza equivoci, André Breton riafferma nel 1952 un'evidenza che tuttavia, lo si è potuto constatare nella storia di questi due movimenti, ha avuto qualche difficoltà a farsi ammettere ed ha incontrato alcuni alleati. "La Claire Tour" è apparso nel n° 297 dell'11 gennaio 1952 del Libertaire che ospitava i surrealisti da maggio 1947. Dopo il ritorno di André Breton dagli USA egli fu salutato da André Julien nel numero del 24 aprile dello stesso anno. "Perché una fusione organica non ha potuto verificarsi in quel momento tra elementi anarchici e surrealisti?" si interroga. Questa domanda, se può essere posta oggi, richiede alcuni approfondimenti.

In effetti, si stabiliva allo stesso tempo, se non la fusione organica che Breton evocava e richiamava esplicitamente almeno una collaborazione regolare tra surrealisti ed anarchici attraverso la mediazione di testi destinati al Libertaire: i Biglietti surrealisti ed altri scritti, come la risposta di Breton all'inchiesta  su Céline, il suo discorso alla Mutualité, delle critiche di film, dei biglietti umoristici o lo studio di Péret su "La Rivoluzione e i sindacati".

Ma quel che molti autori dimenticano di precisare ricordando questo periodo, è di quale tipo di anarchici si trattava. Fare qui la storia della presa di possesso del giornale e dell'organizzazione dal gruppo di Fontenis, la deviazione marxista, la società segreta Pensée et Bataille e la caduta nell'elettoralismo ci condurrebbe troppo lontano. Basta dire che se i surrealisti furono per qualche tempo i gonzi di questa situazione, essi compresero molto presto e inoltre conservarono il contatto con quelli che ricostruirono la F. A. e lanciarono, con il successo che conosciamo, Le Monde Libertaire.

Ma, come fu pensato, sentito, vissuto, sognato l'anarchismo in seno al surrealismo dal suo emergere nel mondo dello spirito? Il primo Manifesto del surrealismo è apparso nel 1924. Breton vi faceva poggiare le fondamenta di questa grande avventura. Fondamenta ma non limiti, redatti in una lingua ad un tempo sia forte che chiara, senza pedanteria: evocazione della vita quotidiana, riferimenti agli autori che lo hanno alimentato, saluto ai suoi amici che hanno reso atto di surrealismo assoluto, omaggi poetici. Allo stesso tempo, egli erige una specie di Panteon del surrealista. Baudelaire è surrealista in morale, Rimbaud è surrealista nella pratica della vita, Vaché è surrealista in me.

Stabilisce le basi referenziali degli apporti scientifici: riconoscimento a Freud delle sue scoperte, l'immaginazione è forse sul punto di riprendersi i suoi diritti. Se le profondità del nostro spirito custodiscono strane forze capaci di aumentare quelle della superficie o di lottare vittoriosamente contro di essa, c'è ogni interesse a captarle innanzitutto, per sottometterle in seguito, se possibile, al controllo della nostra ragione.

Riprende, da Reverdy, la definizione dell'immagine: L'immagine è una creazione pura dello spirito. Non può nascere da una comparazione ma dall'avvicinamento di sue realtà più o meno lontane [...]. Più i rapporti di due realtà vicine saranno lontani e giusti, più l'immagine sarà forte, più avrà potenza emotiva e realtà poetica, e fornisce una definizione del surrealismo: Automatismo psichico attraverso cui ci si propone di esprime sia verbalmente sia per iscritto sia in qualsiasi altro modo il funzionamento reale del pensiero. Ma non si è dimenticato di precisare che la sola parola libertà è quella che ancora mi esalta. La credo adatta ad interessare, indefinitamente, il vecchio fantasma umano. Risponde indubbiamente alla mia sola legittima aspirazione.

È dopo l'incontro con Jacques Vaché, personaggio unico, poeta dell'istante e della vertigine che segnò fortemente il giovane Breton, e prima del Manifesto del 1924, nel 1919 che possiamo datare gli inizi del surrealismo. È in effetti a questa data che compaiono Les Champs magnétiques di Breton e Philippe Soupault, raccolta di testi automatici per i quali i due autori si sono associati senza che si possa a priori discernere la parte di ognuno di essi. Era parlando propriamente aprire il campo a tutti i magnetismi del pensiero, dell'inconscio e della poesia. Questi giovani e con essi Louis Aragon e qualcun altro, erano stati molto sensibili all'espressione plastica dei loro fratelli di pochi anni più grandi: Giorgio de Chirico, Francis Picabia, Marcel Duchamp e Max Ernst.


Questa espressione era ai loro occhi come una concretizzazione dello spirito di Rimbaud e di Lautréamont  nella personalità e nasceva allora nell'interpretazione volontariamente denigrativa di Dada. Dada appariva nel 1916 a Zurigo. È la reazione selvaggia alla guerra orribile ed imbecille, da parte di un non-conformismo assoluto e distruttore. Vi furono, certo, altri precursori, Sade, Jarry, perché il surrealismo è stato una ricostruzione totale del mondo del pensiero e della sensibilità. Con tutti i surrealisti, Breton non ha smesso, per tutta la sua vita di sollecitare attraverso la storia della filosofia, dell'antropologia, dell'arte, della scienza e in molti altri campi, tutti gli autori, tutti i lavori, tutte le procedure che il pensiero ufficiale piegato dalla religione e dalla autorità, avevano occultati. Ma, prima di tutto il surrealismo è nato da una presa di coscienza acuta della irrisorietà della condizione umana e, allo stesso tempo, della perdita degli immensi poteri che sono stati strappati all'uomo attraverso la morale, la religione e le oppressioni sociali.

 

Ma se i surrealisti non sono arrivati che nel 1947 a raggiungere gli anarchici, quale fu il loro cammino politico dall'anticonformismo totale di Dada? Vedremo che se questi percorsi li hanno portati a fiancheggiare i comunisti per pochi anni, e ciò con alterne fortune, questo non ha mai fatto loro smarrire la linea di demarcazione della rivolta e dell'anarchismo.


Una grande sensibilità è sempre presente in Breton e questa sensibilità si esprime con una grande intensità quando evoca l'anarchismo. In  Arcane 17, scritto nel 1944, ricorda: La bandiera rossa, del tutto pura, priva di marchi o insegne, ritroverò sempre per essa l'esaltazione popolare all'avvicinarsi dell'altra guerra, l'ho vista dispiegarsi a migliaia nel cielo basso di Pré-Saint-Gervais. Tuttavia, sento che a ragione non posso farci nulla continuerei a fremere ancor più all'evocazione del momento in cui questo mare fiammeggiante, in posti poco numerosi e ben circoscritti, è stato bucato dallo stormire di bandiere nere [...]. Nelle più profonde gallerie del mio cappello nero, certo, le devastazioni fisiche erano più sensibili, ma la passione aveva veramente forato certi occhi, vi aveva lasciato dei punti di incandescenza indimenticabili. Era come se la fiamma fosse passata su  tutti loro bruciandoli soltanto più o meno, non lasciando sugli uni che la rivendicazione e la speranza più ragionevoli, le meglio fondate, mentre portava agli altri, più rari a consumarsi sul posto in un atteggiamento inesorabile di sedizione e di sfida [...]. E ancora: Non dimenticherò mai la distensione, l'esaltazione e la fierezza che mi procurò, una delle primissime volte che bambino mi si portò in un cimitero tra tanti monumenti funerari deprimenti o ridicoli, la scoperta di una semplice lastra di granito incisa in lettere capitali rosse con la superba sentenza Né dio né padroni".

 

Questa emozione giovanile doveva segnare la formazione intellettuale di Breton e dei suoi amici tanto quanto l'attualità politica dell'caso Dreyfus, i grandi movimenti sociali e la ribollente vita intellettuale dell'epoca, i poeti simbolisti come Laurent Tailhade o il Remy de Gourmont di allora o ancora Georges Darien (Breton scriverà la prefazione nel 1955 della riedizione di Voleur [Il ladro] evocando Stirner e L'Unico che aspira ad essere Uomo libero sulla terra libera). Ma è soprattutto la rivolta individuale che questi ambienti intellettuali celebreranno, piuttosto che la lotta sociale. I surrealisti non esiteranno, nel 1923, a prendere la difesa di Germaine Berton, una giovane anarchica che uccise, nei locali dell'Action française, il "camelot del re" Maurice Plateau. Il caso si complicò per via del suicidio del figlio di Léon Daudet. Philippe, acquisito alle idee libertarie ed amante di Germaine Berton.

 

Ma se, presso i surrealisti si prova attrazione verso l'anarchia, non si cerca ancora ad agire direttamente in un'organizzazione o un gruppo. Robert Desnos, tuttavia, ha frequentato un tempo il gruppo in cui stavano formandosi Rirette Maîtrejeane Victor Serge. E, secondo un rapporto datato 30 dicembre 1940 della direzione delle Informazioni generali, Benjamin Péret avrebbe militato in un gruppo anarchico della regione parigina nel 1924 e collaborato alla stessa epoca al Libertaire che è citato in La Révolution surréaliste. I surrealisti leggevano dunque Le Libertaire a quest'epoca così come L'Anarchie  e L'Action d'Art.

 


 

Ritratti provocatori e surreali di surrealisti. La scritta recita: "Non vedo la (donna) nascosta nella foresta". Da: La Révolution surréaliste, n°12 del 15 dicembre 1929.


Aragon che fece carriera con lo stalinismo scriveva nel 1924 questa frase, nell'opuscolo Un cadavre, diretto contro Anatole France: Mi fa piacere che il letterato che saluta allo stesso tempo il tapiro Maurras e Mosca la rimbecillita. A Jean Bernier che glielo rimproverava, rispose: La rivoluzione russa, non mi impedirete di alzare le spalle, sulla scala delle idee, è tutt'al più una lieve crisi ministeriale. È molto paradossalmente in quest'atmosfera che i surrealisti si porranno il problema dell'azione rivoluzionaria. Si può capire oggi l'attrazione che ha potuto esercitare su di loro, in poco tempo, la rivoluzione russa che sembrava allora essere ancora promettente.


D'altronde, il movimento anarchico era poco coerente. Stava sbiadendosi appena il ricordo del Manifesto dei sedici che si schierava a favore della guerra e gli anarchici erano divisi in piattaformisti e sintetisti. Nel luglio del 1925, Breton assume la direzione di La Révolution surréaliste succedendo così ad Antonin Artaud che esprimeva un individualismo anarchizzante ed aveva redatto la maggior parte dei testi collettivi della rivista come "Vuotate le prigioni, sciogliete l'esercito" e scopre il libro di Trotsky su Lenin che lo colpisce. Il movimento accelera: Eluard, André Mason e Joe Bousquet seguono. Aragon, un po' reticente, si getta nella corrente con grande stupore di Victor Castre "stupito di vedere in quindici giorni lo spirito più libertario del gruppo passare da un individualismo assoluto ad un impegno totale".

 

C'era certamente in Breton, che aveva portato a questo processo, un desiderio urgente di concretizzare alcuni dati del surrealismo ed il timore di vedere il surrealismo impantanarsi in una specie di bohème negativista. Il suo rifiuto di status di artista ha anch'esso il suo peso così  come il desiderio sincero di vedere il mondo cambiare. Nei fatti, soltanto cinque membri del gruppo surrealista si iscriveranno al P. C.: Aragon, Breton, Eluard, Unik e Péret, nel gennaio del 1927.


