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23 luglio 2012 1 23 /07 /luglio /2012 08:35

Paul Mattick

 

mattick01.JPG

di Charles Reeve (pseudonimo di Jorge Valadas)

KAP-Plakat_-1919-.JPGPaul Mattick è nato in Germania, nel 1904, in una famiglia proletaria di tradizione socialista. Militante delle Gioventù Spartachiste sin dall'età di 14 anni, durante il periodo rivoluzionario, delegato al Consiglio operaio delle officine Siemens a Berlino, dove era apprendista. Partecipa a numerose azioni, rivolte di fabbrica, sommosse di strada, si fa arrestare e la sua vita è minacciata numerose volte. Nel 1920, lascia il partito comunista, diventato parlamentare e si unisce alle tendenze comuniste dei consigli che formano il KAPD (il Partito Comunista Operaio di Germania).

Otto RuhleAll'età di 17 anni scrive già nelle pubblicazioni giovanili comuniste e risiede a Colonia dove trova lavoro continuando anche la sua attività di agitazione all'interno delle Organizzazioni Unitarie Operaie, di cui Otto Rühle era uno dei fondatori. È in questo ambiente che fa amicizia con un nucleo di artisti radicali, i Progressisti di Colonia, duri critici di diverse trasformazioni dell'arte e della cultura detta proletaria. Come tanti altri comunisti estremisti antibolscevichi, più ancora per la sua infaticabile attività sovversiva, il suo nome si ritrovò ben presto sulle liste rosse del padronato. Ridotto alla disoccupazione, perseguitato dalla polizia e dai nazisti, emarginato dai comunisti ortodossi, cosciente del declino del movimento rivoluzionario autonomo di fronte all'alta marea e alla bolscevizzazione dei comunisti, Paul decide, nel 1926, di emigrare, insieme ad altri compagni, negli Stati Uniti.

IWWLabel.pngDopo alcuni anni di ripiegamento, che egli mette a profitto per studiare Marx, ripensare le teorie della crisi e i suoi rapporti con l'attività rivoluzionaria, Paul si stabilisce a Chicago dove lavora come attrezzista in campo metallurgico. Entra in contatto con gli IWW (Industrial Workers of the World), sindacalisti rivoluzionari attivi nel movimento dei disoccupati che si stava sviluppando allora. Partecipa attivamente a questo movimento, all'interno dei gruppi di disoccupati radicali della regione di Chicago (Workers League), i quali praticavano, contro il parere delle organizzazioni legate al P.C. USA, l'azione diretta per ottenere dei mezzi materiali di esistenza. Aderì in seguito a un piccolo partito di orientamento comunista dei consigli.
 
living-marxism.jpg
È in questo ambiente che sono nate le riviste Living Marxism (1938-1941) e New Essays (1942-1943), di cui paul era il redattore. È anche durante quest'epoca che egli entra in relazione con Karl Korsch, diventato suo amico, collaboratore di queste pubblicazioni, allo stesso titolo di Pannekoek e di altri comunisti antibolscevichi europei e nord americani. Il gruppo si dedicava in particolare all'analisi delle forme della controrivoluzione capitalista e all'integrazione della classe operaia da parte dello Stato: i diversi fascismi o il New Deal americano.

korsch-karlDurante la guerra Mattick continua a lavorare come operaio metallurgico. La burocrazia sindacale, allora sotto il controllo dei comunisti americani, imponeva la pace sociale nelle fabbriche in nome della difesa della democrazia e dell'alleanza con la Russia di Stalin. Nelle riunioni sindacali, Paul attaccava regolarmente la clausola anti-sciopero ricordando che: "Ora che i padroni hanno bisogno di noi, è adesso che dobbiamo colpirli!". Molto presto dei gorilla sindacali, gli fecero capire che tali discorsi non erano molto convenienti, che dopo tutto si era a Chicago e che la sua salute si sarebbe meglio conservata se avesse evitato le riunioni sindacali...

mattick-marx-keynes.jpgAlla fine della guerra Paul andò a New York dove visse con molte difficoltà materiali. Si ritirerà in seguito in un villaggio del Vermont, dove vivrà con sua moglie e suo figlio, in quasi autosussistenza, su di un piccolo lotto di terra. Negli anni 60 risiede a Cambridge (Boston) dove lavora sua moglie Ilse e dove, oramai, si dedicherà alla scrittura. Nel 1969, pubblicherà Marx e Keynes. I Limiti dell'economia mista, una delle maggiori opere del pensiero marxista antibolscevico del dopoguerra. Mattick dimostra che, partendo da una ripetizione borghese dell'analisi critica di Marx, Keynes non ha saputo che proporre una soluzione provvisoria ai problemi economici del capitalismo moderno e che le condizioni che rendono efficaci le misure keynesiane spariranno con la loro stessa applicazione. Da qui la sua opposizione a tutte le correnti economiche borghesi e staliniste che vedono nell'intervento dello Stato un fattore di stabilizzazione e equilibrio della vita economica. In questo senso, la sua analisi dei limiti di questo intervento annunciava l'emergere della reazione borghese neoliberale e, da un altro punto di vista, incitava a un necessario ritorno alla critica dell'economia politica di Marx, sola via per capire il nuovo periodo capitalista. 

Pannekoeck.jpgAlla fine degli anni 60, sull'ondata dei movimenti studenteschi e delle lotte operaie, le idee di cui era uno dei rappresentanti trovarono un nuovo interesse tra i giovani. Paul viaggerà dappertutto in Europa e in Messico per dare delle conferenze, incontrare delle persone, scrivere sulle pubblicazioni radicali. Sino alla sua morte, il 7 febbraio 1981, difenderà l'idea che la trasformazione e l'abolizione del capitalismo non potranno essere dirette che dagli stessi interessati e che nessuno potrà compiere quest'enorme compito al loro posto. Inoltre, egli sottolineava, lo sforzo di comprensione del mondo ha senso soltanto se ha come scopo di trasformarlo.

Coloro che hanno avuto la fortuna e la felicità di conoscerlo, non dimenticheranno la forza delle sue convinzioni, il calore e la ricchezza del contatto, il suo umorismo corrosivo, la qualità umana della persona che dava vita agli ideali dell'auto-emancipazione sociale. Come gli piaceva ricordare: "Per quanto ridotte siano oggi le possibilità che si offrono ad una rivolta, non è il momento di abbassare le armi".


Charles Reeve

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK al post originale:

Paul Mattick

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19 luglio 2012 4 19 /07 /luglio /2012 05:00
La contro-rivoluzione "comunista"
la Ceka in Spagna nel 1937  

poum-jsu.jpg

Sopra, un osceno manifesto di denuncia della gioventù comunista nei confronti del POUM, descritto graficamente come un rospaccio verde al servizio del nazismo. Il gigante proletario, alla cui causa i partiti comunisti di tutto il mondo si adoperano, però vigila scaraventandolo su di un muro, su cui capeggia la scritta rossa Frente Popular" facendogli sprizzare sangue a forma di svastiche rosse, l'evento provoca il tipico suono onomatopeico (poum!) dei fumetti francofoni per indicare un forte urto. Erano anche molto spiritosi gli stalinisti, mica soltanto dei luridi criminali e basta. I loro fratelli-concorrenti socialdemocratici, invece si contraddistingueranno per l'immobilismo perfetto, il rispetto della volontà degli stati "democratici" Inghilterra e Francia in testa, senza dimenticare gli Usa, [Nota del traduttore A. L.].

 

 

La Ceka, polizia politica comunista, fu istituita nel novembre del 1917 dal potere bolscevico russo allo scopo di annientare ogni rivolta contro i nuovi dittatori. Soppressa con questo nome nel 1922, continuò comunque ad esistere e fece molto parlare di sé in Spagna, durante la guerra civile, per i suoi arresti, assassinii e torture di militanti rivoluzionari. Il partito comunista spagnolo, piccola organizzazione dai magri effettivi prima del 1936, approfittò dell'aiuto militare sovietico per svilupparsi ed investire gli ingranaggi dello Stato rinascente. 

Agli ordini dell'Internazionale comunista, i suoi servitori volevano ad ogni costo evitare la rivoluzione sociale per servire gli interessi dell'URSS, desiderosa di concludere con il governo britannico un'alleanza militare. Da quel momento in poi, si trattava di "difendere la democrazia" e per questo l'eliminazione degli anarchici della C.N.T.-F.A.I e dei marxisti del P.O.U.M. era più importante della vittoria sui fascisti. Già nel marzo ed aprile del 1937, degli arresti di anarchici a Bilbao e dei tentativi di disarmare gli elementi gli elementi rivoluzionari ebbero luogo.

Tentativi che si saldarono il 27 aprile con degli scontri armati tra anarchici e comunisti in Catalogna. Ma è dopo gli avvenimenti di Barcellona (inizi maggio 1937), in cui la battaglia si scatenò tra forze popolari e guardie d'assalto governative appoggiate dai comunisti, che la repressione cekista si instaurò con la nomina di un comunista come capo della polizia di Barcellona. 

Le prime vittime saranno i membri del P.O.U.M.: Andres Nin, vecchio ministro della Giustizia nel governo catalano e segretario generale di questo movimento, accusato di essere una spia fascista, fu arrestato, trasferito a Madrid ed assassinato. Altri seguirono, anarchici o militanti dell'ala sinistra della U. G. T.; citiamo come esempio i compagni Berneri, Barbieri, Aris, Rua...  

