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2 febbraio 2010 2 02 /02 /febbraio /2010 17:40
Maggio 68: l'inizio di una lotta prolungata?
68--13mai1968.jpg13 maggio 1968


di Hélène Hernandez


68-intox_050.jpgTra marzo e giugno, Le Monde Libertaire ha dedicato da una a due pagine ogni settimana a delle testimonianze degli attori del maggio 68. Che essi fossero famosi o sconosciuti poco importa, degli individui hanno voluto affidare i loro percorsi alle colonne del giornale oppure alle frequenze di Radio-Libertaire. Non abbiamo fatto che dare la parola a coloro che non si riconoscevano nella "Generazione 68" quella di quegli autoritari del PCF e dei suoi accoliti (UNEF, UEC) ma che formarono, insieme ad altri, alcuni milioni di lavoratori, di liceali, di studenti in sciopero con la speranza di cambiare la vita.

 

68aff_capital.jpgMAGGIO 68, dieci milioni di individui in sciopero: studenti, liceali, contadini, lavoratori, giovani, donne, immigrati... Dieci milioni di individui in sciopero allo stesso tempo, la Francia paralizzata, i poteri politici, istituzionali, sindacali contestati ed indeboliti. La forza di milioni di individui pronta a distruggere tutto per tutto reinventare. Non soltanto, migliaia di studenti hanno fatto l'esperienza, per la prima volta, della lotta di classe a fianco degli operai, come testimoniano ancora i manifesti dell'Atelier populaire de l'Ecole des beaux-arts  [Laboratorio popolare della Scuola di belle arti] di Parigi, ma altri strati della popolazione come i contadini, per lo meno la sua parte attiva, hanno potuto ritrovare l'azione comune e la solidarietà con la classe operaia. Una simbiosi rara che lascia delle tracce.


68aff_presse.jpgCiò che fu nuovo nel 1968, fu il campo rivendicativo molto ampio della popolazione. Non si trattava più di sempiterne rivendicazioni concernenti gli aumenti salariali o la riduzione del tempo di lavoro, ma di una rivolta, di una rivoluzione per alcuni, per cambiare la vita! È la volontà di modificare la vita quotidiana che si afferma come posta politica, di trasformare le relazioni tra gli individui, compresi e soprattutto le relazioni di potere. La gioventù, tanto operaia quanto studentesca, rivendica la sua dignità, quella di essere riconosciuta, quella della sua responsabilizzazione sociale nel momento in cui lo sviluppo economico gli apre un mercato di consumo che l'autorità morale, portata dai genitori e la scuola, gli proibiscono.

l_an_01.jpgNon può, allora, per esistere, che rimettere in causa il potere, i poteri. E se lo permette! In primo luogo, sorge un altro modo di comunicazione. La parola si libera, piccante, irriverente, spesso derisoria, si affranca dalla verticalità: l'informazione non può che circolare verso il basso come nelle nostre società autoritarie o dal basso verso l'alto come in quelle rivendicate dai "rivoluzionari" di ogni genere (trotskisti, maoisti, d'altronde autoritari)? Ma sì, certo, ed ognuno reinventa, rivivifica i circuiti orizzontali. Quale forza sovversiva! È l'Anno 01 di Gébé: Aprite gli occhi, spegnete la tele. Quei dieci anni di gaullismo, quella guerra d'Algeria mal digerita, quella del Vietnam, non potevano allora che andare a pezzi. Disegno di Wolinski edito in L'Enragé, anche il Partito comunista ne farà le spese. È la fine dei mandarini, di tutti i mandarini. La crisi dell'UEC e dell'UNEF uccide il "padre": il P.C.F. è liquidato come partito dominante.
188.gifUno spazio di libertà si apre allora, spazio di libertà che il movimento anarchico non ha saputo afferrare... Una volta soppresse queste catene- non dimentichiamo quelle della sessualità, che cominciarono a cedere sin dal 1967 durante l'occupazione della cada delle ragazze, alla Cité-U di Naterre- l'individuo poteva rinascere. Non l'individuo egoista degli anni grigi, ma l'individuo autonomo che si diluisce nel collettivo. Per la sua volontà e la sua capacità a rompere la monotonia ed il conformismo, il movimento affascina, tanto più che permette ad ognuno di essere protagonista, che gli riconosce il diritto alla parola. Le nozioni e funzioni di partito e dell'Ufficio politico sono indebolite a profitto di quelle del movimento e dell'assemblea generale. Il piacere di rimettere in causa il principio di delega del potere e della parola, di rimettere in causa il potere ed il potere degli uomini è ampiamente condiviso [2].



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Un grande, quanto vergognoso,  documento storico dell'opportunismo e camaleontismo squisitamente stalinista, o se si preferisce riformista, sindacalista, socialdemocratico, ecc., è rappresentato dal celeberrimo quanto famigerato manifesto riportato qui sopra: "Il PCF contro le violenze. Di tutti i partiti d'opposizione al potere gollista che combatte da 10 anni. IL PARTITO COMUNISTA FRANCESE è stato il solo, SIN DALL'INIZIO, a denunciare pubblicamente le agitazioni, le provocazioni e le violenze dei gruppi di estrema sinistra, anarchici, maoisti o trotskysti, che fanno il gioco della reazione. VOTATE COMUNISTA".


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Di tutt'altro tenore questo manifesto di intonazione libertaria: "Né Dio né padroni. ATTENZIONE! Il movimento di sciopero spontaneo rischia di essere fermato da riforme emananti dai sindacati sclerotizzati e dai partiti politici di sinistra. RIFIUTIAMO IL PARLAMENTARISMO. Generalizziamo l'occupazione delle fabbriche con sequestro delle direzioni padronali. Formiamo dei comitati di sciopero di base. PREPARIAMO LA GESTIONE DIRETTA".
68lut_continu.jpg

 

114.gifQueste forme di organizzazione e di lotta, molto leggere ed aperte, permisero l'emergere di rivendicazioni nuove. Dei movimenti Specifici prenderanno forma, molto spesso a partire dal 1970-71, come prolungamento del 1968 in quanto alle rivendicazioni da sviluppare e da sostenere, ma anche om quanto allo spirito "festivo" e caloroso di ;aggio 68. Il diritto alla differenza si afferma e si amplifica nel corso delle lotte degli omosessuali o delle donne. La morale della Chiesa, ma anche quella della famiglia, sono decimate. Al di là delle lotte per essere padroni del loro corpo- (libertà e gratuità della contraccezione e dell'aborto, denuncia degli stupri, ecc.), le donne aprono il dibattito sul lavoro- domestico ed il patriarcato. La famiglia e le relazioni con i bambini si ritrovano profondamente modificati. L'espressione esplode sui muri sono forma di manifesti, di graffiti o di scritte, sulla stampa (con soprattutto l'apparizione di Charlie-hebdo) e rovescia i metodi pedagogici ed educativi: le scuole diventano miste, le ragazze hanno infine il diritto di portare i pantaloni e le tavole sono poste ad "U" o in cerchio per permettere degli scambi più egualitari.

