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3 marzo 2015 2 03 /03 /marzo /2015 06:00

William Godwin

Gli annali della rivoluzione francese hanno lasciato scritto col sangue che la conoscenza di pochi non può contrastare l'ignoranza dei più... la luce della filosofia, quando è limitata ad una ristretta minoranza, mostra come coloro che la possiedono sono le vittime e non gli illuminatori le masse.

 

Samuel Taylor Coleridge, Essays on His Own Times, ed. William Pickering, Londra, 1850, pp.5-9 [1].

 

William Godwin, il padre dell'anarchismo filosofico, nacque il 3 Marzo 1756 a Wisbech, nel Cambridgeshire, Inghilterra, settimo di tredici figli di John Godwin e Anna Hull. Debole di fisico, introverso e intellettualmente precoce, Godwin osservò il più rigido calvinismo [2] sandemanista [3] quasi fino alla fine della sua istruzione formale alla Hoxon Academy, una scuola dissidente, nel 1778.Il padre, John Godwin, era un ministro di estrazione sandemanista e si aspettava che il giovane William seguisse le sue orme. Godwin più tardi descriverà Sandeman come "un celebre apostolo nordico che aveva escogitato un metodo per maledire novantanove seguaci di Calvino su cento, dopo che Calvino stesso aveva maledetto novantanove esseri umani su cento". Questa religiosità austera ad una così giovane età la dice lunga sui motivi per cui Godwin divenne infine il profeta dell’anarchismo filosofico.

Gli avvenimenti politici in America e in Inghilterra, le discussioni con i suoi colleghi e lo studio dei filosofi francesi (in particolare Rousseau [4], Helvetius [5], D’Holbach [6] e Montesquieu [7]), degli storici latini e degli scrittori inglesi (Locke [8], Swift [9] e Priestley [10]), lo fecero convertire al liberalismo politico. Le sue credenze religiose passarono progressivamente dal Calvinismo al deismo, al Socinianesimo [11], all'agnosticismo e all'ateismoPiù avanti Godwin adottò quello che potrebbe essere chiamato un "vago teismo".

Entro il 1783, Godwin lasciò la contea per trasferirsi a Londra dove aveva intrapreso la carriera di letterato a servizio dei suoi compagni. Il suo primo progetto, un tentativo di avviare una piccola scuola, fallì per mancanza di alunni. Iniziò in quel periodo ad interessarsi alla politica nazionale. Questo lo portò a contribuire a giornali radicali e Whig [12]. Nonostante frequentasse apertamente associazioni ed organizzazioni radicali, evitò sempre di diventarne membro.

Fu la Rivoluzione Francese che influenzò profondamente il corso della carriera di Godwin. Sebbene non appoggiasse tutti gli aspetti della Rivoluzione (sostanzialmente perché molti di essi erano contrari alla ragione umana), credeva che in generale questa fosse utile e partecipò ad un piccolo comitato che garantì la pubblicazione de I diritti dell'uomo [13] di Paine.

Godwin pensava che quello di cui c'era veramente bisogno al tempo non fosse un'altra confutazione del pensiero di Burke [14], ma piuttosto un'analisi approfondita della società e del governo. Ricevette un anticipo dal suo editore e nel gennaio del 1793 pubblicò il suo più significativo trattato politico, Un'Inchiesta sulla Giustizia Politica e sulla sua Influenza sulla Virtù e Felicità Generali [15]. Nonostante la prolissità e il costo, il trattato divenne un bestseller (vennero vendute intorno a 4000 copie). Nell'inchiesta, Godwin elabora un'approfondita interpretazione dei principi generali che sottostanno alla società e formula un piano per il futuro basato sulla sua interpretazione del passato.

Nel 1794 apparve il suo romanzo, Così va il Mondo, o le Avventure di Caleb Williams [16],che rese ancora più popolari le sue opinioni politiche e sociali sull'individuo vittimizzato dalla società. Nella prefazione, Godwin spiega il perché scrisse Caleb Williams:

"Con questo racconto si sono voluti conseguire scopi di portata più ampia e generale di quanto non appaia a prima vista. La discussione oggi di maggiore attualità, su come va il mondo, è tra le più interessanti che si possano presentare alla mente umana. Mentre da una parte si perora la causa del cambiamento e delle riforme, dall'altra si esalta coi termini più appassionati la costituzione attuale della società [...] Soltanto da poco si è compresa in modo adeguato l'inestimabile importanza dei principi fondamentali della politica ed è ormai risaputo tra i filosofi come in tutti gli strati della società sia possibile riscontrare l'intrusione operata dallo spirito e dalla qualità del governo. Ma questa è una verità che ben merita di essere fatta conoscere a persone che con scarsa probabilità potranno mai essere raggiunte da libri di storia e di filosofia. Conseguentemente, nel concepire quest'opera ci si è proposti di condurre, nei limiti concessi dalla natura progressiva di un singolo racconto, un'analisi generale dei modi in cui si attua il troppo sconosciuto dispotismo domestico, tramite cui l'uomo diventa agente di distruzione di un altro uomo [...]” [17].

Giustizia politica e Caleb Williams portarono Godwin all'apice della sua popolarità. Continuò ad attaccare il governo e, disgustato dall'azione governativa contro i radicali scozzesi e i membri delle rispettive organizzazioni, compose un opuscolo anonimo in favore degli accusati. Il suo Rapide critiche all'accusa presentata dal Lord Giudice Capo Eyre al Gran Giurì, 2 Ottobre 1794 [18] fu significativo per il movimento radicale: Godwin aveva smascherato la logica fasulla che stava dietro la definizione di tradimento fatta dal pubblico ministero.

Nelle Considerazioni sull'incriminazione di Lord Grenville e Mister Pitt riguardante pratiche sovversive e sediziose e assemblee illegali [19], Godwin castigò una volta ancora il governo. Le Considerazioni ribadiscono le obiezioni di Godwin al partito e alla fazione ed attaccano l'appello dei radicali all'impeto popolare definendolo come totalmente opposto alla ragione umana.

Benché Godwin non abbandonò forse mai la sua idea che l'uomo deve essere guidato dalle leggi della verità, della benevolenza, dell'onestà e della giustizia, le esperienze fatte durante gli anni 90 del '700 lo portarono ad uno spostamento di interesse allontanandolo dal freddo razionalismo dell'Inchiesta, interesse che si riflette nelle due revisioni successive del trattato del 1796 e del 1798. Questo cambiamento è anche evidente in L'inquisitore [20], una raccolta di interessanti saggi sui temi riguardanti l'istruzione, la letteratura e il sociale. In quest'opera Godwin elabora le sue opinioni in uno stile meno complesso. Uno di questi saggi, Sull'avarizia e l'abbondanza, [21], indusse Thomas Malthus [22] a scrivere il suo famoso Saggio sul principio della popolazione [23], nello sforzo di sminuire la fede di Godwin (e di Condorcet [24]) sulla benevolenza universale e sulla capacità dell'uomo di perfezionarsi.

La rinnovata frequentazione di Mary Wollenstonecraft [25] (si erano conosciuti per la prima volta nel 1791) contribuì forse ancora di più al cambiamento della sua indole. Il freddo logico era diventato un nuovo "uomo sentimentale".

I due si sposarono dopo aver appreso che Mary era rimasta incinta. Questa decisione cozzava apparentemente con le critiche da sempre fatte da Godwin all'istituzione del matrimonio e i due vennero messi in ridicolo dalla stampa scandalistica.

 

Mary Wollstonecraft morì nel settembre 1797, pochi giorni dopo aver dato alla luce la figlia, Mary Godwin Wollstonecraft [26]. La vita della giovane Mary Godwin fu legata a quella di Percy Bysshe Shelley [27] dal 1814 fino al 1822, anno della morte del poeta. Nel 1818 Mary Shelley pubblicò il suo più famoso romanzo, Frankenstein [28]. Dopo la morte di Mary Wollstonecraft, Godwin scrisse l'intenso Memorie dell'autrice di Una rivendicazione dei diritti della Donna [29], che fu accolto molto freddamente dal pubblico.

Il resto della carriera di Godwin fu esattamente il contrario del decennio turbolento degli anni 90 del '700, durante i quali aveva composto i suoi più ragionati e originali contributi alla tradizione letteraria, filosofica e politica inglese. Il suo secondo matrimonio, con Mary Jane Clairmont nel 1801, non fu felice: complicò gli obblighi di William verso la sua famiglia e lo costrinse a scrivere per soldi. I libri per bambini, scritti sotto diversi pseudonimi e stampati nel negozio che gestì dal 1805 al 1824 ebbero in discreto successo. Nonostante questo la sua iniziativa imprenditoriale fallì per una cattiva amministrazione degli affari.

La sua cerchia di amici fu abbastanza ristretta, benché includesse Samuel Taylor Coleridge, William Wordsworth [30], Robert Southey [31], Charles Lamb [32] e Francis Place [33]. Percy Shelley divenne suo cognato e il suo benefattore.

Molti abbandonarono Godwin e presero le distanze dalle sue idee, ora che la Rivoluzione Francese stava attraversando la sua fase di "regno del terrore". Godwin fronteggiò l'isolamento con una risolutezza stoica. Nel romanzo San Leone [34], che evidenziava le gioie degli "affetti domestici" da poco scoperte, Godwin mostrava come coloro che usano la saggezza per il bene pubblico devono sempre affrontare l'ostilità di una società critica.

Le pubblicazioni più degne di nota dell'ultima parte della sua carriera furono: Sulla popolazione [35], un tentativo tardivo di confutare la teoria Malthusiana attraverso l'affermazione che il progresso morale avrebbe ridotto la crescita della popolazione, Storia del Commonwealth Inglese, dal suo Inizio alla Restaurazione del Re Carlo II [36], e Pensieri sull'Uomo, la sua Natura, le sue Produzioni e le sue Scoperte [37]. Pensieri sull'uomo è una raccolta di saggi politici e filosofici in cui Godwin sostiene che esistono qualità innate che portano gli uomini ad avere attitudini diverse e sottolinea che è compito dell'istruzione incoraggiare le doti proprie di ogni individuo.

Le difficoltà economiche di Godwin ebbero fine quando in età avanzata gli fu concesso un sussidio governativo – un fatto singolare, date le sue posizioni anarchiche. Malgrado la sua notorietà, morì il 7 Aprile 1836, abbandonato dalla maggior parte dei suoi conoscenti.

Godwin non era in rivoluzionario e non era fautore della distruzione materiale del governo. Caos e violenza rappresentavano un anatema per un uomo come Godwin, poiché erano contrari alla ragione umana. Preferiva la conversazione e la discussione all'azione e al martirio. Questo spiega la sua ostilità verso il movimento per la riforma del parlamento in generale e in particolare verso tutte le piccole società che lo sostenevano. "Gli interessi del genere umano hanno bisogno di un cambiamento graduale ma costante", scrisse nel suo Giustizia Politica:

Colui il quale applicherà questi principi non deve fare pressione per l'abolizione subitanea di tutti gli abusi in atto [...] La verità, per quanto aperto possa essere il modo in cui viene enunciata, avrà un processo di affermazione graduale. Essa sarà compresa interamente, da coloro che si dimostreranno suoi più assidui devoti, solo a piccoli passi; e i passi dovranno essere misurati al suo pervadere una parte considerevole della comunità e a renderla matura per il cambiamento delle sue istituzioni [...] Ci devono essere riforme e non rivoluzioni [...] Le rivoluzioni sono il frutto della passione, non della tranquilla e sobria ragione [38].

Godwin ammetteva la temporanea esistenza del governo solo perché permanevano nel mondo ragionamenti inadeguati e violenza radicata. Poiché i cambiamenti nella società avvengono lentamente, il governo dovrebbe limitare coloro che attentano al benessere degli altri. La "decisione comune" era l'unico fondamento accettabile per il governo secondo Godwin che, mentre rifiutava le forme di organizzazione comune, supportava d'altro canto la decentralizzazione dell'autorità. Qualsiasi forma di organizzazione che fosse stata necessaria sarebbe nata su base volontaria e locale.

Godwin affermava che, al posto della forza bruta, sarebbe stata una graduale comprensione che avrebbe liberato l'uomo dalle pecche politiche, economiche e sociali. Una volta che i veri valori fossero stati indotti nell'individuo - attraverso l'onestà, la benevolenza e la sincerità - e che fossero prodotti beni sufficienti per soddisfare i bisogni materiali della società - il desiderio di opulenza, gli atteggiamenti di ostentazione e le tendenze violente sarebbero scomparsi. La riduzione dei bisogni attraverso la ridistribuzione delle proprietà individuali avrebbe posto rimedio, o almeno così sperava Godwin, alla spartizione non equa dei beni e, con l'aiuto delle macchine, la maggior parte del lavoro manuale sarebbe stato abolito. Il controllo statale dell'istruzione era inaccettabile. L'educazione basata sulla libertà invece che sull'inganno, sull'azione o sulla forza collettiva, avrebbe portato al progresso morale e al cambiamento generale della società. L'obiettivo non era quello di imporre l'educazione ma al contrario di rafforzare le doti della mente che avrebbero acceso la saggezza nello studente e lo avrebbero difeso da forze ostili.

Godwin anticipò le idee di P. J. Proudhon [38], il principe Petr Kropotkin [39], e John Stuart Mill [40] e inoltre ebbe una piccola influenza diretta sui movimenti radicali, socialisti e anarchici del diciannovesimo secolo. Il suo rifiuto dei partiti politici e dell'azione e del controllo delle autorità in favore dell'istruzione e della discussione costruttiva furono i motivi della sua poca popolarità. Liquidato come "un uomo tranquillo e amabile" da Leslie Stephen [41], come "uomo da un solo libro" da Cecil Driver e come "ciarlatano filosofeggiante" da D. C. Somervell [42], Godwin è stato riconosciuto come un intellettuale di primo livello in politica, nella teoria dell'educazione e nel pensiero sociale a causa della sua denuncia della tirannia delle istituzioni e del suo supporto dei diritti dell'individuo contro le istituzioni stesse.

 

[Traduzione, note e ricerca iconografica di Sara Selim]

 

LINK al post originale:

http://www.historyguide.org/intellect/godwin.html

 

 

NOTE

[1] Samuel Taylor Coleridge (1722 - 1834), è considerato tra i fondatori del Romanticismo Inglese insieme a William Wordsworth, in particolare per la cura e la pubblicazione nel 1798 delle Ballate Liriche (Lyrical Ballads, London, J. & A. Arch, 1798). Tra le sue opere più celebri ci sono i poemi La Ballata del Vecchio Marinaio (The Rime of the Ancient Mariner, 1798) e Kubla Khan (Kubla Kahn, or a Vision in a Dream, 1816).

[2] Calvinismo - Dottrina cristiana sviluppata nel XVI secolo nell'ambito della riforma protestante a seguito dell'opera e della predicazione di Giovanni Calvino (Noyon, Francia, 1509 – Ginevra, Svizzera, 1594), massimo riformatore religioso del cristianesimo del '500 insieme a Lutero. Il calvinismo condivide le principali dottrine del cristianesimo, in particolare per quanto riguarda l'unità e la trinità di Dio e la natura divina di Gesù Cristo, come formulate nei primi concili ecumenici. Si differenzia invece dalla chiesa cattolica ma anche dal luteranesimo per le sue particolari visioni riguardanti ad esempio la presenza solo spirituale (non reale) di Cristo nell'eucarestia, il principio regolatore del culto (unicamente ciò che nelle scritture è ampiamente comandato o per il quale vi siano chiari esempi) e la proibizione di adorare immagini religiose.

[3] Da Robert Sandeman (1718 - 1771), teologo anticonformista, nel 1735 aderì alla dottrina religiosa fondata da John Glass (Auchtermuchty, Scozia, 1695 - Perth, Scozia, 1773). I Glasiti sostenevano l'indipendenza delle comunità cristiane e la comunione dei beni. Dopo essere entrato a far parte della congregazione, Sandeman sposò la figlia di Glass, Cathrine, nel 1737. Dopo la morte di quest'ultima nel 1746 Sandeman viaggiò per le comunità dei glassiti scozzesi diffondendo la dottrina di Glass in Scozia e all'estero. Per questo fuori dalla Scozia i Glassiti sono noti come Sandemanisti. I suoi scritti furono ampiamente letti e dopo la pubblicazione in America Sandeman fu invitato a trasferirsi in Connecticut dove organizzò le prime comunità cristiane autonome negli Stati Uniti e dove morì nel 1771.

[4] Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778), filosofo francese noto in particolare per le sue opere Julie, ou la Nouvelle Héloïse (Giulia, o la Nuova Eloisa, prima ed. Amsterdam, Michel Rey, 1761), Émile, ou de l'éducation (Emilio, o sull’Educazione, prima ed. L’Aia, Jean Néaulme, 1762) e il Du Contract Social (Il Contratto Sociale, prima ed. Amsterdam, Michel Rey, 1762).

[5] Claude-Adrien Helvétius (1715 - 1771), filosofo e scrittore dell'illuminismo francese, fece parte del gruppo degli enciclopedisti. La sua opera più importante è De l'Espirit (Sullo Spirito, prima ed. Parigi, Durand, 1758), dai contenuti materialisti e sensisti propri dei Philosophes (Enciclopedisti).