"È sicuro che l'idea dell'efficacia, che sarà lo specchio delle allodole di tutta quest'epoca, è stato altrettanto decisivo. Il che possiamo attribuire al trionfo della rivoluzione russa e all'avvento di uno Stato operaio che comportava un grande cambiamento chiarificatore. La sola ombra sul quadro che doveva precisarsi come una macchia indelebile risiedeva nello schiacciamento dell'insurrezione di Kronstadt il 18 marzo 1921. Mai i surrealisti riuscirono del tutto a passarci sopra..." spiega Breton stesso in La Claire Tour.


Ma l'adesione alla rivoluzione sovietica non fu accettata da tutti i surrealisti. Così Robert Desnos rifiuta di accettare delle parole d'ordine ed una disciplina troppo arbitraria. Stesso genere di rifiuto in Miro e Georges Ribemont-Dessaignes. Inoltre, bisogna precisare che l'impegno di Breton stesso non si senza riserve: egli valuta che il programma comunista non è, che un programma minimo e rimprovera a L'Humanité di essere puerile, declamatorio, cretinizzante, illeggibile; del tutto indegno del ruolo di educazione proletaria che dovrebbe assumere.

  

 L'anarchica Germaine Berton circondata dai surrealisti. Omaggio del movimento d'avanguardia al suo gesto omicida riparatore.


Breton si vede collocato alla cellula del gas. Questi poeti spronando il sogno e l'inconscio sembrano tanto più sospetti quando ci si ricorda della loro presa di posizione nei casi Germaine Berton e Philippe Daudet. Da parte loro, i surrealisti cominciarono a provare una certa inquietudine durante i primi processi, soprattutto quello del partito industriale nel novembre e dicembre del 1930. Aragon e Sadoul ottennero dai loro amici la condanna pubblica dei pretesi sabotatori che essi fecero a fior di labbra con, precisa André Breton, più o meno con  una certa riserva mentale.

 

In "Legittima Difesa", testo importante che occorrerebbe citare per intero, Breton aveva precisato che "le esperienze della vita interiore si proseguono e ciò ben inteso, senza controllo esterno, anche marxista". Questo periodo "comunista" sarà, lo si sarà capito, tempestoso ed il barometro oscillerà tra la volontà dei surrealisti di partecipare efficacemente, a modo loro, alal rivoluzione proletaria, la loro volontà di conservare la loro specificità ed i tentativi dei dirigenti del P. C. di sottovalutarli. Breton, restando in piedi nella tempesta e desiderando influenzare la politica del P. C., decide di far parte-siamo nell'autunno del 1932- con Char, Eluard e Crevel, dell'ufficio dell'Associazione degli scrittori ed artisti rivoluzionari presieduto da P. Vaillant-Couturier.

 

Equivaleva a salire più in alto per precipitare più in basso. Nel 1933, Breton veniva escluso. Il pretesto, un testo di Ferdinand Alquié che criticava il film sovietico "Les Chemins de la Vie" nella rivista Le surrealisme au service de la Révolution. Poi fu la volta, (però nel frattempo, nel 1935, Breton aveva schiaffeggiato  Ilya Ehrenburg che aveva qualificato come da pederasti le attività dei surrealisti nel suo libro Visto da uno scrittore dell'URSS), del "Congresso internazionale per la difesa della cultura", nel corso del quale i surrealisti furono per così dire imbavagliati: non si accordò loro la parola che l'ultimo giorno del congresso alle due del mattino. Crevel, che aveva fatto molto per preservare i fragili legami tra i suoi amici e il P. C., si suicidò la mattina stessa. Se quest'avvenimento non fu l'unica causa del suo suicidio, si può ipotizzare senza timore che non ne fu estraneo.

 Senza segnare nessun regresso nella sua evoluzione politica, il surrealismo ritroverà sulla sua strada la rivolta individuale e la nemica di sempre, la sacrasanta famiglia borghese con il violento caso di Violette Nozière: una ragazza avvelena suo padre. È evidentemente un crimine scandaloso ma lo scandalo è ancora più grande quando Violette accusa suo padre di averla violentata sin dall'età di dodici anni. I surrealisti, che si erano già sollevati contro l'ipocrisia borghese nel manifesto "Hands Off Love", durante il processo per il divorzio di Charlie Chaplin nel 1927, reiterano dando, in omaggio a Violette Nozière, una raccolta di poesia arricchita con delle illustrazioni.

 

Breton aveva ammirato Trotski attraverso il suo libro su Lenin. Péret da parte sua aveva avvicinato, sia in Francia sia in Brasile, da cui fu oltretutto espulso, i gruppi di opposizione marxista come L'Unione comunista, o il Partito operaio internazionalista. I surrealisti avevano preso le difese di  Trotski sin dalla sua espulsione dalla Francia nel 1934. Nel 1938, Breton si trova incaricato di una serie di conferenze a proposito della "Poesia e della pittura in Europa" all'Università di Città del Messico. Sarà per lui il momento di incontrare il momento atteso per incontrare Trotski allora residente vicino a Città del Messico. Passa alcuni giorni in compagnia del rivoluzionario e del pittore Diego Rivera.

 

Redige "Per un'arte rivoluzionaria indipendente", appello all'indipendenza dell'arte in cui si afferma: "la volontà deliberata di attenerci alla formula licenza in arte" e più precisamente che "la rivoluzione è tenuta ad edificare un regime socialista di piano centralizzato; per la creazione intellettuale deve, sin dall'inizio stesso, fondare un regime anarchico di libertà intellettuale. Nessuna costrizione, non la minima traccia di comando". Questo manifesto fu firmato con i nomi di Breton e Rivera ma redatto di fatto da Breton e Trotsky, quest'ultimo avendo insistito che la sua firma fosse sostituita alla sua. Si sente in questo testo l'influenza della rivoluzione spagnola. Fu suscitata da Trotsky dalla personalità di Breton?


La rivoluzione spagnola porterà ai surrealisti quanto essi si aspettavano dall'anarchismo: un'organizzazione ed una determinazione, nei fatti, a cambiare il mondo. Benjamin Péret si recherà in Spagna in quanto delegato del P.O.I. Dopo aver lavorato alal radio del P.O.U.M., lascia questo posto rimproverando a questa organizzazione la sua partecipazione al governo della Generalità della Catalogna. Si arruola nella colonna Durruti sul fronte aragonese. "Ogni collaborazione con il P.O.U.M. era impossibile, volevano accettare della gente alla loro destra, ma non alla loro sinistra. Ho deciso di entrare in una milizia anarchica ed eccomi al fronte, a Pino de Ebro", scriveva a Breton.


Due anni più tardi, rende omaggio a Durruti: "Ho sempre visto in Durruti il dirigente anarchico più rivoluzionario, quello il cui atteggiamento si opponeva più violentemente alle capitolazioni degli anarchici entrati nel governo ed il suo assassinio mi aveva molto commosso. Pensavo che l'insegnamento costituito dalla vita di Durruti non andrebbe perduto". Péret, che fu il più politicizzato dei surrealisti se non si è mai dichiarato anarchico, ne è stato sempre vicino. Fu in ogni caso un militante rivoluzionario conseguente e intransigente ed un grande poeta. Rientrato in Francia, partecipa con i suoi amici surrealisti alla F.I.A.R.I.


All'inizio della guerra, mobilitato, è implicato in un affare di volantini pacifisti "a carattere anarchico", se si deve credere alle informazioni generali, arrestato e imprigionato alla Santé poi a Rennes. Liberato, riuscirà a raggiungere il Messico dove si impegnerà in una profonda ridiscussione delle teorie e metodi rivoluzionari del trotskismo e prende le distanze con le sue organizzazioni. Durante la sua partecipazione al Libertaire, ritrova i principi di base dell'anarchismo. "Se la sparizione dello Stato non può essere presa in considerazione nell'immediato, non è meno certo che il trionfo dell'insurrezione proletaria deve segnare il primo giorno dell'agonia dello Stato", afferma in una lettere a Georges Fontenis ed il suo studio "I sindacati contro la rivoluzione" lo pone in un'ottica consiliarista.


Poco tempo dopo il ritorno di Breton dagli USA, il surrealismo riprende le sue attività e l'avvenimento più di spicco con l'apparizione della rivista Néon sarà la dichiarazione collettiva "Rottura inaugurale" che, se segna la persistenza nell'attaccamento alla personalità di Trotski, più che al suo pensiero, segna le distanze prese con le formazioni politiche: "Ma le esigenze morali che sono le nostre, pur relativamente rispettate dai movimenti proletari di opposizione allo stalinismo, non sono, da questo lato non più, al riparo da ogni delusione. Il surrealismo ed i suoi differenti movimenti che si estendono sino all'anarchia, è probabile che dal lato dell'anarchia gli scrupoli morali del surrealismo troverebbero più soddisfazione che inoltre si incontrano anche su un piano ad un tempo di protesta rispetto al presente e di rivendicazione intransigente e lucida in quanto all'avvenire".


Questo testo faceva seguito a "Liberté est un mot vietnamien" [Libertà è una parola vietnamita], contro la guerra in Indocina: "È falso che si possa difendere la libertà qui imponendo la servitù altrove" e precedeva "À la niche les glapisseurs de Dieu"  [A cuccia gli strilloni di Dio] che denunciava l'epidemia dei tentativi di recupero del surrealismo da parte dei cristiani che imperversavano allora. È alla stessa epoca che inizia la collaborazione al Libertaire. Les Billets surréalistes propriamente detti appaiono il 12 ottobre 1951. Parallelamente, Breton e qualcun altro dei suoi amici sostengono le campagne di Gary Davis, Il Mouvement Front Humain [Movimento Fronte Umano] e quello dei Citoyens du Monde [Cittadini del Mondo] e si trovano all'origine del Manifestes des 121. Il malinteso che mise fine alla partecipazione al Libertaire fu lungi dal rimettere in causa i rapporti tra anarchici e surrealisti anche se, in seguito, essi non collaborarono regolarmente a Le Monde Libertaire, i legami non saranno mai rotti del tutto tra i due movimenti.

 Ne sono testimoni le differenti manifestazioni di reciproco interesse tanto nelle riviste surrealiste (Médium, Le Surréalisme, La Brèche, L'Archibras) quanto nella stampa libertaria. Conosciamo la partecipazione di Breton alle campagne Lecoin e ai Comitati antifascisti a fianco della F. A. L'elenco sarebbe lungo, uno studio approfondito di questo periodo recente, con i suoi aspetti internazionali, sarebbe necessario. Ricordiamo quest'avvenimento simbolico per molto militanti anarchici: la presenza delle firme di Maurice Joyeux e di Maurice Laisant in fondo ad un testo di protesta dei surrealisti riprodotto in Le Libertaire n° 107 di giugno 1990.