68-Lenrage_N7.jpgLa messa in causa del potere si estende sino all'esercito; i soldati si organizzano in comitati e l'obiezione di coscienza trova uno statuto. Cambiare la vita si traduce anche con vivere meglio: rifiuto di costruire delle centrali nucleari, creazione di reti di distribuzione di prodotti alimentari biologici, lotta contro i coloranti, ricerca di un'altra relazione  tra curanti e curati allo scopo di diventare padroni della propria salute, movimenti antipsichiatrici ed anticarcerari... Il sindacalismo si apre allora alla vita quotidiana e non più soltanto a ciò che accade nell'impresa; le unioni locali interprofessionali appaiono come un vivaio che rilega l'impresa ai diversi aspetti della vita quotidiana (sessualità, famiglia, educazione, trasporto, mensa, urbanizzazione, ecc.). Risorge la nozione di autogestione, ma dissimulando l'ambiguità tra cogestione e gestione diretta: avrebbe meritato di essere esplicitata, allora, per chiarire i dibattiti sindacali. Le immersioni di Maggio 68, anche se non approderanno del tutto, anche se lasciano molte tracce o anche se furono recuperati, dimostrano bene l'aspirazione a privilegiare le rivendicazioni qualitave su quelle quantitative. Ed è perché si tratta di cambiare la vita, dunque di fare la rivoluzione, che Maggio 68 fu un pericolo per i poteri costituiti.

68_nonburaucr.jpgEssi sparirono temporaneamente di fronte alla marea contestataria, sotto i lanci di pietre e di fronte alle barricate di reciproco aiuto e di solidarietà. Ma ripresero tutti il loro ruolo, alla fine, appena intaccati: il governo lasciando la polizia, mobilitando l'esercito ed offrendo il regale premio dell'urna, il Partito comunista francese "solo" partito della classe operaia opponendosi ad ogni saldamento possibile tra operai e studenti affinché le velleità di lotte insieme (già sensibili negli anni precedenti) non vengano a sostituire gli scioperi stagionali concertati, i "socializzati di buona tinta" che convocano Charlétiy allo scopo di ritrovare fiato per la loro crisi, la sequela di organizzazioni di estrema sinistra incapaci di federare queste esperienze, i sindacati che stravolgono le parole d'ordine verso degli aumenti di salari lasciati, la CGT sempre sotto la tutela del PCF, la CFDT barcamenandosi con il movimento ed accettando l'autogestione rafforzando e centralizzando i suo apparato, il patronato che sembrerà cedere con i "capetti" lasciando introdurre la sezione sindacale nell'impresa ma che riconquisterà questo poco di spazio lasciato ai lavoratori con tutti i mezzi di integrazione all'impresa. Ogni istituzione contribuirà a far uscirà il paese dalla crisi politica, sociale e culturale per porlo sulla strada della democrazia borghese e consensuale: gli accordi di Grenelle svenderanno il qualitativo per il quantitativo.


68-Lenrage_N3.jpg Altri paesi, altri continenti conobbero, dal 1964 (Berkeley negli Stati Uniti) all'ottobre 1968 (Italia), dei movimenti sociali contestatari di grande ampiezza, delle scosse furono conosciute tardivamente... Di fatto, a parte qualche eccezione, i movimenti non si influenzarono direttamente, anche se il fermento rivoluzionario si appoggiava su degli elementi comuni o simili: la radicalizzazione intorno alla lotta contro la guerra del Vietnam o la ricerca di un più grande controllo della propria vita. Il vecchio mondo fu scosso, ma senza la congiunzione di tutti questi eventi, poté resistere ed assimilare.

f2.gif

Al di là dei nuovi valori, dei nuovi modi di pensare, persistono nel movimento operaio, delle risorgenze di forme di organizzazione e di lotta. Dei movimenti si sviluppano per l'affermazione della dignità di ogni individuo, come nei ghetti neri del Sud Africa e si organizzano secondo dei principi dell'azione diretta e del rifiuto di delega al potere (Solidarnosc) o in organizzazioni anarcosindacaliste (marinai e scaricatori di GIbilterra, COR in Brasile), in tutta indipendenza di fronte al potere politico (SMOT in URSS) o al di fuori di ogni struttura sindacale riconosciuta (COBAS in Italia). Compresi, in Francia, le velleità di rivendicazioni uniformi, come a SNECMA e presso Chausson, in cui il lancio di monete da 20 centesimi verso il grugno dei capi e dei padroni in risposta ad un aumento salariale di 0,20F dà speranza, di fronte al marasma politico, di un nuovo spazio da conquistare.


Hélène Hernandez Groupe Pierre Besnard 1988



[Traduzione di Ario Libert]


LINK:
Mai 68: le début d'une lutte prolongée?

LINK pertinenti:
Maurice Joyeux, Mai 68: sous les plis du drapeau noir

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8 gennaio 2010 5 08 /01 /gennaio /2010 11:09
Un profilo profondo, chiaro e stimolante di un grande intelletto, quello di George Orwell, che operò soprattutto nella prima metà del XX secolo, ed in prevalenza nella sua parte soprattutto più tragica, quella dell'età del totalitarismo trionfante, è ricavato non tanto da uno studio particolare dedicato all'autore sotto forma di saggio, quanto a tre superbe recensioni dedicate ai quattro volumi di opere saggistiche edite in Francia tra il 1995 ed il 2002, al celebre giornalista, scrittore e polemista inglese.
Anche l'analisi di opere remote edite dall'editoria in generale può trasformarsi quindi in un momento di discussione critica acuta e penetrante ma soprattutto stimolante, come l'autore di esse, Charles Jacquier, ha saputo fare magistralmente. Un grande esempio di divulgazione di tematiche all'insegna della denuncia dell'autoritarismo nelle sue varie forme e dimensioni, un esempio soprattutto di difesa di un autore dalla grandissima statura morale prima ancora che intellettuale, soprattutto alla sua tenacia ed alla sua coerenza.