[6] Paul Heinrich Dietrich, Barone di Holbach (1723 - 1789), filosofo ed enciclopedista tedesco naturalizzato francese, autore sotto lo pseudonimo di Jean-Baptiste Mirabaud del Système de la Nature (Sistema della Natura, 1770) e del Bon Sens (Il Buon Senso, 1772) Materialista e ateo, collaboratore dell'Encyclopedie (Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, Parigi, 1751) è stata una figura di spicco dell'illuminismo radicale europeo e sostenitore di una virulenta critica anticristiana e anticlericale.

[7] Charles-Louis de Secondat, Barone de la Brède e di Montesquieu (1689- 1755) meglio noto come Montesquieu fu filosofo giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri esposta nella sua opera più importante e monumentale, L'Espirit des Lois (Lo Spirito delle Leggi), pubblicata a Ginevra nel 1748, una vera e propria enciclopedia del sapere politico e giuridico del '700.

[8] John Locke (1632 - Inghilterra, 1704), filosofo e medico inglese, è considerato il padre del liberalismo classico, dell'empirismo e uno dei più influenti anticipatori dell' illuminismo e del criticismo. La sua opera di massima importanza è il Saggio sull'Intelletto Umano (An Essay Concerning Human Understanding, Londra, 1690) in cui rifiuta l'esistenza di idee innate (in contrasto con i socratici e platonici della Scuola di Cambridge) e in cui analizza appunto l'origine delle idee e la "certezza e l'estensione della conoscenza umana insieme ai fondamenti e i gradi della credenza, dell'opinione e dell'assenso".

[9] Johnathan Swift (1667 - 1745), scrittore e poeta irlandese, autore di romanzi e pamphlet satirici. Le sue opera più note sono le sue satire, I Viaggi di Gulliver (ed. originale Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts, by Lemuel Gulliver, first Surgeon, and then a Captain of Several Ships, Londra, Benjamin Motte, 1726), il Racconto di una Botte. Scritta per l'universale progresso dell'umanità (A Tale of a Tub. Written for the Universal Improvement of Mankind, London, John Nutt, 1704) e il pamphlet Una Modesta Proposta: per evitare che i figli degli irlandesi poveri siano un peso per i loro genitori o per il Paese e per renderli un beneficio per la Comunità (A Modest Proposal: for preventing children of poor people in Ireland from being a burden to their parents or Country, and for making them beneficial to the Public, Dublin, S. Harding Ed., 1729). È considerato uno dei maestri della prosa satirica in lingua inglese e nelle sue opere da libero sfogo alla sua misantropia e rabbia nei confronti del genere umano e del mondo a lui contemporaneo.

[10] Joseph Priestley (1733 - 1804), è stato un teologo, teorico politico e scienziato inglese. Le sue opere hanno contribuito notevolmente al progresso delle teorie politico-liberali e della chimica sperimentale. Pubblicò oltre 150 opere approfondendo e sviluppando gli studi sull'elettricità e scoprendo l'ossigeno in chimica. Difensore delle idee della Rivoluzione francese, sostenitore della tolleranza religiosa, Priestley non prese mai parte alla vita politica, tuttavia parteggiò per i coloni Americani nella loro guerra d'indipendenza. Nel 1769 pubblicò Essay on the First Principles of Government (Saggio sui Principi Primi del Governo), in cui sosteneva la necessità di limitare l'ingerenza dello stato sulla libertà individuale, affermando la separazione tra la sfera privata e la sfera pubblica. Priestley asseriva che lo scopo principale dello stato fosse quello di promuovere il bene e la felicità degli uomini. Fu a seguito di queste affermazioni che Thomas Jefferson, suo amico, fece sì che il perseguimento della felicità fosse sancito nella Costituzione Americana tra i diritti imprescindibili dei cittadini.

[11] Socinianesimo - dottrina teologico-morale elaborata nel XVI secolo da Fausto e Lelio Socini. I suoi elementi centrali sono il razionalismo religioso, per cui nella Sacra Scrittura non ci può essere nulla contro la ragione, il rifiuto dei dogmi tradizionali come irrazionali e non fondati sulla Scrittura e il principio di tolleranza religiosa. Questi temi sono fondati sulla concezione della religione cristiana come via puramente etica per raggiungere la salvezza, rivelata agli uomini con i suoi precetti dall'uomo divino, ma mero uomo, Gesù Cristo. Il socinianesimo influenzò la vita culturale in Europa e Stati Uniti fino al XVIII secolo e contribuì al diffondersi della libertà religiosa.

[12] Il partito Whig è stato un partito politico presente in Inghilterra, e più tardi nel Regno di Gran Bretagna e nel Regno Unito, tra il tardo XVII secolo e la metà del XIX che, per le connotazioni di tolleranza religiosa e sociale può essere descritto come "di stampo progressista", contrapposto al partito Tory, "di stampo conservatore". Mentre le origini dei Whig si rifanno alla monarchia costituzionale, i Tory si richiamavano all'assolutismo monarchico. Non vi fu una politica di partito coesa almeno fino al 1784, anno dell’ascesa di Charles James Fox (1749 - 1806), come leader del ricostituito partito dei Whig schierato contro il partito al governo dei nuovi Tory di William Pitt il Giovane (1759 – 1806). In generale, la politica dei Whig andava a supporto delle grandi famiglie aristocratiche e dei non-Anglicani (i dissenters, come i Presbiteriani), mentre i Tory davano il proprio sostegno alla Chiesa Anglicana e alla gentry inglese. Più tardi, i Whig incontrarono l’interesse della classe emergente industriale e dei mercanti più ricchi, ed i Tory a loro volta quello dei proprietari terrieri e dei membri della Corona Britannica. Il nome formale dei Whig era in origine Country Party (opposti ai Tory, il Court Party). Nel corso del XIX secolo il programma politico dei Whig abbracciava non più solamente gli ideali di un Parlamento dominante rispetto al monarca e del libero scambio, ma anche l’abolizione dello schiavismo, e, ancora più importante, l’ampliamento del suffragio. Infine, nel 1859 i Whig formarono il Partito Liberale sotto la guida di Lord Aberdeen(1784 – 1860) e William Glandstone (1809 – 1898), mentre i Tory diventarono il Partito Conservatore.

[13] I Diritti dell’Uomo (Rights of Man: Answer to Mr. Burke's Attack on the French Revolution, London, J. S. Jordan, 1791) è un saggio di Thomas Paine (1737 - 1809). Pubblicato nel 1791, è una risposta alle accuse rivolte alla Rivoluzione Francese da Edmund Burke (1729 - 1797) con le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia e sulle Deliberazioni di Alcune Società di Londra Relative a quell' Evento. In una Lettera indirizzata ad un Gentiluomo di Parigi, dall' Onorevole Edmund Burke(Reflections on the Revolution in France and on the Proceedings in Certain Societies in London Relative to that Event. In a Letter Intended to have been sent to a Gentleman in Paris, by the Honourable Edmund Burke, London, J. Dodsley, 1790). Nei Rights of Man Paine asserisce in sintesi che in popolo deve rovesciare il regime che non è in grado di salvaguardare i diritti dell'individuo e gli interessi della nazione. In tal modo giustifica appieno la Rivoluzione.

[14] Edmund Burke(1729 – 1797) è stato un politico, filosofo e scrittore britannico di origine irlandese, nonché uno dei principali precursori ideologici del romanticismo inglese con la sua opera seminale Una Ricerca Filosofica sull'Origine delle Nostre Idee del Sublime e del Bello (A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, London, R. and J. Dodsley, 1756).

[15] Ed. orig. An Enquiry concerning Political Justice and its Influence on General Virtue and Happiness, G. G. J. and J. Robinson, London, 1793.

[16] Ed. orig. Things as They Are; or The Adventures of Caleb Williams, London, B. Crosby, 1794.

[17] Così va il Mondo, o le Avventure di Caleb Williams, tr. it. P. R. Mariani e M. T. Defazio, Bagatto Libri, Roma, 1997, pp. 7-8.

[18] Ed. orig. Cursory Strictures on the Charge Delivered by Lord Chief Justice Eyre to the Grand Jury, October 2, 1794, London, C. and G. Kearslwy, 1794.

[19] Ed. orig. Considerations on Lord Grenville's and Mr. Pitt's Bills Concerning Treasonable and Seditious Practices and Unlawful Assemblies, London, J. Johnson, 1795.

[20] Ed. orig. The Enquirer. Reflections On Education, Manners, And Literature. In A Series Of Essays.London, G.G. and J. Robinson, 1797.

[21] Of Avarice and Profusion, in ibid., pp. 168-172.

[22] Thomas Malthus (1766 - 1834), economista e demografo inglese.

[23] Ed. orig. An Essay on the Principle of the Population as it Affects the Future Improvement of Society, with Remarks on the Speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet and Other Writers(Saggio sul Principio della Popolazione e i suoi Effetti sullo Sviluppo Futuro della Società, con Osservazioni sulle Speculazioni del Sig. Godwin, di M. Condorcet e di altri Scrittori, prima edizione Londra, J. Johnson, 1798). Nel saggio Malthus sostiene che l'incremento demografico avrebbe portato a coltivare terre sempre meno fertili con conseguente riduzione dei beni di sussistenza fino all'arresto dello sviluppo economico, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in proporzione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescono invece in proporzione aritmetica. La teoria demografica di Malthus inspirò la corrente del malthusianesimo che sostiene il ricorso al controllo delle nascite per impedire l'impoverimento dell'umanità. Questa teoria demografica naturalmente è andata incontro a varie critiche nel corso degli anni.

[24] Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet (Ribemont, Francia, 1743 - Bourg-la-Reine, 1794) è stato un matematico, economista, filosofo e politico rivoluzionario francese. Fece parte del gruppo degli Enciclopedisti e partecipò attivamente alla Rivoluzione Francese nel partito dei girondini. Condorcet fu oggetto di prescrizione per i suoi contrasti con Robespierre (Arras, Francia, 1758 - Parigi, Francia, 1794). Gli scritti di Condorcet, in particolare quelli riguardanti la sua fede nel progresso umano, costituirono un contributo chiave all'illuminismo francese. Era convinto che attraverso l'accumulazione e la condivisione di conoscenza ogni uomo potesse arrivare alla comprensione di tutti gli eventi nel mondo naturale. L'illuminismo riguardo alla conoscenza del mondo fisico esortava al progresso nel mondo sociale e politico. Condorcet credeva che non fosse possibile definire l'esistenza umana perfetta e quindi che il progresso della specie umana sarebbe stato eterno. Vedeva l'uomo come in costante avvicinamento all'utopica società perfetta. Perché ciò fosse davvero possibile, comunque, Condorcet insisteva sulla necessità di unione tra gli uomini, indipendentemente da razza, religione, cultura o sesso.

[25] Mary Wollstonecraft (Londra, Inghilterra, 1759 - Londra, Inghilterra, 1797) fu una filosofa e scrittrice britannica. E’ considerata la fondatrice del femminismo liberale. La sua opera più famosa è Una Rivendicazione dei Diritti della Donna. Con Critiche su Soggetti Politici e Morali(A Vindication of the Rights of Woman. With Strictures on Political and Moral Subjects, London, 1792), nella quale sosteneva, contro la prevalente opinione del tempo, che le donne non sono inferiori per natura agli uomini anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone in una condizione di inferiorità e subordinazione. Alla prima edizione del libro ne seguirono altre in Inghilterra e negli Stati Uniti.

[26] Mary Shelley (nata Mary Wollstonecraft Godwin, Londra, Inghilterra, 1797 - Londra, Inghilterra, 1851).

[27] Percy Bysshe Shelley (Field Place, Inghilterra, 1792 - Mare di Viareggio, Italia, 1822), è stato un poeta e filosofo inglese, uno dei più grandi lirici romantici. È famoso per aver scritto poemi e poesie quali Ozymandias (1818), Ode al vento occidentale (Ode to the West Wind, 1820), A un'allodola (To a Skylark, 1820), e  La maschera dell'anarchia (The Masque of Anarchy, 1819), ma quelli che vengono considerati i suoi capolavori furono i poemi narrativi visionari come il Prometeo liberato (Prometheus Unbound, 1820) e Adonais (Adonais: An Elegy on the Death of John Keats, Author of Endymion, Hyperion, etc. 1821). Appartenente alla seconda generazione romantica inglese, divenne inoltre famoso per la sua amicizia con i contemporanei John Keats e Lord Byron e, come loro, per la sua morte prematura, avvenuta in giovane età. Shelley infatti, dopo una vita errabonda, tragica e avventurosa, annegò nel mare di fronte a Lerici, all'età di circa trent'anni. Il mare restituì il suo corpo sulla spiaggia di Viareggio il 18 luglio 1822, dieci giorni dopo il naufragio della sua golette.

[28] Frankenstein: or the Modern Prometheus, London, Lackington, Harding, Mavor & Jones, 1818.

[29] Ed. orig. Memoirs of the Author of A Vindication of the Rights of Woman, London, J. Johnson, 1798.

[30] William Wordsworth (Cockermouth, Inghilterra, 1770 - Cumberland, Inghilterra, 1850) fu uno dei maggiori poeti inglesi dell' 800 che con Coleridge lanciò il Romanticismo nella letteratura inglese con la pubblicazione delle Lyrical Ballads.

[31] Robert Southey (Bristol, Inghilterra, 1774 - Londra, Inghilterra, 1843), scrittore britannico. Aderì, dopo aver stretto una forte amicizia con Coleridge, agli ideali della Rivoluzione Francese. Tra le sue opere in prosa di maggior successo c'è la Vita di Nelson (The Life of Nelson, 1813).

[32] Charles Lamb (Inner Temple, Londra, Inghilterra, 1775 - Edmonton, Londra, Inghilterra) è stato uno scrittore e saggista inglese, noto per i suoi Essays of Elia (1833) e per il libro per bambini Tales from Shakespeare(1804), scritto con la sorella Mary Lamb.

[33] Francis Place (Londra, Inghilterra, 1771 - Londra, Inghilterra, 1854), scrittore, pensatore e attivista politico inglese. Scrisse una lunga serie di pamphlets, articoli e lettere. Malthusiano e radicale, partecipò al movimento per riorganizzare il sistema dell'istruzione, che credeva essenziale per eradicare i mali della classe dei lavoratori.

[34] Ed. orig.  St. Leon: A Tale of the Sixteenth Century, London, C.G. & J. Robinson, 1799.

[35] Ed. orig. Of Population. An Enquiry concerning the Power of Increase in the Numbers of Mankind, being an Answer to Mr. Malthus’s Essay on that Subject, London, Longman, Hurst, Rees, Orme, and Brown, 1820.

[36] Ed. orig. History of the Commonwealth of England, from its Commencement to the Restoration of Charles II, 4 vol., London, H. Colburn, 1824-28.

[37] Ed. orig. Thoughts on Man, his Nature, Productions and Discoveries, London, Effingham Wilson, 1831.

[38] Pierre-Joseph Proudhon (Besancon, Francia, 1809 - Parigi, Francia, 1865) è stato un filosofo, sociologo, economista ed anarchico francese. Primo intellettuale conosciuto per essersi definito anarchico, nel 1840 pubblicò la sua opera più importante, Che cos’è la proprietà (Qu'est-ce que la propriété? ou Recherche sur le principe du Droit et du Gouvernement, Parigi, 1840) in cui scrisse la frase divenuta celebre "La proprietà è un furto".

[39] Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842 – 1921), è stato un filosofo, geografo, zoologo, militante e teorico dell'anarchia, russo. Libertario, fautore di un'analisi sociologica e di una proposta poggiata su basi scientifiche dell'evoluzione sociale nelle comunità umane, con una propaganda fondata sui fatti, è stato uno dei primi sostenitori dell'anarco-comunismo.

[40] John Stuart Mill (1806 – 1873) è stato un filosofo ed economista britannico, uno dei massimi esponenti del liberalismo e dell'utilitarismo. L'opera più importante della produzione milliana sono senza dubbio i Principi di economia politica (Principles of political economy, 1848), che racchiude in sé gran parte del pensiero liberale dell'autore, presentandoci la dottrina politico-sociale in tutta la sua complessità.

[41] Sir Leslie Stephen (1832 – 1904), critico letterario, filosofo, padre di Vanessa Bell e di Virginia Woolf.

 [42] David Churchill Somervell (1885 – 1965) scrittore e storico inglese, famoso per il suo compendio del libro dello storico inglese Arnold J. Toynbee  A Study of History (1961).

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20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 06:00
Proudhon
proudhon colori
Anarchismo o Federalismo?

 

Pierre Ansart

 

Dagli inizi delle polemiche tra marxisti e anarchici, l'opera complessa e ponderosa di Pierre-Joseph Proudhon ha suscitato molteplici giudizi perentori e contraddittori. Soprattutto, si trovano ad essere opposte due interpretazioni globali dell'opera,- la prima privilegiante le tematiche anarchiche così come Proudhon le ha sviluppate nelle prime Dissertazioni sulla proprietà, in Les Confessions d’un révolutionnaire [Le Confessioni di un rivoluzionario], del 1849 e in Idée générale de la révolution au XIXème siècle [L'Idea generale della rivoluzione nel XIX secolo], del 1851, - l’altra privilegiante come più sintetiche e significative le opere della maturità, come l'opera del 1863, Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution [Del principio federativo e della necessità di ricostituire il partito della rivoluzione] e l’opera postuma, De la capacité politique des classes ouvrières [Della capacità politica delle classi operaie].