La Spagna antifascista n° 7 del 30 novembre 1937, descriveva così la Ceka: " Quest'organizzazione poliziesca clandestina ha come scopo l'eliminazione, con tutti i mezzi, i nemici della nefasta politica moscovita; ed i suoi nemici, beninteso, non vanno cercati tra i fascisti, ma presso i rivoluzionari nemici di tutte le dittature. Ha acquisito una potenza straordinaria, tanto più che essa gode ancora oggi dell'impunità totale, soprattutto della protezione della polizia ufficiale, il cui rappresentante a Barcellona è il signor Burillo, membro del Partito, che ha avuto delle pesanti responsabilità nella caduta di Toledo. Il suo stato maggiore si trova al Consolato stesso dell'URSS sotto gli ordini del Console Antonov Ovsenko. Posto immediatamente sotto gli ordini del Console, il capo della Ceka a Barcellona è un certo Alfred Herz, aiutato da uno chiamato Hermann (e da) alcuni agenti della polizia ufficiale (... ). 

Questo servizio è certamente molto meglio organizzato della polizia del Governo. Essa possiede uno schedario completo (che potrebbe servire da modello a quello dello Stato) al quale è aggiunta una lista nera dei personaggi più pericolosi per la cattiva causa del Partito Comunista". 
Il testo che segue è composto da estratti del resoconto redatto da una missione informativa (che ebbe luogo a fine novembre 1937), diretta, tra gli altri, dal deputato scozzese Mac Govern (membro dell'Independent Labour Party, scissione di estrema sinistra del Partito Laburista Britannico).
L'integralità del resoconto è stato tradotto e pubblicato in "La Révolution prolétarienne" del 25 gennaio 1938 con il titolo "Il terrore comunista in Spagna".
Che queste poche righe possano imprimersi nelle nostre memorie e servirci per il futuro.

Gruppo Sacco-Vanzetti (Dicembre 1976).

 

 

Alla Prigione modello

 

La domenica 28 novembre, andammo alla Prigione modello di Barcellona, e presentammo le nostre autorizzazioni al direttore della prigione degli uomini. Egli fu molto cortese e ci condusse dal medico della prigione. Ci informarono che vi erano in questa prigione 1.500 detenuti, di cui 500 antifascisti, 500 fascisti e 500 delinquenti di diritto comune.

Era domenica, e l'ora delle visite, così ci trovammo in presenza di 5-600 visitatori che chiedevano di entrare allo scopo di visitare i loro amici. Come era giusto, era l'ala sinistra della prigione che era attribuita ai prigionieri di sinistra!


ceka-carcel-modelo_1936.jpgLa Prigione modello di Barcellona nel 1936


Entrammo in una grande sala attraverso un'immensa porta di ferro di 6 metri di larghezza per 3,5 metri di altezza. I prigionieri avevano saputo che stavamo venendo e ci diedero una calda accoglienza. La difficoltà riguardava chi ci avrebbe parlato per primo delle brutalità che aveva subito da parte della Ceka, prima di entrare in questa prigione.

Un prigioniero italiano ci fece una notevole descrizione delle torture che gli erano state inflitte in una cella sotterranea. Fu legato al muro, le mani sopra la testa, con due guardie ai lati, baionetta inastata, mentre un giovane ufficiale della Ceka reggeva dei fogli con la mano sinistra e con la destra un revolver puntato al petto.

L'ufficiale della Ceka lo sottopose ad un interrogatorio di terzo grado sostenendo che aveva dei falsi documenti, ingiungendolo a dire dove alcuni suoi compagni potevano essere trovati, minacciandolo di ucciderlo e di gettare il corpo in una fogna che passava nella cella. Quest'italiano fu sottoposto a questa tortura, per circa 5-6 ore, prima di essere trasferito alla Prigione modello.

ceka-carcel-modelo_interno1937.jpgL'interno della Prigione modello nel 1937 danneggiati dai bombardamenti fascisti


Challaye e io interrogammo anche un Francese, che era appartenuto in precedenza all'esercito francese, e che aveva abbandonato la sua posizione per venire in Spagna a combattere il fascismo. Era stato nominato ufficiale nell'esercito spagnolo governativo e aveva combattuto sul fronte di Madrid per più di cinque mesi. Il solo motivo per il quale si trovava nella Prigione modello, era perché aveva ammesso francamente la sua opinione sul Comintern e i metodi della Ceka. Mi diede l'impressione di un uomo splendido.

Considerava come un oltraggio orribile essere stato posto in prigione per più di 4 mesi; insisteva su di ciò: "Che mi si faccia un processo se ho commesso qualche colpa; altrimenti che mi si restituisca la libertà!". Vi era anche un buon numero di quei prigionieri che erano stati feriti durante i combattimenti contro Franco, e tuttavia li si deteneva in prigione con il pretesto che erano stati degli alleati di Franco!

La nostra delegazione fu specialmente ben accolta dai prigionieri del P.O.U.M., e trascorremmo un'ora nella cella di Gironella. Molti prigionieri erano d'altronde incarcerati in questa stessa cella. Era una vera Internazionale di prigionieri di questa prigione.

Ve ne erano della Francia, della Grecia, della Germania, d'Italia, dell'Austria, del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera e dell'America  tanti quanti della Spagna. Tutti questi prigionieri ci sollecitarono di far conoscere le brutalità della Ceka, con le sue torture, il suo terzo grado e i suoi omicidi dei militanti combattenti in Spagna.

Quando decidemmo di lasciare l'ala antifascista della prigione, vi fu un'affluenza spontanea di tutti verso la porta. I prigionieri cantarono due inni della C.N.T., poi l'Internazionale, e terminarono con degli "evviva" all'indirizzo della C.N.T., della F.A.I. e del P.O.U.M.

Il delegato dell'I.L.P. fu soprattutto oggetto di riconoscenza internazionale; infine vi furono delle grida di Abbasso la Ceca del Comintern! e nei suoi confronti violenti fischi. Era una cosa molto commovente quella dei 500 prigionieri antifascisti, la maggior parte giovani, che riempivano le gallerie, le scale e la grande sala, il pugno chiuso, gli occhi lucidi, la testa alta in un atteggiamento di sfida.

L'ultima cosa che vedemmo furono centinaia di uomini che applaudivano, dall'altra parte dell'immensa porta di ferro. Questa porta di ferro era per noi come il simbolo della Ceca del Comintern. È con metodi simili che essa intende sopprimere il movimento rivoluzionario in Spagna allo scopo di sostituire alla parola d'ordine "Potere operaio" quella di "Democrazia borghese".

L'Internazionale comunista e la sua organizzazione di assassini stanno facendo nascere contro di loro un odio formidabile. Un giorno, la tempesta scoppierà e distruggerà il loro orribile gangsterismo. Sarà un disastro per tutti coloro che vi avranno partecipato... [...]. 

 

Alla prigione segreta della Ceca


La nostra ultima visita fu per la prigione segreta della Ceca in piazza Junta: Adraine Bonanova. Eravamo stati avvisati dell'esistenza di questa prigione da diversi fidati compagni [...]. Saliti tutti i gradini che portano alla prigione, trovammo la strada sbarrata da due guardie, armati di fucili e baionetta inastata.

Presentammo la nostra autorizzazione del direttore delle prigioni e del ministro della Giustizia per visitare le prigioni e un messaggio fu inviato all'interno. Allora un ufficiale, che osservò le nostre autorizzazioni con un disprezzo evidente ci informò che non riceveva ordini dal direttore delle prigioni o dal ministro della Giustizia, perché non erano i suoi superiori.

Gli chiedemmo chi era il suo superiore, e ci diede un indirizzo, quello del quartier generale della Ceca. Il suo rifiuto di permetterci di visitare la prigione e i prigionieri era totale e definitivo [...]. Andammo dunque al quartier generale della Ceca, Puerta del Angel 24.

Entrammo in un cortile e attraverso un corridoio nella stanza interna che aveva l'aspetto di un luogo di detenzione. Notammo che c'era sul tavolo un gran numero di libri di propaganda russi e giornali comunisti, e nessun altro genere di libri o di giornali. Dopo poco, un giovane entrò, e ci chiese cosa volevamo. Non ci nascose che sapeva chi fossimo, e che la si era avvertita, dalla prigione, che stavamo per arrivare. Prese i documenti che ci autorizzavano a visitare le prigioni.

In seguito apparvero due giovani di cui né l'uno né l'altro erano spagnoli. Il nostro interprete che conosce un gran numero di lingue e di paesi fu convinto dal loro accento che uno erano Russo e l'altro tedesco.

Il Russo ci informò che non potevamo né vedere l'interno della prigione né parlare con i prigionieri. Risposi che avevamo le autorizzazioni del direttore delle prigioni e del ministro della Giustizia e chiedemmo se il nostro interlocutore era più potente del governo, aggiungendo che se ci si rifiutava l'ingresso, saremmo stati obbligati, giustamente, di trarne le debite conclusioni.

 

ceka2.jpg

Corpi di membri delle Gioventù Libertarie [Juventudes Libertarias] a Sanz (Barcellone). Assassinati dai comunisti nel maggio 1937.

 

 

ceka-giornale-murale-fai-1937.jpg

Giornale murale delle Gioventù Libertarie di Barcellona edito il 15 maggio 1937. Alcune rubriche chiedono delle spiegazioni: "Continuano ad assassinare i nostri compagni"; "Martinez scomparso"; "Miro in prigione".

 

 

John Mac Govern



[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

 La contre-révolution "communiste": la Tchéka en Espagne 1937 

 

LINK pertinenti alla tematica "Fascismo rosso":

Felix Damon, Lettera dalla Prigione modello di Barcellona, 23 aprile 1938

Cinema libertario. 1936 - 1939, Il cinema durante la rivoluzione spagnola. Né Hollywood, né Mosca!
La vera storia delle Olimpiadi popolari di Spagna del 1936
La guerra dei socialismi
La rivoluzione di novembre
Resistenze anarchiche in URSS negli anni 20 e 30
La Makhnovishina
La rivoluzione spartachista

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17 luglio 2012 2 17 /07 /luglio /2012 05:00

Leo Jogiches, una lotta comune con Rosa Luxemburg

 

jogiches.jpg

Il suo assassinio il 10 marzo 1919
 

Conosciamo Liebknecht, conosciamo Rosa Luxemburg. Conosciamo meno Leo Jogiches. Desideriamo far conoscere con questo breve articolo questo militante che condivise tutte le lotte di Rosa Luxemburg e fu assassinato durante la rivoluzione spartchista.