George Orwell o l'impossibile neutralità




George Orwell in una caricatura di Levine


[Recensione ai quattro volumi editi in Francia della raccolta di saggi, articoli, lettere  Di George Orwell, presso le Éditions Ivrea/Éditions de l'Encyclopédie des Nuisances]



di Charles Jacquier


In un breve saggio stimolante [1], Jean-Claude Michéa si era meravigliato dell'assenza di una traduzione francese dei Collected Essays, Jounalism and Letters di George Orwell, quando il nostro autore era considerato un classico del nostro tempo. Al di là di uno stretto problema "tecnico", questa assenza testimoniava, secondo lui, "dell'incapacità della critica dominante (...) ad afferrare l'esatto valore dell'opera teorica di Orwell". L'autore si riproponeva dunque di studiare in se stessa questa incapacità e concludeva: "ciò che l'epoca non ammette, è che si possa essere allo stesso tempo un nemico deciso dell'oppressione totalitaria, un uomo che vuole cambiare la vita senza per questo fare del passato tabula rasa e soprattutto un amico fedele dei lavoratori e degli umili".

Da allora, sono apparsi successivamente i due primi volumi della loro traduzione che permette al pubblico francese di aver accesso direttamente a quest'opera imponente. Sfortunatamente, questa pubblicazione è lungi dall'aver avuto l'eco che meritava ed anche questo ha un significato che bisognerebbe studiare in se stesso, come ne ha uno l'invenzione di uno pseudo caso Orwell. Grazie ad un giornalista alla ricerca di scoop, una lettera privata ad un'amica è diventata la sedicente prova che Orwell avrebbe offerto spontaneamente ai Servizi segreti britannici una lista nera di scrittori sospettati di essere dei criptocomunisti (The Guardian, 11 luglio 1996). Tradotto nella lingua della nostra triste epoca, ciò diventa, dopo aver prontamente attraversato la Manica: "Orwell una spia anticomunista", "Quando Orwell denunciava al Foreign Office i 'criptocomunisti'", oppure "Brother Orwell"! [2].

Orwell--famiglia.jpgUna trasmissione di France Culture della serie stranamente chiamata "Una vita, un'opera" è venuta a completare questa campagna di calunnie, apportandovi un tocco del più bell'effetto in cui l'ignoranza e la cattiva fede rivalizzavano soltanto con il grottesco e l'ignobile... È stato risposto a questa campagna con un opuscolo intitolato George Orwell devant ses calomniateurs [George Orwell di fronte ai suoi calunniatori], Editions Ivrea/Editions de l'Encyclopédie des nuisances, 1997).

La traduzione della lettera di Orwell alla sua amica Celia Kirwan, all'origine di questa disgustosa manipolazione , permette di colpo di ridurre a nulla la pretesa prova archivistica della "delazione"... L'opuscolo si dedica in seguito a presentare ed a smontare il meccanismo di queste pretese rivelazioni. Gli attacchi contro Orwell rivelano per gli autori dell'opuscolo che la "disonestà intellettuale" dell'epoca, specie di fenomeno spontaneo illustrato dai salariati dei media che pretendono di "decostruire" la verità quando essi la fanno invece a pezzi e la rendono inudibile ed incomprensibile. Al contrario, la questione essenziale dovrebbe essere: "l'analisi che fa Orwell del totalitarismo non avrebbe qualche validità nella società mondiale in cui viviamo?".

Infine, si può anche riposizionare il caso nel suo contesto francese. Se la maggior parte dei media hanno preso il rischio, a disprezzo di ogni verosimiglianza di riprendere e amplificare le pretese rivelazioni del Guardian, non è forse perché essi si inscrivono nell'elaborazione in corso di una specie di politicamente corretto "con i colori della Francia" in cui la questione dello stalinismo occupa un posto di scelta come lo mostrano d'altronde i dibattiti ricorrenti intorno all'utilizzazione degli archivi sovietici. Se come scrive Louis Janover, "Il PC è di nuovo politicamente corretto, perché indispensabile al buon funzionamento di una macchina parlamentare che avrebbe tendenza ad incepparsi", il fatto di sminuire Orwell al rango di un delatore di bassa lega, "era un modo di mostrare che era anch'egli eguale ad altri nell'infamia" [3]. Calunnia evidente, ma voce spesso efficace allo scopo di ridurre la portata della critica sociale sempre attuale di un autore che non  ha ancora trovato il suo posto nel pubblico francese al di fuori di un riferimento frequente ed il più delle volte errato, al suo 1984...

Orwell--Homage-to-Catalogna--1a-edizione.jpgMa conviene lasciar perdere questo caso, per quanto significativo possa essere per la meteorologia intellettuale che impongono i media, per prendere un po' di aria fresca da Saggi. Il primo volume si estende su un periodo lungo, contrassegnato dall'affermazione della vocazione di scrittore di Eric Blair, nato il 25 giugno 1903 a Mitihari nel Bengala; suo padre era un funzionario all'Agenzia dell'Oppio dell'Indian Civil Service. Nel 1912, la sua famiglia si stabilirà definitivamente in Inghilterra e, nel 1917, Eric Blair entra come borsista all'Eton College. Nel 1922, Eric Blair si arruola nella polizia imperiale delle Indie in Birmania. Darà le dimissioni all'inizio del 1928 per dedicarsi a delle inchieste sulla vita dei più poveri nei quartieri diseredati di Londra, poi di Parigi. Parallelamente, pubblica i suoi primi articoli di scrittore professionale. A partire da questo momento, la biografia di Eric Blair si confonde con l'opera di George Orwell [4].

 

Orwell, BarcellonaQuando numerosi scrittori della sua generazione sono, durante gli anni trenta, affascinati dall'URSS, considarata rappresentante della "patria dei lavoratori" ed il "socialismo in costruzione", Orwell sfugge a questo tropismo  dominante e preferisce un'esperienza diretta dei problemi sociali a fianco degli emarginati e dei disoccupati, poi un'inchiesta presso i lavoratori nelle regioni industriali  in crisi del Nord dell'Inghilterra. L'adesione di Orwell al socialismo passa dunque attraverso "una specie di comunione originaria operata nell'ordine sensibile" (J.-C. Michéa) presso le classi lavoratrici e va affermandosi definitivamente con il suo impegno in Spagna. A partire dalle esperienze operaie e spagnole di Orwell, quasi contemporanee a quelle di Simone Weil, sarebbe interessante tentare una comparazione tra lo scrittore inglese e la filosofa francese. Pierre Pachet ha, inoltre, sottolineato che la "combattività virile" di Orwell gli ricordava Simone Weil [5], senza insistere sulle altre ragioni di un possibile accostamento tra queste due personalità che, entranbe, si richiamano alla cultura politica dell'estrema sinistra antistaliniana degli anni trenta.