Queste divergenze di interpretazione condussero a delle letture molto differenziate, a delle scelte differenti delle opere ritenute come importanti o secondarie. La lettura anarchizzante pone l'accento sulle dimensioni più critiche nella linea del pensiero dell a Prima memoria sulla proprietà (1840); la seconda, che possiamo qualificare come federalista, pone l'accento sulle dimensioni che Proudhon considerava egli stesso come più costruttive che critiche. Prolungando un po' questa polarità delle interpretazioni, si sarebbe portati a proporre l'immagine di due Proudhon, o, per lo meno, l'immagine di due opere, un'opera di gioventù retta dall'ardore giovanile della rivoluzione, l'altra che si attribuirebbe alla moderazione della maturità.

Le difficoltà di una simile polarizzazione sono molto numerose perché si possa sostenerla integralmente. È difficile, se non impossibile, tracciare una linea di separazione evidente tra i testi del periodo che chiameremo anarchico e i testi che si attribuibili al periodo della maturità. Il compito è irrealizzabile per la maggior parte degli articoli destinati ai giornali, a partire dal 1847. Proudhon è allora condotto, nell'effervescenza del 1848 ad affrontare molti argomento di attualità che sfuggono a una classificazione semplificante. Sempre di più, e più gravemente, l'ipotesi dualista chiude la questione delle continuità, impone lo schema di una rottura tra i due periodi e le due teorizzazioni, quello dell'anarchismo e quello del federalismo.

Desidererei riprendere queste questioni in altri termini. Interrogarci sul dinamismo, sulle ragioni del movimento intellettuale e affettivo di Proudhon, interrogarci meno su delle formulazioni provvisorie anarchiche o federaliste, ma di più sulle esigenze, sulle aspirazioni, le intuizioni e le passioni che sostengono la creatività e le scelte di Proudhon, e non soltanto sulle idee e la loro formulazione.

 

I fondamenti dell'anarchismo proudhoniano

Dovremo innanzitutto, ricordare i principi fondamentali dell'anarchismo specificatamente proudhoniano così come essi sono esposti nei testi anteriori alla Rivoluzione del 1848, poi seguire l'evoluzione del suo pensiero negli anni 1850-1860, e, infine confrontare le posizioni di questi anni e i testi della maturità nei quali il federalismo è oggetto di una elaborazione sistematica. Al termine di questo percorso, tenteremo di rispondere alle domande iniziali: vi sono due costruzioni successive nell'opera di Proudhon e due periodi di creazione quella delle Memorie sulla Proprietà [Mémoires sur la Propriété] e quella del Principe fédératif [Principio federativo], - o -, al contrario, approfondimento progressivo di una stessa teorizzazione? A seconda della risposta a questa domanda, non si potrà evitare di dare un giudizio complessivo sulla coerenza dell'opera. Potremo anche aspettarci una comprensione più precisa dei due concetti dalle loro caoparazioni.

Benché i termini anarchia e anarchismo non siano affatto presenti nel vocabolario della Prima Memoria del 1840, non per questo non vi si ritrovano espressi gli elementi critici che costituiscono l'essenziale di questo testo, tre critiche a carattere anarchico che si trovano espresse sin dalle prime pagine. Proudhon riassume, in una formula lapidaria e semplificatrice, gli stretti legami tra queste tre critiche: "Poiché la proprietà è la principale causa del privilegio e del dispotismo, la formula del giuramento repubblicano deve essere cambiata. Invece di: Giuro odio alla monarchia, oramai il recipendario di una società segreta deve dire: Giuro odio alla proprietà" [1].

E così attraverso una denuncia virulenta della proprietà, Proudhon affronta la critica dell'economia capitalista. La proprietà è davvero, come affermano i teorici conservatori, il principio, la base della società e dunque la questione più importante del problema sociale. Questo principio è stato unanimamente sostenuto nel corso della Rivoluzione del 1789, e gli anni che l'anno seguita non hanno fatto che aggravarla con l'espansione delle attività commerciali e industriali.

Proudhon, a partire da questa evidenza, associa direttamente questo richiamo dell'economia politica alla critica sociale e ai rapporti di classe. Sin dalla Prima Memoria, stabilisce uno stretto legame tra il rapporto di sfruttamento che separa i proprietari e i non-proprietari, la borghesia e la classe dei lavoratori, gli sfruttatori e gli sfruttati. Tema che sarà ampiamente sviluppato nei testi successivi e che costituisce, possiamo dire, il secondo livello di analisi della sua concezione anarchica.

Prima di continuare, poniamo la domanda del perché di queste diatribe contro la proprietà, e contro la guerra di classe. Proudhon pone la domanda fondamentale, quella della violenza, delle guerre e delle sofferenze sociali: "Da dove viene," egli scrive in Le Confessioni di un rivoluzionario, "il fatto che la società sia divisa in frazioni nemiche, intolleranti, ostinate ognuna nel proprio errore, implacabili nelle loro vendette? Dov'è la necessità per l'andamento del mondo e i progressi della civiltà, che gli uomini si detestino e si distruggano? Quale destino, quale satana ha voluto, per l'ordine delle città e il perfezionamento  degli individui, che essi non possano pensare, agire liberamente gli uni accanto agli altri, amarsi al bisogno, e in ogni caso, lasciarsi in pace?" [2].

La risposta a questa domanda, suggerisce Proudhon, sarà data dall'analisi e la spiegazione di tutte queste violenze, economiche, sociali, politiche.

Il terzo livello di analisi, quello dello Stato, e del rigetto dei suoi poteri, troverà, nei testi degli anni 1849, Le Confessioni di un rivoluzionario, e del 1851, Idea generale della rivoluzione, degli sviluppi considerevoli, ma trovano la loro prima espressione nella Prima Memoria, che fa anche della proprietà un rapporto politico in quanto generatrice dei rapporti di potere e fonda anche, secondo l'espressione impiegata, il dispotismo.

Infine, per caratterizzare più precisamente l'anarchismo proudhoniano, converrebbe associare, a queste tre negazioni, l'insieme delle illusioni, delle affermazioni menzognere, della sacralizzazioni che accompagnano questi tre pilastri di una società alienata (dal Capitale, la divisione tra le due classi sociali, dallo Stato infine e i suoi prestigi), ma le tesi anarchiche, trovano in queste tesi iniziali, i loro argomenti essenziali. La critica dello Stato, così come essa è espressa nella Prima Memoria, annuncia la teoria del deperimento e del rifiuto dello Stato, la teoria della sparizione dello Stato nella Rivoluzione democratica e sociale. Le Confessioni di un rivoluzionario scritte in una specie di rabbia all'indomani della sconfitta di una rivoluzione sociale sperata, sviluppa queste tesi con una virulenza rinnovata: "Chi dunque oserà dire infine: Tutto per il popolo e tutto attraverso il popolo, anche il governo" [3].

Questa eliminazione dell'alienazione politica non è soltanto un desiderio conforme alle esigenze della giustizia e dell'eguaglianza, essa prolunga la divisione sociale che si approfondisce attraverso le rivoluzioni successive e che separa due sfere: quella dei poteri e dello Stato, da una parte, e, dall'altra, il mondo del lavoro, della produzione, il mondo dei lavoratori. In Le Confessioni di un rivoluzionario, Proudhon impiega la parola Costituzione per designare due realtà opposte: "Distinguo in ogni società due specie di costituzioni: una che io chiamo la costituzione SOCIALE, l'altra che è la costituzione POLITICA; la prima, intima all'umanità, liberata, necessaria, e di cui lo sviluppo consiste soprattutto a indebolire e eliminare a poco a poco la seconda, essenzialmente falsa, restrittiva e transitoria. La costituzione sociale non è altra cosa se non l'equilibrio degli interessi fondato sul libero contratti e l'organizzazione delle forze economiche che in generale sono: il Lavoro, la Divisione del lavoro, la Forza collettiva, la Concorrenza, il Commercio, la Moneta, il Credito, la Proprietà, l'Eguaglianza nelle transazioni, la Reciprocità delle garanzie, ecc. La costituzione politica ha come principio l'AUTORITÀ, le sue forme sono: la Distinzione di classe, la Separazione dei poteri, la Centralizzazione amministrativa, la Gerarchia (...). Queste due costituzioni (...) sono di natura assolutamente diversa e anche incompatibile" [4].

Si vede come l'anarchia, lottando contro l'alienazione politica, tende a liberare le forze sociali da poteri alienanti, come, anche l'anarchismo tende a spiegare gli odi e le violenze e progetta di dissolverli. La rivoluzione sociale, distruggendo l'alienazione politica avrebbe anche come effetto di eliminare gli odi legati alle ineguaglianze del potere, alle sottomissioni, alle dipendenze e alle impotenze.

Le pagine delle Confessioni dedicate soprattutto alla narrazione degli avvenimenti politici degli anni 1848-49, descrivono anche, con uno schizzo rapido, le rivoluzioni precedenti, 1789 e 1830. Ed è in un passaggio dedicato alla rivoluzione del 1789, che Proudhon introduce la parola FEDERAZIONE in un senso positivo, per evocare soprattutto la festa della Federazione del 14 luglio 1790. Alcune righe dopo, associa la parola Fraternità alla parola federazione, in questi termini: Nel 1789 "Le federazioni o fraternità si formarono spontaneamente da tutte le parti; esse provavano che la sovranità del popolo non è altra cosa che l'armonia degli interessi, risultanti da un libero contratto e che la centralizzazione dei poteri (…) è l'alienazione stessa delle libertà" [5].

Frase scritta nel 1849 e che annuncia precisamente le tesi che formeranno che formeranno la trama teorica di quelle che saranno esposte nel 1863 in Il Principio Federativo.

 

La scelta lessicale di Proudhon 

Si tratta di un momento importante e rivelatore nell'evoluzione di Proudhon verso un certo federalismo. Si produce, infatti, nel vocabolario di Proudhon e nell'uso che egli fa di questa parola, una scelta originale che richiede una spiegazione. Associare, rendere sinonimi questi due termini (federazione e fraternizzazione) annuncia una rottura con l'uso corrente. Infatti, nel linguaggio comune così come nel vocabolario giuridico, la federazione designa un tipo di regime politico, e non implica affatto un regime socio-affettivo particolare il cui modello sarebbe dato dai legami fraterni all'interno di una famiglia.

Designando la federazione come una comunità d'intenti, egli si oppone al linguaggio corrente che fa della federazione uno dei regimi politici e rifiuta la confusione tra il federativo e l'alienazione politica. Se si prende in conto il vigore della denuncia dell'oppressione politica, si misura l'importanza di questa nuova definizione dei rapporti federativi.

Per capire meglio questo cambiamento di vocabolario, è utile rievocare degli avvenimenti che si sono verificati in precedenza nella Federazione svizzera. Nel settembre del 1845, i sette cantoni cattolici della Confederazione avevano formato una lega - il Sondebund - per protestare contro una decisione del Consiglio federale. Quest'ultimo, in violazione dei diritti dei cantoni in materia religiosa, aveva deciso l'espulsione dei Gesuiti su tutto il territorio della Svizzera (si trattava, nei fatti, di un'episodio nel conflitto che opponeva allora i sostenitori della centralizzazione contro i difensori delle libertà tradizionali e federaliste).

In Francia, la maggioranza dei giornali, dei politici, e la maggior parte dei socialisti prendevano parte per i centralizzatori svizzeri e contro il Sondebund.

Ora, Proudhon; (ed è la cosa che più ci interessa in questo episodio), sin dall'inizio di questa polemica, insorge contro l'atto di forza del consiglio federale, e prende la difesa dei Gesuiti che non esita a considerare come egli stesso dice, "più progressisti dei loro avversari". Nell'agosto del 1847, scrive ad un amico svizzero: "Deploro i dissensi che minacciano incessantemente di rovinare la vostra buona e felice Svizzera. Siete oggi la nazione meglio piazzata per tentare il futuro, dare lezione ai popoli e ai governi; è scritto che vi esaurirete in una vana imitazione delle nostre utopie politiche, costituzionali e parlamentari?" [6].

Dichiarazione non resa pubblica ma senza amnbiguità, favorevole al federalismo e esplicitamente critica nei confronti dei regimi centralizzatori. Ora Proudhon non prosegue, allora, queste riflessioni e sembra, durante tutto il periodo rivoluzionario del 1848, disinteressarsene. Abbiamo così una cronologia singolare dell'uso del nome: nel 1840, in pieno periodo anarchico, la parola federazione non appariva nel suo vocabolario; è più tardi, mel corso del 1847, che egli comincia a farsene una preoccupazione e vi dedica numerose note nei cui Carnets come se proseguisse, per se stesso, la sua riflessione sull'argomento.

Ma, con la Rivoluzione del 1848, l'interesse per il federalismo scompare, se non in brevi allusioni, come abbiamo appena visto nelle Confessions. La questione del federalismo ritorna con forza dopo il 1860 quando Proudhon ha lasciato Parigi nel 1858 e si è rifugiato a Bruxelles per sfuggire alla polizia e alla sua nuova condanna a 3 anni di prigione. Tutti i biografi sono d'accordo per attribuire la ripr5esa della riflessione sul federalismo alla congiuntura politica (unificazione dell'Italia, progetti di unificazione in Germania...) ma questa congiuntura non rende conto a sufficienza del percorso del pensiero di Proudhon su questo argomento.

Come spiegare questo lungo silenzio di Proudhon che, nel 1847 prende vigorosamente parte, nella sua corrispondenza, nei suoi Carnets, per il federalismo, contro la centralizzazione politica, e che non rende pubbliche queste posizioni politiche se non 14 anni dopo, nel 1861 nel suo grosso volume La Guerre et la Paix, e più esplicitamente due anni sopo nella sua opera Du principe fédératif?

Potremmo effettuare su questo argomento due osservazioni, la prima sui significati, sugli usi pubblici della parola, negli anni successivi alla Rivoluzione del 1789 - l'altra sul senso della parola nel vocabolario di Proudhon.

Prima della Rivoluzione, il vecchio uso della parola foedua (unione, essere legati attraverso alleanza) è usato per designare l'unione che i villaggi di una valle, per esempio, o di città vicine contraggono, federandosi contro una minaccia, contro il signore locale ad esempio. Ma la parola assume dei significati nuovi in funzione delle evoluzioni politiche.

Alla vigilia della Rivoluzione, nel 1788-89, in occasione della redazione dei Cahiers de doléances [Quaderni di lamentele], si formano delle federazioni, delle città si associano, la Festa della Federazione, il 14 luglio 1790 corona questo movimento sociale che sarà magnificato da Jules Michelet. Ma durante le tensioni tra Giacobini e Girondini quest'ultimi sono accusati di simpatia per una repubblica federativa e sospettati di progetti contro rivoluionari.

L'aggettivo "federato" designa anche le guardie nazionali che si riunirono al Campo di Marte nel luglio del 1790; ma anche i corpi di volontari arruolati dall'Imperatore durante i Cento giorni. Dopo tante polemiche e confusione, le parole Federazione, Federati, Federalisti, erano diventati sospette e, per molto tempo, incomprensibili. Si può pensare che Proudhon, nel 1850-1860, non abbia desiderato di riprendere un termine così carico di contraddizioni e di violenze verbali, un termine così svalutato.

Sarà stato, ispirato, in questi cambiamenti di vocabolario, dall'antica tradizione che, dai tempi delle città greche, poteva essere fonte di riflessione sulle federazioni e le loro trasformazioni? Possiamo dubitarne: non cita mai il pensiero di Montesquieu e, se si dovesse cercare delle influenze sulla sua riflessione, si dovrebbe piuttosto riprendere la sua corrispondenza e i suoi scambi con i suoi amici, come Giuseppe Ferrari.

La mia seconda osservazione preliminare riguarda la parola "Federazione" e il significato che Proudhon privilegerà. Questo termine può designare un regime politico esistente che comporta le sue regole e le sue gerarchie, ma può porre anche l'accento sulle azioni collettive che portano all'edificazione di una federazione: sul fatto di "federarsi". Proudhon utilizza questi due significati secondo le situazioni e le congiunture ma, nella prospettiva storica e dinamica che è la sua, è proprio su questo processo di creazione che egli pone l'accento e sulla sua "spontaneità". Quando egli ricorda il movimento collettivo che portò i cittadini, nel 1788-89, a formare delle federazioni, è proprio da questo processo attivo e creativo che si tratta: i cittadini si sono allora, essi stessi, federati. In Il Principio federativo, scrive, riferendosi al futuro: "essi si federeranno...".

 

 

Quali conclusioni provvisorie?

 

Quali conclusioni (provvisorie) possiamo tratte da queste riflessioni, per quanto riguarda l'anarchismo e il federalismo?

Proudhon ha trattato tanti temi, sollevato tante questioni, che si potrebbe compilare una lista impressionante di argomenti sui quali non ha esitato a rettificare le sue opinioni.