Leo Jogiches è un nome troppo poco presente nelle nostre memorie! Eppure inseparabile da quello di Rosa Luxemburg e dunque di lotta politica del movimento operaio della fine del XIX secolo e dell'inizio del XX.
Leggere la corrispondenza di Rosa Luxemburg tra il 1893 e il 1898, è seguire innanzitutto le loro vite intrecciate. Dalla loro vita in Svizzera e in Francia sino alla partenza di Rosa Luxemburg per la Germania. È seguire con divertimento una relazione che potremmo dire alla Sartre e Beauvoir anche se questa relazione è diversa, ma è una relazione segnata dalla riflessione e l'azione politica che si svolge nel corso delle righe. È vedere Rosa Luxemburg molto giovane che segue già degli studi brillanti e prepara un dottorato che pretende di fare di Jogiches il suo alter ego in questo campo. Ed è vedere Leo Jogiches impegnarsi in una ricerca che non lo entusiasma, lui che vive piuttosto nell'organizzazione e l'azione. La qual cosa sottolineerà molto più tardi Clara Zetkin in un omaggio a lui. È soprattutto vedere sin da quest'epoca i loro scambi e la loro azione su un abase di riflessione comune, marxista.
Leo Jogiches, come Rosa Luxemburg è di quei giovani che vivono sotto il dominio russo che molto presto si sono politicizzati e impegnati. Lo vediamo seguire un percorso che sarà quello di numerosi di questi giovani siano essi Russi, Lituani o Polacchi: raggiunge un gruppo vicino alla Narodnaja Volja di ispirazione piuttosto populista prima di evolversi verso una concezione marxista.
Arrestato due volte nel 1888 e 1889, fugge verso Ginevra poi Zurigo. È anche un percorso obbligato per numerosi militanti che fuggono la prigione, il confino, l'esercito, e di cui fa parte Rosa Luxemburg. Si incontrano dunque a Zurigo a fine del 1890 o inizio 1891.
Come Rosa Luxemburg, si avvicina dapprima a Plekhanov, per infine allontanarsene e creare con lei su basi classiste il SDKPiL (Partito social-democratico del Regno di Polonia e di Lituania) in opposizione ai socialisti nazionalisti del PPS (Partito socialista polacco). Una grande parte della vita di Jogiches sarà dedicata alla lotta all'interno del movimento operaio polacco.

 

Nel 1905, partecipa alla rivoluzione russa. Arrestato, condannato a otto anni di lavori forzati, evade.

Nel 1914 sin dai primi giorni della guerra e dello stato d'assedio, Jogiches allestisce i suoi primi elementi dell'organizzazione che sarebbe divantato il gruppo Internazionale poi Spartakus.

Dopo il doppio assassinio di Liebknecht e Rosa Luxemburg, conduse clandestinamente l'inchiesta e fece in poche settimane luce sul caso, ritrovando soprattutto una fotografia degli assassini mentre stavano festeggiando. Fuprobabilmente il motivo per il quale, il giorno stesso del suo arresto il 10 marzo 1919, fu abbattuto dall'ufficiale di polizia Tamschik all'interno della prigione di Moabit, con il pretesto di un tentativo di fuga.

 

LINK:

Leo Jogiches, un combat commun avec Rosa Luxemburg. Son assassinat le 10 mars 1919

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13 luglio 2012 5 13 /07 /luglio /2012 07:00

Félix Damon

 

Lettera dalla Prigione modello di Barcellona

 

 

1938-prison-modelo-felixdamon.jpg

 

 

 

Lunedì, 23 aprile 1938.

 

Mio vecchio Fernand,

 

Credo che tu abbia ricevuto la mia lettera dell'altro ieri.

Circa 800 detenuti (di las 'quintas') sono partiti questa notte.

Vi erano dei "J. Ch." con dei fascisti condannati a 30 anni!... La prigione si è svuotata, ma non per molto sicuramente.

Non vi sono visite dalla rivolta dell'altro giorno e la prigione è ora sotto il controllo della "Ceca". Ma grazie al mio interessamento i pacchetti potranno entrare sin da oggi. Vi sono molti poveracci che muoiono di fame.

Non odo che a fatica i suoni della città, e questo da più di dieci mesi!

Dieci mesi!... Non conto più nemmeno i giorni uno per uno. Una vita di pazienza.

Sole radioso, fioritura sicura, primavera e libertà, quando rivedrò tutto questo? Infine non abbiamo né rimpianti né invidia.

¡Resistir hasta vencer!

 

Cornuto e contento,

 

Félix Damon

 

Carcel Modelo, Barcelona.

Enfermeria celda 14.

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8 luglio 2012 7 08 /07 /luglio /2012 05:00

1936 - 1939. Il cinema durante la rivoluzione Spagnola

cinema-Nuestro-Culpable.jpg

Né Hollywood, né Mosca!

 

La sfida era di realizzare dei lungometraggi tecnicamente comparabili agli americani e superiori per il loro contenuto ai film sovietici.

P. A. Paranagua

 

di Wally Rosell

 

Il cinema documentario e di finzione era già un'arma di propaganda ben prima del 1936, è dunque del tutto naturale che sin dal luglio 1936, le forze politiche e sindacali si sono impadronite di questo strumento.

I sindacati - soprattutto la CNT - produrranno più di 230 documentari di attualità e cortometraggi di finzione e circa 25 lungometraggi.

 

AURORA DE ESPERANZA. Film drammatico del 1937. Durata 57 minuti. Regia: Antonio Sau; Sceneggiatura: Antonio Sau; Musica: Jaime Pahissa; Interpreti: Félix de Pomés, Enriqueta Soler, Pilar Torres, Ana María Campoy. Film di ispirazione anarchica sulla disperata situazione della classe operaia e l'inizio della Rivoluzione sociale. 


Le storie di lungometraggio della guerra di Spagna non mancano né di originalità, né di qualità, eppure non sono rimaste nella storia del cinema, al contrario dei film sulla rivoluzione Russa, soprattutto quelli di Eisenstein. È vero che la maggior parte della produzione cinematografica sovietica è stata realizzata dopo il 1921, e cioè alla fine della rivoluzione Russa: La corazzata Potemkin è stata realizzata nel 1925 e Ottobre nel 1929. Per la Spagna del 1936, è l'inverso. La maggior parte della produzione data agli anni 1936-1939. È tempo di riscoprila.

 

Barrios bajos è un film drammatico del 1937, della durata di 90'. Regia di Pedro Puche e interpretato da José Álvarez, Matilde Artero, Baltasar Banquells, Esperanza Barrero, José Baviera, Rosita de Cabo, Ernesto Campoy, Modesto Cid, Federico Gandía, Eduardo Garro.

La maggior parte dei documentari sui diversi punti del "fronte", danno una parte eguale ai combattimenti e all'attività sociale e culturale delle collettivizzazione libertarie.

Alcuni lungometraggi non sono stati terminati che dopo la liberazione della Francia (tra gli altri La speranza, girato nel 1938, finito nel 1945), altri sono rimasti sepolti negli archivi franchisti per quarant'anni. 

 

Esistono alcuni film in cui finzione e documentario si intrecciano: in Castilla se liberta, un attore "professionista" recita il ruolo di Buenaventura Durruti a fianco di Cipriano Mera che interpreta se stesso come personaggio.

 

Allo stesso modo delle altre industrie, è l'insieme della filiera "cinema e teatro" che è socializzato dai sindacati CNT e UGT:

- L'apparato di produzione con la compagnia SIE-Film (Barcellona) o le società "Spartacus" e SUICEP a Madrid.

- Gli studi di Montjuich (Barcellona) sono controllati dalla CNT.

- La distribuzione con il controllo di 200 sale a Barcellona e a Madrid. 

 

 

Documentario sull'attività della Colonna Aguiluchos della FAI (Durruti) sul fronte di Aragona durante i mesi di luglio e agosto 1936.

 

A Barcellona, la commissione tecnica del sindacato (CNT - SIE film) è diretta da Miguel Espinar, (bigliettaio del cinema Ramblas) e Marcos Alcón. Stabilisce in via Caspe i suoi uffici, uno studio, tre sale di montaggio e una piccola sala di proiezione.

Il sindacato instaura l'eguaglianza sociale. 

 

 In Spagna, un ladro si fa derubare dalla sua amante che fugge con il bottino dei milioni. Il ladro si fa giudicare colpevole e imprigionare. Dietro le sbarre il ladro si fa corteggiare a voler bene perché tutti pensano che egli ha nascosto il denaro e pensa di poterglielo far confessare.

 

I guadagni settimanali sono divisi in modo egualitario (e in funzione di un coefficiente legato alle ore lavorate) tra:

- attori, tecnici, proiezionisti, musicisti, ciclisti (che trasportano le bobine di sala in sala),

- Ai militanti del sindacato partiti per i fronti;

- "uomini" e "donne".

Un'altra parte degli introiti è ridistribuita prioritariamente ai rifugiati (una clinica è controllata dal sindacato) o alla scuola primaria dei figli di salariati dello spettacolo (Grupo escolar de Espectaculos publico). I biglietti d'ingresso sono stampati con il timbro sindacale bicolore (roso e nero). Le mance, le rivendite di biglietti, gli impresari... sono vietati.

cinema-Barrios_Bajos.jpeg

 

Gli abitanti di Barcellona vanno al cinema nelle sale Mikhail Bakunin (Coliseo); Francisco Ferrer y Guardia; sulla via Durruti (vecchia Gran Via) si trova la sala Durruti, la sala Francisco Ascaso è situata in via Vergara.

A Madrid il sindacato unico, lo SUICEP [1]- è cogestito dalla CNT e dalla UGT.