"Perché una fusione organica non ha potuto svolgersi in questo momento tra elementi anarchici e surrealisti?" Questo interrogativo di Breton in "La Claire tour" può essere posta oggi, credo personalmente che se questa fusione dei luoghi comuni di pensiero avrebbe potuto essere possibile ai tempi di Dada, la diversità delle opzioni dell'anarchismo, somma del tutto complessa e variegata e la specificità del funzionamento collettivo del surrealismo, per lo meno sino ad un passato recente mi hanno sempre incitato ad una grande prudenza. Per contro questa fusione può operarsi a livello individuale: ho evocato più in alto Benjamin Péret, il suo grande amico, il poeta Jehan Mayoux potrebbero personificare questa "fusione organica individuale". Figli di insegnanti pacifisti e libertari, aveva raggiunto i surrealisti verso la fine degli anni 20. Insegnante lui stesso e sindacalista, si rifiuterà di rispondere alla chiamata alle armi.


Incarcerato, riuscì ad evadere ma fu preso dai Tedeschi che lo inviarono in un campo in Ucraina. Liberato nel 1945, è riabilitato e ritrova il suo posto di ispettore primario. Firmatario del Manifeste des 121, è sospeso dalle sue funzioni. Muore nel 1975. Marie-Dominique Massoni ha saputo, anche lei, conciliare la pratica surrealista e le attività politiche. Attualmente membro del Gruppo surrealista di Parigi, ha militato dopo il 1968 per lunghi anni nei movimenti di estrema sinistra, anarchici e femministi. Jean-Claude Tertrais partecipava alle attività surrealsite alla metà degli anni 50, vivente Breton. Insubordinato alla guerra di Algeria, fu inviato nei battaglioni disciplinari.


Di ritorno in Francia, raggiunse la F.A. e consegnò a Le Monde Libertaire degli articoli in favore del surrealismo. André Bernard, obiettore di coscienza, che fece alcuni scioperi della fame, imprigionato per delle azioni antimilitariste dovette esiliarsi in Svizzera ed in Belgio, fu uno dei membri fondatori della rivista Anarchisme et Non-Violence. Di ritorno in Francia, partecipò alle lotte del Parisien libéré  e raggiunse i surrealisti alla fine degli anni 70. Oggi, svolge un ruolo importante nei lavori editoriali del movimento surrealista e dell'Atelier de création libertaire [Laboratorio di creazione libertaria]. E l'autore di queste righe militava nel gruppo Louise Michel all'epoca della ricostruzione della F.A., poi in Normandia. Animatore a Rouen del Cine Club L'Age d'Or, ciné club surrealista ma animato da militanti anarchici, partecipa alle attività surrealiste sino al 1968.


Oggi, possiamo parlare di svolta, di rinnovamento del surrealismo? Una corrente nuova, ad ogni modo, sembra infondere come una rigenerazione dello spirito surrealista. Al fianco di artisti e di scrittori come Camacho, Jean Benoit, Mimi Parent, Annie Lebrun, surrealisti Breton vivente che, pur scegliendo  procedure del tutto peculiari, parlano sempre oggi il surrealismo più puro, si attivano in piccoli gruppi che, senza rivendicarlo, partecipano per la maggior parte dello spirito surrealista: le imprese di Jimmy Gladiator e dei suoi amici che sono a capo della creazione di libelli virulenti generatori di umori e umorismi e di rabbia da più di venti anni, un gruppo formato recentemente da giovani provenienti dal Groupe de Paris [Gruppo di Parigi], che sono all'origine della riattivazione di questo gruppo e che hanno optato per un funzionamento diverso senza nulla rinnegare dell'essenza del surrealismo; l'associazione Hourglass che edita dei libretti ed organizza regolarmente delle esposizioni di surrealsiti stranieri e accoglie l'Exposition Terre interieure [Esposizione Terra interiore] del Groupe de Paris, nel 1993. Congiuntamente a case editrici di provincia, la poesia surrealista di oggi è diffusa dalle Editions surrealistes e la del tutto recente collezione La Maison de Verre [La Casa di Vetro].


Con la perfetta coscienza che questo studio a potuto lasciare molte zone in ombra, mi sono sforzato di ricordare la problematica dei rapporti del surrealismo e della politica e soprattutto l'anarchismo in una panoramica che darebbe una visione globale ma lascerebbe tralucere le luci vive più caratteristiche. Ho dovuto far ricorso alla mia memoria, ho consultato una documentazione personale ed ho utilizzato in gran parte i lavori che Carole Reynaud-Paligot ha avuto la gentilezza di comunicarmi. La ringrazio sentitamente augurandole di poter condurre nel miglior modo la sua impresa che darà su questo soggetto una luce più vivida.


 

 

 

 

 

[Traduzione, ricerca iconografica e linkografica di Ario Libert]

 


 


LINK ai post originali:

Anarchisme et surréalisme, 1a parte

Anarchisme et surréalisme, 2a parte



Primo manifesto del surrealismo, (in francese).


LINK interni:

Maurice Joyeux, Le più belle paglie hanno la tinta spenta sotto chiave



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8 settembre 2009 2 08 /09 /settembre /2009 21:28




Germaine Berton, onorata dai surrealisti



di Fabrice Magnone,


da: "Le Libertaire (1917-1956), Autopsia di un organo anarchico".

 

 


Solito libro interessante ancora inedito in Italia.

Il 22 gennaio 1923, l'anarchica Germaine Berton aveva sparato su marius Plateau, tesoriere della Ligue d'Action Française. Il suo gesto, celebrato dai surrealisti [1], aveva egualmente fatto una molto viva impressione sul giovane Philippe Daudet, figlio dello scrittore filo monarchico Léon Daudet. Egli prese contatto con la redazione del Libertaire senza rivelare la sua vera identità. Gli anarchici non hanno in effetti l'abitudine di richiedere i documenti a coloro che vengono verso di loro soprattutto quando si tratta di giovani esaltati che minacciano di passare ai fatti. Philippe Daudet, che allora aveva quattordici anni ma che sembrava dimostrarne di più, avrebbe in effetti confiessato dei progetti di attentati all'amministratore del Libertario Georges Vidal.


Il giovane appena fuggito di casa va a far visita il 24 novembre 1923 a Le Flaouter, un libraio anarchico di Havre che serve da informatore alla polizia. Allarmato dalle dichiarazioni infiammate di Philippe, si sbriga ad allertare i servizi della Sicurezza Generale che inviano una decina di agenti per arrestarlo. Suicidio o eccesso poliziesco, si constata la morte di Philippe Daudet nel taxi incaricato di condurlo al commissariato. Apprendendo la notizia, gli animatori del Libertaire che si trovavano in possesso di una lettera del giovane Philippe a sua madre scelsero di pubblicarla. Approfittando dell'occasione per effettuare una tiratura di 30 mila copie.


La sua morte in condizioni mal chiarite fece credere a Léon Daudet che suo figlio era vittima di un complotto anarco-repubblicano. Mentre l'Action Française denuncia "L'Antifrancia, ausiliare della sanguinaria anarchia", il primo numero del Libertaire quotidiano titola: "La spiegazione del suicidio: Philippe Daudet voleva uccidere suo padre!" [2]. Un processo viene intentato tra l'Action Française e Le Libertaire che approfitta di questa pubblicità insperata. La tiratura del terzo numero raggiunge infatti le 54 mila copie".


L'articolo di Vidal, "La tragica morte di Philippe Daudet", apparso in Le Libertaire del 2 dicembre 1923, suscita una lettera collettiva di undici surrealisti, che scrivono: "Non facciamo parte del vostro ambiente, il che non ci impedisce di ammirare il coraggio di cui fate prova. Siamo con tutto il cuore con Germaine Berton e Philippe Daudet; sapiamo dare il giusto valore ad ogni atto di rivolta" [3].


Germaine Berton compie un tentativo di suicidio: scrive alla madre di Philippe Daudet: "Se Philippe è morto per causa mia, oggi mi uccido per lui" [4].


Aragon, che ha probabilmente celebrato con degli anarchici la la liberazione di Germaine Breton, li fustiga ormai perché giudica che essi non apprezzano un suicidio che non serve  la loro causa. E aggiunge: "Non mi lasciano nient'altro da fare che a prosternarmi di fronte a questa donna ammirevole in tutto che è la più grandesfida che io conosca alla schiavitù, la più bella protesta inalzata di fronte al mondo contro una menzogna orribile della felicità" [5]. Di fatto, i surrealisti celebreranno Germaine Berton come la prima anti-eroina surrealista, quella che per Breton incarna "la Rivoluzione e l'amore" [6].


I membri del gruppo surrealista intorno a Germaine Berton, da: La Revolution Surrealiste, n°1, dicembre 1924.


[Traduzione di Ario Libert]


NOTE

[1]
La Révolution surréaliste, n°1, dicembre 1924.

[2]
  Le Libertaire, n°254, 4 dicembre 1923.

[3]
Lettera apparsa in Le Libertaire.

[4]
Jean Maitron, Dictionnaire biographique, voce: "Germaine Berton".

[5]
"Germaine Berton", La Révolution surréaliste No. 1 (1° dicembre 1924).

[6] I membri del gruppo surrealista intorno a Germaine Berton, La Révolution surréaliste, n° 1, dicembre 1924.



LINK al post originale:

Germaine Berton, honorée par les surréalistes

 

 


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Published by Ario Libert - in Profili libertari
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28 agosto 2009 5 28 /08 /agosto /2009 10:46
Approfondiamo con questo breve scritto, la tragica esperienza della Repubblica dei Consigli di Germania, su cui non si scriverà mai abbastanza ma che resta soprattutto una lezione da studiare in profondità e da cui cercare di trarre quanto più profitto. Il tono retorico dell'autore nella parte finale del saggio mi sempre semplicemente assurdo e banale, è per  questo che ho deciso di tradurre il presente breve saggio: si tratta di una pessima lezione di retorica politica, seppur di impostazione libertaria.
Probabilmente alla rivoluzione in senso antiautoritaria e antigerarchica, manca una parte che non può che essere sviluppata che nei periodi precedenti alla rivoluzione, altrimenti si fa presto a scaricare la colpa sui reazionari in generale compresi socialdemocratici e pseudo comunisti e peggio ancora sulle masse che "sanno ciò che non vogliono ma non ciò che vogliono", anche questo è autoritarismo e burocratismo sul piano sia dell'ideologia quanto della prassi. Se le masse non sanno cosa vogliono è perché i loro sedicenti rappresentanti mai hanno loro proposto nulla per decenni sul piano costruttivo, se non parole d'ordine.

musham.jpgAltrimenti le rivoluzioni a tendenza egualitaria continueranno ad esplodere soltanto quando si è toccato e superato il fondo ed in tali frangenti chi può dire cosa si deve fare? Al contrario se si fosse riusciti a costruire qualcosa a livello di relazione umana già durante l'assenza di guerre e rivoluzioni, allora le masse, o almeno le parte più cosciente di esse in senso autenticamente socialistico antiburocratico ed egualitario saprebbero cosa avrebbero da difendere.
Inoltre, non siamo nemmeno d'accordo sul fatto che le sconfitte siano "una lezione", come sostiene l'autore. Una sconfitta è una sconfitta e basta. La sconfitta segna immancabilmente l'inazione per decenni, spesso per sempre., la ex URSS ne è l'esempio storico più formidabile per non parlare della Cina, della Corea o di Cuba. Se l'umanità fosse come un individuo avrebbe imparato già da millenni, altrimenti questa persona-umanità non è altro che l'immagine della follia, della più assoluta incapacità di apprendere.
Altrettanto retorica e priva di senso quindi la conclusione: "la vera rivoluzione è il frutto di una preparazione  (...) alla rivolta deve succedere la pratica, avvio di un'altra società". A nostro modesto parere la pratica, cioè l'instaurazione di una società egualitaria, non potrà mai avviarsi a seguito di una rivoluzione, se prima, appunto praticamente, nulla è stato fatto, semplicemente non c'è nulla da difendere se non dei programmi socialistici a parole ma impotenti nei fatti, persino durante una rivoluzione e durante essa addirittura in conflitto tra di loro.
Tutte le correnti socialiste in questo senso non fanno che manifestare una tendenza ossessiva-compulsiva, cioè a reiterare i propri luoghi comuni ideologici e retorici e a non agire affatto sul piano di una autentica prassi emancipativa, e quindi, in fin dei conti, di risultare semplicemente immobilisti nel migliore dei casi, altrimenti di essere una forma, a seconda dei luoghi e delle epoche, di collaborazionismo con gli apparati statuali.
Riformisti e rivoluzionari, dunque, non sono stati alla fin fine che le due facce di una stessa medaglia, questa è l'unica lezione che la storia, soprattutto quella del XX secolo, ci ha consegnato.
Da qui il reale motivo della sconfitta storica di ogni forma di sedicente socialismo.