Era spinto dalla diversità delle questioni poste dall'attualità

 

 

 

 

posées par l’actualité révolutionnaire autant que par sa propre avidité à y répondre. Son propre penchant aux formules tranchantes (La propriété, c’est le vol… Dieu, c’est le mal) incitent le lecteur à la simplification d’une pensée, en réalité, complexe et nuancée.Mais ces changements ou rectifications ne doivent pas dissimuler les continuités sélectives depuis les premières affirmations anarchistes jusqu’aux thèses fédéralistes.

La dénonciation virulente de la propriété capitaliste qui constitue le premier thème de l’anarchisme ne donne pas lieu, dans les œuvres de la maturité, à des répétitions explicites. Cette critique est tenue pour acquise et surmontée dans la réalisation de la « Fédération agricole industrielle » placée à la base de l’édifice fédéral. La révolution sociale et économique, en suscitant ses multiples associations de production, dissiperait les possibilités d’accaparements financiers propres à un régime dépassé.

Il en est de même pour le deuxième thème de l’anarchisme, celui du « vol » capitaliste et de la division en deux classes qui en est la conséquen- ce Ce ne serait qu’en cas d’échec de l’évolution vers la fédération que le retour à la division en classes rivales pourrait se renouveler.

Par contre, la généralisation du principe fédératif à la totalité du système social et politique remet en question la nature et les fonctions de l’Etat. Alors que l’Etat, dans les régimes de féodalité ou de démocratie tradition-nelle tend à se saisir de tous les pouvoirs et à constituer ou reconstituer le despotisme, l’Etat d’un régime fédéral se trouve face à tous les contre-pouvoirs d’une société de liberté. Cette question de la délimitation du rôle de l’Etat est, écrit Proudhon, « une question de vie et de mort pour la liberté collective et individuelle7 »

« Le contrat de fédération, dont l’essence est de réserver toujours plus aux citoyens qu’à l’Etat, aux autorités municipales et provinciales plus qu’à l’autorité centrale pouvait seul nous mettre sur le chemin de la vérité. Dans une société libre, le rôle de l’Etat ou Gouvernement est par excellence un rôle de législation, d’institution, de création, d’inauguration ; - c’est, le moins possible un rôle d’exécution8 ».

Proudhon poursuit en donnant l’exemple de la monnaie. Dans un univers de fédérations, il entrerait, parmi les fonctions de l’Etat, de fixer les valeurs et les divisions des monnaies :

« C’est l’Etat qui fixe les poids et mesures, qui donne le module, lavaleur et les divisions des monnaies9 »

écrit Proudhon dans le Principe fédératif. Mais le rôle de l’Etat se limiterait strictement à cette fonction d’initiation ; la fabrication des pièces ne relevant ensuite que des entreprises locales. En fait, le danger d’extension des pouvoirs, le danger d’expansion de l’emprise gouvernementale est permanent et c’est à l’esprit anarchiste d’exercer la vigilance nécessaire.

« Dans la fédération, le principe d’autorité étant subalternisé, la liberté prépondérante, l’ordre politique est une hiérarchie renversée dans laquelle la plus grande part de conseil, d’action, de richesse et de puissance reste aux mains de la multitude confédérée, sans pouvoir jamais passer à celles d’une autorité centrale10.

La notion même de gouvernement change radicalement de sens. Il ne s’agit plus d’un « pouvoir » mais, l’autorité étant « subalternisée », les fonctions autrefois dominantes cèdent place à l’ensemble des fonctions générales d’administration des échanges entre les fédérations et les confédérations.

Ainsi, ne peut-on aucunement confronter et comparer les positions et critiques à caractère anarchiste et les développements exposés dans le « Principe fédératif ». Il s’agit, dans les Mémoires sur la propriété ou dans Les Confessions d’un révolutionnaire, de recherches critiques sur les réalités économiques et politiques des temps présents. Dans le Principe fédératif, tout au contraire, et comme l’indique bien le titre de l’ouvrage, il s’agitd’une réflexion résolument théorique sur ce que serait une logique socio-politique étendue à l’ensemble d’une société, et même à l’universalité des sociétés politiques. De plus, les oppositions entre ces sociétés, réelles et imaginées, ne sont aucunement secondaires ou de détail, mais en oppositions radicales. Proudhon ne cesse de confronter les régimes par les antinomies entre les régimes centralisateurs et les régimes décentralisés, entre les systèmes de classes antagonistes et les systèmes égalitaires.

Ces deux modes de raisonnement conduisent, éventuellement, à ce qui peut apparaître comme des contradictions. On le voit bien dans les réflexions concernant l’Etat au sujet duquel Proudhon peut, dans Les Confessions d’un révolutionnaire, affirmer que l’Etat est nécessairement porté à l’extension de l’emprise, de la répression et, dans le Principe fédératif, insister, tout au contraire, sur son action positive, dans le cadre des liens d’égalité dans l’administration des rapports de confédérations pacifiques.

La contradiction n’est cependant qu’apparente. Proudhon oppose, en effet, deux approches opposées. Il veut clairement démontrer qu’un Etat unitaire et centralisé est inéluctablement porté à poursuivre son expansion et à renforcer ses oppressions et que, d’autre part, un Etat fédéral et dé- centralisé sera porté, au contraire, à multiplier ses actions dans le sens des libertés individuelles et collectives.

Par delà ces contradictions apparentes, les deux approches se confirment l’une l’autre. Elles poursuivent le même but, celui de démontrer combien la révolution démocratique et sociale répondrait aux aspirations collectives.

Comme on l’a souvent évoqué, la Commune de Paris, en 1871, n’a-t-elle pas été, par la spontanéité des fraternisations, par la recherche des liens de fédérations et de confédérations, une confirmation historique des thèses et des intuitions proudhoniennes?

NOTE

 

[1] Qu’est-ce que la propriété? Premier mémoire, Ed. Marcel Rivière, p. 286.

[2] Confessions d’un révolutionnaire, p. 69.

[3] Ibid., p. 83.

[4] Ibid., p. 217. 

[5] Ibid., p. 87- 88.

[6] Cor., t. III, p. 391.

[7] Du principe fédératif, p. 326.

[8] Ibid.

[9] Ibid. p. 327.

[10] Ibid. p. 409.

 


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31 gennaio 2015 6 31 /01 /gennaio /2015 06:00

Cronstadt e l'Opposizione operaia

 
Chliapnikov e Kollontai denunciano l'isolamento del partito
 
[...]
 
Chliapnikov passa in seguito alle nomine d'ufficio che il Comitato centrale estendeva sempre più a tutti gli ingranaggi del Partito, dei soviet e dei sindacati, sostituendosi così ai comitati locali e regionali e, naturalmente, alle organizzazioni di base:
 

I metodi di lavoro del Partito hanno bisogno anch'essi di essere modificati da cima a fondo. Bisogna farla finita con la direzione unipersonale, con la tendenza di porre tutto nelle mani dei delegati del centro designati dal Comitato centrale e investito di pieni poteri (...). Il C. C. non è mai venuto in aiuto agli organismi locali, non si è mai preoccupato di educare i loro militanti. Le cose non possono continuare ad andare così come vanno in questo momento: non è possibile fare affidamento unicamente su dei delegati del centro designati d'ufficio. Questo modo di procedere porta al fatto che tutte le alte sfere del Partito e dell'amministrazione sovietica, sono sempre gli stessi, poco numerosi, sovraccaricati di compiti e privi di energia che si cambia da un posto all'altro. Si parla molto di mettere a profitto l'esperienza delle organizzazioni locali, ma si fa molto poco in questo senso.

 

Chliapnikov concluderà indicando in quale modo lui e i suoi militanti dell'Opposizione operaia intendono la disciplina e l'unità del Partito:

 

Consideriamo come necessarie la disciplina e l'unità del Partito; ma non vogliamo che i legami (tra la base e il centro) siano di natura semplicemente formali, ma tornino ad essere ciò che erano un tempo, la disciplina e l'unità del Partito; ma vogliamo che i rapporti (tra la base e il centro) non siano semplicemente puramente formali, ma ridivengano ciò che un tempo erano, dei rapporti organici... Quando visitiamo le fabbriche e quando riceviamo i delegati sindacali da tutte le parti del paese, ne capiamo le necessità: ma non cediamo al panico e non ci precipitiamo, come molti compagni che perdono la testa, nell'ufficio di Vladimir Illich: proponiamo (a coloro che si rivolgono a noi) delle misure pratiche per risanare i nostri ranghi e far passare una corrente di aria fresca nei nostri rapporti (con la base). Se volete taglaire con le masse, se volete rompere con l'elemento rivoluzionario, continuate ad agire come state facendo e come avete fatto sino ad ora. Aggiungeteci la caccia all'Opposizione operaia e le insinuazioni di ogni genere. Riteniamo che volgere la schiena all'elemento proletario, che i contro-rivoluzionari cercano oggi di sfruttare contro di noi, significhi perdere la partita. Non dobbiamo bendarci gli occhi davanti al movimento spontaneo  che ha dilaga in questo momento nell'intera Russia; dobbiamo al contrario studiarne le cause e forse scopriremo che i responsabili di questo movimento, sono i nostri organismi centrali e i loro metodi.

 

Dopo questo discorso dove, durante il quarto d'ora di cui disponeva, Chliapnikov difese il programma della Opposizione operaia illustrandone con fatti precisi le critiche da essa formulate, si ascoltarono un certo numero di oratori (Ossinski, Sovnoski, Milonov, Riazanov, Perepechko, Minine, Rafaïl) e la parola fu data a  Alexandra Kollontai. Essa attirò subito l'attenzione del Congresso sui mezzi posti in opera per imgannare il Partito:

 

Sulla copertina del mio libello, La Opposizione operaia, edita dalle Edizioni di Stato, è indicato che esso esso è stato stampato in 1.500.000 di copie, da cui risulta che avrebbe beneficiato di una diffusione più vasta di qualsiasi altro libello ufficiale. In realtà . In realtà la sua tiratura è stata di 1.500 copie e ottenute anche con grande fatica. Si sono semplicemente aggiunti tre zeri...

 

Dopo questa... messa a punto, Alexandra Kollontaï risponderà a Riazanov che, nel suo intervento, le aveva rimproverato di aver scritto nel suo libello che "gli operai conducono in Russia un'esistenza scandalosamente miserabile":

 

Tutti i militanti che sono in contatto con la massa conoscono le condizioni orribili in cui si trovano i nostri compagni operai. Nasconderlo è impossibile; si deve al contrario mettere questo male a nudo e mostrare che sino ad ora vi si è data poca attenzione; assorbiti da pesanti compiti, non ci siamo occupati sufficientemente su questo fondamentale problema, e cioè, il miglioramento delle condizioni d'esistenza degli operai in correlazione con il restauro della nsotra economia nazionale.

 

E Alexandra Kollontai se la prenderà con il rapporto fatto la vigilia da Lenin a nome del C. C. Gli rimprovererà di essesi mostrato poco prolisso sui gravi avvenimenti in corso:

 

Dirò senza indugi che malgrado tutto ciò che ognuno di noi prova per Vladimir Ilich – e penso che ognuno di noi in fondo al suo cuore ha per lui un sentimento unico - non si deve nascondere che il rapporto che egli ha presentato ieri ha soddisfatto poche persone. E anche se questo non è stato espresso (a questa tribuna), i compagni qui presenti aspettavano certamente da lui ben altro che avrebbe apportato una risposta agli avvenimenti che si svolgono nella nostra Russia sovietica, nella nostra Russia laboriosa: avvenimenti pesanti di conseguenze. Ci aspettavamo cge di fronte alla più alta istanza del Partito, Vladimir Ilich, ne scoprisse e mostrasse la vera natura e ci dicesse quali misure il C. C. conta adottare per impedirne il ritorno. Vladimir Ilich ha eluso la questione di Kronstadt e quella delle agitazioni di Pietrogrado e di Mosca. A queste questioni egli non ha dato nessuna risposta. Lo farà forse nel suo discorso finale. Nessuno contesterà, e il C. C. stesso l'ha riconosciuto nelle sue mozioni, che stiamo attraversando una grave crisi. Se non fosse così, il C. C. non avrebbe portato la questione di fronte al Congresso (…). Cosa ha determinato questa crisi? Da una parte, delle cause esterne (delle difficoltà che, in gran numero, sono sorte davanti a noi) e dall'altra delle cause interne, in primo luogo, il cambiamento constatao nella composizione sociale del nostro Partito. Nessuno sospetterà il compagno Smilga di essere un sostenitore dell'Opposizione operaia eppure se è dovuto che quest'ultima, per quanto "pugacevista" essa sia, abbia tenuto il linguaggio che ci ha appena fatto ascoltare questo compagno. Ci ha detto che il tipo del vecchio militante è scomparso e che abbiamo ora dei governanti e dei governati, gli uni in alto, gli altri in basso, e ci ha citato un mucchio di esempi, che non riprenderò, per appoggiare la sua critica spietata della situazione che si è creata all'interno del Partito.

 

Alexandra Kollontaï parlerà dell'epurazione del Partito e soprattutto in caso di non gradimento, del trasferimento in regioni remote, dei militanti che non condividono mil modo di vedere del C. C.:

 

L'essenziale è che il Partito abbia gli occhi ben aperti su questa crisi e che riconosca che un mucchio di elementi che ci sono estranei si sono intrufolati tra noi; che riconosca anche che le decisioni prese per quel che concerne l'epurazione dal Partito restano sulla carta e non sono applicate. Vorrei inoltre chiedere al C. C. perché non è stato dato seguito sinora alla decisione del VIII Congresso di epurare il Parti? Perché anche la decisione della Conferenza di settembre (1920) che ordinava che fosse posta fine all'invio nelle regioni remote di compagni che hanno un'opinione diversa da quella del C. C. è rimasta lettera morta? Ora sappiamo che dietro il sipario i compagni sono presi di mira e classificati in due categorie: quelli che si devono lasciare al loro posto e quelli che si devono inviare lontani dalle masse sulle queli essi hanno un'influenza.

 

Alexandra Kollontai giustificherà in seguito con degli esempi la proposta della Opposizione operaia di far controllare i dipartimenti economici da un Congresso dei produttori i cui delegati sarebbero stati designati dai sindacati d'industria. Aggiungerà inoltre:

 

Il compagno Lenin ha dichiarato che non abbiamo saputo prevedere in tempo, voluto la crisi e quella del combustibile. Ma è con ragione che le operaie ci rispondono, quando riportiamo loro queste informazioni: "A cosa serve essere il governo se non sapete analizzare la situazione politica, se non sapete risolvere le questioni economiche e se sapete valutare così poco le nostre riserve di combustibile che due o tre pertubazioni nei trasporti bastano a provocare una crisi di quest'ampiezza?".

 

Prima di concludere, Alexandra Kollontai denuncerà una volta ancora la burocrazia e insisterà sulla necessità, per il C. C., di appoggiarsi sull'iniziativa delle masse:

 

Pongo di nuovo la questione al C. C.: Cosa ha fatto per creare delle condizioni che permettano alle masse di dar libero corso alle loro iniziative? Ad ogni Congresso, ad ogni conferenza del Partito, si parla di questa iniziativa e si votano delle risoluzioni. Alla Conferenza di settembre, il compagno Zinovev si è fatto in quattro per fare l'apologia di questa iniziativa. Ma cosa ha fatto il C. C. per concretizzarla nel paese, per facilitarla non soltanto nelel masse, ma presso i militanti del Partito? Avete, compagni del C. C., chiarito questa questione sulla stampa, inviato delle istruzioni, delle circolari che sottolineassero l'urgenza delle decisioni in tal senso? In questo campo, nulla è stato fatto, tranne alcuni articoli ufficiali che non menzionano la minima pratica in grado di dare alle masse la possibilità di manifestare la loro iniziativa.

 

E Alexandra Kollontai terminando mostrerà la sfiducia nutrita da parte del C. C. nei confronti delle masse:

 

La disgrazia è che sentiamo una sfiducia che non non auspichiamo nei confronti delle masse, e che sentiamo anche che quest'ultime si allontanano da noi. Nelle riunioni, non appena si parla di un comunista che ha la fiducia delle masse, è per sentir dire che quest'ultimo non ha nulla del comunista, che non è come gli altri, il che spiega la fiducia operaia di cui gode. Ciò dimostra che in Russia i comunisti sono una cosa e che la massa è un'altra.

 

La replica di Lenin non si farà aspettare. Dopo l'intervento di Iarolavski che, alla tribuna, succederà ad Alexandra Kollontai, Lenin prenderà la parola per rispondere ai rappresentanti dell'Opposizione operaia. Daremo l'essenza del suo discorso che, con le decisioni che prenderà, peserà pesantemente sull'evoluzione della vita interna del Partito e, in tempi più lunghi, sulla sorte delle popolazioni operaie e contadine soggette al suo controllo.

 

Marcel Body

 

[Traduzione di Ario Libert]

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8 dicembre 2014 1 08 /12 /dicembre /2014 06:00

L'Enciclopedia anarchica di Sébastien Faure

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La "Enciclopedia anarchica", realizzata da Sèbastien Faure, è stata, dal 2010, digitalizzata e posta in rete su un sito da cui è possibile la consultazione on line con motore di ricerca.

Era ora di segnalarlo e di salutare allo stesso tempo il notevole lavoro dei redattori dell'Enciclopedia, importante opera in quattro volumi, e quello, non meno meritorio, degli autori che l'hanno posta in rete.