Dopo maggio 1937, il sindacato di Barcellona continuerà la sua opera malgrado le direttive del comitato nazionale della CNT e la passione distruttrice del ministro comunista della Generalitat della Catalogna, Juan Comorera, che vuole imporre la produzione sovietica e sradicare un'attività di propaganda autogestionaria che gli sfuggono.

Quest'attività avrà delle ripercussioni nel mondo del cinema internazionale. Eroll Flynn (con altri: Duke Ellington, Clark Gable, Marlene Dietrich) verrà a sostenere i suoi compagni e compatrioti arruolati nelle brigate internazionali. Un gruppo di artisti antifascisti newyorchesi produrrà qualche film di propaganda:

- Tierra de Espana (Spain Earth 1937), film di ispirazione comunista, diretto dall'Olandese Joris Ivens, i commenti sono di Ernest Hemingway e con la collaborazione di Orson Welles;

- Avec la Brigade Abraham Lincoln che raggruppava una parte dei combattenti nord-americani.

 

A Los Angeles, Hollywood non potrà sbarazzarsi dei suoi buon sentimenti (lotta contro il fascismo) e delle pressioni del capitalismo, risultato: uno o due melodrammi "all'acqua di rosa".

In Messico (unico paese che si rifiutò di riconoscere il governo di Franco) alcuni documentari saranno realizzati sulla necessità di accogliere i rifugiati che arrivano con i battelli.

In Francia, nella Belle équipe viene fatta un'allusione agli avvenimenti spagnoli. I documentari,i servizi giornalistici e i lungo metraggi prodotti dalla CNT serviranno per moltissime serate di sostegno alla Spagna antifascista. Nel 1936-1937, la SIA organizza molte decine di "proiezioni private" nella periferia parigina richiamando tra le 500 alle 1000 persone ogni volta. Queste riunioni permettono di raccogliere dei fondi, ecc.

 

cinema1.jpg

Biglietto d'ingresso per il cinema Paris a Barcellona

 

Tra i registi libertari conosciamo pochi compagni, tra di essi:

Armand Guerra, il cui vero nome è José Estivalis Calvo.

Nato a Valenza, il 4 gennaio 1886. Il suo passaggio al seminario ne fa un ateo convinto. Anarchico a 20 anni, parte per la Francia e partecipa alla creazione di La Coopérative du cinéma du peuple [La Cooperativa del cinema del popolo], fondata dalla CGT francese, per la quale realizza diversi film di cui due sono stati ritrovati alla cineteca di Parigi: Le Vieux Docker e La Commune. Regista, è anche attore nei suoi film. Durante gli anni 20, lavora a Berlino, allora capitale del cinema europeo, per gli studi dell'U.F.A. a Babelsberg sino alla sua espulsione nel 1932. Di nuovo in Spagna, registra la cronaca della sua propria esperienza, i suoi articoli raccolti costituiscono un punto di vista originale sul conflitto spagnolo: À travers la mitraille [2].

 

cinema2.jpg

 

Questo libro racconta i primi mesi della guerra e della rivoluzione in Spagna. Il 18 luglio, Armand Guerra raggiunge i locali della CNT di cui è membro allo scopo di prendere i suoi ordini: deve terminare il suo film per non far diventare disoccupati i lavoratori assunti per girare il film. Non appena terminato le scene mancanti, parte con una equipe di compagni per riprendere gli inizi della guerra.

 

cinema-armand_guerra.jpg  Armand Guerra

 

Nell'estate del 1936, realizza il suo ultimo film, Carnes de fieras prima di combattere per il fronte. Il 10 marzo del 1939, spossato, muore a Parigi. Lascia sua moglie e sua figlia, sole nella capitale. La cappa di piombo delle storie ufficiali franchiste e stalinista aggira del tutto questo percorso esemplare.

 

   Carne de Fieras (Carne di belve), 1936, di Armand Guerra. Film prodotto dalla CNT.

 

Adrien Porchet, cineasta svizzero.

 

Partecipa alla realizzazione di numerosi servizi giornalistici e documentari sui combattimenti e le realizzazioni in Aragona. Alla sconfitta del campo antifascista, ritorna in Svizzera e cede una parte dei suoi archivi al quotidiano statunitense Hérald Tribune. Narra i suoi ricordi a Michel Froideveaux nel 1981: Cinéaste sur le front d'Aragon [Cineasta sul fronte d'Aragona], [3].

Per Emmanuel Larraz [4], la produzione libertaria è contrassegnata da un violento antoclericalismo, l'esaltazione della dignità operaia, la coscienza che nel 1936 si svolgeva in Spagna la sorte dell'Europa e di tanto in tanto da un senso dell'unorismo assente in altre produzioni "politiche".

Durante la dittatura, i legami tessuti durante gli anni "rossi e neri" serviranno alla resistenza interna della CNT. Le sale cinematografiche erano uno dei rari luoghi a non poter essere visitati dalla polizia franchista, esse servivano da luogo di transito e consegna di materiale di propaganda (soprattutto per i fratelli Sabate).

Dopo la sconfitta, la "guerra di Spagna" ha ispirato molti lungometraggi: l'Espoir (titolo del libro di Malraux iniziato nel 1937); Mourir à Madrid documentario stalinista realizzato da F. Rossif (1966); Pour qui sonne le Glas; Land et Freedom (Ken Loach); Libertarias (film spagnolo ispirata al movimento Mujères Libres 1996); L'Ombre Rouge di J.-L. Comolli (l'azione si svolge nel 1937 in Francia); Et vient l'heure de la vengeance che si ispira alla storia di Francisco Sabate.

 

Sul lato documentari e archivi,  Un autre Futur , film in quattro parti di Richard Prost che traccia la storia della CNT dall'inizio del XX secolo alla morte di Franco. Ortiz, un général sans dieu ni maître: una lunga intervista di uno dei membri del gruppo Nosotros (Ariel Camacho, Phil Casoar, Laurent Guyot). Infine NO Pasaran, album souvenir (Henri François Imbert) un documentario sceneggiato sulla base di una decina di cartoline postali.

 

cinema-castilla_libertaria.jpg Manifesto per un film prodotto dalla SUICEP: Castille libertaire.

 

Wally Rosell

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

NOTE

[1] SUICEP: Sindicato Único de la Industria y Espectáculos Públicos; e FRIEP: Federación Regional de la Industria Cinematográfica y los Espectáculos Públicos.

[2] Eglise-Neuve-d'Issac Fédérop, 1996; traduzione Vincente Estivalis-Ricart.

[3] Discorso raccolto da Michel Froidevaux (Edition Noir), questo testo è disponibile al Cira, al Cda e sul sito internet Increvables anarchistes.

[4] Emmanuel Larraz, Le cinéma espagnol des origines à nos jours.

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Published by Ario Libert - in Cinema libertario
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30 giugno 2012 6 30 /06 /giugno /2012 05:00

Riforma sociale o rivoluzione?

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Nota introduttiva  di Lelio Basso a:

Riforma sociale o rivoluzione?


luxemburg_sozialreform_oder_revolution.jpegLo scritto che segue di Rosa Luxemburg è il primo contributo teorico da lei dato come militante della socialdemocrazia tedesca dopo la sua venuta in Germania. Prima di allora aveva lavorato come socialista polacca e le sue collaborazioni a riviste e giornali tedeschi erano dedicate principalmente a problemi polacchi o, comunque, a problemi di politica estera, e anche la sua attività pratica, dopo il suo arrivo in Germania, era stata dalla socialdemocrazia tedesca indirizzata verso il lavoro in seno alle popolazioni polacche del Reich tedesco. Ma il Bernsteindebatte, il grande dibattito sorto in quel periodo attorno agli articoli pubblicati da Bernstein sulla Neue Zeit, doveva offrirle l’occasione di rivelare la sua preparazione teorica ma soprattutto il taglio dialettico della sua mente e la sua formidabile tempra di polemista.
  
bernstein eduardCome è noto, il Bernsteindebatte fu l’occasione che obbligò la socialdemocrazia tedesca a porsi esplicitamente - non però a risolvere - tutta una serie di problemi che esistevano indipendentemente da Bernstein e che si possono riassumere nella frattura fra le formulazioni teoriche ufficiali della socialdemocrazia e la sua reale attività pratica. In teoria la socialdemocrazia riconosceva il marxismo come sua dottrina ispiratrice, soprattutto per merito di Engels che da Londra seguiva attentamente il movimento e di Kautsky che dal 1883 dirigeva la rivista Neue Zeit e attraverso di essa conduceva la battaglia per il trionfo dell’ideologia marxista: fra i capi del partito W. Liebknecht era di formazione marxista, e A. Bebel, che ne fu il leader fino alla vigilia della prima guerra mondiale, pur essendo di formazione lassalliana, si era poi convertito al marxismo. Tuttavia, anche per alcune deficienze proprie al vecchio Engels e soprattutto a Kautsky, il marxismo assimilato dalla socialdemocrazia tedesca aveva perso gran parte del suo mordente dialettico e del suo vigore rivoluzionario, e a seconda delle circostanze o dei temperamenti esso veniva interpretato come messianismo rivoluzionario o come la teoria che giustificava la partecipazione alle elezioni e al lavoro pratico quotidiano. Il programma approvato al congresso di Erfurt del 1891 aveva tentato di conciliare la duplice esigenza, ponendo una accanto all’altra una parte teorica contenente affermazioni rivoluzionarie e una parte pratica contenente un programma minimo d’azione, ma senza riuscire a realizzare un nesso effettivo fra le due parti. Il programma minimo non serviva affatto a preparare la crisi rivoluzionaria ma piuttosto ad attenderla, mentre la parte teorica non riusciva a definire una strategia proletaria e lasciava nel vago la conquista del potere [1].