GUERRA DEI SOCIALISMI

 

L'episodio dei Consigli di Baviera ci apporta, attraverso una grande distanza, molti insegnamenti a proposito del valore dell'esperienza e dell'atteggiamento possibili delle differenti "famiglie " del socialismo di fronte ad una situazione rivoluzionaria. Per quel che concerne quest'ultimo punto, i fatti si sono mostrati deprimenti. Quando si verifica la rivoluzione bavarese, il 7 e 8 novembre 1918, la direzione socialdemocratica (S.P.D.), travolta dagli eventi, finge di condividere il movimento rivoluzionario per meglio canalizzarlo.

Costituisce un governo provvisorio con un separatista minoritario: Kurt Eisner. Quest'ultimo fungerà da ago della bilancia tra la via riformista (S.P.D.) e burocratica sindacale e quella, rivoluzionaria, emersa dai Consigli. Questo lo porterà a far arrestare l'anarchico Muhsam e altri militanti che spingevano verso quest'ultima soluzione.

Deluso dalle elezioni, Eisner si copre in seguito di ridicolo manifestando con i consigli contro il suo proprio governo! Questa coabitazione non poteva durare a lungo. La morte di Eisner, poi la proclamazione della Repubblica dei consigli il 7 aprile del 1919 svela il vero volto dei socialisti. Essi allora abbandonano la Repubblica dei consigli e reclutano delle truppe e dei corpi franchi. Quest'ultimi schiacceranno la rivoluzione in maggio. Ma ciò riuscirà loro difficile.

Bisognerà che il governo centrale di Berlino mobiliti numerosi rinforzi. Perché, contrariamente a quel che è accaduto nel resto della Germania, la rivoluzione fu più solida in Baviera, per lo meno  per quel che riguardava la sua difesa. Questo giustificò una punizione eccezionale: più di 700 esecuzioni sommarie e l'attività militante distrutta a Monaco per tutto il periodo tra le due guerre. Bisogna segnalare che tra le truppe che schiacciarono la Repubblica dei consigli si trovavano dei futuri nazisti (Rudolf Hess, Himmler, Roehm) e che il punto di partenza di questa dottrina fu Monaco, ripulita da ogni contestazione operaia.

I socialdemocratici hanno, a questo proposito, una pesante responsabilità storica. In un primo tempo, i comunisti (K.P.D.) furono a rimorchio degli anarchici. È Erich Mühsam che spinge ad una serie di azioni che portano alla repubblica dei consigli. La direzione del K.P.D. invia allora da Berlino un responsabile "ortodosso", Eugen Leviné, più abile a manovrare contro Mühsam. I comunisti applicano ben presto una tattica mirante a dar loro il potere come in Russia. Boicottano la Repubblica durante la sua proclamazione ed egemonizzano nel frattempo i comitati. Quando le circostanze furono loro favorevoli, presero per essi solo la direzione degli affari (il che non impedirà alla repressione di abbattersi sulla Baviera). Le giustificazioni fornite in quanto al loro atteggiamento non reggono: se la rivoluzione non era matura in Baviera, perché lo sarebbe diventata dopo i maneggi del K.P.D. nei comitati di base?

È, in effetti, la loro tendenza totalitaria che ha dettato il loro comportamento e accellerato l'affondamento della Repubblica. In effetti, bisogna mettere a loro passivo di aver esacerbato le divisioni interne in seno ai consigli. Le assemblee di fabbrica non erano più che il luogo di scontro in cui essi lanciavano il loro tentativo di egemonia.

Evidenziamo che, alcuni giorni prima della sconfitta (26 aprile 1919), gli operai di Monaco avevano tenuto un'assemblea dei consigli di impresa in cui disapprovarono con ampia maggioranza il comportamento del K.P.D. Era troppo tardi, ahimè!

In quanto agli anarchici, che furono influenti, dobbiamo riconoscere che hanno dato prova, a volte, di una grande ingenuità. Tra i responsabili designati dai consigli si travavano Erich Muhsam, Gustav Landauer, Silvio Gesell. Numerose proposte furono formulate nel campo dell'educazione o in quello degli alloggi soprattutto, ma non vi furono requisizioni, reale smaltellamento delle antiche strutture. I consigli mancarono di coordinamento e di esperienza per applicare le nuove misure.

Non basta proclamare la fine dell'apparato statale, bisogna distruggerlo e sostituirlo e la stessa cosa va fatta con tutte le antiche istituzioni. Non si può per questo far astrazione, ad un certo momento, della violenza rivoluzionaria, come fu il caso in Baviera. Quando la rivoluzione fu sul punto di essere schiacciata, ex poliziotti, giudici e borghesi non ebbero che da uscire di casa, a volte partecipando anche alla repressione! Senza contare i sabotaggi e le provocazioni di cui fu vittima la Repubblica dei consigli durante la sua breve esistenza.

Una mancanza di fermezza durante gli avvenimenti sembra oggi evidente. Altro errore: non ci si butta in una rivoluzione se i suoi attori non ne hanno la capacità! Passato lo stadio dell'insurrezione, contadini e operai di Baviera si rivelarono incapaci di definire i loro obiettivi. Ernst Toller, uno dei protagonisti scrisse: "Il popolo sapeva ciò che non voleva, ma non quel che voleva".

Senza pessimismo, dobbiamo sapere che la sconfitta è innanzitutto una lezione.

Gli anarchici devono essere coscienti che la vera rivoluzione è il frutto di una preparazione e che alla rivolta deve succedere la pratica, avvio di un'altra società.


Yves - C.L.E.A.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 


LINK al post originale:
Guerre des socialismes

Per la serie "fascismo rosso", socialdemocratico o comunista raccomandiamo i seguenti link interni:
La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La rivoluzione spartachista: novembre 1918
La Makhnovishina

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22 agosto 2009 6 22 /08 /agosto /2009 07:44

LA RIVOLUZIONE DI NOVEMBRE

02 Revolution-spartakiste-le-5-janvier-1919

di Philippe Boubet, Gruppo Kropotkine


La quasi unanimità, che nel 1914 aveva radunato il popolo tedesco dietro Guglielmo II per il "saluto alla Germania", si spezzò all'inizio del 1917. Dopo un primo movimento di scioperi nel marzo-aprile 1917, uno sciopero generale di protesta contro la guerra  scoppiò nel gennaio 1918 e si estese in tutta la Germania. La recrudescenza dell'agitazione operaia, esacerbata dalla disgregazione dell'antico ordine e dalle sconfitte militari, riprese con un vigore nuovo a partire dalla metà di Ottobre.

"Il 7 novembre, in seguito ad una manifestazione pacifica, promossa da S.P.D. e dall''U.S.P.D. [1] e a cui parteciparono 200 mila operai e soldati, fu creato un consiglio di operai e di soldati" [2]. Durante la notte e mentre il re fuggiva da Monaco, il consiglio degli operai e dei soldati si recò alla Camera dei deputati, destituì il governo regio e proclamò la repubblica.

Il giorno dopo, Kurt Eisner, leader dell'U.S.P.D. formò un governo di coalizione con i riformisti del S.P.D. Nelle settimane che seguirono, egli tentò di stabilire un miscuglio di parlamentarismo e di idee dei consigli nei quali, tuttavia, sembrava vedere piuttosto degli organi di controllo che degli organi di decisione. "Ma, sin dall'inizio, ciò significava l'esistenza di un doppio potere: da un parte, c'era il gabinetto Eisner che cercava di portare la rivoluzione su vie legali e, dall'altra, un consiglio operaio di Monaco, espressione delle frazioni della classe operaia che spingevano alla rivoluzione" [2]. Ma, nel voler troppo barcamenarsi tra i sostenitori del vecchio mondo e le forze rivoluzionarie, Kurt Eisner scontentò i due campi.

Sotto la pressione del S.P.D., fu costretto a organizzare delle elezioni legislative che furono contrassegnate da gravi incidenti la cui portata alterarono la validità dei risultati. Boicottate dagli anarchici e dal K.P.D. [3], queste elezioni sconfessarono totalmente Eisner che non raccolse che il 2,5% dei voti a profitto del Bayerrische Volkspartei (cattolico) e del S.P.D. che ottennero rispettivamente il 35% e il 33% dei voti. La situazione si deteriorò definitivamente dopo che Kurt Eisner fu assassinato, il 21 febbraio.

Il consiglio centrale rivoluzionario [4], che fu creato lo stesso giorno, decretò lo stato d'assedio e lo sciopero generale in tutta la Baviera. Ma dopo aver rifiutato la proposta, che gli fu fatta da Erich Muhsam (uno dei leader del movimento anarchico) il 28 febbraio, di proclamare la Repubblica dei Consigli, il congresso dei consigli, dominato dal S.P.D. diede i pieni poteri al governo Hofmann formato il 17 marzo.

 

 

LA REPUBBLICA DEI CONSIGLI

 

"L'impotenza deludente del governo Hofmann, la minaccia dei corpi franchi (a Berlino, i "disordini di marzo" si verificano allora [5]) e la proclamazione della Repubblica dei consigli ungherese il 21 marzo intensificarono l'aspirazione della classe operaia ad un sistema dei consigli (...). Il 4 aprile, la classe operaia di Augsburg, che era in sciopero generale, propose di proclamare la Repubblica dei consigli di Baviera" [2]", il che venne fatto il 7 aprile, malgrado l'astensione del K.P.D. "Rapidamente, il governo dei Consigli si rivelò praticamente impotente (...). 

Mentre il K.P.D. boicottava ancora (il che fece finquando la repubblica non si piegò al suo proprio programma di partito) e frenava così una vera edificazione dei consigli e dell'Armata rossa [6] , i delegati del S.P.D. approvarono verbalmente tutte le misure rivoluzionarie e si sforzarono, immediatamente dopo, di bloccarne l'esecuzione. Più grave della rottura che si delineava, era la confusione che regnava all'interno della classe operaia. Gli effetti dell'astensione del K.P.D. si fecero sentire ovunque [2]". Tutti i tentativi di negoziazione condotti da alcuni rivoluzionari, come Musham, fallirono e le ultime illusioni svanirono dopo il tentativo di putsch militare del 12 e 13 aprile: "un'esercito di volontari che era stato inviato dal governo Hofmann rifugiatosi a Bamberga arrivò ad arrestare Musham e undici altri membri del consiglio centrale prima di essere respinto..." [2].