Fine del 1936, dopo aver acquistato il manoscritto di The Road to Wigan Pier [La strada di Wigan Pier], George Orwell parte per la Spagna. Il paese è lacerato dalla guerra civile dopo il fallito tentativo di colpo di Stato fascista del 18 luglio contro la Repubblica. Il 30 dicembre, a Barcellona, si arruola nella milizia del Partido Obrero de Unification Marxista (P-O.U.M.), una formazione comunista dissidente animata dai fondatori del movimento comunista spagnolo e radicata soprattutto in Catalogna [6]. È inquadrato nel contingente dei volontari  di lingua inglese dell'Indipendent Labour Party e parte per battersi con la sua unità sul fronte di Aragona. Successivamente, scriverà che se fosse stato un po' più al dentro dei fatti, avrebbe scelto di battersi "a fianco degli anarchici". Tentato per un po' di raggiungere i volontari che si battono per la difesa di Madrid, assiste alle giornate di Barcellona del maggio 1937 in cui si affrontano gli anarchici ed il P.O.U.M., da una parte e gli stalinisti ed i loro alleati dall'altra. Nel  giugno del 1937, il P.O.U.M. è posto fuorilegge, i suoi dirigenti arrestati e, tra di loro, Andrès Nin è assassinatopoco dopo da sicari del NKVD, dopo essere stato calunniato dalla stampa stalinista che lo tratta come agente di Franco e di Hitler, riopetendo le accuse deliranti dei processi di Mosca [7]. Da parte sua, Orwell, di ritorno dal fronte, è ferito alla gola da un cecchino. È durante la sua convalescenza che apprende della messa fuorilegge del P.O.U.M. Braccato dalla polizia stalinista, riesce a raggiungere la frontiera francese con la sua compagna.

Orwell--1984--1a-edizione-americana.jpgOltre al P.O.U.M., gli stalinisti hanno di mira soprattutto gli anarchici, prima forza del movimento sociale spagnolo e l'insieme del processo rivoluzionario: "quando il potere ha cominciato a sfuggire agli anarchici per essere afferrato dai comunisti ed i socialisti di destra, il governo ha potuto rimettersi in sella, la borghesia rialzare la testa e si è visto riapparire, praticamente immutata, la vecchia divisione della società tra ricchi e poveri. Da quel momento, tutte le decisioni prese (...) hanno teso a disfare ciò che era stato fatto nei primi mesi della eivoluzione". Al suo ritorno in Inghilterra, comincia a scrivere Homage to Catalogna e si scontra con la maggioranza della sinistra inglese. Quest'ultima, in nome dell'antifascismo, si colloca dietro le politiche del Fronte popolare  nate per impulso di Stalin ed Il Komintern dal 1934-35, con una virata a 180° e l'abbandono della precedente politica di "classe contro classe", responsabile dell'avvento di Hitler al potere in Germania.

 

L'esperienza spagnola di Orwell va simultaneamente affermando il suo impegno socialista e la sua opposizione radicale allo stalinismo. Allo stesso tempo, tocca con mano  l'importanza della menzogna e della falsificaizone nella propaganda totalitaria. Durante  tutto questo periodo, Orwell si riconosce nelle correnti rivoluzionarie antistaliniste che rifiutano la socialdemocrazia e lo stalinismo, senza cadere nel bolscevismo di Trotsky, ma contrariamente alla maggior parte di essi, pone, anche prima della firma del patto nazi-sovietico, la questione della democrazia nella rivoluzione. Così, nell'agosto 1938, si augura un "movimento rivoluzionario autentico", " ma non ripudiando (...) i valori essenziali della democrazia". Proposito reiterato ed assolutizzato alcuni mesi dopo quando scrive: "Ciò che decide di ogni cosa, è la messa al bando della democrazia". Dopo la firma del patto nazi-sovietico del 23 agosto 1939, Orwell comprende che "non c'è terza via tra resistere a Hitler o capitolare davanti a lui" e condanna "gli intellettuali che affermano oggi che tra democrazia e fascismo non ci sia differenza", cioè gli stalinisti ed i loro compagni di strada obbligati ad abbandonare il discorso antifascista per giustificare in un linguaggio pseudo estremista l'alleanza di Stalin con Hitler.

In un saggio su Charles Dickens, Orwell riafferma "che bisogna essere dalla parte dell'oppresso, prendere la parte del debole contro il forte" e che, se "l'uomo della strada vive sempre nell'universo psicologico di Dickens", quasi tutti gli intellettuali "si sono allineati con una forma di totalitarismo o un'altra". Il suo ritratto di Dickens può dunque essere letto come quello di Orwell stesso quando egli scrive: "È il volto di un uomo che non smette di combatetre qualcosa ma ch esi batte alla luce del sole, senza paura, il volto di un uomo animato da una rabbia generosa- in altri termini quello di un liberale del XIX secolo, una intelligenza libera, un tipo di individuo egualmente esecrato da tutte le piccole ortodossie maleodoranti che si contendono oggi il controllo dei nostri spiriti".