August BebelIl risultato di questa incapacità di saldare i due momenti fu che mentre il partito si dedicava sempre più intensamente all’attività pratica quotidiana, la prospettiva rivoluzionaria appariva sempre più campata per aria e astratta dalla realtà. Ancora negli anni intorno al ‘90 questa prospettiva era sembrata ai dirigenti socialdemocratici molto vicina, addirittura calcolabile con “matematica certezza” [2] e Bebel diceva al congresso di Erfurt: “Io sono convinto che la realizzazione dei nostri scopi è
così vicina che pochi sono in questa sala che non vivranno quei giorni”[3]. Tuttavia, poiché nello stesso tempo la socialdemocrazia rinunciava all’insurrezione di strada, la prospettiva rivoluzionaria rimaneva legata o a un crollo del sistema capitalistico determinato da una grave crisi economica, cioè a un meccanismo indipendente dall’azione del proletariato, o alla conquista di una maggioranza parlamentare.

bismarck.jpgSenonché la prima di queste due alternative sembrava dileguarsi proprio in quello stesso torno di tempo: la Germania stava allora attraversando un periodo di prosperità economica. Dal quarto posto che essa occupava fra i paesi industriali nel 1870, passava al terzo intorno al 1890 e al secondo intorno al 1900. Il volto economico dei paese mutava rapidamente: il processo di concentrazione celebrava i suoi trionfi nell’industria del ferro, dell’acciaio e del carbone, nonché nella chimica e nell’elettrotecnica, ponendo le basi di una politica imperialistica che doveva estrinsecarsi nel commercio estero, nelle conquiste coloniali, nella politica internazionale, nella corsa al riarmo. Contropartita di questa espansione capitalistica erano un aumento dei salari reali, che pur rimanevano bassi ma che comunque smentivano le teorie ancora di moda della miseria crescente, e lo sviluppo delle assicurazioni sociali, volute già prima da Bismarck, che presentavano alle masse la faccia paternalistica dello Stato. Le probabilità di una crisi economica catastrofica o anche di una crisi tout courtapparivano sempre minori agli stessi socialisti: la teoria marxista delle crisi sembrava ricevere un duro colpo. 

Franz MehringAgli occhi di molti una sola strada di accesso al potere si presentava come possibile: la conquista di una maggioranza parlamentare. Ancora nel 1893 Mehring aveva protestato nella Neue Zeit contro questa utopia: “L’idea che la maggioranza di un parlamento borghese, sia pure formata da operai coscienti, possa una volta aprire la strada alla società socialista, è come un coltello a cui manchi sia il manico che la lama. Solo quando la fede delle masse nel parlamentarismo borghese è morta del tutto, si apre la strada verso l’avvenire” [4].

Kautsky-copia-1Ma Kautsky aveva reagito [5] e lo stesso Engels aveva molto concesso agli entusiasmi parlamentaristici. L’esperienza doveva invece confermare il nocciolo di verità che era nella posizione di Mehring quando non la si intenda come rifiuto della lotta parlamentare ma come rifiuto di riconoscere in essa la via al socialismo. La parlamentarizzazione dei partiti socialisti ha indubbiamente contribuito in modo notevole al trionfo dell’opportunismo: per conquistare seggi parlamentari occorre infatti estendere l’influenza del partito a strati più vasti di popolazione e ciò avviene troppo spesso non conquistando la coscienza di questi strati al socialismo ma adattando il socialismo alla mentalità e ai bisogni pratici di questi strati. Ma se la parlamentarizzazione del partito allontanava, anziché avvicinare, la prospettiva socialista, essa permetteva tuttavia di conseguire, attraverso l’accresciuta influenza del partito, scopi più vicini.
Appaiono casi evidenti in questo periodo le due componenti fondamentali del revisionismo: da un lato la possibilità di sfruttare la congiuntura economica per conquistare miglioramenti del tenore di vita, e quindi un accresciuto interesse per gli scopi pratici immediati, per la lotta quotidiana; dall’altro la speranza di utilizzare le istituzioni rappresentative per accrescere l’influenza del partito sul potere politico. A misura che questi due tipi di azione sembrano incidere sempre più efficacemente nella realtà immediata e creano condizioni di vita sempre più tollerabili a larghi strati delle masse, la prospettiva rivoluzionaria viene perdendo di interesse e il movimento operaio orienta sempre più i suoi sforzi verso gli scopi immediati, all’interno cioè della società capitalistica: la subordinazione della socialdemocrazia al capitalismo, nonostante le professioni di fede ripetute di congresso in congresso, appare già allora evidente.

Quando Bernstein incominciò a scrivere i suoi articoli, la prassi del partito era già di fatto dominata dall’opportunismo. Di una svolta politica in senso possibilistico si era fatto portavoce il leader della socialdemocrazia bavarese, von Vollmar, fin dal 1891, con due discorsi in cui poneva l’accento proprio sui compiti immediati[6]: la socialdemocrazia, egli sosteneva, doveva rinunciare alle discussioni “teoriche” sul domani per concentrare tutta la sua forza “sulle cose immediate e più urgenti”, ma in pari tempo egli pagava il prezzo di questo suo possibilismo accettando la politica estera del governo, presentando la Triplice Alleanza come strumento di pace e lasciando intendere che in caso di guerra la socialdemocrazia avrebbe collaborato alla difesa del paese. Era già in nuce in questo discorso quella che sarà la linea del progressivo cedimento della socialdemocrazia fino alla capitolazione del 1914. Ma quando von Vollmar fu attaccato per le tesi sostenute, egli poté rispondere non senza fondamento che in realtà non aveva fatto altro che prospettare quella che era già la prassi del partito, giudizio che sarà confermato dalla più recente storiografia. “Il “revisionismo” è solo un debole riflesso di questa molteplice prassi riformistica. Non gli Schippel, Bernstein, Heine, Calwer e Hildebrand, ma i Vollmar, Grillenberger, Auer, Kloss, v. Elm, Legien, Leipart, Hué, Dr. Südekum, Ebert, Scheidemann, Keil e Löbe, non gli accademici revisionisti dei “Sozialistischen Monatshefte”, ma i segretari del lavoro e i dirigenti sindacali, i consiglieri comunali e i deputati dei Landtag, i portatori, in ultima analisi inattaccabili perché insostituibili, del lavoro politico di ogni giorno, determinavano il carattere del partito, che già prima del ‘900 si era mutato essenzialmente in un lavoro pratico di partito con alcune frasi rivoluzionarie non prese sul serio” [7].
Contribuivano a questa svolta in modo particolare le regioni meridionali dove l’industria era meno sviluppata e meno sviluppata quindi la classe operaia, e dove i voti dovevano essere pescati fra i piccoli borghesi e i contadini: per questo Vollmar, bavarese, si era fatto promotore di un programma agrario che tenesse conto degli interessi dei grossi e medi contadini. E a misura che il partito, grazie a questa sua politica di adattamento, acquisiva maggior forza elettorale e offuscava la sua originaria natura classista, affluivano ad esso nuovi ceti piccoloborghesi, attratti in parte dall’ambizione della carriera e del successo e in parte dalla funzione democratico-borghese che il partite obiettivamente assolveva. E fin dal 1892, appena due anni dopo la fine della legge eccezionale, Hans Müller poteva parlare di una lotta di classe all’interno della socialdemocrazia notando l’ingresso nel partito di elementi “senza nessun sentimento rivoluzionario e senza sensibilità proletaria, strati sociali che non solo non pensano ad eliminare radicalmente l’attuale ordinamento economico, ma che mirano a procurarsi all’interno di esso una posizione migliore" [8].
Sicché mentre i dirigenti del partito continuavano ad usare la terminologia tradizionale e a pagare il dovuto tributo verbale al marxismo, il partito subiva in quegli anni una trasformazione profonda sotto la pressione soprattutto degli eletti nelle assemblee locali, dei funzionari periferici e dei sindacalisti. E mentre al Landtag bavarese già nel 1894 il gruppo parlamentare arrivava a votare il bilancio, attirandosi il biasimo del successivo congresso nazionale del partito a Francoforte, nel Baden la socialdemocrazia locale dava vita al più avanzato esperimento di collaborazione con partiti borghesi al governo. Nello stesso tempo i sindacati cercavano di scuotersi di dosso la tutela ideologica e politica del partito; al congresso sindacale di Francoforte Theodor Leipart esprimeva un sentimento diffuso quando diceva: “Lasciateci tranquillamente entrare nella società borghese a rappresentare i nostri diritti e rivendicazioni come cittadini a parità di diritto, come fanno gli altri ceti e partiti” [9].Quanto più si abbandonava la prospettiva del socialismo proiettandola lontano nel tempo, tanto più si affermava logicamente la tendenza a migliorare le condizioni attuali: la scissione fra l’avvenire e il presente si faceva sempre più completa [10]. E naturalmente il funzionario medio del partito non si occupava che del presente che lo toccava da vicino [11].
Il processo era più lento ma non meno evidente in sede di parlamento nazionale dove il partito doveva fare i conti con le sue tradizioni, con la vigilanza dei militanti più coscienti, con le deliberazioni dei suoi congressi. Tuttavia anche in questa sede si sviluppava l’offensiva revisionistica contro la linea ufficiale del partito e si può dire che ad ogni campagna elettorale il desiderio di estendere la propria clientela elettorale provocasse nuove brecce non solo nella dottrina ma nella politica del partito. Cominciò Max Schippel sostenendo la necessità di votare le spese militari per non lasciare i soldati tedeschi esposti a maggiore pericolo in caso di guerra; in appoggio a questa tesi, Heine, deputato di Berlino, enunciò la teoria della “compensazione” per cui i socialdemocratici avrebbero dovuto negoziare il loro voto contro concessioni nel campo della politica sociale; Schippel ancora si fece sostenitore di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali. E nonostante che il partito in generale condannasse queste prese di posizione, lo spirito revisionistico che le animava finiva con il permeare di sé tutta l’attività quotidiana del partito, creando quella scissione ufficiale fra la dottrina e la pratica che Bernstein si propose appunto di colmare sottoponendo a revisione anche la dottrina marxista.
Ciò facendo peraltro egli provocava un conflitto aperto: se i dirigenti avevano potuto fin allora far finta di non vedere il carattere revisionistico della prassi e mascherare sotto le frasi tradizionali la frattura fra pratica e teoria, fra lotta quotidiana e scopo finale, fra presente e avvenire, che il programma di Erfurt non era riuscito a superare, la sortita di Bernstein sul terreno della dottrina li obbligava a prendere aperta posizione. Ciò del resto aveva visto chiaramente uno dei vecchi dirigenti, che nella direzione del partito rappresentava nettamente la tendenza di destra, Ignazio Auer, il quale scriveva a Bernstein: “Ritieni realmente possibile che un partito, che ha una letteratura vecchia di 50 anni, un’organizzazione vecchia di quasi 40 una tradizione ancora più vecchia, possa fare un tale mutamento in un batter d’occhio? (...) Mio caro Ede, quel che tu chiedi, non si vota neppure si dice, ma si fa. Tutta la nostra attività - persino quella svolta sotto la legge vergognosa - è stata l’attività di un partito socialdemocratico riformista. Un partito che deve fare i conti con le masse, non può essere assolutamente diverso” [12].
Anche Rosa Luxemburg fu invasa dal sacro fuoco della polemica: “Sono pronta a dare la metà della mia vita per questo articolo (contro Bernstein, n. d. L. B.), tanto ce l’ho con lui” scrive a Jogisches da Berlino il 2 agosto 1898 [14]. E mentre da un lato è premuta dalla fretta di scrivere perché altri non dica prima le cose che essa vuol dire (“bisogna lavorare in fretta perché tutto il lavoro sarà inutile se qualcuno lo farà prima di noi”, dice nella stessa lettera), dall’altro lato sente che bisogna contrapporre a Bernstein non argomenti marginali, come essa rimprovera a Plekhanov di aver fatto (“ho trascurato Bernstein, ed ecco che è già uscito Plekhanov e perciò devo ora lavorare senza fiato [...] Mi spiace soltanto che Pl. si sia limitato ai problemi che hanno minore importanza per il partito e di cui non intendevo occuparmi. Bisogna fare in fretta questo mio articolo; fra due settimane dovrà essere pronto”, lettera del 3 agosto 1898 a Jogisches, ibid.), ma tali da colpire al cuore il revisionismo, cioè “dimostrare positivamente che il capitalismo deve spaccarsi la testa” (lettera del 2 agosto cit.).
Tuttavia il lavoro non è facile: “diamine, è un gran lavoro, non si sa dove mordere per prima” (lettera del 4 o 5 luglio, ibid.): “la sera lavoro su Bernstein, che fulmini, che cosa difficile. Oh, mi fa male la testa!” (lettera del 10 luglio, ibid.). Ma quanto più sente le difficoltà, tanto più sente l’importanza e l’urgenza del suo articolo che deve permetterle l’ingresso a bandiere spiegate nella socialdemocrazia tedesca e in primo luogo conquistarle un mandato al prossimo congresso e permetterle di prendervi la parola: “se riuscirà il mio articolo su Bernstein, esso stesso sarà il mio mandato migliore e allora potrò andare tranquilla a Stoccarda” (lettera del 3 agosto, ibid.). Tuttavia alla difficoltà della materia si aggiunge anche la sempre cagionevole salute: “la penna mi cade proprio di mano; in parte è colpa della debolezza: dopo avere scritto una cartolina così, appena respiro, e le poche forze devo risparmiarle per l’articolo su Bern”. (lettera del 12 agosto, ibid.). E ancora: “Ti scrivo a letto, o piuttosto su un divano-letto, distesa - è già il quinto giorno che non posso alzarmi e non mangio proprio nulla. Oggi però comincio a sentirmi meglio - posso già bere il tè con latte e spero man mano di tornare in forma. Che mi arrabbi a causa di questa pausa nel lavoro puoi indovinarlo da te” (lettera del 2 settembre in Z pola walki 1962, n. 1 [17], pp. 145-182).