"Questa notevole opera di 2.893 pagine è il più importante contributo al movimento libertario in Francia. Inizialmente previsto in 5 volumi, soltanto il primo, costituito da 4 tomi, fu portato a termine.

La stampa di questa Enciclopedia è stata terminata l'8 dicembre 1934 da E. Rivet, editore, 21, ancienne ruote d'Aixe, a Limoges.

Benché non ci riproponiamo lo scansionamento del libro, si tratta in questo caso di un'opera molto rara e molto costosa. Sino ad ora estremamente rara sia da acquistare sia alla consultazione. Eccola infine, dal 2010, digitalizzata integralmente e a disposizione di tutti, grazie al lavoro dei compagni della "Fédération Anarchiste" e di simpatizzanti.

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Questa enciclopedia espone il punto di vista degli anarchici sintetisti francesi, corrente che raggruppava individualisti, comunisti e sindacalisti, degli anni trenta del secolo scorso su numerose questioni. Benché fosse nell'insieme rappresentativo del pensiero anarchico, alcuni punti sono oggi superati, altri suscitavano già il dibattito all'epoca. Ad esempio, un articolo come "Maltusianesimo" non aveva consenso quando fu scritto ed è oggi molto poco rappresentativo delle idee anarchiche, dal momento che la storia ha aiutato il nostro pensiero a evolversi. Alcuni articoli danno una definizione adatta al pensiero strettamente individualista, altri sono affrontati dal punto di vista comunista-libertario o anche anarco-sindacalista, secondo le tendenze dell'autore dell'articolo.

L'Enciclopedia Anarchica permetterà dunque al neofita di documentarsi seriamente su un grande piano del pensiero anarchico, e darà materia di discussione".

 

Il piano generale dell'Enciclopedia

Destinata a riunire ed esporre, per quanto possibile, i principi, le tendenze, lo scopo e i metodi dell'anarchismo dell'Anarchismo, questa Enciclopedia doveva comprendere cinque parti:

La prima parte, consisteva in un Dizionario anarchico, in cui gli aspetti filosofici e dottrinali dell'anarchismo erano esposti principi, teorie, concezioni, tendenze e metodi del pensiero e dell'azione veramente rivoluzionari.

La seconda parte, doveva occuparsi del pensiero e dell'azione anarchici, paese per paese.

La terza parte della vita e delle opere dei principali militanti appartenuti o appartenenti al movimento anarchico: filosofi, teorici, scrittori, oratori, artisti, agitatori, uomini d'azione, in ordine alfabetico.

La quarta parte, dove trattare della vita e delle opere degli uomini che, senza essere propriamente parlando degli anarchici, hanno, tuttavia, nel campo della Filosofia, della Scienza, delle Lettere, delle Arti e dell'Azione, contribuito all'emancipazione umana attraverso a loro lotta contro l'abitudine mortifera, contro le tradizioni paralizzanti, contro i metodi e forze sterilizzanti del loro tempo, in ordine alfabetico.

La quinta parte, avrebbe dovuto trattare dei cataloghi dei libri, libelli, giornali, riviste e pubblicazioni di ogni genere, di propaganda anarchica ordinata per paese e per lingua).

 

Nel primo paragrafo; Sébastien Faure precisa lo spirito generale del progetto:

Faure_Sebastien.jpg"Da una parte, tutte le tendenze, tutte le tesi che, nel loro insieme, costituiscono l'anarchismo, vi saranno imparzialmente esposte. Eliminare, dei propositi deliberati, una sola di queste tesi, equivarrebbe a fare opera di parte e non di educatori coscienziosi: equivarrebbe a togliere a questo movimento, una parte della sua ampiezza, della sua imponenza; equivarrebbe a mutilare volontariamente l'anarchismo, privandolo di uno dei suoi tratti distintivi.

Sotto pena di essere incompleta e di tradire il suo scopo, questa Enciclopedia deve essere il riflesso di tutte le concezioni che si ispirano all'anarchismo; deve lasciare a ciascuno dei suoi lettori, la cura di scegliere tra le diverse tendenze e di allinearsi a quella che, ai suoi occhi, si avvicina di più in esattezza, e quadra meglio con il suo temperamento.

Nemico di ogni costrizione, l'anarchico non si impone mai: espone, propone, attira l'attenzione, provoca la riflessione, suscita la meditazione. Quando invita a pronunciarsi, coloro che lo ascoltano o lo leggono, si ritengono autorizzati a farlo solo dopo aver posto i suoi lettori o i suoi ascoltatori di fronte agli aspetti molteplici e a volte opposti della tesi sottoposta all'esame e alla controversia. Si opporrebbe contro l'essenza stessa dell'anarchismo se, per far trionfare il suo proprio punto di vista, passasse sotto silenzio gli altri o, con la sua propria autorità, ne soffocasse l'espressione".

 

Successivamente Sébastien Faure indica le qualità dei redattori della Encyclopédie [1]:

"Ho chiesto: al filosofo di svelarci la profondità, la sottigliezza e la giustezza delle sue riflessioni; al sociologo di concederci il frutto dei suoi studi; all'uomo di scienza di farci beneficiare delle sue ricerche e constatazioni; allo scrittore di informarci sui tesori d'immaginazione e di sapere che racchiudono le biblioteche; all'artista di farci conoscere e amare le meraviglie dove si rivela il senso puro della bellezza; al medico di insegnarci l'arte di lottare contro le malattie che decimano la specie e, attraverso l'igiene, di dotare gli umani della robustezza e della resistenza desiderabili; all'educatore di iniziarci al delicato problema della formazione delle intelligenze che si svegliano, dei giudizi che si formano e dei cuori che sbocciano.

Ho chiesto al "Senza-Dio" di indicarci i motivi profondi del suo ateismo, al "Senza-Patria" di esporci le cause del suo antipatriottismo; al "Senza-Stato" di farci conoscere le ragioni del suo antistatismo; al "Senza-Proprietà" di dirci il perché del suo anticapitalismo, al "Senza-Padroni" di aprirci il cuore afinché vi potessimo scoprire le potenti molle delle sue accanite rivolte".

 

 

NOTE

[1] Jeanne Humbert, nel suo libro su Sébastien Faure (Sébastien Faure, l'homme, l'apotre, une époque, Parigi, Editions du Libertaire, 1949), cita tra i redattori della Encyclopédie, oltre allo stesso Faure:

"Charles Alexandre, P. Archinoff, E. Armand, Louis Barbedette, Camille Berneri, L. Bertoni, Pierre Besnard, Ch.-A. Bontemps, Charles Boussinot, Pierre Comont, A. Daudé-Bancel, E. Delaunay, G. de Lacaze-Duthiers, Manuel Devaldès, Amédée Dunois, Dr Elosu, J. Estour, E. Fournier, G. Goujon, Virgilio Gozzoli, Paul Gille, E. Gross-Fulpius, L. Guérineau, Han Ryner, G. Hardy, Hem Day, A. Hilkoff, Eugène Humbert, Aristide Lapeyre, Lashortes, Lucien Léauté, Dr Legrain, Suzanne Levy, Stephen Mac Say, Errico Malatesta, Jules Méline, Victor Méric, Charles Mochet, Paul Morel, Max Nettlau, Raoul Odin, Dr Marc Pierrot, Madeleine Pelletier, Georges Pioch, Dr Axel A. R. Proschowsky, Paul Reclus, Eugen Relgis, Louis Rimbauld, Dr G. Riquoir, Charles Rist, Edouard Rothen, Elie Soubeyran, Frédéric Stakelberg, Tiburce, Hugo Treni, René Valfort, Madeleine Vernet, Georges Vidal, Paul Vigné d’Octon, Voline, Georges Yvetot, etc.".

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30 novembre 2014 7 30 /11 /novembre /2014 06:00

Il nuovo PKK ha scatenato una rivoluzione sociale nel Kurdistan

A mo' di introduzione

 

Le posizioni e riferimenti politici del partito di liberazione nazionale curdo PKK, in guerra aperta con la Turchia, hanno iniziato a cambiare alla fine degli anni 90 del secolo scorso, quando il suo leader Abdullah Öcalan, imprigionato a vita, nel contesto post-sovietico del crollo del “socialismo reale” scoprì le riflessioni teoriche dell'ecologia sociale sviluppate dal militante e intellettuale anarchico-comunista statunitense Murray Bookchin.

Il PKK ha fatto sue e adottate le idee dell'influente e controverso teorico anarchico, così come quelle di altri intellettuali e movimenti (come gli zapatisti) e li ha integrati alla sua proprio proposta, il confederalismo democratico. Quest'ultimo ha cominciato a essere posto in pratica nelle strutture organizzative del movimento di liberazione curdo e nei territori nei quali vi è una presenza, fondando la Confederazione dei popoli del Kurdistan (KCK) e dando propulsione a una nuova dinamica: un movimento di trasformazione sociale di tipo assembleare e federalista, assumendo in carica la "questione nazionale" e cercando di apportarvi una risposta politica ignorando lo schema dello Stato-nazione e alle sue difficoltà.

Dinamica singolare nei confronti del contesto regionale nella misura in cui essa si oppone frontalmente a tutte le tendenze dominanti in concorrenza o in conflitto; difendendo la laicità, l'eguaglianza, la liberazione delle donne e la lotta contro il patriarcato, sperimentando un'economia (di guerra) in rottura con il capitalismo e il produttivismo, reinventando e mettendo in pratica una riappropriazione della politica attraverso la realizzazione di un embrione di autonomia politica territoriale, la creazione di un potere delle assemblee locali e comunali e il superamento delle separazioni e delle chiusure identitarie prendendo in dovuto conto l'esistenza delle minoranze e delle singolarità e la pluralità dei soggetti sociali... Vasto cantiere.

Quest'ultimi mesi, i guerriglieri - uomini e donne - del PKK turco si sono spostati dapprima in Siria poi recentemente in Iraq per combattere le forze jihaddiste dello Stato islamico a fianco dei loro compagni degli altri settori del movimento di liberazione nazionale e sociale curdo. Questi combattenti uomini e donne sono oggi i soli a tener testa agli jihaddisti, in Siria così come in Iraq, i soli che incoraggiano e aiutano concretamente le popolazioni a creare le loro proprie unità di autodifesa (soprattutto in questo momento anche i rifugiati yazidi cacciati via dalla regione di Sindjar) e riescono a far indietreggiare gli islamisti, a sbaragliarli, malgrado gli squilibri delle forze, soprattutto sul piano materiale dell'equipaggiamento militare.

Abbiamo già ampiamente affrontato le questioni relative a diversi livelli della "rivoluzione curda" in corso, su questo sito o in Courant Alternatif e continueremo a farlo. Perché oggi, la proposta politica del movimento curdo supera il quadro del solo Kurdistan e dei suoi conflitti interni. Comincia ad apparire - e ciò è da collocare nel contesto del bilancio, dello scacco dei processi rivoluzionari iniziati nel 2011-2012 chiamati "primavera araba", e delle questioni aperte allora da questa sequenza e rimaste senza risposta - come una proposta tangibile che riapre una prospettiva, come una risposta valida per l'insieme della macro-regione mediterranea e medio-orientale: una vera alternativa a tutti i regimi di oppressione, senza eccezione, usciti dalle divisioni territoriali dell'epoca coloniale e della prima guerra mondiale, sia gli orpelli del "nazionalismo arabo" a partito unico e alle dittature militari apparentate, le differenti varianti dell'islamismo politico, le diverse petromonarchie della penisola arabica e del golfo persico, le pseudo-democrazie delle oligarchie capitaliste/imperialiste alla moda occidentale.

Pubblichiamo qui la traduzione di un testo recentemente edito in inglese che presenta, di nuovo, i contenuti delle proposte avanzate e applicate dai movimenti della sinistra curda e li attualizza.

Va da sé che, come altri testi e documenti che pubblichiamo regolarmente, non riflette che il punto di vista del suo autore. Se ce ne assumiamo la pubblicazione, è, da una parte, perché vi ritroviamo delle problematiche e delle preoccupazioni che ci sono vicine, ma anche d'altra parte e soprattutto per quel che apporta come elementi di informazione, di comprensione e di analisi sui conflitti, sulle guerre, i processi di trasformazione sociale in corso che non ci sono estranei e che disegnano grandemente oggi una carta del mondo (geografica, sociale, politica...) che ci riguarda, semplicemente, perché ci include e ci determina.

31 agosto 2014 - XYZ / OCLibertaire

 

Il nuovo PKK ha scatenato una rivoluzione sociale nel Kurdistan

 

Rafael Taylor

 

A mano a mano che la prospettiva dell'indipendenza curda diventava sempre più imminente, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) si è trasformato in una forza di lotta per la democrazia radicale.

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Esclusi dai negoziati e traditi dal Trattato di Losanna del 1923 dagli Alleati della Prima Guerra mondiale che avevano loro promesso un loro proprio Stato dopo la spartizione dell'Impero ottomano, i Curdi sono la più grande minoranza senza Stato nel mondo. Ma oggi, ad eccezione di un Iran testardo, non rimangono più che pochi ostacoli all'indipendenza curda de jure nel nord dell'Iraq. La Turchia e Israele hanno promesso il loro sostegno, mentre le mani della Siria e dell'Iraq sono legate dal rapido progresso dello Stato Islamico (ISIS).

Con la bandiera al vento su tutti gli edifici ufficiali e i peshmergas [forze armate del Governo regionale del Kurdistan nel Kurdistan iracheno] ora gli islamisti alla porta del Kurdistan grazie a un aiuto militare americano atteso da molto tempo, il sud del Kurdistan (Iraq) si unisce ai loro compagni del Kurdistan occidentale (Siria) in quanto seconda regione autonoma de facto del nuovo Kurdistan. Essi hanno già iniziato a esportare il loro petrolio e hanno ripreso la regione ricca di petrolio di Kirkuk, hanno il loro proprio parlamento eletto e laico e la loro società pluralista. Hanno presentato la loro domanda di riconoscimento come Stato all'ONU e non vi è nulla che il governo iracheno possa fare - o che gli Stati Uniti vogliano fare senza il sostegno di Israele - per fermarlo

La lotta dei Curdi, tuttavia, è lungi dall'essere strettamente nazionalista. Sulle montagne sopra Erbil, nel cuore storico del Kurdistan che si snoda attraverso le frontiere della Turchia, dell'Iran, dell'Iraq e della Siria, è nata una rivoluzione sociale.

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Carta attuale della Siria e dell'Iraq. In giallo nel nord della Siria le zone controllate dai Curdi di Siria, in verde nel nord dell'Iraq le zone controllate dai Curdi iracheni.

 

La teoria del confederalismo democratico

Alla svolta del secolo, quando il radicale statunitense Murray Bookchin aveva fallito nel suo tentativo di rivitalizzare il movimento anarchico contemporaneo con la sua filosofia dell'ecologia sociale, Abdullah Öcalan, il fondatore e dirigente del PKK, veniva arrestato in Kenya dalle autorità turche e condannato a morte per tradimento. Negli anni successivi, il vecchio anarchico guadagnava un improbabile adepto nel militante indurito, la cui organizzazione paramilitare - il Partito dei lavoratori del Kurdistan - è ampiamente considerata come un'organizzazione terroristica che conduce una guerra violenta di liberazione nazionale contro la Turchia.

Nei suoi anni di confino solitario - il leader del PKK si trova dietro le sbarre dopo che la sua pena è stata commutata in ergastolo - Öcalan ha adottato una forma di socialismo libertario così oscuro che ben pochi anarchici ne avevano sentito parlare: il municipalismo libertario di Bookchin. Öcalan ha in seguito modificato, attenuato e ribattezzato la visione di Bookchin con il nome di "confederalismo democratico" con il risultato che l'Unione delle Comunità del Kurdistan (Koma Civakên Kurdistan ou KCK), l'esperimento territoriale del PKK di una società libera basata sulla democrazia diretta, è rimasta a lungo un segreto per la maggior parte degli anarchici, e più ancora, per l'opinione pubblica.

Benché la conversione di Öcalan sia stato il punto decisivo, la rinascita più vasta di una letteratura della sinistra libertaria e indipendente ha iniziato a soffiare sulle montagne e a passare di mano in mano tra la base del movimento dopo l'affondamento dell'Unione sovietica negli anni 90. "(Essi) hanno analizzato dei libri e degli articoli di filosofi, di femministe, di (neo)anarchici, comunisti libertari, comunalisti ed ecologisti sociali. E' così che degli scrittori come Murray Bookchin (ed altri) hanno attirato la loro attenzione," ci dice il militante curdo Ercan Ayboga.

Öcalan si è lanciato nei suoi scritti dal carcere, in un profondo riesame e un'autocritica della terribile violenza, del dogmatismo, del culto della personalità e dell'autoritarismo che egli aveva favorito: "E' diventato chiaro che la nostra teoria, il nostro programma e la nostra prassi degli anni 70 non ha prodotto altro che un separatismo e una violenza inutili, e, quel che è ancora peggio, che il nazionalismo al quale avremmo dovuto opporci, ci ha infestato tutti. Anche se eravamo opposti tutti ai suoi principi e alla sua retorica, l'abbiamo tuttavia accettato come inevitabile". Una volta il dirigente incontestato, Öcalan ha sostenuto che il "dogmatismo prospera su delle verità astratte che diventano dei modi correnti di pensare. Non appena trasformate queste verità generali in parole, vi sentite come un sommo sacerdote al servizio del suo Dio. E' l'errore che io ho commesso".