Orwell-NUJ-card.JPGIl secondo volume ricopre un arco di tempo molto più breve in cui dominano quasi esclusivamente le preoccupazioni legate allo svolgimento della Seconda Guerra mondiale. Orwell si afferma per essere, nel corso delle pagine, come uno dei rari scrittori di questo periodo avente una concezione al contempo politica e morale degli avvenimenti. Rifiuta i discorsi beati ed ottimisti sul Progresso, perché, dalla guerra del 1914-1918, si sa che quest'ultimo "era alla fine sfociato sul più grande massacro della storia": "La Scienza non si era impegnata che ad inventare degli aerei da bombardamento e dei gas tossici, mentre l'Uomo civilizzato si rivelava, nell'ora del pericolo, pronto a comportarsi nel modo più atroce di qualsiasi selvaggio". Reagendo a questo trauma, numerosi scrittori soccombettero alla tentazione della forza ed al fascino per il dinamismo dei totalitarismi fascista, nazista o stalinista, tutti eminentemente moderni [8]. Lungi dal cedervi o da ignorarli, Orwell comprese che l'origine di quest'attrazione proveniva dalla "falsità della concezione edonista della vita" che aveva conquistato la quasi totalità del pensiero "progressista" occidentale e rifiutò l'opposizione di prima del 1914 tra Progresso e Reazione, illustrata da un H. G. Wells, per comprendere la natura ed i rischi dei pericoli futuri. Davanti alla catastrofe, bisognava oramai "ritrovare il corso della storia" e "riscoprire la tragedia" per bloccare la marea montante delle pulsioni emotive sulle quali si appoggiavano le dittature.

Durante questi anni cupi, le prese di posizione di Orwell sono sempre espresse in funzione di una doppia preoccupazione: una valutazione quanto più realistica possibile dei rapporti di forza che non dimentica mai i fini morali del suo impegno politico ed il sentimento eminentemente tragico di una storia recante le stigmate delle guerre mondiali e dei totalitarismi. Per il suo Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali, 1984 e molti saggi ed articoli politici, Orwell potrebbe figurare accanto agli autori di un genere letterario comparso tra le due guerre, il libro politico, che egli stesso definiva come un "lungo libello che unisce la storia e la critica politica", prima di citare come esempi i nomi di Franz Borkenau, Arthur Koestler, Arthur Rosenberg, Hermann Rauschning, Ignazio Silone e Leone Trotsky".

Orwell--carta-d-identita.jpgOrwell, preservato dalla sua nazionalità, ne fa l'esperienza in Spagna. Ritornando sul suo impegno spagnolo in uno dei testi più forti di questa raccolta, Orwell esprime la posizione che era  la sua nel 1936 e lo sarà per tutto il corso della Seconda Guerra mondiale: "Quando si pensa alla crudeltà, all'infamia, alla vanità della guerra (...) si è sempre tentati di dire: "I due campi si equivalgono per l'infamia. Rimango neutrale". Ma nella pratica, non si può restare neutrali e non vi è guerra il cui esito sia perfettamente indifferente. Quasi sempre uno dei campi incarna più o meno il progresso e l'altro la reazione". Dicendo ciò, Orwell non dimentica che il campo delle "democrazie" comprende la dittatura di Stalin e dei paesi che sottopongono le loro colonie ad un feroce sfruttamento, ma ha capito che il principio fondamentale dell'azione politica è di fare una scelta, "non tra il bene ed il male, ma tra due mali", il male minore permettendo di "lavorare alla costruzione di una società in cui la rettitudine morale sarebbe ancora possibile".

ORWELL-LA-FERME-DES-ANIMAUX.gifPoiché Orwell è innanzitutto uno scrittore, è molto spesso nelle sue critiche letterarie che egli esprime al meglio il fondo del suo pensiero sulla crisi e la tragedia del mondo moderno e l'atteggiamento più giusto e più onesto per farvi fronte, malgrado tutto. Così nel suo bel articolo su Letteratura e totalitarismo, nel suo tentativo di delimitare una delimitazione tra arte e propaganda, nei suoi giudizi sulla letteratura di lingua inglese. Come non citare la conclusione della sua recensione al Diario  di Julien Green: "Ma ciò che è simpatico in questo diario, è la fedeltà a se stesso, il rifiuto di vivere con il proprio tempo. È il diario di un uomo civile. Un mondo nuovo sta per nascere, un mondo in cui non avrà posto. È troppo chiaroveggente per lottare contro di esso; ma non fingerà di marlo. Poiché ciò è esattamente ciò che fanno tutti i giovani intellettuali di questi ultimi anni, la sincerità spettrale di questo libro è profondamente commovente. Ha il fascino dell'inutile, fascino così desueto da sembrare nuovo".

Naturalmente, succede ad Orwell di sbagliarsi nelle sue analisi, soprattutto quando ripete, all'inizio della guerra, che il suo paese non potrà resistere all'aggressione nazista che grazie ad una rivoluzione socialista. In fatto di rivoluzione, l'Inghilterra conoscerà le esperienze laburiste del dopoguerra che segenranno un cambiamento certo, senza incarnare la rottura socialista che Orwelll aveva intravisto nei primi mesi della rivoluzione spagnola. Ma di tali errori di previsione, d'altronde relativi, non costuituiscono l'essenziale! Se si dovesse scegliere una breve frase per far apprezzare e rispettare George Orwell, uomo e scrittore, conservando nel contempo per lo spirito il valore dei suoi scritti, sarebbe senz'altro nella sua trascrizione di un dialogo con Stephen Spender in cui scrive: "Ma dove vedo che le persone come noi capiscono meglio la situazione dei pretesi esperti, non è nel loro talento di predire degli eventi specifici, ma per le loro capacità di afferrare in quale specie di mondo viviamo". Afferrare in quale specie di mondo viviamo, non fingere di marlo e rimanere fedeli a se stessi, questi sono i principi essenziali che Orwell ha messo in pratica nel corso della sua vita contro i professionisti della menzogna e della calunnia...

orwell-in-tribune.jpgNel novembre del 1943, George Orwell diede le proprie dimissioni dal suo posto alla Sezione indiana del Servizio orientale della BBC che occupava dall'inizio del mese di aprile del 1941 [9]. Lo stesso mese, entra come responsabile delle pagine letterarie a Tribune, il settimanale della sinistra laburista. Vi scrive più o meno regolarmente settantun cronache intitolate "As I please" [A modo mio] sino all'aprile del 1947. Il settimanale, diretto da Aneurin Bevan, gli lasciò completamente libertà nel trattare come voleva i soggetti da lui scelti, in particolare la natura del socialismo o contro il regime stalinista quando l'alleanza con l'URSS smussa tutte le critiche.  Vi elabora anche i temi principali del suo più famoso romanzo. È infatti in una delle sue cronache letterarie che egli scrive la frase spesso citata come emblematica in 1984: "La cosa più terribile nel totalitarismo non è che commetta delle 'atrocità', ma che distrugga la nozione stessa della verità oggettiva: pretende di controllare il passato così come il futuro" (4 febbraio 1944). Nel 1947, scriverà al momento del decimo anniversario di Tribune che, anche se è lontano dall'essere perfetto, è "il solo settimanale che compia nel momento attuale un reale sforzo per essere allo stesso tempo progressista ed umano- detto altrimenti per combinare una vera politica socialista con il rispetto della libertà di espressione e di parola ed un atteggiamento civile verso la letteratura e l'arte". Orwell collabora anche al Manchester Evening News dove consegna, ogni giovedì, delle recensioni di libri, così come anche all'Observer. Scrive anche una "lettera da Londra" a Partisan Review (New York) dal gennaio 1941.