Finalmente il lavoro fu ultimato ma era troppo tardi per poter essere pubblicato nella Neue Zeit prima del congresso. “Allora mi sono messa e in due giorni ho scritto una serie di articoli per la Leipziger Volkszeitung” (lettera 17 settembre, ibid.). La serie apparve in sette numeri del giornale, dal 21 al 28 settembre, e fu una vera rivelazione per i marxisti tedeschi: Parvus, Schonlank, Clara Zetkin non esitarono a manifestare il loro entusiasmo. E prima ancora che la pubblicazione fosse terminata, la commissione stampa del partito approvava all’unanimità la nomina di Rosa Luxemburg alla direzione del quotidiano socialista di Dresda, la Sächsische Arbeiterzeitung.
Il dibattito rimbalzò dalla stampa al congresso di Stoccarda, ove Bebel, Kautsky, Schönlank, Clara Zetkin, la Luxemburg ed altri intervennero contro le teorie bernsteiniane che furono difese da von Vollmar, Heine, Gradnauer, Auer, ecc., e la decisione fu che il dibattito dovesse continuare sulla stampa. Fu allora che Bernstein presentò il suo punto di vista in forma organica nel suo libro Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie (Stoccarda, 1899), che diede il via a un secondo dibattito nel quale Kautsky intervenne con il suo libro Bernstein und das sozialdemokratische Programm (Stoccarda, 1899) e Rosa Luxemburg con una seconda serie di 5 articoli che apparvero ancora nella Leipziger Volkszeitung dal 4 all’8 aprile 1899. Anche questa volta il successo fu notevole: gli articoli furono immediatamente riprodotti in una serie di giornali (Bergische Arbeitersstimme di Solingen, Der Weckruf di Essen, Aachener Volksblatt di Acquisgrana); Antonio Labriola e Guglielmo Liebknecht scrissero al giornate per ricevere a casa la collezione degli articoli, e prima che la serie fosse terminata l’editore Heinisch si offerse di pubblicarla in volume insieme alla prima serie e con l’aggiunta di una prefazione. L’autrice vi aggiunse altresì in appendice i suoi articoli sulla milizia e il militarismo e il libro fu pronto in capo a poche settimane, con il titolo Sozialreform oder Revolution? Una seconda edizione curata dall’autrice che vi apportò alcune modifiche apparve nel 1908 ed è su questa seconda edizione che è condotta la nostra traduzione.
Non crediamo di dover dare in questa sede un riassunto delle teorie bernsteiniane: in sostanza Bernstein partiva da una serie di statistiche e di dati empirici per attaccare la concezione marxista: negando la concentrazione capitalistica (egli vedeva nelle società anonime un fenomeno di diffusione e quindi di decentrazione capitalistica anziché di concentrazione), e la riduzione dei lavoratori alla condizione salariata attraverso la scomparsa delle classi medie indipendenti, egli negava i fondamenti oggettivi della rivoluzione socialista. Esclusi questi fondamenti oggettivi, Bernstein negava qualsiasi validità alla previsione marxista: per lui, al contrario, il capitalismo aveva trovato il modo di adattarsi alle necessità storiche, di liberarsi dalle crisi ricorrenti, e di assicurare la propria sopravvivenza eliminando a poco a poco le proprie difficoltà e i propri lati negativi. Compito del movimento operaio doveva quindi esser quello di utilizzare tutte le possibilità che gli si offrivano di migliorare la propria condizione di vita nell’ambito della società attuale, senza proporsi fini lontani: i sindacati, le cooperative e la democrazia parlamentare erano le armi che dovevano permettere questo graduale e sicuro, miglioramento. La tattica più acconcia per conseguire questi risultati doveva essere quella di appoggiare l’espansione economica capitalistica: in questo senso Bernstein è favorevole anche al colonialismo [15]. Naturalmente il miglioramento delle condizioni generali di vita, lo sviluppo della democrazia, la lotta contro i lati peggiori del capitalismo non potevano essere monopolio degli operai: non si trattava di una questione di classi ma di ideali democratici che non possono essere prerogativa di un solo ceto sociale. “Bisogna che la socialdemocrazia abbia il coraggio di emanciparsi dalla fraseologia del passato e di voler apparire ciò che attualmente essa è in realtà: un partito di riforme democratiche e socialiste” [16].
Come giustamente osserva Mehring, la risposta più efficace Bernstein l’ha avuta dalla storia. Accecato dalla prosperità di quegli anni, aveva dichiarato che difficilmente vi sarebbero state ancora delle crisi economiche generali, e viceversa una nuova crisi arrivò subito agli inizi del secolo; aveva annunciato che i sindacati avrebbero gradualmente espropriato i profitti a favore dei salari e invece si ebbe l’impetuoso sviluppo dell’accumulazione capitalistica; aveva suggerito alla socialdemocrazia di trasformarsi in un partito democratico che stringesse alleanze con la borghesia rimasta sana per migliorare progressivamente il regime e le elezioni del 1903 gli diedero una pesante risposta [17]. Se Mehring fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto aggiungere a queste considerazioni le esperienze successive: due guerre mondiali, la sconvolgente crisi economica del 1929 e anni successivi, infine la feroce dittatura nazista hanno fatto definitiva giustizia di tutte le illusioni e di tutti gli ottimismi revisionistici, mostrando quanto profonde radici abbiano le contraddizioni capitalistiche, quanto instabile sia la prosperità, quanto insicura la democrazia, quanto incerto il progresso sociale sul fondamento delle attuali strutture. In realtà le statistiche e i dati invocati da Bernstein a sostegno delle sue tesi erano talvolta insufficienti, talvolta male interpretati dall’autore, talvolta invece validi in relazione a una conclusione specifica, ma non era questo il difetto principale del libro; come doveva rimproverargli Rosa Luxemburg il difetto principale del libro era nel metodo, nelrifiuto della dialettica [18],nell’isolamento dei fatti, nell’incapacità di riconoscere in tal modo le tendenze di fondo contraddittorie della società capitalistica, e nella contrapposizione che ne derivava fra la realtà immediata e gli sviluppi futuri, fra la lotta quotidiana socialista e l’obiettivo rivoluzionario.