 


LA REPRESSIONE

 

Il K.P.D. vide allora giunta l'occasione di impadronirsi del potere e depose il precedente governo dei Consigli. (...) La seconda fase della repubblica dei consigli, che si differenzia considerevolmente dalla prima per via della cattura degli ostaggi, le socializzazioni di massa ed i combattimenti militari a Dachau, fu di breve durata anch'essa. "Gli appelli alla fermezza del K.P.D (...), l'esecuzione di ostaggi (...) e, dalla parte avversaria, l'eccitazione dei soldati dei corpi franchi e degli studenti dei gruppi di destra fomentati dalle voci giornalistiche, tutte queste condizioni si unirono per dare una conclusione sanguinaria alla Repubblica dei consigli.

La cifra di 600 morti, vittime della repressione militare e dei metodi dei consigli di guerra deve essere ampiamente al di sotto della realtà".

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]


 

NOTE


[1] Contro la collusione dei socialdemocratici del S.P.D. con il  regime imperiale; la sua ala sinistra si era scissa nell'aprile del 1917 per formare l'U.S.P.D., cioè il Partito Socialdemocratico Indipendente.

[2] Erich Muhsam, Schrliftsteller dr Revolution, W. Haug, pp. 31 a 38.

[3] K.P.D., cioè il Partito Comunista Tedesco fondato nel gennaio del 1919.

[4] Composto da undici membri tra cui Erich Musham e, Max Lemen per il K.P.D. Il Consiglio centrale riuniva inoltre dei rappresentanti del S.P.D della lega dei contadini.

[5] Gruppi paramilitari di estrema destra, i corpi franchi furono sistematicamente utilizzati dai governanti socialdemocratici per reprimere ogni tentativo rivoluzionario che ebbero luogo in Germania nel corso del periodo 1918-19. La repressione a Berlino fece più di 1200 vittime per il solo mese di marzo 1919.

[6] Il nome dato all'Armata degli insorti come quello di tutte le istanze rivoluzionarie erano direttamente ispirate dalla rivoluzione russa.

 

 

LI NK al post originale:
La Révolution de novembre


Per la serie "fascismo rosso", socialdemocratico o comunista raccomandiamo i seguenti link interni:

La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
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1919 street fighting in Berlin
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8 agosto 2009 6 08 /08 /agosto /2009 07:20

Sacco e Vanzetti o le passioni militanti

di Ronald Creagh

 

In un paese così implacabilmente procedurale come gli Stati Uniti, i grandi processi hanno un posto non trascurabile nell'universo mediatico. La tragedia di Nicola Sacco e di Bartolomeo Vanzetti, due anarchici accusati di crimini che essi negarono sempre di aver commesso, tracima dal quadro stesso della politica interna per la sua risonanza internazionale, comparabile all'affare Dreyfus in Francia.

 

IL DRAMMA

 

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti non erano anarchici quando giunsero sul suolo americano: lo divennero negli Stati Uniti. Sacco era operaio fresatore in una fabbrica di calzature; Vanzetti, licenziato da una fabbrica per la sua azione nel corso di uno sciopero, si guadagnava da vivere come venditore ambulante di pesce. I loro compatrioti italiani erano al gradino più basso della scala sociale. Rari erano coloro che, come Sacco, erano riusciti a mettere da parte il denaro per il "ritorno al paese". Lui stesso d'altronde scriveva a sua figlia di non dimenticare quanto "l'incubo delle classi più basse attristi il cuore di tuo padre".

 

Due fatti stavano per segnare il destino dei due protagonisti. La vigilia di Natale del 1919, a Bridgewater nel Massachusetts, un furgone che trasportava un'importante somma di denaro venne attaccato da una vettura ma riuscì a fuggire. Il 15 aprile 1920, nella città industriale di South Braintree, ad una ventina di chilometri da Boston, un furto sanguinario e riuscito in una fabbrica di calzature sfocia nel furto dei salari degli impiegati, sedicimila dollari in totale, che non saranno mai ritrovati.

Vanzetti è accusato del primo attentato, condannato, poi presentato al secondo processo, su ritrova così nella posizione di sospettato. Mentre si era assunto per la sua difesa un avvocato "classico", si decide di ricorrere, per il crimine di South Braintree ad un avvocato politicamente impegnato. Il risultato, nel luglio del 1921, è disastroso: Sacco e Vanzetti sono condannati alla pena di morte.

Le richieste per un nuovo processo si succedono. Esaminate ogni volta dallo stesso giudice che aveva sentenziato nei casi precedenti, esso vengono colpo su colpo da lui respinte, le decisioni si faranno attendere a volte anche più di un anno.

Nel 1925, un gangster, Celestino Madeiros, confessa il crimine di South Braintree. Nuovo appello davanti alla Corte suprema del Massachusetts, che lo rinvia al giudice precedente. Quest'ultimo rifiuta di tener conto del nuovo fatto. Una seconda richiesta davanti alla Corte suprema, nel 1927, approda allo stesso risultato negativo. Come ultimo espediente, una petizione è presentata al governatore dello Stato che però respinge la grazia. Eppure, i due anarchici hanno sempre negato ogni partecipazione ai crimini per i quali sono accusati.


Le ripercussioni ed i suoi interpreti

Dopo sette anni di prigione, il 23 agosto 1927, a mezzanotte, Sacco e Vanzetti vengono giustiziati sulla sedia elettrica. Quel giorno, l'America intera è mobilitata in un ultima attesa. A Boston, ad esempio, tutto quel che il paese ha in fatto di scrittori di talento manifesta sulla pubblica piazza. A Detroit, nel Michigan, 25.000 persone partecipano ad una manifestazione. A New York, una popolazione immensa si ritrova ad Union Square, il grande luogo dei raduni operai. Un testimone ci ha raccontato che dopo la notizia dell'esecuzione, vide gli uomini strapparsi realmente i capelli in segno di disperazione, le donne lacerarsi i vestiti. In tutti i quartieri popolari, da ogni finestra aperta, si sentiva il sordo lamento del popolo di New York.

L'eco favorevole che gli accusati ricevevano presso un segmento dell'opinione è l'effetto di diversi fattori, la tenacità del Comitato di difesa, che riuscì a mobilitare qualche giornalista; i Civil Liberties Committees; la forte impressione suscitata nel mondo operaio; il ruolo notevole di alcune grandi borghesi bostoniane. È anche la risultante dell'eccezionale durata dell'attesa prima dell'esecuzione sulla sedia elettrica- sette anni, dalle proteste d'innocenza degli accusati, infine e soprattutto dalla loro personalità di una tempra eccezionale. Gli storici hanno molto parlato di alcune comunità, soprattutto rappresentative: i comunisti, i cattolici, gli intellettuali, Tuttavia, con rare eccezioni, questi gruppi non sono intervenuti che alla fine della crisi.

I Sammaritani dell'ultima ora

I comunisti americani non entrarono in lizza che all'ultima ora, nel 1927. La loro strategia è essenzialmente orientata a presentarsi come i gestori dell'operazione. Al di là delle loro spacconate, essi utilizzano il processo e le sue vittime come marciapiede della loro propaganda.

Gli anarchici, di cui un numero importante è stato espulso dal paese, non possono che agire cautamente: presso i loro compatrioti italiani, ai quali riescono a far passare un'informazione fidabile, ma anche presso gli intellettuali, che occuperanno le posizioni più visibili.

È un fatto nuovo. Il debole interesse degli anarchici negli ambienti letterari ed artistici appare all'esame delle opere ispirate da quest'avvenimento: pochi libri di qualità come Boston di Upton Sinclair e U.S.A. di John Dos Passos; Sul piano artistico, non si possono non citare che i quadri di Ben Shahn o le caricature di Robert Minor.

 

Bisogna dire che tra gli intellettuali la situazione è eminentemente confusa. Essi hanno sostenuto il presidente Wilson, al momento dell'entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1916, per timore del militarismo tedesco. Il loro entusiasmo per la Rivoluzione russa precipita velocemente. Il loro radicalismo è più formale che di fondo e preferiscono agli anarchici i socialisti, affascinati come essi dai giochi di potere.

Il loro allineamento alla causa di Sacco e Vanzetti è innanzitutto un affare di cuore. Coloro che si impegnano nella difesa lo fanno tardivamente, ma con molta generosità. I più lucidi vedono soprattutto nel processo una prova dell'inadeguatezza del sistema giudiziario americano ai principi della democrazia, se non della giustizia. Nella stampa a grande tiratura, la tendenza è piuttosto verso la riservatezza. A parte la New Repubblic, giornale destinato ad educare le elite, che copre l'affare da un punto di vista relativamente aperto ma sempre prudente, la maggior parte dei giornalisti valutano nel loro foro interiore che il processo è condotto in modo molto poco equo, ma nessuno si azzarda a dirlo. Bisogna aspettare il 1927 perché infine le critiche esplodano, soprattutto quando il giudice rifiuta una richiesta di riesame fondata su un fatto nuovo, la confessione del gangster Madeiros.

 

Tuttavia, molti giornalisti e scrittori, con la loro tendenza ad erigere ogni situazione in avvenimenti esemplari, simbolici, hanno ampiamente contribuito a scuotere il consenso svelando quel che oggi è chiamato pudicamente "un problema sociale". Lo svolgimento del caso scuote la loro fede negli Stati Uniti e l'esecuzione di Sacco e Vanzetti incita un certo numero, tra i più grandi, ad esiliarsi volontariamente in Europa.

 

Paradossalmente, uno dei primissimi sostegni proviene da un Americano che non è di sinistra, Henry L. Mencken, che interviene nel 1924; e l'appoggio più solido è fornito da un professore di diritto di Harvard, Felix Frankfurter, un'autorità in materia, di cui un articolo di grande risonanza, pubblicato nel 1927, rimette seriamente in causa gli atteggiamenti del tribunale nel corso dei processi precedenti. Il sistema giudiziario americano comincia inoltre ad vacillare sotto la penna di avvocati o uomini di legge, che dopo il 1926 si dedicano ad un severo riesame delle procedure e prendono posizione in un senso o nell'altro.


I movimenti di sostegno

La popolazione italiana è, molto logicamente, la prima a mobilitarsi ed a ricercare delle informazioni oneste. Contribuisce generosamente, durante questi sette anni, alla difesa degli accusati. Inoltre i conflitti tra fascisti ed antifascisti si stanno moltiplicando durante la campagna di difesa degli accusati. Gli Stati Uniti e l'Italia di Mussolini cooperano ad alto livello per la repressione degli "agitatori", ma, senza dubbio a causa dei pregiudizi contro questa comunità, la polizia dei diversi Stati mostra poca sollecitudine a soddisfare le richieste dei consoli. Quest'insieme di circostanze particolarmente ambigue segnala che la lotta contro la giustizia del posto necessita di altri appoggi.

 

Le interpretazioni: due ideologie

La ricezione degli avvenimenti da parte della popolazione americana oscilla tra due interpretazioni. Una pone il problema nel quadro delle istituzioni americane incaricate di rendere giustizia. L'altra la pone nella prospettiva della lotta di classe. Queste due posizioni sono estranee l'una all'altra, perché derivano da premesse differenti.