Öcalan, ateo, ha in fin dei conti scritto come un libero pensatore, liberato dalla mitologia marxista-leninista. Ha indicato che era alla ricerca di una "alternativa al capitalismo" e di una "sostituzione del modello in rovina del... "socialismo realemente esistente" quando ha incontrato Bookchin. La sua teoria del confederalismo democratico si è sviluppata a partire da una combinazione di ispirazione intellettuale comunalista, di "movimenti come i zapatisti" e da altri fattori storici sorti dalla lotta nel nord del Kurdistan (Turchia). Öcalan ha proclamato egli stesso di essere uno studioso di Bookchin, e dopo il fallimento di una corrispondenza elettronica con il vecchio teorico, che era con suo sommo dispiacere troppo ammalato nel 2004 per seguire uno scambio espistolare dal suo letto di morte, il PKK gli ha reso omaggio dichiarando che era "uno dei più grandi ricercatori in scienze sociali del XX secolo" in occasione del secondo anniversario della sua morte.

 

La pratica del confederalismo democratico

 

Il PKK ha apparentemente seguito il suo capo, non soltanto adottando l'etichetta specifica di Bookchin dell'eco-anarchismo, ma anche interiorizzando attivamente questa nuova filosofia nella sua strategia e nella sua tattica. Il movimento ha abbandonato la sua guerra sanguinaria per la rivoluzione stalinista/maoista e i metodi del terrore che la accompagnavano, e ha iniziato ad esaminare una strategia mirante a una più vasta autonomia regionale.

Dopo dei decenni di tradimenti fratricidi, di cessate il fuoco mancati e senza futuro, 

 

 

Après des décennies de trahisons fratricides, de cesser le feu manqués et sans lendemains, de détentions arbitraires et de reprises des hostilités, le 25 avril de cette année, le PKK a annoncé un retrait immédiat de ses forces de Turquie et leur redéploiement dans le nord de l’Irak, mettant ainsi fin à un conflit de 30 ans avec l’État turc. Le gouvernement turc s’est engagé simultanément dans un processus de réforme constitutionnelle et juridique devant consacrer les droits humains et culturels de la minorité kurde à l’intérieur de ses frontières. C’est là le dernier volet d’une négociation tant attendue entre Öcalan et le Premier ministre turc Erdogan, faisant partie d’un processus de paix qui a commencé en 2012. Il n’y a pas eu de violence de la part du PKK pendant une année et des appels raisonnables ont été lancés pour que le PKK soit retiré de la liste mondiale des organisations terroristes.

Il reste, cependant, une sombre histoire attachée au PKK : des pratiques autoritaires qui ne cadrent pas avec sa nouvelle rhétorique libertaire. À divers moments, ses branches ont été accusées ou soupçonnées de collecte de fonds par le trafic d’héroïne, d’extorsion, de recrutement forcé et de racket à grande échelle. Si cela est vrai, il n’y a aucune excuse pour ce genre d’opportunisme mafieux, malgré l’ironie évidente que l’État turc génocidaire était lui-même en grande partie financé par le monopole lucratif sur l’exportation légale vers l’Occident de produits opiacés ‟médicaux” cultivés par l’État, et rendu possible par le service militaire obligatoire et par les impôts pour un énorme budget anti-terroriste et ses forces armées surdimensionnées (la Turquie possède la deuxième armée de l’OTAN après les États-Unis).

Il en est ainsi de l’hypocrisie habituelle dans la guerre contre le terrorisme : lorsque les mouvements de libération nationale imitent la brutalité de l’État, ce sont invariablement les non représentés qui sont désignés comme terroristes. Öcalan lui-même décrit cette période honteuse comme celle des « gangs au sein de notre organisation et des pratiques ouvertement de banditisme, [qui] organisaient des opérations dangereuses, inutiles, en envoyant en masse des jeunes gens à la mort ».

Pour Öcalan, le confédéralisme démocratique signifie une « société démocratique, écologique et libérée en matière de genre », ou simplement « la démocratie sans l’État ». Il oppose explicitement la « modernité capitaliste » et la « modernité démocratique », dans laquelle « les trois anciens éléments de base : le capitalisme, l’État-nation et l’industrialisme » sont remplacés par « une nation démocratique, une économie communale et une industrie écologique ». Cela implique « trois projets : un pour la république démocratique, un pour le confédéralisme démocratique et un pour l’autonomie démocratique » ;

Le concept de ‟république démocratique” se réfère essentiellement à l’obtention, longtemps niée, de la citoyenneté et des droits civils des Kurdes, y compris la capacité de parler et d’enseigner librement dans leur langue. L’autonomie démocratique et le confédéralisme démocratique font à la fois référence aux « capacités autonomes des personnes et à une forme de structure politique plus directe, moins représentative ».

Pendant ce temps, Jongerden et Akkaya soulignent que « le modèle du municipalisme libre vise à réaliser l’approche de bas en haut (‟bottom-up”) dans la conception et le fonctionnement d’un organe administratif participatif, du local au provincial ». Le « concept de citoyen libre (ozgur yarttas) [est] un point de départ » qui « comprend les libertés civiles fondamentales comme la liberté d’expression et d’organisation ». Les unités de base du modèle sont les assemblées de quartier ou ‟conseils” comme on les appelle indifféremment.

Il y une participation populaire dans les conseils, y compris de la part de personnes non-kurdes, et tandis que les assemblées de quartier sont fortes dans plusieurs provinces, « à Diyarbakir, la plus grande ville du Kurdistan turc, il y a des assemblées presque partout. » Par ailleurs, « dans les provinces d’Hakkari et de Sirnak… il y a deux autorités parallèles [le KCK et l’État], parmi lesquelles la structure confédérale démocratique est la plus puissante dans la pratique. » La KCK en Turquie « est organisé au niveau du village (köy), du quartier urbain (mahalle), du district (ilçe), de la ville (kent), et de la région (bölge), qui est appelée « Kurdistan du Nord ».

Le niveau le ‟plus élevé” de la fédération au Kurdistan du nord, le DTK (Congrès de la Société Démocratique) est un mélange de délégués de base élus par leurs pairs avec mandats révocables, qui constituent 60% de l’ensemble et des représentants de « plus de cinq cents organisations de la société civile, syndicats et partis politiques », qui composent les 40% restants, dont environ 6% sont « réservés aux représentants des minorités religieuses, des universitaires ou autres spécialistes et d’autres personnes ayant un point de vue particulier. »

La proportion au sein des 40% de ceux qui sont pareillement délégués directement des groupes de la société civile démocratique et non-étatiste comparé à ceux qui n’ont pas été élus ou sont choisis par les bureaucraties des partis politiques n’est pas claire. Le chevauchement d’individus entre mouvements kurdes indépendants et partis politiques kurdes, ainsi que l’intériorisation de nombreux aspects de la procédure de démocratie directe par ces partis, compliquent encore plus la situation. Toutefois, le consensus informel qui se dégage parmi les observateurs est que la majorité des prises de décision correspond à des procédures de démocratie directe d’une manière ou d’une autre ; que la plupart de ces décisions sont prises au niveau local ; et que les décisions sont prises à partir de la base, selon la structure fédérale.

Du fait que les assemblées et le DTK sont coordonnées par la KCK illégale, dont fait partie le PKK, ils sont désignés comme ‟terroristes” par la Turquie et la soi-disant communauté internationale (UE, États-Unis et autres). Le DTK sélectionne aussi les candidats du BDP, le parti pro-kurde (Parti pour la paix et de la démocratie), pour le Parlement turc, qui propose « l’autonomie démocratique » pour la Turquie, une combinaison de démocratie représentative et de démocratie directe. Conformément au modèle fédéral, il propose la création d’environ 20 régions qui autogouverneraient directement (selon le schéma anarchiste, pas la Suisse) « l’éducation, la santé, la culture, l’agriculture, l’industrie, les services sociaux et de sécurité, les questions des femmes, de la jeunesse et des sports », avec l’État continuant de conduire « les affaires étrangères, les finances et la défense. »

La révolution sociale prend son envol

Pendant ce temps, sur le terrain, la révolution a déjà commencé. Dans le Kurdistan turc, il y a un mouvement éducatif indépendant des ‟académies” qui organise des forums de discussion et des séminaires dans les quartiers. Dans la municipalité de Sûr à Amed [nom kurde de Diyarbakır, NdT], où une avenue s’appelle ‟Rue de la Culture”, le maire Abdullah Demirbas se félicite de la « diversité des religions et de systèmes de croyance » et déclare que « nous avons commencé à restaurer une mosquée, une église catholique chaldéo-araméenne-, une église orthodoxe arménienne et une synagogue juive ».

Jongerden et Akkaya signalent ailleurs que « les municipalités DTP ont lancé un ‟service municipal multilingue”, qui a suscité des débats houleux. Des panneaux indicateurs municipaux ont été érigés en kurde et en turc, et des commerçants locaux ont suivi le mouvement ».

La libération des femmes se poursuit par les femmes elles-mêmes à travers les initiatives du Conseil des femmes du DTK, qui établit de nouvelles règles de « quotas de femmes de quarante pour cent » dans les assemblées. Si un fonctionnaire bat sa femme, son salaire est reversé directement à la femme battue afin de maintenir sa sécurité financière et son usage comme bon lui semble. « À Gewer, si le mari prend une deuxième épouse, la moitié de sa succession ira à la première. »

Il existe des « Villages de la Paix », des communautés de coopératives, nouvelles ou transformées, appliquant leur propre programme complètement en dehors des contraintes logistiques de la guerre kurdo-turque. La première de ces communautés a été construite dans la province d’Hakkari, limitrophe de l’Irak et de l’Iran, où « plusieurs villages » ont rejoint l’expérience. Dans la province de Van, « un village écologique de femmes » est en construction pour abriter les victimes de la violence domestique, auto-suffisant « pour toute ou presque toute l’électricité nécessaire. »

La KCK tient des réunions deux fois par an dans les montagnes avec des centaines de délégués de chacun des quatre pays, avec comme priorité à son agenda, la menace de l’État islamique envers l’autonomie du Kurdistan du sud et de l’ouest. Les partis iraniens et syriens affiliés à la KCK, le PJAK (Parti pour une vie libre au Kurdistan) et le PYD (Parti de l’union démocratique) mettent en avant également le confédéralisme démocratique. Le parti irakien de la KCK, le PÇDK (Parti pour une solution démocratique du Kurdistan) est relativement peu important car le Parti démocratique du Kurdistan (PDK, centriste) au pouvoir et son chef Massoud Barzani, président du Kurdistan irakien, n’a que récemment cessé de le harceler et commencé à le tolérer.

Mais, dans les régions montagneuses du Kurdistan irakien plus au nord, là où se trouvent la plupart des guérilleros et guérilleras du PKK et du PJAK, la littérature radicale et les assemblées s’épanouissent, avec l’intégration de nombreux Kurdes de la montagne après des décennies de déplacements. Au cours des dernières semaines, ces militant-e-s sont descendus des montagnes du nord pour combattre aux côtés des peshmergas irakiens contre l’EIIL, sauvant 20 000 yézidis et chrétiens dans les montagnes de Sindjar et ont reçu la visite de Barzani dans un affichage public de gratitude et de solidarité, mais surtout pour mettre la Turquie et les États-Unis dans l’embarras.

Le PYD syrien a suivi l’exemple du Kurdistan turc dans la transformation révolutionnaire de la région autonome sous son contrôle depuis l’éclatement de la guerre civile. Après les « vagues d’arrestations » de la répression baasiste, avec « 10.000 prisonniers, dont des maires, des chefs locaux du parti, des élus, cadres et militants […] les forces du PYD kurde ont renversé le régime du parti Baas dans le nord de la Syrie, ou Kurdistan occidental, [et] des conseils locaux ont éclos partout. » Des Comités d’auto-défense ont été improvisés pour fournir « la sécurité après la chute du régime baasiste » et « la première école enseignant la langue kurde » a été établie en même temps que les conseils intervenaient dans la distribution équitable du pain et de l’essence.

Dans le Kurdistan de Turquie, de Syrie, et dans une moindre mesure dans le Kurdistan irakien, les femmes sont désormais libres de se dévoiler et fortement encouragées à participer à la vie sociale. Les anciens liens féodaux sont brisés, les gens sont libres de suivre une religion ou aucune et les minorités ethniques et religieuses coexistent pacifiquement. S’ils sont capables de contenir le nouveau califat, l’autonomie du PYD dans le Kurdistan syrien et l’influence de la KCK au Kurdistan irakien pourrait bien servir de ferment pour une explosion encore plus profonde de culture et de valeurs révolutionnaires.

Le 30 juin 2012, le Comité national de coordination pour le changement démocratique (NCB), la plus grande coalition de la gauche révolutionnaire en Syrie, dont le PYD est le groupe principal, a adopté « le projet d’autonomie démocratique et le confédéralisme démocratique comme un modèle possible pour la Syrie ».

Défendre la révolution kurde face à l’État islamique

La Turquie, quant à elle, a menacé d’envahir les régions kurdes si « des bases terroristes étaient installées en Syrie », au moment où des centaines de combattants de la KCK (y compris du PKK) de tout le Kurdistan traversaient la frontière pour défendre Rojava (l’ouest) face à l’avancée de l’État islamique. Le PYD affirme que le gouvernement islamiste modéré de la Turquie est déjà engagé dans une guerre par procuration contre eux, en facilitant le transit des djihadistes internationaux à travers la frontière pour qu’ils combattent aux côtés des islamistes.

Au Kurdistan irakien, Massoud Barzani, dont la guérilla a combattu aux côtés de la Turquie contre le PKK dans les années 1990 en échange de l’accès aux marchés occidentaux, a appelé à un « front uni kurde » en Syrie à travers une alliance avec le PYD. Barzani avait signé en 2012 avec Salih Muslim, leader du PYD, l’‟Accord d’Erbil” formant le Conseil National Kurde et reconnaissant que « toutes les parties sont sérieuses et déterminées à continuer à travailler ensemble ».

Pourtant, alors que l’étude et la pratique des idées socialistes libertaires parmi la direction et les bases de la KCK est assurément un développement positif, il reste à voir dans quelle mesure cette influence est suffisamment sérieuse pour qu’ils abandonnent leur passé autoritaire sanglant. Le combat kurde pour l’autodétermination et la souveraineté culturelle est une lueur d’espoir au milieu des sombres nuages qui s’amoncellent au-dessus de l’État Islamique et des guerres sanglantes inter-fascistes entre l’islamisme, le baasisme et le sectarisme religieux qui leur a donné naissance.

Une révolution pan-kurde socialement progressiste et laïque, avec des éléments socialistes libertaires, unifiant les Kurdes irakiens et syriens et revitalisant les luttes en Turquie et en Iran peut encore être une perspective. Pendant ce temps, ceux d’entre nous qui apprécient l’idée de civilisation doivent reconnaître leur gratitude aux Kurdes, qui combattent en première ligne jour et nuit contre les djihadistes du fascisme islamiste en Syrie et en Irak, en défendant de leur vie les valeurs de la démocratie radicale.

« Les Kurdes n’ont pas d’amis sauf les montagnes »

Proverbe kurde

 

Rafael Taylor est un militant socialiste libertaire et un journaliste indépendant résidant à Melbourne. Il est également animateur de l’émission de radio “Floodgates Of Anarchy”, membre de l’ASF-IWA (AIT) et coordinateur de l’Alliance de la gauche libertaire à Melbourne.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

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Le nouveau PKK à declenché une révolution sociale au Kurdistan

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10 ottobre 2014 5 10 /10 /ottobre /2014 05:00

Marx, anarchico?

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Marx-Pleiade-3.jpgSe parlare di marxismo libertario fa venire in mente il nome di Daniel Guérin, chiedersi se Marx può essere ritenuto "anarchico", vuol dire evocare quello di Maximilien Rubel, responsabile dell'edizione delle opere di Marx nella prestigiosa "Bibliothèque de la Pléiade", e autore della raccolta dei suoi saggi Marx critique du marxisme, dove si sforzò di fare di Marx, secondo le proprie parole, un "teorico dell'anarchismo". C'è evidentemente un'ispirazione comune in Daniel Guérin e Maximilien Rubel, ma, al contrario del primo - che univa alla sua buona conoscenza dell'opera di Marx un eguale attaccamento ai pensatori anarchici -, la difesa dell'"anarchismo" di Marx non andò, in Rubel, senza forti prevenzioni nei confronti dei teorici riconosciuti dell'anarchismo, meno grandi tuttavia di quelle che aveva nei confronti dei portaparola dei marxismi istituzionali.

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È, del resto, nella stretta linea di divisione che egli stabiliva tra Marx ed i "marxismi" che risiede il punto di partenza della riflessione alla quale Rubel ha dedicato la maggior parte della sua attività intellettuale. Conviene, a questo proposito, non dimenticare che i saggi raccolti nel testo citato sono stati scritti molto prima dell'affondamento dei regimi del "socialismo reale" che, con i partiti che li sostenevano, si dichiaravano allora i soli eredi legittimi dell'opera di Marx. Uno dei principali obiettivi  che Rubel si assegnò fu di mostrare che una tale pretesa poggiava su una pura e semplicde mistificazione e di esonerare Marx, del tutto, da ogni responsabilità nell'avvento di tali regimi. In questo senso, la sua riflessione volta le spalle alla tradizione anarchica, che ha visto nell'instaurazione di regimi dominati da quella "burocrazia rossa" denunciata in anticipo da Bakunin una conseguenza logica delle scelte operate da Marx sin dalla fondazione della Prima Internazionale.