“Il compito di chiarire la relazione fra tattica riformistica e scopo rivoluzionario dei partito, - ha scritto Schorske, - spettò a una nuova venuta alla socialdemocrazia tedesca: Rosa Luxemburg (1871-1919). Questa giovane donna straordinaria era destinata a giocare un ruolo di primo piano nella rivitalizzazione della tradizione rivoluzionaria nella socialdemocrazia. Essa combinava una delle menti analitiche più penetranti del suo tempo con un calore immaginativo che fanno i suoi scritti unici nella letteratura marxista”.[19]E analogamente Frölich: “Chi conosce la letteratura socialista di quel tempo si stupirà sempre di nuovo della chiarezza con cui l’autrice vede dinanzi ai suoi occhi lo sviluppo sociale, della sua sovrana padronanza del marxismo e dell’originalità e pulsante vivacità con cui lo usa per i problemi attuali.
(...) Il pensiero tattico fondamentale di Rosa Luxemburg abbraccia in poche parole l’intera arte della politica rivoluzionaria: è necessario unire organicamente la soluzione dei compiti pratici quotidiani con lo scopo finale. Cioè considerare la lotta di classe come un compito della strategia politica. E questo era di grande importanza in un tempo in cui non si distingueva fra strategia e tattica, ma si contrapponevano gli uni all’altra i principi e la tattica e si dichiarava di pertinenza della tattica e con ciò si giustificava qualunque opportunismo, qualunque azione che contraddicesse ai principi” [20].
Il valore dello scritto di Rosa Luxemburg non è quindi tanto legato alla polemica contingente e parecchie delle sue affermazioni possono essere state- smentite dai fatti, parecchi dei suoi giudizi contraddetti dalla realtà. Il valore essenziale di questo scritto è nel metodo, e il metodo è tuttora valido, anzi più importante oggi che la pratica dell’opportunismo, battezzato come “realismo politico” o anche “politica delle cose”, ha devastato pressoché tutto il movimento operaio occidentale. Conseguenza logica dell’impostazione di Rosa Luxemburg era, come si vedrà, che il revisionismo e l’opportunismo sono una manifestazione del pensiero e della politica borghesi e che, come tali, non possono avere cittadinanza in seno alla socialdemocrazia. Perciò nella prima edizione dello scritto si chiedeva l’esclusione di Bernstein dal partito. Il congresso di Hannover del 1899, in cui il dibattito fu ripreso, votò una risoluzione proposta da Bebel che condannava le proposizioni bernsteiniane, negava che il partito dovesse rivedere le proprie dottrine, riaffermava la fedeltà alla lotta di classe e all’obiettivo della conquista del potere, ma in sostanza lasciava tutto come prima: il programma di Erfurt con le sue contraddizioni, la prassi riformistica nell’azione quotidiana e la presenza di Bernstein e dei revisionisti in seno al partito. Quando uscì la seconda edizione del libro, la domanda di esclusione di Bernstein dal partito non avrebbe più potuto proporsi: il revisionismo aveva di fatto conquistato il partito.

 

Lelio Basso

 

LINK allo scritto di Lelio Basso:

Nota introduttiva a: "Riforma sociale o rivoluzione?

 

 

LINK allo scritto della Luxemburg:

Riforma sociale o rivoluzione?

 

 

[A cura di Ario Libert]


 

NOTE

[1]
Secondo E. Matthias (Kautsky und der Kautskynismus, cit.), la parte teorica in quanto conteneva la dimostrazione, sia pure data in termini evoluzionistici e non marxisti, del futuro avvento del socialismo, aveva essenzialmente lo scopo di mantenere vivo l’entusiasmo delle masse e di tenerle con ciò legate al partito, che in pratica faceva solo la politica del giorno per giorno, una specie di surrogato dei paradiso dei credenti.

[2] F. ENGELS, Der Sozialismus in Deutschland in Die Neue Zeit, X (1891-92), 1, n. 19, pp. 580-589.

[3] Protokoll über die Verhandlungen des Parteitages der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands - Abgehalten zu Erfurt vom 14. bis 20. Oktober 1891, Berlino, 1891, p. 172. E ancora: “Noi non abbiamo da far altro che attendere il momento in cui il potere cadrà nelle nostre mani” (ibid.).

[4] Der neue Reichstag in Die Neue Zeit XI (1892-93), 2, fasc. 42.

[5] K. KAUTSKY, Der Parlamentarismus, die Volksgesetzgebung und die Sozialdemokratie, Stoccarda, 1893. 

[6] I discorsi furono pubblicati in opuscolo il cui titolo era appunto riferito ai compiti immediati: Über die nächsten Aufgaben der deutschen Sozialdemokratie. Zwei Reden gehalten am 1. Juni und 6. Juli in “Eldorado” zu München (Monaco, 1891).

[7] G. A. RITTER, op. cit., p. 187.

[8] H. MÜLLER, Der Klassenkampf in der deutschen Sozialdemokratie, Zurigo, 1892, p. 25.

[9] Protokoll des dritten Kongresses der Gewerkschaften Deutschlands. Abgehalten zu Frankfurt a.M. vom 8. bis 13. Mai 1899 (Amburgo, s.d., p. 113).

[10] G. A. RITTER, op. cit., p. 160, nota, ricorda che al congresso di Gottinga del sindacato lavoranti in legno un oratore ebbe a dire espressamente che, poiché lo Stato dell’avvenire non era da attendersi dall’oggi al domani, e noi dobbiamo metterci in grado di resistere nelle attuali condizioni”. V. anche nella lettera di Adler a Bebel dell’8 settembre 1903 in V. ADLER, Briefweehsel, cit., p. 421-22, l’accenno alla tendenza che si sviluppa nei lavoratori a “godersi tranquillamente quello che si è guadagnato, a poter vivere una buona volta come gli altri”.

[11] La socialdemocrazia ufficiale tedesca dell’anteguerra, il cui rappresentante era Augusto Bebel, univa così ad una grande attività politico-sociale un formale passivo radicalismo in tutti gli altri campi della vita pubblica. Il medio funzionario socialdemocratico non aveva nessun intrinseco rapporto con i problemi di politica estera e quelli militari, della scuola e della giustizia e nemmeno con quelli dell’economia in generale, specialmente riguardo alla questione agraria. Egli non immaginava mai che sarebbe venuto il giorno in cui lui, il socialdemocratico, avrebbe dovuto risolvere tutti questi problemi; a lui stava a cuore tutto ciò che si riferiva in senso stretto agli interessi professionali dell’operaio industriale e in ciò era abile ed attivo. Quello che, forse, subito dopo lo interessava era al più la questione del diritto elettorale” (A.ROSENBERG, Storia, cit., pp. 14-15).

[12] E. BERNSTEIN, Ignaz Auer, der Führer, Freund und Berater in Sozialistische Monatshefte, 1907, 1, p. 345.

[13] Cunow e Plekhanov nella Neue Zeit, Parvus nella Sächsische Arbeiterzeitung Mehring nella Leipziger Volkszeitung.

[14] In Z pola walki, 1961, n. 3, pp. 128-161.

[15] Poiché alcuni giornali sono andati più in là ancora e hanno dichiarato che il partito doveva condannare in tutte le circostanze e in principio l’acquisizione della baia (di Kiao-ciao, nd. L.B.), debbo dire che io non condivido assolutamente questo modo di vedere (E. BERNSTEIN, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stoccarda, 1899, p. 146). “Sotto questo punto di vista la socialdemocrazia non avrebbe assolutamente nulla da temere dalla politica coloniale della Germania. Poiché lo sviluppo delle colonie che la Germania ha conquistato (e di quelle che eventualmente dovesse conquistare ancora si può dire la stessa cosa) prenderà talmente tanto tempo che ancora durante lunghi anni non si potrà parlare di una influenza notevole sulle condizioni sociali della Germania, io dico che proprio per questa ragione la socialdemocrazia tedesca può guardare senza partito preso anche il problema delle colonie” (ibid., p. 149).

[16] Ibid., p. 165.

[17] F. MEHRING, Storia della socialdemocrazia tedesca, II, Roma, 1961, p. 762.

[18] Ciò che Marx e Engels hanno prodotto di grande, l’hanno prodotto non grazie alla dialettica hegeliana, ma malgrado essa” (Die Voraussetzungen, cit., p. 36).

[19] C. E. SCHORSKE, op. cit., p. 21.

[20] R. LUXEMBURG, GW, Bd. III: Gegen den Reformismus, eingeleitet und bearbeitet von Paul Frölich, p. 21.

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22 giugno 2012 5 22 /06 /giugno /2012 05:00

Il Buon Soldato Sc'vèik

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di Jaroslav Hašek 

 

 

Capitolo I  - Come ebbe luogo l'intervento del buon soldato Sc'vèik nella guerra mondiale 

 

 "Sicché ci hanno ammazzato Ferdinando", disse la fantesca al signor Sc'vèik, che avendo lasciato da qualche anno il servizio nell'esercito per essere stato dichiarato idiota dalla commissione medica militare, ora viveva vendendo degli orribili cani, ibridi mostri pei quali compilava delle fittizie genealogie.

Come se questa occupazione non bastasse, era affetto da reumatismi, e proprio in quel momento si stava frizionando  le ginocchia con l'unguendo di opodeldok.

sc-veik-frizioni-ginocchia.jpg 

"Quale Ferdinando, signora Müller" domandò Sc'vèik senza cessare di massaggiarsi le ginocchia. "Io conosco due Ferdinandi: il primo è commesso dal droghiere Prušy, e una volta si bevve per sbaglio una bottiglia di lozione per capelli; e poi conosco anche Ferdinando Kókoška, che raccoglie lo sterco di cane. Per tutti e due non sarebbe un gran male".

"Ma nossignore: l'arciduca Ferdinando, quello di Kónopište [1], così grosso e così religioso...".