 

Durante il suo primo processo, Vanzetti si attenne al quadro strettamente legale; questa posizione gli varrà la sua prima condanna. Molti difensori adottano lo stesso atteggiamento, essi considerano che le prove dell'accusa sono molto fragili, che la giustizia è serena.

Questa versione "legalista" pone il problema nei termini di innocenza o di colpevolezza. Gli accusati devono essere giudicati su questo solo punto, senza mischiare al dibattito delle considerazioni estranee. Questa posizione appariva nei discorsi e scritti che si attengono agli aspetti giuridici e polizieschi, accreditando la tesi che non si tratta che si una questione criminale.

È evidente che i suoi principali enunciatori appartengono ai poteri pubblici, al collegio degli avvocati o alla magistratura. Sarà sostenuta dall'Accusa e da una parte dei difensori. Rappresenta una ideologia dominante perché la vediamo penetrare ogni classe sociale.


Con delle divergenze, poiché la magistratura è posta al centro di critiche ed accuse e comparata all'ideale di giustizia che ciascun gruppo si dà, due atteggiamenti sono possibili. Uno, riduttivo, non mette in causa che le autorità del Massachusetts, l'altro l'insieme del sistema giudiziario americano, opinione che può comportare una crisi ideologica.


Intorno alla posizione legalitaria appaiono altre varianti. Alcuni, per delle ragioni umanitarie, condannano il principio della pena di morte. Il maggior numero, tra gli ultimi a mobilitarsi, valutarono che sette anni di prigione per degli uomini di cui tutto evidenziava l'integrità sono un prezzo alto. Altri mettono l'accento sugli aspetti sociali: I pregiudizi nei confronti degli Italiani o più in generale, verso le persone di modeste condizioni. Il campo rimane non di meno legalitario, perché si tratta di difendere o di attaccare l'apparato giudiziario americano.

 

Un'altra lettura, che chiameremo "classista", è stata anch'essa propagata, soprattutto dalle istituzioni che pretendevano di rappresentare il mondo operaio, in particolare il partito comunista americano. In quest'ottica, l'affare Sacco-Vanzetti illustra la guerra di classe in America, poiché si tratta di arrestare dei militanti operai.

 

Questa posizione, condivisa dagli anarchici italiani influenzati da Galleani. È quella di Sacco e Vanzetti, dopo l'esito del loro primo processo, poiché non hanno più illusioni sulla sorte che li attende.

Sembrava loro evidente che essi erano perseguitati in quanto anarchici e che i dadi erano truccati. Bisogna dunque allineare l'opinione pubblica, sopratutto la massa operaia, ricorrendo ad un avvocato suscettibile di porre il problema in questi termini. Perché la loro cautela coincide con l'obiettivo del movimento internazionale anarchico che non consiste nel difendere una tesi ma a salvare delle persone.


Questa lettura politica della lotta di classe ha egualmente allineato una parte degli ambienti operai. È inoltre una tattica tipica del patronato criminalizzare i dirigenti sindacali, ad esempio nascondendo delle bombe non lontano dalla loro sede. Non si conta il numero di azioni legali intentate contro i sindacati nei decenni precedenti.

 

Due ideologie sono dunque in conflitto. Quella della regolazione sociale, che pone il problema tanto in termini di legalità quanto di tolleranza, insistendo in questo caso sul non rispetto dello spirito di giustizia. Quella della lotta di classe, che oppone ricchi e poveri, capitalisti e operai. C'è dunque rottura del consenso americano.

Un certo numero di fattori sono dunque entrati in gioco: la xenofobia, i pregiudizi dei Bostoniani, le brutalità poliziesche, la disperazione dei poveri che li incitano alla violenza; a questi dati psicologici si aggiungono degli elementi strutturali: la lotta di classe, le inadeguatezze del sistema giudiziario. Quindi, questi fenomeni relativamente stabili non spiegano perché il caso sia scoppiato precisamente in quel momento.


La macchia cieca delle ideologie

In anni recenti, dei nuovi dati sono venuti alla luce i quali pongono in evidenza un elemento che gli storici più lucidi non avevano sino ad allora sospettato: il ruolo cruciale del ministero della Giustizia in tutte le fasi del caso.

Le antenne del Department of Justice si sono estese. Esso raggruppa la polizia, i servizi segreti, soprattutto il Bureau of Investigation, antenato del F.B.I. Essi intervengono nei processi attraverso l'intromissione dei Procuratori generali, ma anche attraverso dei molteplici tentativi per influenzare i giudici. Questo ministero non avendo ottenuto dal Congresso i finanziamento richiesti, fece moltiplicare le voci, le prove di pericolo ed i segni di efficienza. Inoltre, il suo dirigente, A. Mitchell, ambiva alla Casa Bianca.

Le istituzioni che incarnano la legittimità americana sono tutte in stato di guerra contro il "nemico interno". A partire del 7 novembre 1919 si inaugura la nuova caccia alle streghe, organizzata da Palmer. L'irruzione più importante avrà luogo il 2 gennaio 1920, con l'arresto di 2500 sospettati in trentatré città, che non saranno legalizzate che a posteriori.

Sul processo di Sacco e Vanzetti alleggia il sospetto di un regolamento di conti: il Bureau of Investigation non essendo riuscito a dimostrare la loro partecipazione a queste azioni vuole fargliela pagare imputando loro un crimine su cui hanno forse delle informazioni ma a cui non hanno partecipato.

 



Se la vera posta è il funzionamento della giustizia americana ed il suo carattere di classe, il fatto nuovo è l'espansione dell'apparato repressivo dello Stato federale, che si prolungherà nel F.B.I. Gli anni Venti segnano l'ingresso delle grandi burocrazie, pubbliche e private, come agenti della storia sociale, che decidono in nome della democrazia, oramai pudicamente battezzata "democrazia industriale". Un mondo è scomparso. Pochissimi americani hanno percepito questo sviluppo e vi si sono opposti. L'epoca non mette affatto in causa i poteri dell'Esecutivo in materia di polizia interna.

Negli Stati Uniti, il processo Sacco e Vanzetti segna la fine dell'era delle repressioni selvagge. Un altro universo sorge, due sistemi massicci oramai si completano: il mondo dei decisori e quello degli amministratori. Il primo è una struttura complessa di ricorsi e di negoziazioni collettive e pubbliche che la Repubblica americana è una delle primissime nazioni a sovrapporre ai conflitti sociali. Il secondo è una macchina anonima e formidabile di gestione amministrativa e burocratica, diretta contro il popolino, escluso da queste negoziazioni o esterne ai cosiddetti sistemi di equilibrio delle forze. Oramai, l'individuo isolato non potrà lottare che entrando in coalizioni destinate e preservare i suoi interessi.

Più che una pagina nera della storia americana, l'affare Sacco e Vanzetti è la reazione coerente di istituzioni americane sostenute dai conservatori, ma anche dai liberali. Era in effetti una tragedia, il cui senso sfuggì alla maggior parte dei suoi partecipanti: se invece di definire i loro nemici in termini troppo generali, essi avessero preso di mira un bersaglio ben delimitato, il Bureau of Investigation, la partita avrebbe forse avuto un esito diverso.

 

RONALD CREAGH

 

[Traduzione di Ario Libert]


Ronald Creagh è autore di "L’Affaire Sacco et Vanzetti" edito da Éditions de Paris, 2004, 264 pagine.



LINK al post originale:

Sacco et Vanzetti ou les passions militantes



LINK interni:
Fred Ellis, Il caso di Sacco e Vanzetti, "The Daily Worker", 20 luglio 1927

SACCO e VANZETTI. da: "Le Drapeau noir"

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4 agosto 2009 2 04 /08 /agosto /2009 20:59

GUSTAVE-HENRI JOSSOT

 

Dopo aver proposto alcuni numeri di L'Assiette au Beurre,  interamente illustrati da Jossot, riteniamo opportuno pubblicare un saggio che tratti in modo adeguato il grande caricaturista libertario francese.

Lo facciamo traducendo la presentazione alla figura di Jossot che ne fa nel suo importantissimo sito Goutte a Goutte, Henri Viltard, il suo massimo conoscitore mondiale, che ha dedicato a Jossot la sua tesi di laurea nel 2005 e che ha intenzione di pubblicare una monografia entro il 2010, la qual cosa saremo lietissimi di comunicare ai nostri pochi lettori non appena il nostro amico Viltard ce ne darà comunicazione, e magari tradurne delle ampie parti.

Le parentesi quadrate inviano ai rimandi fungenti da esempi a quanto illustrato nel testo in fondo al saggio.


 

Gustave Henri Jossot 1864-1951

 

 

Autocaricatura di Jossot


 

Biografia

 

I disegni di Jossot sono ancora ampiamente utilizzati, ma il loro autore è quasi dimenticato dal grande pubblico. Per commemorare il centenario della separazione della Chiesa dallo Stato, Le monde ha per esempio preso in prestito un disegno [A] a “Dressage!” (La Doma), un numero di L’Assiette au Beurre dedicato all’educazione (1). Questo giornale satirico ha fatto anch’esso la gioia di numerosi giornali di sinistra e di estrema sinistra che hanno trovato in Jossot un grande dissacratore di poliziotti, militari e preti [B]. Anche se l’originalità del suo tratto e la virulenza del suo umorismo sono sempre apprezzati ed utilizzati, non si sa più veramente che era l’autore di questi disegni.

  

Jossot è nato il 16 aprile 1866 in una famiglia borghese e ha venti anni quando pubblica i suoi primi disegni sulla stampa di Digione. Il loro stile ed il loro umorismo corrispondono allora del tutto al gusto dell'epoca [C]. Autodidatta, si forma a Parigi in laboratori liberi e si appassiona per la Bretagna [D] A furia di parodiare la preziosità dei maestri simbolisti, crea nel 1894 un curioso grafismo coniugante la deformazione caricaturale alle torsioni decorative[E]. Il suo tratto si ispessisce e le sue didascalie diventano lapidarie ed incisive, sicché a partire dal 1897 il disegnatore utilizza uno stile particolarmente stabile, in cui un tratto nel contempo spesso e nervoso sembra voler soffocare la vivacità di colori piatti. Questa estetica deve molto alla pittura ed ai disegni dei Nabis, ai principali rappresentanti dell’Art Nouveau, ma anche alle miniature ed agli affreschi medievali, alle stampe giapponesi o a certi caricaturisti come Caran d’Ache, Morriss o Louis Döes. Con tre album, Artistes et bourgeois, (Artisti e borghesi, 1894), Mince de trognes (Brutti grugni, 1896), Femelles! (Femmine!, 1901) e la sua assidua collaborazione a L’Assiette au Beurre, Jossot si impone come uno dei caricaturisti più noti del suo tempo. I suoi manifesti caricaturali immensi, specialmente per le sardine Saupiquet hanno avuto una risonanza durevole.

  

Come molti artisti della sua generazione, Jossot trova nella rivolta anti borghese aperta verso l’anarchismo, il fermento di una estetica di avanguardia. Egli precisa in un articolo che un ambiente familiare oppressivo è stato il terreno della sua vocazione. Sua madre essendo deceduta quando egli non aveva che tre anni, ha dovuto subire il giogo di una matrigna e di un padre assicuratore che lo destinavano alla marina militare. All’età di 19 anni, effettua il suo servizio come ufficiale di riserva, presso Nevers, quando Marie-Jeanne Duriaud, una domestica impiegata dai suoi genitori dà alla luce Irma. Resistendo alle pressioni familiari la sposerà subito dopo la morte di suo padre nel 1898. La pratica quasi esclusiva della caricatura finisce per oscurare totalmente la sua percezione della realtà, di modo che la sua rivolta si trasforma poco a poco in misantropia e in depressione. Quest’ultima si accentua nel 1896 con l’improvviso decesso di sua figlia, morta per meningite. 