Orwell_animal_farm.jpgParallelamente, pubblica anche dei saggi sul "Il popolo inglese" il nazionalsimo, "l'immunità artistica" di Salvador Dalì, i romanzi di James Hadley Chase, ecc. Ma soprattutto, scrive Anumal Farm, la sua favola antitotalitaria alla quale pensava da molti anni. Il manoscritto è terminato nel febbraio 1944, ma non sarà pubblicato che diciotto mesi più tardi presso Secker & Warburg dopo essere stato rifiutato da diversi grandi editori inglesi per motivi manifestamente politici. Questa edizione dei Saggi contiene dunque logicamente diversi testi che sono dedicati a questo libro, in particolare due prefazioni ad Animal Farm, una all'edizione ucraina che spiega che "niente ha più contribuito a corrompere l'ideale socialista iniziale che di credere che l'Unione sovietica fosse un paese socialista"; l'altra, rimasta inedita sino al 1995, sulla censura contro la quale si era urtata il suo manoscritto e dove si interrogava su questo fatto: "l'attuale generalizzazione di modi di pensare fascisti non deve essere attribuita in una certa misura all'"antifascismo" di questi dieci ultimi anni ed all'assenza di scrupoli che l'ha caratterizzato?"

Alla lettura di questi scritti, non si può che essere colpiti dalla lucidità e dall'onestà serena con le quali George Orwell giudica degli avvenimenti del suo tempo. È non soltanto uno degli analisti e dei testimoni più sicuri dei drammi degli anni trenta e quaranta, ma anche un critico sempre attuale delle traversie più inquietanti delle società moderne (nichilismo, distruzione della morale comune, corruzione del linguaggio, ecc.) al di là anche del fallimento delle società che si pretendono socialiste di cui è stato, totalmente isolato e a controcorrente, uno dei critici più eminenti.

Lasciamolo concludere sulla responsabilità degli intellettuali in un passaggio tipico del suo stile: "So che gli intellettuali inglesi hanno ogni genere di motivo per la loro viltà e disonestà ed non ignoro nessuno degli argomenti con l'aiuto dei quali si giustificano. Ma che ci risparmino almeno almeno i loro inetti distici sulla difesa della libertà contro il fascismo. Parlare di libertà non ha senso che a condizione che sia la libertà di dire alle persone ciò che non hanno voglia di sentire. Le persone ordinarie condividono ancora vagamente quest'idea ed agiscono di conseguenza. Nel nostro paese (...), sono i liberali che hanno paura della libertà e gli intellettuali che sono pronti a tutte le ingiurie contro il pensiero".

Con questo ultimo tomo dei Saggi di George Orwell termina un'impresa editoriale che era iniziata nel 1995 sotto l'egida di due coraggiose piccole case editrici [10]. Ricoprenti gli ultimi anni di vita dello scrittore inglese, questo periodo vede la pubblicazione nell'agosto del 1945, dopo diciotto mesi di contrattempi e di rifiuti, di La fattoria degli animali che incontra un grande successo e permette al suo autore di essere libero, per la prima volta nella sua vita, da preoccupazioni finanziarie. Dall'anno successivo, inizia a lavorare alla redazione di 1984, continuando una collaborazione episodica con la stampa inglese ed americana, pubblicando soprattutto una cronaca in Tribune, il settimanale della sinistra laburista sino all'aprile 1947. È a partire da questo anno che la sua salute peggiora: uno specialista diagnostica una tubercolosi, malattia che lo stroncherà il 21 gennaio 1950.

Durante questi anni, Orwell si dedica innanzitutto alla redazione di 1984 che apparirà nel giugno del 1949, ma, nonostante le devastazioni della malattia, non rinuncia per questo a scrivere articoli, resoconti, saggi, così come corrispondenza con i suoi conoscenti. Vi ritroviamo i temi salienti della sua opera. Innanzitutto una concezione esigente della letteratura che lo porta ad una critica senza concessione degli scrittori e dei libri notevoli del suo tempo, ma anche a confrontarsi con dei classsici come Swift o Tolstoj. Prova un profondo orrore davanti alal corruzione del linguaggio, soprattutto a causa delle abitudini del pensiero totalitario. Allo scopo di opporvisi sottolinea: "Per esprimersi in una lingua chiara e vigorosa, bisogna pensare senza timore e colui che pensa senza timore non può essere politicamente ortodosso".

Il suo rifiuto del compiacimento degli intellettualiper tutte le forme di totalitarismo si accompagna logicamente con una lucidità- eccezionale per il suo tempo- sull'URSS di Stalin che egli considera come l'antitesi assoluta di un socialismo autentico. Infine, intraprende una critica radicale della sottocultura di massa (sport, industria del tempo libero). Se i primi temi sono presenti in ogni tappa della sua opera, l'ultimo assume per noi una particolare acutezza perché annuncia con alcuni decenni di anticipo l'orrore mercantile e la decerebrazione mediatica in cui siamno quotidianamente immersi. Così, in un testo sui "luoghi di divertimento", egli sottolinea che "l'uomo non rimane umano soltanto se dedica nella propria vita un ampio spazio alla semplicità, mentre la maggior parte delle invenzioni moderne [...] tendono ad indebolire la sua coscienza, a smussare la sua curiosità e, in senso generale, a farlo regredire verso l'animalità".

Ciò che caratterizza innanzitutto Orwell, è il rifiuto, allo stesso tempo etico e politico, di seguire la strada degli intellettuali sottomessi ai potenti di ogni genere per rimenere verso e contro tutto un eretico: "Nessuna pia banalità [...] non cambia nulla al fatto che uno spirito venduto sia uno spirito venduto".

 

Charles Jacquier



Fondazione Andreu Nin

 

 

George Orwell, Essais, articles, lettres, Volume I (1920-1940), Volume II (1940-1943)
Paris, Éditions Ivrea/Éditions de l'Encyclopédie des Nuisances, 1995 & 1996
Georges Orwell ou l'impossible neutralité,  Commentaire, n° 83, automne 1998, p. 857-860 (Éditions Plon).