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Ora, agli occhi di Rubel, il regime scaturito dalla rivoluzione di Ottobre poteva tanto meno richiamarsi a Marx in quanto nessuna delle condizioni che quest'ultimo giudicava indispensabili all'avvento di una vera rivoluzione proletaria era presente nella Russia zarista, e che, di conseguenza, il solo compito al quale potevano dedicarsi i padroni dello Stato scaturito dal colpo di Stato bolscevico era di mettere in piedi una specie di capitalismo di Stato, in cui una nuova classe dirigente avrebbe tentato di "portare a termine il processo di industrializzazione e di proletarizzazione". Il principale "successo" dei bolscevichi fu dunque, secondo Rubel, di far passare questo nuovo regime di sfruttamento per un modello realizzato del socialismo e di convincerne una buona parte del movimento operaio internazionale.

Rubel-Karl-Marx.Essais-de.jpgSi sa che è precisamente su queste "basi oggettive" - che presupponevano, tra altre cose, l'esistenza di un proletariato numericamente maggioritario - che Marx si basava per permettere di ridurre al massimo un periodo di transizione tra capitalismo e socialismo di cui, per lui, la società post rivoluzionaria non potrebbe fare a meno. È per questo che, agli occhi di Rubel, non vi era contraddizione maggiore tra il Marx che spronava la costituzione del proletariato in partito politico e la concentrazione di tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato - e cioè, per citare le sue proprie parole, del "proletariato organizzato in classe dominante" - e il Marx "anarchico" degli scritti giovanili o colui che, molto più tardi, loderà la Comune di Parigi per aver tentato "una rivoluzione contro lo Stato in quanto tale, contro quest'aborto mostruoso della società".

Da parte anarchica, si è rimproverato a Rubel di aver sovrastimato l'antistatalismo, o l'anarchismo, di Marx. Per René Berthier, in particolare, questo tema non avrebbe, nella sua opera, l'importanza che gli accordava Rubel: rapportata all'immensità degli scritti di Marx, le citazioni utilizzate dal primo a favore della sua tesi si ridurrebbero a poca cosa; in quanto al giudizio sulla Comune di Parigi, non si tratterebbe che di un allineamento di pura circostanza all'antistatalismo dei sostenitori di Bakunin nell'Internazionale operaia. Infine, Berthier fa osservare che non è forse un caso se Marx non ha mai scritto questo famoso trattato sullo Stato, che, a credere a Rubel, avrebbe contenuto la sua teoria dell'anarchia come finalità del comunismo.

Questa polemica, nel merito della quale non entreremo qui, non deve occultare il fatto che nessuno ha mai rimesso in causa la parentela degli scopi ultimi degli anarchici e i sostenitori di Marx. Nessuno ignora che la discordia tra gli uni e gli altri è consistita sui mezzi per accedere al socialismo, e sopratutto sul ruolo attribuito allo Stato nella società post-rivoluzionaria. Contrariamente ai suoi avversari anti-autoritari, per i quali non si giungerebbe ad una società liberata dal dominio politico rafforzando prima di tutto il potere dello Stato, Marx non vedeva nessuna contraddizione tra i mezzi posti in opere - l'intervento politico del proletariatao, poi la concentrazione di tutti i mezzi di produzione tra le mani dei suoi "rappresentanti" - e il fine ricercato, la società anarco-comunista, senza classi e senza Stato. Ci si accorderà che - poste da parte tutte le considerazioni sull'inesistenza delle "condizioni oggettive" che permetterebbero, secondo Marx, il passaggio al socialismo, considerazioni che pongono, secondo noi, molti più problemi di quanto non lo pensasse Maximilien Rubel – l'experienza storica dei regimi che si richiamano, a torto o a ragione, al marxismo ha risolto la questione, sul soggetto, a favore dei primi.

Si può sostenere che non ci sarebbe nessun insegnamento da trarre oggi dalla lettura di Marx alla quale invitava Rubel, di un'epoca a presente superata? Non lo crediamo. Tuttavia, se si ammette che, al contrario di quanto egli suggeriva, la linea di divisione da lui stabilita attraversa almeno sia l'opera di Marx di quanto non la separi dai "marxismi" istituzionali, bisogna riconoscere che è nelle proprie ambiguità del penseiro di Marx che quest'ultimi hanno attinto una buona parte della loro aspirazione. Tuttavia, la lettura di Rubel lascia aperta per noi la possibilità di riabilitare un altro Marx: l'anarchismo avrebbe tutto da guadagnarci, del resto, poiché riabilitare il Marx "anarchico" delle opere giovanili e di La guerra civile in Francia non può effettuarsi senza la riabilitazione dell'anarchismo. Sarebbe più giusto, indubbiamente, non farlo contro gli anarchici.

 

Miguel Chueca

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

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Marx anarchiste?

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30 settembre 2014 2 30 /09 /settembre /2014 05:00

Un ottimo scritto, concepito nello spirito della più onesto marxismo libertario. Degno di essere accostato a quelli oramai più che classici di Herman Gorter, Anton, Pannekoek, Paul mattick, Karl Korsch e altri ancora.

 

Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

Lenin Karpov

Jean Barrot



Kautsky"Le tre fonti del marxismo l’opera storica di Marx"
presenta un interesse storico modesto, Kautsky è stato indiscutibilmente l’ideologo della II Internazionale e l’uomo più potente all’interno del suo partito: il partito socialdemocratico tedesco. Custode dell'"ortodossia", Kautsky era considerato, quasi universalmente, come il maggiore conoscitore dell’opera di Marx ed Engels e come il loro interprete principale. Le posizioni di Kautsky sono dunque testimonianza di tutta un’epoca del movimento operaio e meritano di essere conosciute, non fosse altro che per questo motivo. Questa conferenza si incentra proprio su una questione centrale per il movimento proletario: il rapporto tra la classe operaia e teoria rivoluzionaria. La risposta che Kautsky dà a tale questione costituisce il fondamento teorico della pratica e dell’organizzazione di tutti i partiti che costituivano la II Internazionale e quindi del partito socialdemocratico russo, e della sua frazione bolscevica, membro "ortodosso" della II Internazionale fino al 1914, cioè fino al crollo di quest’ultima di fronte alla prima guerra mondiale.

Tuttavia, le tesi sviluppate da Kautsky in questo opuscolo non sono crollate contemporaneamente alla II Internazionale. Al contrario esse sono sopravvissute ed hanno costituito il fondamento della III Internazionale attraverso l’intermediazione del " leninismo" e delle sue sventurate espressioni staliniane e trotskyste.

leninIl leninismo sottoprodotto russo del kautskismo? Ecco ciò che farà sussultare coloro che non conoscono di Kautsky che gli anatemi lanciati contro di lui dal bolscevismo ed in particolare l’opuscolo di Lenin "La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky" e che non conoscono di Lenin se non ciò che è bene conoscere nelle differenti chiese, cappelle e sagrestie che frequentano.

Tuttavia il titolo stesso dell’opuscolo di Lenin definisce con estrema esattezza il suo rapporto con Kautsky. Se Lenin tratta Kautsky da rinnegato, è proprio perché ritiene che in precedenza egli fosse un adepto della vera fede, di cui si considera ora il solo valido difensore. Lungi dal criticare il "kautskismo", che egli si mostra incapace di identificare, Lenin in realtà si accontenta di rimproverare al suo antico maestro di tradire la sua stessa dottrina. Da tutti i punti di vista, la rottura di Lenin fu tardiva e allo stesso tempo superficiale. Tardiva, perché Lenin si era fatto delle grosse illusioni sulla socialdemocrazia tedesca e non aveva capito, se non in un secondo tempo, che il tradimento era stato consumato. Superficiale, perché Lenin si limita a rompere sui problemi dell’imperialismo e della guerra, senza risalire alle cause profonde del tradimento dei socialdemocratici nell’agosto 1914, legate alla natura stessa di questi partiti ed ai loro rapporti sia con la società capitalista che con il proletariato. Questi rapporti devono essere ricondotti al movimento stesso del capitale e della classe operaia e considerati come fase di sviluppo del proletariato e non come qualcosa suscettibile di modificazioni per la volontà di una minoranza, tanto meno da una dirigenza rivoluzionaria, per quanto consapevole.

Da ciò deriva l’importanza attuale delle tesi che Kautsky sviluppa in questo opuscolo in modo particolarmente coerente e che costituiscono il tessuto stesso del suo pensiero nel corso della sua vita e che Lenin riprende e sviluppa sin dal 1900 ne Gli obiettivi immediati del nostro movimento e poi in Che fare? nel 1902 dove tra l’altro cita diffusamente Kautsky, lodandolo continuamente. Nel 1913, Lenin riprenderà nuovamente queste concezioni ne Le tre fonti e le tre parti costitutive del marxismo in cui sviluppa gli stessi temi ripetendo a volte parola per parola il testo di Kautsky.

Queste tesi, fondate su una analisi storica superficiale e sommaria dei rapporti tenuti da Marx ed Engels sia con il movimento degli intellettuali della loro epoca sia con il movimento operaio, possono essere riassunte in poche parole, ed alcune citazioni basteranno a chiarirne la sostanza:

"Un movimento operaio spontaneo e sprovvisto di ogni teoria che dalle classi lavoratrici si indirizzi contro un capitalismo in fase di crescita, è incapace di compiere...l’azione rivoluzionaria"

È anche necessario realizzare ciò che Kautsky chiama l’Unione del movimento operaio e del socialismo.

Ora "La coscienza socialista di oggi (!?) non può sorgere che sulla base d’una profonda conoscenza scientifica… Ora, il portatore della scienza non è il proletariato, ma gli intellettuali borghesi,… così dunque la coscienza socialista è un elemento importato dal di fuori all’interno della lotta di classe del proletariato e non qualcosa che sorge spontaneamente da essa". Queste parole di Kautsky sono, secondo Lenin, "profondamente giuste".

Va da sé che questa unione tanto auspicata del movimento operaio e del socialismo non poteva realizzarsi allo stesso modo nelle condizioni tedesche ed in quelle russe. Ma è importante vedere che le divergenze profonde del bolscevismo sul terreno organizzativo non risultano dalle condizioni differenti, ma unicamente dall’applicazione degli stessi principi in situazioni politiche, economiche e sociali differenti.

In effetti, lungi dal conseguire una unione sempre più grande del movimento operaio e del socialismo, la socialdemocrazia non realizzerà altro che l’unione con il capitale e con la borghesia. Quanto al bolscevismo, dopo essere stato nella rivoluzione russa come un pesce nell’acqua (i rivoluzionari sono nella rivoluzione come l’acqua nell’acqua) e per effetto dello scacco di questa, realizzerà una fusione quasi completa col capitale statale gestito da una burocrazia totalitaria.

Tuttavia il "leninismo" continua ad ossessionare la coscienza di molti rivoluzionari di più o meno buona volontà, alla ricerca di una ricetta suscettibile di riuscita.. Persuasi di essere "l’avanguardia" perché sono la "coscienza", mentre non possiedono che una falsa teoria, essi militano per unificare questi due mostri metafisici che sono:" Un movimento operaio spontaneo, privo di ogni teoria"e una coscienza socialista disincarnata.

Questo atteggiamento è semplicemente volontaristico. Ora, così come ha detto Lenin:"L’ironia e la pazienza sono le principali qualità del rivoluzionario","l’impazienza è la principale fonte dell’opportunismo (Trotsky), l’intellettuale, il teorico rivoluzionario non deve preoccuparsi di essere legato alle masse perché se la sua teoria è rivoluzionaria, è già legato alle masse. Egli non ha da "scegliere il campo del proletariato" (non è Sartre a utilizzare questo vocabolario, ma Lenin) perché, dicendolo più chiaramente, non ha altra scelta. La critica teorica e pratica ,di cui è il portatore, è determinata dal rapporto che intrattiene con la società. Egli non può liberarsi da questa passione che sottomettendovisi (Marx). Se "ha delle scelte", vuol dire che non è già più rivoluzionario e che la sua critica teorica è invecchiata. Il problema della penetrazione delle idee rivoluzionarie che egli propaganda negli ambienti operai è, per questo motivo, completamente trasformato: allorché le condizioni storiche, i rapporti di forza tra le classi in lotta, principalmente determinati dal movimento autonomo del capitale, impediscono ogni irruzione rivoluzionaria del proletariato sulla scena della storia, l’intellettuale fa come l’operaio: ciò che può. Studia, scrive, fa conoscere i suoi lavori il più possibile, generalmente assai male. Quando studiava al British Museum, Marx, prodotto del movimento storico del proletariato, era legato, se non ai lavoratori, per lo meno al movimento storico del proletariato. Egli non era più isolato dai lavoratori di quanto un lavoratore qualsiasi non lo fosse dagli altri, nella misura in cui le condizioni del momento limitavano i suoi rapporti a quelli permessi dal capitalismo.

Di contro, quando il proletariato si costituisce in classe e dichiara, in un modo o nell’altro, guerra (e non ha bisogno che gli si trasmetta il SAPERE per farlo, non essendo esso stesso, nei rapporti di produzione capitalistici, altro che capitale variabile. Basta che voglia cambiare di poco la sua condizione per essere di colpo nel cuore del problema che l’intellettuale avrà qualche difficoltà a cogliere) il rivoluzionario non è ne più ne meno legato al proletariato di quanto non lo fosse di già. Ma la critica teorica si fonde allora con la critica pratica, non perché è stata portata dall’esterno, ma perché sono un tutt’uno.

 Se nel periodo precedente, l’intellettuale ha avuto la debolezza di credere che il proletariato restava passivo perché gli mancava la "coscienza" e per questo era giusto considerarsi "avanguardia" al punto da voler dirigere il proletariato, allora egli si riserva delle amare delusioni.

 Tuttavia è questa la concezione che costituisce la parte essenziale del leninismo e che mostra l'ambiguità storica del bolscevismo. Questa concezione è potuta sopravvivere soltanto perché la rivoluzione russa è fallita, vale a dire perché i rapporti di forza, su scala internazionale, tra capitale e proletariato non hanno permesso a quest’ultimo di farne una critica teorica e pratica. È ciò che tenteremo di dimostrare analizzando sommariamente quanto è avvenuto in Russia e il vero ruolo del bolscevismo.

Credendo di vedere nei circoli rivoluzionari russi il frutto dell’"unione del movimento operaio e del socialismo", Lenin si ingannava fortemente. I rivoluzionari organizzati nei gruppi socialdemocratici non apportavano alcuna "coscienza" al proletariato. Beninteso, un opuscolo o un articolo teorico sul marxismo era molto utile agli operai; non serviva certo a trasmettere la coscienza, la conoscenza della lotta di classe, ma solamente a precisare le cose e a far riflettere maggiormente. Lenin non comprendeva questa realtà. Non solamente egli voleva trasmettere alla classe operaia la conoscenza della necessità del socialismo in termini generali, ma voleva nello stesso tempo offrirle delle parole d’ordine imperative che esprimessero ciò che essa avrebbe dovuto fare al momento opportuno. D’altronde ciò è normale, poiché il partito di Lenin, depositario della coscienza di classe, è, per prima cosa, il solo capace di discernere gli interessi generali della classe operaia al di là di tutte le sue divisioni in strati diversi, e, secondariamente, il solo capace di analizzare in permanenza la situazione e di formulare parole d’ordine adeguate. Ora, la rivoluzione del 1905 doveva mostrare l’incapacità pratica del partito bolscevico di dirigere la classe operaia e rivelare il ritardo del partito d’avanguardia. Tutti gli storici, anche quelli favorevoli ai bolscevichi, riconoscono che nel 1905 il partito bolscevico non aveva capito assolutamente niente del fenomeno dei soviet. L’apparizione di nuove forme di organizzazione aveva suscitato la diffidenza dei bolscevichi. Lenin afferma che i Soviet non erano:"né un parlamento operaio né un organo di autogoverno proletario". La cosa importante da notare è che gli operai russi non sapevano di accingersi a costituire dei soviet, tra di loro, solo una esigua minoranza conosceva l’esperienza della Comune di Parigi e tuttavia crearono un embrione di Stato Operaio, benché nessuno li avesse educati. La tesi kautskista-leninista infatti nega ogni possibilità per la classe operaia di creare qualcosa di originale se non è guidata dal partito-fusione-del-movimento-operaio-e-del-socialismo. Ora si nota che nel 1905. per riprendere la frase delle "Tesi su Feuerbach", "l’educatore ha bisogno lui stesso di essere educato".