  

È a seguito di questo avvenimento tragico che egli effettua il suo primo viaggio in Tunisia. Proseguendo la sua carriera di cartellonista e di caricaturista, disapprova tuttavia quest’arte “che non è altro che una piaga dell’Odio (2) e si dedica allora alla pittura. Soggiorna a Gafsa Gabès, Tunisi e Hammamet durante il suo secondo viaggio (tra novembre 1904 ed aprile 1905) al ritorno del quale redige ed illustra un romanzo Viande Borgeois  (Carne di borgese), in cui il colmo letterario si accoppia alla caricatura. Jossot vi esprime il suo profondo turbamento:

 

“Oh! I brutti musi, i nasi ignobili, i musi abominevoli! Dappertutto vedo scintillare gli occhi cisposi o brillare gli sguardi feroci, dappertutto sento lo sbattere delle mascelle bestiali, dappertutto mi appaiono grugni piangenti, bronci che sbavano, i piangenti che tirano su con il naso e ceffi che fanno smorfie. Dove fuggire, dove sotterrarmi per non vedere più queste orribili deformazioni, queste mostruose brutture? Gli gnomi di Goya, i diavoli di Callot, le larve di Odilon Redon mi sembrano ora al di sopra della realtà. Dove fuggire? Da nessuna parte, perché dappertutto incontro delle bestie umane, perché dappertutto esse pullulano, crescono e si moltiplicano. È terribile questo perpetuo incubo popolato da spaventosi musi, da allucinanti grugni (3)”.

 

Il suo scenario molto fantasioso porta un gruppo di anarchici alla ricerca di una bomba sbadatamente smarrita sul suolo tunisino: occasione per beffarsi degli anarchici, di denunciare le malefatte della colonizzazione e di descrivere un Oriente di sogno.

Dopo una vasta retrospettiva organizzata nel 1908 dal “Club Slavia” in Austria, Boemia e Moravia, in cui la sua arte fa scandalo, Jossot torna a trascorrere l’inverno a Gafsa. Espone le sue opere orientali al Salon d’Automne del 1909 e trascorre l’inverno in Algeria a Bou-Saada. Di ritorno nell’aprile del 1910, espone cinque quadri agli Indépendants. Nel novembre del 1910, ha deciso di stabilirsi in Tunisia. I quadri che egli espone al Salon des Indépendant e al Salon des Humoriste del 1911 sembrano voler adattare la caricatura ad un genere nobile, secondo le idee che ha difeso nei suoi primi articoli. In settembre, l’artista vende tutti i suoi mobili ed abbandona definitivamente la Francia. Il Salon Tunisien gli riserva una sala intera nel 1912: si accostano insieme delle caricature e dei paesaggi tunisini e bretoni.

  

L’opera orientale di Jossot è ancora mal conosciuta perché è dispersa in collezioni private. Sembra malgrado ciò ben pallida nei confronti delle sue caricature e delle sue asserzioni teoriche vendicative. Soltanto i suoi acquarelli e le sue chine dalle larghe linee, sembrano veramente resuscitare un tratto oramai tranquillizzato. Benché abbia accuratamente disertato le mondanità suscettibili di procurargli un riconoscimento sociale, Jossot è diventato un pittore stimato ed apprezzato tra le due guerre. Oggi, i Tunisini si ricordano più del personaggio che della sua opera. L’artista ha in effetti colpito la società coloniale ed intrigato gli indigeni annunciando pubblicamente la sua conversione all’Islam (febbraio 1913). Senza essere raro, il fatto è ancora molto originale a quest’epoca, la sua messa in scena mediatica ne è in compenso inedita. Bisogna dire che l’artista ha innanzitutto preso cura di riallacciare con la sua religione d’origine, il cattolicesimo. Allo scopo di rinforzare l’impatto simbolico della sua abiura. La versione araba di La mia Conversione e i dibattiti giornalistici espongono le ragioni di questo impegno religioso. Il rinnegato non è alla sua prima conversione: già in Francia si era interessato all’occultismo di Allen Kardec, alla teosofia, ecc.

  

Jossot cessa ogni attività artistica sino al 1921 ma la sua ispirazione satirica si espande in saporite cronache condensate nei giornali socialisti e indipendentisti tunisini. Nel 1923, segue una iniziazione al sufismo presso lo sceicco Ahmad al'Alawipubblica un opuscolo intitolato Le Sentier de Allah (Il Sentiero di Allah) in cui racconta questa esperienza. La sua esaltazione cade sin dal 1927: l’artista riprende i suoi indumenti europei e non considera più lo sceicco come suo maestro.

  

Alcuni anni più tardi, pubblicò un opuscolo intitolato Le Foetus récalcitrant (Il Feto recalcitrante). Oltre a diverse esposizioni individuali (1928, 1941, 1942), espone ancora le sue tele al Salon Tunisino (1924, 1925, 1928), al Salon des Artiste Tunisiens (1929, 1931-1933), a l’Essor (Digione, 1928) e alle Expositions Artistiques de l’Afrique Française (1935, 1947). Le svalutazioni successive alle due guerre mondiali erosero l’indipendenza che gli aveva assicurato una bella eredità e Jossot si ritrova costretto a vendere di nuovo il suo talento, soprattutto alla rivista anarchica Maintenant. Vecchio di 81 anni e vedovo, termina la redazione delle sue memorie, Goutte a Goutte (Goccia dopo goccia), in cui intravvede “la fossa terminale” in un ateismo pronunciato. È sotterrato al “cimitero dei dimenticati”, a Sidi-bou- Saïd, il 7 aprile 1951.

 

Henri VILTARD

 

(1) Le Monde, 2 dicembre 2005, p. 25.

(2) Lettera a Jehan Rictus, s. d., [16-25 giugno 1904].

(3) JOSSOT (Gustave-Henri), Viande de « Borgeois », illustrato da Jossot, Paris, L. Michaud, pp. 18-19.

  


[A]







[B]

Da: "Le Rire", n°56, 1896.






Da: "L'Assiette au Beurre", N°18, 1 agosto 1901





 

Da: "L'Assiette au Beurre", n° 178, 24 agosto 1904






Da: "L'Assiette au Beurre", n° 150, 13 febbraio 1904
.





 

Da: "L'Assiette au Beurre", n° 59, 17 maggio 1902





[C]

Da: "La Butte", n°15, 1893





Da: L'Ymagier", n° 3, 1895
  
  
  
 
[Traduzione di Ario Libert]

 

Copyright © Henri Viltard, gennaio 2008.


Link al saggio tradotto dal sito di Henri Viltard:

Biografia di Jossot


Link al post dedicato a Jossot nel blog Caricatures et caricature:
JOSSOT


Link interni al presente blog ad opere tradotte di Jossot:
Felip Equy. Gustave Henri Jossot

Gustave-Henri Jossot, Il Credo
Gustave-Henri Jossot, Decorazioni

Gustave-Henri Jossot, Panurgismo

Gustave-Henri Jossot, La Doma

Gustave-Henri Jossot, Gli Ubriaconi 

Gustave-Henri Jossot, CRA

Gustave-Henri Jossot, Il Rispetto

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3 agosto 2009 1 03 /08 /agosto /2009 17:35


The Passion of Sacco and Vanzetti, mosaico all'Università  di Syracuse, N. Y., realizzato da Ben Shahn

L'affare Sacco e Vanzetti

Il 23 agosto del 1927, Nicola Sacco e Bartolomo Vanzetti, "senza nome nella folla dei senza nomi" dirà il primo, venivano giustiziati negli Stati Uniti.La generazione sessantottina è stata bersagliata dall'inno creato da Ennio Morricone, in onore dei militanti Sacco e Vanzetti, e cantato da Joan Baez per il film di Giuliano Montaldo che è stato loro dedicato nel 1971.

 Sacco e Vanzetti sono due proletari, uno è operaio-fresatore, l'altro venditore ambulante di pesce (dopo il suo licenziamento da una fabbrica in seguito ad uno sciopero), che avevano il doppio torto di essere immigrati italiani e di essere diventati anarchici nel loro paese di accoglienza, gli Stati Uniti. Vengono arrestati, in un contesto di caccia alle streghe/caccia ai terroristi da un'America degli anni 20 in preda, come in Europa, a gravi conflitti sociali, con le particolarità, proprie del paese, di una violenza ancora poco canalizzata, con una repressione, privata e pubblica, senza limiti, in cui l'Ufficio Investigazioni, il futuro FBI, cominciava a diventare onnipotente.


Il 1° maggio 1919 vide meeting enormi, battaglie per le strade, manifestanti assassinati. Prima e dopo, dei pacchi esplosivi erano stati spediti presso le abitazioni delle personalità più reazionarie. Il 2 gennaio 1920, A. Mitchell Palmer, ministro del Department of Justice, concernente la Casa Bianca, fa arrestare 2500 sospetti in 33 città; sfilate di prigionieri incatenati, espulsioni e deportazioni si succedono. Ricordiamo, ad esempio, che il grande leader socialista Eugène Debs, per essersi pronunciato contro la partecipazione alla guerra interimperialista del 1914-1918.
Comitato di difesa

La vigilia di Natale del 1919, nel Massachusetts, un furgone trasportante una forte somma viene attaccato. Il 15 aprile 1920, il cassiere e la guardia di una fabbrica di calzature sono aggrediti- la paga degli operai è loro derubata. Decederanno alcune ore dopo.

 Il 5 maggio, Sacco e Vanzetti sono arrestati in un tram, in possesso di armi (cosa tuutt'altro che rara negli Stati Uniti... anche se sono proibite). I due uomini non neganoma, presto, saranno accusati degli attentati, cosa che essi ricuseranno. Per la polizia, si trattava di fornire un esempio, senza preoccuparsi dell'assenza di prove materiali, liberi di ignorare, nel 1925, le confessioni del gangster Celestino Madeiros, confessioni che rilanceranno la campagna contro la condanna di Sacco e Vanzetti, trasmettendola ai grandi media.

Difesi, all'inizio, dalla comunità italiana, i cui membri costituivano una tra le minoranze più sfruttate e oppresse, sorvegliata da vicino da Palmer in stretta collaborazione con gli uomini di Mussolini. Poi, diventati dei simboli della lotta contro l'arbitrio poliziesco e giudiziario, contro la pena di morte, contro il razzismo anti-immigrati, contro la criminalizzazione del movimento operaio, essi furono, per sette anni, e in particolare l'ultimo anno, al centro di campagne mondiali dirette dagli anarchici, Le Libertaire, è il primo giornale francese a parlarne, presto raggiunti dal Soccorso rosso internazionale (che raccoglierà milioni) e l'Internazionale comunista, che non era ancora partita alla caccia agli anarchici. Riuscirono a superare la stretta difesa di classe, raggiungendo più ampiamente le organizzazioni dei diritti dell'Uomo, gli intellettuali liberali, gli umanisti, ecc. L'instancabile e miscredente libertario Louis Lecoin non esitò a ichiedere al papa di intervenire.