George ORWELL, Essais, Articles, Lettres, vol. III (1943-1945),
Paris,Éditions Ivrea/Éditions de l’Encyclopédie des nuisances,1998, 544 p.
Compte-rendu des Essais III, Bulletin de liaison des etudes sur les mouvements revolutionnaires, 2e annee, n° 2, avril 1999

George Orwell, ESSAIS, ARTICLES, LETTRES, Volume IV (1945-1950)
Paris, Éditions Ivrea-Éditions de l'Encyclopédie des Nuisances, 2001, 646 p.
Compte rendu des Essais vol. IV, Le RIRe (Reseau d'Informations aux Rferafractaires), n° 45, mai-juin 2002
[Le RIRe BP 2402 13215 Marseille Cedex 02].

 


[Traduzione di Ario Libert]


 

Note

(1) Jean-Claude Michéa, Orwell, anarchiste tory, Castelnau-le-Lez, Climats, 1995.

(2) Libération, 15 luglio 1996; Le Monde, 13 luglio 1996; L’Histoire, ottobre 1996. Orwell aveva rosposto in anticipo a tali considerazioni quando scriveva: "non amo le risatine sprezzanti, le calunnie, le frasi che si ripetono a pappagallo e l'adulazione servile che vige nel mondo letterario inglese- e forse anche nel vostro" (Essais, II, p. 288).


(3) Louis Janover, Nuit et brouillard du révisionnisme, Editions Paris-Méditerranée, 1997, p. 37-38.

(4) Bernard Crick, Georges Orwell. Une vie, Balland, 1982.

(5) La Quinzaine littéraire, n° 697, 15-31 luglio 1996, p. 15. 

(6) Victor Alba, Histoire du P.O.U.M., Champ libre, 1975. 

(7) Cfr. il documentario spagnolo di Ricardo Beles, Opération Nikolaï,  ed anche Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, "L’ombre portée du NKVD en Espagne", in Aa. Vv., Le Livre noir du communisme, Robert Laffont, 1997, p. 365-386.

(8) Cfr., Peter Reichel, La Fascination du nazisme, Editions Odile Jacob, coll. Opus, 1996.

(9) En 1997, le stesse edizioni hanno pubblicato un'eccellente opuscolo George Orwell devant ses calomniateurs. Quelques observations, replicando ad una campagna mediatica mirante a farlo passare per una spia ed un delatore.

(10) Segnaliamo che gli stessi hanno anche pubblicato la traduzione del più importante libro di Gunther Anders, L’Obsolescence de l’homme (Sur l’âme à l’époque de la deuxième révolution industrielle),  tr. it.: L'uomo è antiquato, Boringhieri, Torino, 2003.
 
 
LINK al post originale:

George Orwell ou l'impossible neutralité

LINK all'articolo incriminato apparso sul Guardian
Blair's babe. Did love turn Orwell into a government stooge? 

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1 gennaio 2010 5 01 /01 /gennaio /2010 16:23



1936, I taxi di Barcellona...

La sezione dei taxi di Barcellona è una di quelle in cui si è manifestata nel modo più evidente lo spirito costruttivo della classe operaia organizzata nella CNT.

Prima del 19 luglio, esisteva un gran numero di raggruppamenti di operai o proprietari di taxi.

Le rivalità, la corsa incoerente al profitto comportavano cattive condizioni di lavoro: dodici ore di seguito, senza retribuzione fissa e nessuna indennità in caso di malattia. ìIl 19 luglio, la totalità dei conducenti ed un gran numero di operai emancipati, aderivano alla CNT.

Quando la vita della città si fu a poco a poco normalizzata, alla fine del mese di settembre 1936, un primo servizio di urgenza fu rimesso in circolazione, con 200 vetture dipinte e decorate in rosso e nero.

Poi il servizio si normalizzò e la nuova riorganizzazione diede i suoi frutti nel gennaio 1937, 700 vetture incassavano giornalmente più di 80.000 peseta. Le restrizioni di benzina fecero abbassare i guadagni, il comitato di controllo cercò una formula per fabbricare un carburante che potesse sostituire la benzina. Giunse ad ottenerla grazie ad una formula presentata da un operaio e nuove vetture furono poste in circolazione. Ma la mia collettività, dopo le giornate di Maggio (1937) fu l'oggetto di provocazioni da parte dei comunisti, i conducenti molestati dai comunisti per demoralizzarli e trascinarli in conflitti violenti. Le denunce dei vecchi proprietari che dichiaravano che le loro vetture erano state loro rubate furono accolte, le requisizioni per le esigenze di guerra fecero rovinare l'industria e la sezione finalmente soppressa attraverso decreto governativo nel dicembre 1937.



 Tuttavia, le realizzazioni di questo sindacato sono uno dei migliori esempi della capacità e del senso dell'ordine di questi "fuori da ogni controllo". I lavoratori avevano stabilito i loro servizi amministrativi alla sala delle Cortès, in cui erano assicurati il controllo del lavoro effettuato  dagli autisti, gli operai dei garage e quelli dell'officina di riparazioni. Il dettaglio delle statistiche permettevano di rendersi conto subito da dove veniva il difetto del rendimento, le avarie di una vettura. Le vetture difettose erano immediatamente inviate al laboratorio per essere sistemate o riparate.

Una ricevuta era data all'autista quando consegnava il prospetto della giornata di lavoro, ed una al custode del garage per la quantità di olio o benzina di cui aveva bisogno. Le frodi erano rare, consistevano soltanto sul calcolo dell'aumento del 25% sui prezzi segnati sul contatore, ma questa differenza si ritrovavano sui fogli di ricapitolazione. Se il fatto si ripeteva per tre volte, la vettura veniva tolta all'operaio che doveva andare a lavorare in officina.

Per quanto riguarda le riparazioni, gli autisti, senza far ricorso ad alcun ingegnere, né chimico, avevano installato con i loro propri mezzi un laboratorio di riparazione e di costruzione in cui riuscivano non soltanto ad effettuare le riparazioni ordinarie, ma anche a costruire tutti i pezzi e gli utensili che erano loro necessari, compresi quelli che non erano stati mai fabbricati in Spagna. Con questa indipendenza nei confronti delle aziende internazionali di costruzioni in tempo di guerra erano riusciti a realizzare la loro emancipazione economica.