Lenin tuttavia ha compiuto un lavoro rivoluzionario (si veda, tra l’altro, la sua posizione sulla guerra) al contrario di Kautsky. Ma in realtà, Lenin non fu rivoluzionario che contro la sua teoria della coscienza di classe. Prendiamo il caso della sua azione tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Lenin aveva lavorato più di quindici anni, a partire dal 1900, per creare una organizzazione d’avanguardia capace di realizzare l’unione del "socialismo" e del "movimento operaio", che raggruppasse "dirigenti politici", i "rappresentanti d’avanguardia capaci di organizzare il movimento e di dirigerlo". Ora, nel 1917, come nel 1905, questa direzione politica, rappresentata dal comitato centrale del partito bolscevico, si dimostra incapace per i compiti del momento, in ritardo rispetto alle attività rivoluzionarie del proletariato". Tutti gli storici, ivi compresi gli storici stalinisti e trotskysti, mostrano che Lenin dovette fare una battaglia lunga e difficile contro la direzione della sua organizzazione per far trionfare le sue tesi, e non ci sarebbe riuscito se non si fosse appoggiato agli operai del partito, l'avanguardia genuina organizzata nelle officine e all'interno o vicina ai circoli socialdemocratici. Si dirà che tutto ciò sarebbe stato impossibile senza l’attività condotta per anni dai bolscevichi, sia nelle lotte quotidiane degli operai sia nella difesa e nella propaganda delle idee rivoluzionarie.

Effettivamente, la maggioranza dei bolscevichi, ed in primo luogo Lenin, con la loro propaganda e con la loro agitazione incessanti hanno contribuito alla sollevazione dell'ottobre 1917. In quanto militanti rivoluzionari hanno giocato un ruolo efficace, ma in quanto "direzione della classe", "avanguardia cosciente", sono stati in ritardo sul proletariato. La rivoluzione russa si è svolta contro le idee del "Che fare?" , e nella misura in cui queste idee sono state applicate (creazione di un organo dirigente della classe operaia ma separato da essa), si sono rivelate un freno e un ostacolo alla rivoluzione. Nel 1905, Lenin è in ritardo sulla storia perché si rifà alle tesi del "Che fare?". Nel 1917, Lenin partecipa al movimento reale delle masse russe e facendo ciò rigetta - nella pratica - la concezione sviluppata nel "Che fare?".

Se applichiamo a Kautsky e a Lenin il trattamento inverso di quello che essi hanno fatto subire a Marx, se limitiamo le loro concezioni alla lotta di classe invece di separarle da essa, il kautskysmo-leninismo appare come caratteristico di tutto un periodo della storia del movimento operaio dominato principalmente dalla II Internazionale. Dopo essersi sviluppato ed organizzato alla meno peggio, il proletariato si è trovato, sin dalla fine del XIX secolo, in una situazione contraddittoria. Possiede diverse organizzazioni il cui scopo è di fare la rivoluzione e nello stesso tempo è incapace di farla perché le condizioni non sono ancora mature. Il kautskysmo-leninismo è l’espressione e la soluzione di tale contraddizione; postulando che il proletariato, per essere rivoluzionario, deve passare per il cammino tortuoso della conoscenza scientifica, consacra e giustifica l’esistenza di organizzazioni capaci di inquadrare, dirigere e controllare il proletariato.

Così come è stato presentato, il caso di Lenin è più complesso di quello di Kautsky, nella misura in cui Lenin fu, per una parte della sua vita, rivoluzionario contro il kautskysmo-leninismo. D'altronde la situazione della Russia era totalmente differente da quella della Germania, che possedeva un regime pressoché di democrazia borghese dove esisteva un movimento operaio fortemente sviluppato ed integrato nel sistema. Al contrario, in Russia bisognava costruire tutto e la questione non era se si dovesse partecipare ad attività parlamentari, borghesi e sindacali riformiste poiché non esistevano affatto. In tali condizioni, Lenin poteva adottare una posizione rivoluzionaria malgrado le sue idee kautskyste. Tra l’altro bisogna anche sottolineare che, fino alla guerra mondiale, egli considerava la socialdemocrazia tedesca come un modello.

Nelle loro storie, riviste e corrette, del leninismo gli stalinisti ed i trotzkysti ci mostrano un Lenin capace di comprendere lucidamente e di denunciare, prima del 1914, il "tradimento" della socialdemocrazia e dell’Internazionale. Ciò è pura leggenda e bisognerebbe studiare bene la storia della II° Internazionale per dimostrare che non soltanto Lenin non la denunciò, me che, prima della guerra, non aveva affatto compreso il fenomeno della degenerazione della socialdemocrazia. Prima del 1914, Lenin fa anche l’elogio del partito socialdemocratico tedesco per aver saputo riunire il "movimento operaio" e il "socialismo" (cfr. Che fare?). Citiamo soltanto questi passi tratti dall’articolo necrologico "August Bebel" (che contiene d’altronde numerose superficialità ed errori di fondo sulla vita di questo "dirigente", di questo "modello di capo operaio" e sulla storia della II° Internazionale.

"Le basi della tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale), che non cede un pollice ai nemici, che non si lascia scappare la minima possibilità di ottenere un miglioramento, per quanto possa essere minimo, per gli operai, che, nello stesso tempo, si mostra intransigente sul piano dei principi e si orienta sempre verso la realizzazione dell’obiettivo finale, le basi di questa tattica furono messe a punto da Bebel…".

Lenin rivolgeva queste lodi alla "tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale),"intransigente sul piano dei principi"(!) nell’agosto del 1913. Quando un anno più tardi egli credette che il numero del "Vorwärts" (organo del partito socialdemocratico tedesco), che annunciava il voto favorevole ai crediti di guerra da parte dei deputati socialdemocratici, era un falso fabbricato dallo stato maggiore tedesco, egli manifestava soltanto l’illusione che aveva nutrito da tempo, in realtà dal 1900-1902 e dal Che fare?, sull’internazionale in generale e sulla socialdemocrazia tedesca in particolare. (Noi non consideriamo qui l’atteggiamento di altri rivoluzionari di fronte a questi problemi, ad esempio Rosa Luxemburg. Tale questione meriterebbe infatti uno studio dettagliato).

Abbiamo visto come Lenin avesse abbandonato nella pratica le tesi del Che fare? nel 1917. Ma l’immaturità della lotta di classe a livello mondiale, ed in particolare l’assenza di rivoluzioni in Europa, comportò il fallimento della rivoluzione russa. I bolscevichi si trovarono al potere con il compito di "amministrare la Russia" (Lenin), di portare a termine i compiti della rivoluzione borghese che non si era potuta verificare, ossia di assicurare, in effetti, lo sviluppo dell’economia russa, non potendo tale sviluppo che essere capitalista. Un obiettivo fondamentale fu di richiamare all’ordine la classe operaia – ed alcune opposizioni all’interno del partito. Lenin, che nel 1917 non aveva rinnegato esplicitamente il "Che fare?", riprende subito le concezioni "leniniste" che sole permettono il "necessario"inquadramento degli operai. I Centralismi Democratici, l’Opposizione Operaia ed il Gruppo Operaio sono schiacciati per aver negato "il ruolo dirigente del partito". Allo stesso modo la teoria leninista del partito viene imposta all’Internazionale. Dopo la morte di Lenin, Zinoviev, Stalin e tanti altri, dovevano svilupparla insistendo sempre più sulla "disciplina di ferro" , "l’unità di pensiero e l’unità di azione", mentre il principio sul quale poggiava l’Internazionale stalinizzata era lo stesso che era alla base dei partiti socialisti riformisti (il partito separato dai lavoratori che forniva loro la coscienza di ciò che erano) e chiunque rifiutasse la teoria leninista-stalinista cadeva nella "palude opportunista, socialdemocratica, menscevica,…" Da parte loro i trotzkysti s’agganciavano al pensiero di Lenin e recitavano Che fare? . La crisi dell’umanità non è altro che "la crisi della direzione" diceva Trotzky: occorreva dunque creare ad ogni costo una direzione. Supremo idealismo, la storia del mondo veniva spiegata con la crisi della sua coscienza.

In definitiva, lo stalinismo non doveva trionfare che nei paesi in cui lo sviluppo del capitalismo non poteva essere assicurato dalla borghesia, senza che le condizioni fossero unificate affinché il movimento operaio, successivamente, potesse distruggerle. Nell’Europa dell’Est, in Cina, a Cuba si è formato un gruppo dirigente nuovo, composto da quadri del movimento operaio burocratizzato, da vecchi specialisti o tecnici borghesi, talora da quadri dell’esercito o di vecchi studenti in sintonia col nuovo ordine sociale come in Cina. In ultima analisi, un tale processo non era possibile se non a causa della debolezza del movimento operaio. In Cina, per esempio, il sostrato sociale motore della rivoluzione fu la classe dei contadini, incapace di dirigersi da sola, non poteva che essere diretta dal "partito" . Prima della presa del potere, questo gruppo organizzato nel "partito" dirige le nasse e le "regioni liberate" se dovessero esservi; in seguito, esso prende nelle sue mani l’insieme della vita sociale del paese. Ovunque le tesi di Lenin sono state un potente fattore di burocratizzazione, infatti, secondo Lenin, la funzione di direzione del movimento operaio era una funzione specifica assicurata da alcuni "capi" organizzati separatamente dal movimento ed il cui ruolo era esclusivamente quello.Nella misura in cui preconizzava un corpo separato di rivoluzionari di professione capaci di guidare le masse, il leninismo è servito come giustificazione ideologica alla formazione di direzioni separate dai lavoratori. A questo livello il leninismo, fuori dal suo contesto originale, non è altro che una tecnica di inquadramento delle masse ed una ideologia che giustifica la burocrazia e sostiene il capitalismo: il suo recupero era storicamente necessario per lo sviluppo di nuove strutture sociali che rappresentano, esse stesse, una necessità storica per lo sviluppo del capitale. Man mano che il capitalismo si estende e domina l’intero pianeta, maturano le condizioni affinché vi sia la possibilità di una rivoluzione, l’ideologia leninista comincia a fare il suo tempo, nel vero senso della parola.

È impossibile prendere in esame la questione del partito senza riportarla alle condizioni storiche nelle quali è nato questo dibattito, in ogni caso, benché sotto forme differenti, lo sviluppo dell’ideologia leninista è determinato dall’impossibilità della rivoluzione proletaria. Se la storia ha dato ragione al kautskysmo-leninismo, se i suoi avversari non hanno mai potuto né organizzarsi durevolmente e nemmeno presentarne una critica coerente, ciò non è dovuto al caso: il successo del kautskysmo-leninismo è un prodotto della nostra epoca ed i primi attacchi seri – e pratici – contro di esso, segnano la fine di tutto un periodo storico. Per fare questo occorreva che il capitalismo si sviluppasse largamente su scala mondiale. La rivoluzione ungherese del 1956 ha suonato il rintocco di tutto un periodo di controrivoluzione, ma anche di maturazione rivoluzionaria. Nessuno sa quando questo periodo sarà definitivamente superato ma è certo che la critica delle tesi di Kautsky e di Lenin, prodotti di questa epoca, diventerà allora possibile e necessaria. Ecco perché abbiamo ritenuto importante ripubblicare "Le tre fonti del marxismo", l’Opera storica di Marx", per far conoscere meglio e comprendere maggiormente quella che fu e quella che è ancora l’ideologia dominante di tutto un periodo. Lungi dal voler dissimulare le idee che condanniamo e combattiamo, vogliamo, al contrario, diffonderle largamente, al fine di mostrare nello stesso tempo quanto siano state necessarie ed il loro limite storico.

Le condizioni che hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni di tipo socialdemocratico e bolscevico oggi sono superate. Per quanto riguarda l’ideologia leninista, oltre all’utilizzo che ne viene fatto dai burocrati al potere, lungi dall’avere un’utilità per i gruppi rivoluzionari che sostengono l’unione del socialismo e del movimento operaio, non può servire, sin da ora, ad altro che a cementare provvisoriamente l’unione di intellettuali mediocri e di lavoratori mediocremente rivoluzionari.

 

LINK al post originale:

Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

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23 settembre 2014 2 23 /09 /settembre /2014 05:00

François Kupka - Le Religioni

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LINK all'opera originale:

[Traduzione di Ario Libert] 

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10 settembre 2014 3 10 /09 /settembre /2014 05:00

Mansoor Hekmat (1951-2002)

mansoor

Mansoor Hekmat, pseudonimo di Zhoobin Razani, il cui primo pseudonimo fu Nader

L'essere umano è il fondamento del socialismo. Il socialismè il movimentper restaurare la volontà cosciente dell'essere umano

M. Hekmat

 

Uno dei rari casi della sinistra iraniana a non sostenere l'orientamento islamico scaturito dalla Rivoluzione del 1978-79. Studente a Londra negli anni 70 dove era stato simpatizzante del Revolutionary Communist Group di David Yaffe, partecipa in Iran alla fondazione del Marxist Circle for Worker’s Emancipation e dell'Unione dei militanti comunisti (UCM, chiamata correntemente Sahand, 1978, che partecipa nel 1982 ad una conferenza della CWO "ultra-sinistra" a Londra) poi ad un rinnovamento del Partito comunista iraniano (1983, distinto dal Tudeh filo-sovietico che sostiene il regime di Khomeyni) con l'unificazione di Sahand con il gruppo curdoarmato ex-maoista Komala. Esce nel 1991 con i suoi amici da questo gruppo giudicato troppo "nazionalista di sinistra" [*] e fonda il Partito comunista operaio dell'Iran, che:

  • considera che non sono mai esistiti paesi socialisti, non avendo l'URSS e la Cina abolito il salariato e lo sfruttamento (se parla di capitalismo di Stato e considera che i bolscevichi erano limitati dalla cultura della II Internazionale, considera la Rivoluzione d'Ottobre come proletaria, tentando di costruire e difendere uno Stato operaio nei limiti storici del movimento reale dell'epoca. La lezione principale è soprattutto economica: se la classe operaia al potere non instaura la proprietà dei mezzi di produzione e non abolisce il salariato, il suo potere rimarrà provvisorio e sarà condannato alla sconfitta);

  • e che difende la laicità e i diritti delle donne, a partire da un'esperienza concreta dell'impostura del fronte anti-imperialista con la reazione teocratica (che i fedayin giustificavano con la teoria staliniana della rivoluzione per tappe come nella Cina degli anni 20).

Partecipa presto alla fondazione di un Partito comunista operaio dell'Iraq, i due partiti essendo sin dalle origini strettamente uniti. Rifugiato a Londra, Mansoor Hekmat muore di cancro nel luglio del 2002. I suoi sostenitori restano molto attivi nella diaspora iraniana e nel sindacalismo iracheno (si conosce meno bene il radicamento in Iran), le sue idee e la sua esperienza restano valide tra i sostenitori del “terzo campo” (né imperialismo USA, né islam politico) che si oppongono allo stesso tempo alla teoria della CIA della "guerra di civiltà" e quella del fronte anti-imperialista includente gli islamisti (che ha contaminato il trotskysmo occidentale).

 

NOTA

[*] Il Partico comunista dell'Iran da cui sono usciti gli hekmatisti esiste sempre, essenzialmente nel kurdistan iraniano dove ha ripreso l'appellativo Komala.

 

LINK al post originale:

Mansoor Hekmat

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3 settembre 2014 3 03 /09 /settembre /2014 05:00

Il comunismo operaio

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I partiti comunisti operai sono scaturiti da una corrente politica nata direttamente dall'esperienza della controrivoluzione iraniana e dal sostegno dato allora dal partito comunista Tudeh aKhomeiny e dalle guerre del Golfo, insieme al movimento dei consigli nel Kurdistan iracheno nel 1991, e al ruolo di borghesia intermediaria dei dirigenti islamici e nazionalisti Curdi nell'Irak occupato.

Essi sono la principale forza politica sia della sinistra iraniana in esilio che lotta contro la teocrazia per un regime socialista e laico, sia dell'opposizione civile nel caos iracheno (organizzandovi il Congresso delle libertà, l'Unione dei disoccupati e un'importante Federazione sindacale). Facendo riferimento a Mansoor Hekmat come al loro principaleteorico, innalzano la bandiera di un “terzo campo” di fronte all'imperialismo e l'islamismo. I loro principi sono:

  •  - Rifiuto di ogni forma di compromesso o di concessioni alle idee e ai movimenti reazionari, opposti ai diritti democratici e sociali, ostili all'eguaglianza uomini-donne, o fondati sulla pretesa superiorità di un paese, di una etnia o di una religione.

  • - Denuncia di ogni forma di totalitarismo, di burocrazia, di ogni confusione tra la messa in comune dei mezzi di produzione e la loro statizzazione, ogni illusione nella possibilità durevole di uno Stato provvidenza e, in modo generale, tutto ciò che contribuisce a prolungare l'esistenza della società di sfruttamento capitalista.

  • - Questa corrente si distingue con questa strategia del terzo campo dalle posizioni anti-imperialiste consuete dell'estrema sinistra, sostiene un rifiuto del capitalismo di Stato (una rivoluzione politica che non si prolungasse economicamente con la proprietà in comune e l'abolizione del salariato condurrebbe inevitabilmente ad una sconfitta come in Russia), e pone in primo piano la laicità e le libertà delle donne in un ambiente assalito dagli islamisti. Molte donne leader sono diventate inoltre loro propagandiste in Europa: Azar Majedi, Maryam Namazie, Houzan Mahmoud e Yanar Mohammed tra le più note.

 

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 Le communisme ouvrier

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Presentazione

  • : La Tradizione Libertaria
  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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