 In Francia, sin dal 7 ottobre 1921, dei comitati d'azione riuniscono la CGTU, Unione anarchica e Partito comunista. Il 19, l'ambasciatore degli Stati Uniti riceverà un pacco esplosivo, "dono" della "refrattaria" May Picqueray, lo si saprà più tardi dalla sua autobiografia, il che attirerà l'attenzione della stampa. Il PC, per evitare gli scontri con la polizia, svia la manifestazione del 23 ottobre, che i libertari vogliono portare all'ambasciata. Essi considerano "La campagna [...] come troppo verniciata di individualismo e di anarchia", ma è grazie ad esso che la mobilitazione finisce con l'assumere una grande ampiezza. Nel 1926, un Comitato di difesa Sacco-Vanzetti più ampio, in cui entrano la Lega per i diritti dell'Uomo , la CGT e la Sezione francese dell'Internazionale operaia (SFIO), viene creata. Al primo posto, ritroviamo i protagonisti ancora in vita della difesa di Dreyfus. Alcuni anarchici preferiscono cavalcare da soli, di fronte a coloro che essi considerano mobilittati per calcolo politico e creano il loro proprio comitato.

Archivi inediti

 Nel 1927, Le Libertaire publica un'edizione bisettimanale e il numero che annuncia l'esecuzione (il 23 agosto) sarà venduto in 50 mila esemplari. L'Humanité non è da meno, ed il giornale copre quotidianamente la campagna. Il giorno dopo l'esecuione con la sedia elettrica, l'Unione anarchica (UA) chiama a manifestare davanti all'ambasciata ed il PC sui grandi viali. I due cortei si uniranno, dei borghesi sparano dai terrazzi dei caffè: è l'inizio di un tumulto, con danni materiali considerevoli (soprattutto all'American Legion). Si contano 200 arresti e molte centinaia di feriti. Alcuni storici ritengono che l'affare fu all'origine di un certo antiamericanismo popolare in Francia. Il giorno dell'esecuzione, 25 mila persone manifestano a Detroit. A New York, una folla immensa è presente ad Union Square, il luogo dei rassemblamenti operai. Sarà la stessa cosa durante le esequie. Delle manifestazioni non hanno cessato di aver luogo nel mondo intero.

 Il Frame-up system, il sistema delle montature, come lo chiamava la Difesa operaia internazionale (ILD, principale organizzatrice americana della campagna di difesa e di cui il segretario era il comunista James P. Cannon, futuro dirigente trotskysta), non era forzatamente nuovo in America. Non di meno si annunciavano nuove pratiche in via di sistemiatizzazione. Il che fu avvertito ovunque.

 Dopo di allora, non un anno è passato senza che qua e là non apparisse un'opera in rapporto. Ad esempio: Gutzon Borgium, lo scultore delle immense teste di presidenti del monte Rushmore, richiese una proroga il giorno della loro inaugurazione. Davanti al rifiuto presidenziale, scolpì un basso rilievo, che l'amministrazione comunale di Boston (Massachusetts), rifiuterà sino al 1997 di installare, malgrado gli interventi, dopo la guerra, di Eleanor Roosevelt e di Albert Einstein. Occorerà che la città elegga il suo primo sindaco italiano affinché l'opera sia installata in un angolo della biblioteca municipale.

« Here’s to you Nicolas and Bart
« Rest forever here in our hearts
« The last and final moment is yours
« That agony is your triumph ! »
[1]


NOTE
[1] Vi rendo omaggio Nicola e Bart/ Per sempre nei nostri cuori/ Il vostro estremo momento/ Quell'agonia è il vostro trionfo!


[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:
L’affaire Sacco et Vanzetti

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2 agosto 2009 7 02 /08 /agosto /2009 06:40

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

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Bartolomeo Vanzetti


"Senza nome nella folla dei senza nomi", così si è descritto nella sua autobiografia di venti pagine che egli redasse nella prigione di Charlestown: Storia di una vita di proletario. Bartolomeo era nato nel 1888 in un piccolo villaggio del Piemonte: Villafalleto.

Dotato per lo studio e di una intelligenza particolarmente acuta, avrebbe potuto, secondo i suoi insegnanti diventare egli stesso un insegnante o anche un uomo di scienza. Suo padre, ritenendo che gli studi erano troppo costosi, preferì mandarlo come apprendista pasticcere piuttosto che continuare a studiare. Da un luogo all'altro, faticando di città in città, si buscò una pleurite così grave che suo padre venne a cercarlo a Torino all'inizio del 1907 per riportarlo a casa. I giorni che trascorse a casa sua, curato ammirevolmente da sua madre, sono stati, come egli scrisse più tardi, i più belli della sua vita.

Ma questa felicità fu effimera, perché sua madre colpita da cancro doveva morire dopo tre mesi di agonia. Vanzetti la curò con la stessa devozione e la stessa tenerezza che lei ebbe nel curarlo. Si imbarco a Havre per l'America dopo aver attraversato la Francia a piedi. Da New York a Plymouth, Bartolomeo ha lavorato duramente, errando di città in città, facendo tutti i mestieri in basso alla scala sociale.

Per colmare la sua mancanza di istruzione, aveva letto Darwin, Spencer, Hugo, Zola e Tolstoi ma era da tempo convinto che soltanto l'anarchia avrebbe liberato l'umanità dalle sue catene e studiava le opere di Proudhon, Kropotkin e Malatesta che gli piacevano particolarmente. Inizialmente assunto nella Compagnia delle Corde  di Plymouth come la maggior parte degli Italiani emigrati, non riprese mai il suo impiego dopo un lungo sciopero di rivendicazione salariale nel 1916.

Un amico ripartendo per l'Italia gli rivendette il suo carretto a braccio e il suo fondo di commercio per il pesce. È così che divenne molto conosciuto e amato nel quartiere. Zigomi sporgenti, baffi cadenti, l'amico dei bambini che lo chiamavano "Bart", effettuava tutti i giorni le sue consegne di pesce spingendo il suo rimorchio in quelle strade molto povere essenzialmente popolate di Italiani e Portoghesi.

 

Nicola Sacco


Era nato nel 1891, da una famiglia di ciciasette figli a Torremaggiore.

Come per Vanzetti, gli anni passati al villaggio della loro infanzia erano i più belli ed i più dolci che abbai vissuto. A quattordici anni, abbandonava la scuola per andare a lavorare nei campi. Con suo fratello Sabino, sognava di viaggiare, di partire per le Americhe. Essi partirono un giorno del 1908 e sbarcarono a Boston Est.

Nicola aveva 17 anni. Sabino non sopportò a lungo l'esilio, la vita di immigrante e meno di un anno dopo ritorno al proprio paese. Nico resistette. Imparò un mestiere e diventò specialista nella fabbricazione di calzature. Nel 1913, aderì al gruppo anarchico locale "Circolo di Studi Sociali" e partecipò all'organizzazioni di convegni, nelle città vicine, distribuì volantini ed opuscoli, aprì sottoscrizioni per gli scioperanti ed accolse Tresca e Galleani, rivoluzionari anarchici molto noti. Nel 1916 il suo gruppo organizzò un convegno a Milford allo scopo di raccogliere dei fondi per sostenere gli scioperanti di una fabbrica nel Minnesota.

La prefettura non aveva autorizzato questa manifestazione, gli oratori furono arrestati e tra di loro anche Sacco. Fu condannato ad una multa ed è questa sola pena che ha contribuito al suo arresto nel tram di Brokton una notte di maggio.


Lettera di accettazione di Bartolomeo Vanzetti all'Editore

Sacco e Vanzetti
22 luglio 1925 Prigione di Charlestown


Caro signor Dumontais,

Da ieri sera sino a questa sera, ho riletto diverse volte la vostra lettera. Mi affretto ad accettare la vostra proposta ed è con gioia che Nicola e io rispondiamo alle domande dei vostri lettori.
Ecco il nostro caso. Ci hanno giudicato colpevoli in primo grado, cominandoci la pena di morte. Se la Corte suprema rifiuta un nuovo giudizio, la sentenza verrà eseguita. La grazia, se è possibile, potrebbe esserci accordata dal governatore. Ma nel nostro caso, questa grazia commuterebbe la nostra pena in carcere a vita. Per noi, accettare questa grazia sarebbe la stessa cosa che riconoscerci colpevoli.
Come accettare il carcere a vita dopo cinque anni di lotte, dopo aver speo 300 mila dollari, fatto tre proteste mondiali, dopo che i nostri compagni hanno sacrificato per noi sangue e libertà, dopo tutto quanto è stato fatto per noi? Come accettare la prigione, poiché siamo innocenti. Abbiamo detto spesso che vogliano la morte o la libertà.
Vi prego, signor Dumontais, fate tutto quel che potete in questo senso, dite a tutti che preferiamo la morte alla prigione... Che non bisogna dire né una parola ne dare un centesimo né muovere un dito per ottenere altra cosa che non sia la morte o la libertà.
Siamo innocenti. Viva l'anarchia.

Bartolomeo Vanzetti.
 

 


LINK al post originale:
Nicola Sacco et Bartolomeo Vanzetti

 


LINK ad un importante articolo di Giuseppe Galzerano sulle mistificazioni mai cessate per infangare la memoria di Sacco e Vanzetti:

Aria fritta

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1 agosto 2009 6 01 /08 /agosto /2009 07:05

Proponiamo, grazie a internet, una breve raccolta di tavole disegnate da un certo Fred Ellis, illustratore del quotidiano "The Daily Worker" del 20 agosto 1927, meno di tre giorni prima del duplice assasimio di Sacco e Vanzetti, quindi. Il giornale era una pubblicazione newyorkese del partito comunista, com'è noto anche lo stalinismo, seppur tardivamente sfruttò ai propri fini, come, guarda caso, anche il fascismo italiano, la storia giudiziaria dei due anarchici italiani. Il titolo della raccolta è "The Case of Sacco and Vanzetti", e suo scopo, fu quello di esercitare un'ulteriore pressione sulle autorità politiche e istituzionali ma anche verso l'opinione pubblica, anche se per quest'ultima si può sostenere che non ve ne fosse alcun bisogno data la documentatissima mobilitazione su scala mondiale a favore delle due vittime italoamericane.

Copertina della raccolta di immagini riguardanti Sacco e Vanzetti


 

 

Questa è libertà? - 20 luglio 1927
 


















Il verdetto - 10 agosto 1927









Braccio della morte - 11 luglio 1927








"Signori del comitato, questa è la prova schiacciante".
2 agosto 1927













Il libro del Massachusetts: "Teoria e pratica di torture raffinate".
12 agosto 1927









L'affare del giorno










Primo comandamento: "Non ti opporrai ai tuoi padroni.
 19 agosto 1927






Sempre più vicino... sempre più vicino...
17 agosto 1927











Apritelo! (Archivi del dipartimento di Giustizia)
18 agosto 1927











22 agosto 1927









Ecco la votra sedia! - 22 luglio 1927
(Streghe, Salem 1692; lavoratori Boston 1927)












La legge contro i lavoratori stranieri - 20 agosto 1927










Questo è il suo emblema - 11 agosto 1927

 










AVANTI!
20 agosto 1927


[A cura di Ario Libert]


LINK:
The Case of Sacco and Vanzetti
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Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
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  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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