Le officine di riparazione e di costruzione erano ubicati in un ampio locale inutilizzato dall'esposizione universale. Una parte conteneva delle vecchie vetture, a causa della mancanza di materie prime, si utilizzava tutto ciò che poteva tornare utile. Il laboratorio costruiva il motore per intero, acquistava gli acciai speciali, ma effettuava tutti gli assemblaggi necessari. Aveva un forno a carbone. I pistoni un tempo importati si fabbricavano sul posto così come i cuscinetti a sfere che sino ad allora non erano mai stati fabbricati in Catalogna.

Con lo spirito di ricerca che li caratterizzava gli operai erano tutti dediti alla realizzazione di un'opera a beneficio della collettività.

I vericiatori erano naturalmente oggetto di speciali attenzioni: utilizzavano il latte mattina e sera ed il Comitato aveva fatto installare potenti ventilatori affinché il locale fosse perfettamente aerato. La fabbrica aveva delle docce, il suo refettorio, la sua infermeria, il suo medico particolare.

Infine alcuni slogan decoravano i muri:


Il timore è generato dalla limitazione della coscienza e della libertà


Anarchismo, simbolo di giustizia e libertà


La migliore propaganda è nell'esempio della tua condotta


Da: "Le Libertaire" del 12 luglio 1946

in occasione di un numero speciale dedicato alla rivoluzione libertaria spagnola




[Traduzione di Ario Libert]

LINK al post originale:
1936, Les taxi de Barcellone

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31 dicembre 2009 4 31 /12 /dicembre /2009 09:04





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VI. Parole nella valle [3]





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28 dicembre 2009 1 28 /12 /dicembre /2009 07:58







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V. Ricordi di gioventù





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24 dicembre 2009 4 24 /12 /dicembre /2009 10:53



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IV. Parole nella valle [2]











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BARABBA, L'eterno ingannato, 03



[Traduzione di Ario Libert]



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23 dicembre 2009 3 23 /12 /dicembre /2009 08:11



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III. L'eterno ingannato









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[Traduzione di Ario Libert]



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22 dicembre 2009 2 22 /12 /dicembre /2009 15:27





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II. Parole nella valle








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20 dicembre 2009 7 20 /12 /dicembre /2009 15:11


Un regalo di Natale che spero i miei dieci lettori sapranno forse apprezzare, si tratta del frutto della collaborazione di due artisti anarchici, Steinlen, in questo blog un autore abbastanza noto, che illustra con quasi 200 disegni, il romanzo dello scrittore, del tutto ignoto nel nostro paese come quasi nel suo, Lucien Descaves, prolifico autore di racconti, romanzi ed opere teatrali su cui avremo modo di tornare.

Presentiamo oggi il primo capitolo di questo romanzo, intitolato Barabbah [Barabba]. Il titolo del capitolo è significativamente Natività e quindi si intona perfettamente al periodo di festa comandata. Non si tratta di una versione socialisteggiante della storia di Gesù incentrata su di un personaggio minore dei Vangeli, come potrebbe far pensare il titolo.  Il Cristo proletario di Descaves-Steinlen, è in realtà un sottoproletario nato da sottoproletari, una bella  carriera insomma, membro quindi della casta occidentale degli intoccabili.

La particolarità del romanzo sta nei suoi capitoli brevissimi ed illustrati magistralmente dal grande Steinlen, in cui il protagonista, Barabba, illustra la storia del barbone-messia, a partire dal terzo capitolo ed in ogni capitolo con numerazione dispari. I capitoli numerati con numerazione pari, tutti intitolati allo stesso modo e cioè Parole nella valle, riportano invece i detti aurei di questo anticristo-zarathustra. Il primo capitolo funge invece da presentazione dell'ambiente in cui si svolge la storia ed è incentrato sulla nascita del profeta nichilista Barabba, e della sua acclamazione da parte dei suoi naturali seguaci, i barboni che svegliati da uno strano richiamo si recano verso lo squallido rifugio comunale dove la madre avrebbe voluto trascorrere la notte.

Contiamo di poter tradurre i 28 capitoli del romanzo in un arco di tempo breve, in quanto il romanzo, che è del 1914, non è mai stato, comprensibilmente, edito in Italia, e questo grave torto a due grandi autori, soprattutto a Steinlen che morì, come è noto in assoluta miseria, non può che trovare risarcimento in quasto modo.





Barabbah


I. Natività




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BARABBA,  Parole nella valle, 02


[Traduzione di Ario Libert]



LINK all'opera originale.
BARABBAH. Paroles dans la vallée


LINK ad un'opera di Steinlen da: L'Assiette au Beurre del 1902:
Steinlen, La visione di Hugo
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19 dicembre 2009 6 19 /12 /dicembre /2009 08:52
NATALE

Visto il tradizionale clima natalizio pieno di ipocrisia e buonismo a profusione, malgrado la crisi conclamata e programmata ad arte, abbiamo deciso di festeggiare anche noi la sacra ricorrenza traducendo e presentando urbi et orbi, un antico numero di una gloriosa testata che semplicemente adoriamo ed a cui piaceva non poco chiamare le cose con il loro nome. Per l'epoca, il presente numero rappresentò senz'altro una vera manifestazione dello spirito autenticamente libertario della rivista nonché anche e soprattutto una dimostrazione generosa di quanto si poteva fare con l'arte al servizio della verità, anche se il mezzo era semplice, come non poteva non esserlo, una rivista di satira politica e sociale. Dobbiamo però anche doverosamente ricordare che L'Assiette au Beurre, a modo suo, era l'equivalente, nel proprio genere letterario e campo artistico, di una vera e propria mostra d'arte settimanale le cui sale erano costituite dalle sue esplosive e coloratissime pagine.



















La sacra festività celebrata in un ambiente molto mondano












I festeggiamenti si sono trasformati in un'orgia.




















 











Una grande folla tende le braccia verso una meta agognata: un medaglione di pasticcio di fegato d'oca (foie gras)












Il Natale degli uomini è diverso da quello degli animali.





















Adorazione del bambin Gesù affiancato dal bue e l'asino e sormontato da una banconota da venti franchi










Il Natale bretone


















14



















L'accompagnatore di Babbo Natale, Père Fouettard (padre fustigatore), rimuncia al suo lavoro per... sovralavoro.
















[Traduzione di Ario Libert]


Link all'opera originale:

Noel
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Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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