"Gesummaria!" esclamò Sc'vèik. "Questa sì che è bella! E dov'è che gli è capitata questa faccenda, all'arciduca?".

sarajevo.jpg"Gli hanno sparato addosso a Sarajevo, con la rivoltella, signor mio, mentre se n'andava in automobile con l'arciduchessa". 

"Guarda un po', in automobile, signora Müller. Un tale si permette l'automobile e non va certo a pensare che una girata in automobile vada a finir così male. E come se non bastasse ciò va a capitargli a Sarajevo, che è in Bosnia, signora Müller. La colpa non può essere che dei Turchi. Noi abbiamo fatto proprio male a prender loro la Bosnia-Erzegovina. Chi la fa l'aspetti, signora Müller. Così ora il signor arciduca se la riposa nella pace di Dio. Ma ha sofferto molto?". 

sc-veik11.jpg"Il signor arciduca è morto sul colpo, signor mio. Si sa bene che una rivoltella non è un balocco. Non è mica molto che un signore su da noi al quartiere di Nusle si è messo a scherzare con una rivoltella ed ha ammazzato tutta la famiglia, più il portiere che era salito a vedere chi era che sparava al terzo piano".

sc-veik24.jpg"Ci son delle rivoltelle, signora Müller, che non vi fanno male neppure se s'impazza perché sparino. Di tali sistemi ce n'è un subisso. Ma si vede che per l'arciduca si son procurati qualcosa di meglio, e ci scommetterei, signora Müller, che l'uomo che ha fatto il colpo s'era vestito bene apposta. Si sa che sparare addosso a un arciduca è una faccenda piuttosto difficoltosa, e che si tratta di ben altra cosa di quando un bracconiere tira ad una guardia campestre. E poi ad un signore come quello non si ci può mica presentare vestiti da straccioni; bisogna portare il cilindro, altrimenti un poliziotto vi porta via".

"Pare che fossero in parecchi, signor mio".

luccheni.jpg"Questo si capisce da sé, signora Müller, disse Sc'vèik quand'ebbe finito le sue frizioni alle ginocchia. "Anche voi, se vi venisse voglia d'ammazzare un arciduca o un imperatore, la prima cosa che fareste sarebbe d'andare a chieder consiglio a qualcuno. Più sono le persone, più è il giudizio. Chi propone una cosa, chi un'altra e allora 'l'opera riesce', come dice il nostro inno nazionale. La cosa più importante è di cogliere il momento giusto, quando un simile personaggio vi passa davanti. Vi rammentate per esempio di quel signor Luccheni che trafisse la nostra defunta Elisabetta a colpi di lima? Era andato a fare una passeggiata con lei. Fidatevi della gente, signora Müller. D'allora in poi non c'è più un'imperatrice che si permetta una passeggiata. E la faccenda capiterà ancora a molte persone. Vedrete, signora Müller, che raggiungeranno anche lo zar e la zarina, e può darsi, che Dio ci salvi, anche il nostro grazioso sovrano, visto che hanno cominciato con suo zio. Il nostro vecchio sovrano ha molti nemici, molti più dello stesso Ferdinando. È quello che diceva pochi giorni or sono un signore all'osteria, che verrà un bel giorno che tutti questi imperatori capitomboleranno l'uno dietro l'altro e che non ci potrà far nulla nemmeno il procuratore generale. Poi non aveva da pagare il conto, e allora l'oste ha dovuto farlo arrestare, ma lui ha dato uno schiaffo al padrone e due all'agente. Allora l'hanno portato in gattabuia perché riacquistasse la memoria. Sicuro, signora Müller, ne succedono delle belle oggigiorno! Tutte perdite per l'Austria. Quand'ero militare, un soldato di fanteria ammazzò il capitano. Caricò il fucile e si recò in fureria. Qui gli dissero che non aveva nulla a che fare, ma lui insisté dicendo di dover parlare col capitano. Allora il capitano uscì fuori e subitogli affibbiò una consegna; lui a sua volta impugnò il fucile e lo colpì proprio al cuore. La palla uscì fuori dalla schiena del signor capitano e fece ancora dei danni in fureria: frantumò una bottiglia d'inchiostro e macchiò tutte le carte d'ufficio".

Elisabetta-d-Austria.jpg"E quel soldato come finì?" chiese dopo una pausa la signora Müller, mentra Sc'vèik si rivestiva.

"S'impiccò con le bretelle", disse Sc'vèik lustrando con forza il suo cappello duro.

"Anzi con un paio di bretelle che non erano neppure le sue. Se le fece imprestare dal secondino, con la scusa che gli cascavano i pantaloni. Avrebbe forse dovuto aver pazienza fino al plotone d'esecuzione? Si sa bene, signora Müller, che in casi come questi chiunque perderebbe la testa. Il secondino fu degradato e si buscò sei mesi di prigione, ma riuscì a cavarsela: fuggì in Svizzera, ed ora è predicatore di non so quale chiesa. Oggigiorno c'è poca gente per bene, signora Müller. Io mi figuro che anche al signor arciduca a Sarajevo è successo d'ingannarsi a proposito dell'uomno che gli ha sparato. Ha visto una persona e s'è detto: 'Costui è certo un buon uomo che vuol gridarmi evviva'. E invece quell'uomo l'ha abbattuto. Gli ha tirato un colpo solo o più d'uno?".

"I giornali dicono, signor mio, che l'arciduca è rimasto bucato come un crivello. Quel tale gli ha sparato addosso tutte le sue cartucce".

le brave soldat schweik joseph lada"Oh, son cose che si fanno alla svelta, signora Müller, terribilmente alla svelta. Io in un caso simile mi comprerei una browning. Ha l'aria d'un ballocco: eppure con quel ballocco voi potete ammazzare in un paio di minuti una ventina d'arciduchi, grassi e magri. Quantunque, sia detto fra noi, signora Müller, sia più facile cogliere un arciduca grasso che uno magro. Come se per esempio vi ricordate quando ammazzarono il loro re in Portogallo, ch'era altrettanto grosso del nostro arciduca. Ma purtroppo un re come fa ad essere magro? Beh: io me ne vo all'Osteria del Calice; e se venisse qualcuno a ritirare quel cucciolo per il quale ho già riscosso un acconto, ditegli che lo tengo nel mio canile in campagna, che gli ho tagliato le orecchie e che non è in grado di viaggiare perché non le si sono ancora guarite, e prenderebbero freddo. La chiave consegnala alla portinaia".

svejkAll'Osteria del Calice c'era un solo cliente. Era l'agente in borghese Bretschneider, che serviva nella sezione politica. L'oste Palivec lavava i bicchieri, e Bretschneider si faceva inutilmente in quattro per attaccare con lui una conversazione di qualche importanza.

svejk2Palivec era celebre per il suo turpiloquio: in ogni suo discorso una parola su due era cazzo o merda. Come se non bastasse, era un po' letterato e consigliava a tutti di leggere ciò che aveva scritto riguardo al secondo soggetto Victor Hugo citando la risposta finale fatta agli inglesi dalla vecchia guardia napoleonica nella battaglia di Waterloo.

"Che bella stagione che abbiamo" disse Bretschneider cercando di riattaccare la conversazione "di qualche importanza".

sc-veik03.jpg"Non me ne importa una merda", rispose Palivec, riordinando  i bicchieri nella credenza.

"Ce ne hanno combinato delle belle, laggiù a Sarajevo," riprese a dire con un filo di speranza Bretschneider.

"In quale 'Sarajevo'?" domandò Palivec. "In quella bottiglieria di Nusle? Là si pestano ogni giorno: si sa bene che razza di quartiere è Nusle".

"Ma io intendo parlare di Sarajevo in Bosnia, padrone! È lì che hanno ammazzato l'arciduca Ferdinando. Che ne dite?".

sc-veik14.jpg"Io non m'immischio di tali faccende e chi me ne volesse fare immischiare, venga pure a leccarmi il culo", rispose cortesemente il signor Palivec accendendo la pipa. "Oggigiorno a immischiarsi negli affari altrui si corre il rischio di rompersi il capo. Io son negoziante, e se viene qualcuno e m'ordina una birra, io sono ai suoi comandi. Ma questo o quel Sarajevo, la politica oppure il nostro defunto arciduca, son tutte cose dalle quali non può saltar fuori altro che la gattabuia".

sc-veik37.jpgBretschneider si chetò e si mise a guardare pieno di delusione nel locale completamente deserto.

"Un tempo qui c'era appeso un ritratto di Sua Maestà l'Imperatore", soggiunse dopo una pausa: "proprio lì dove ora c'è quello specchio".

"Sicuro, avete ragione," rispose il signor Palivec; "stava appeso lassù e le mosche ci cacavano sopra, sicché ho dovuto riporlo in solaio. Capite: qualcuno si sarebbe potuto permettere qualche osservazione, e m'avrebbe procurato delle seccature. Come se non ne avessi abbastanza".

sveijk, imperatore "Eh, laggiù a Sarajevo la cosa dev'essere stata brutta, che ne dite, padrone?".

A questa pericolosa domanda a bruciapelo il signor Palivec rispose con eccezionale cautela: "Di questa stagione in Bosnia-Erzegovina fa un caldo terribile. Quando io mi trovavo laggiù a fare il soldato, bisognava applicare dei pezzi di ghiaccio sulla testa del nostro colonnello".

sc-veik16.jpg"In che reggimento avete servito, padrone?".

"Chi si ricorda di queste piccolezze: io non mi sono mai occupato di simili porcherie, e non son mai stato troppo curioso", rispose il signor Palivec, e soggiunse subito dopo: "Troppa curiosità non può che nuocere".

L'agente Bretschneider si chetò definitivamente, e il suo cipiglio si rasserenò solamente all'ingresso di Sv'èik, che, appena varcata la soglia, ordinò subito una birra nera, e soggiunse:

"Oggigiorno anche a Vienna sono a lutto".

Gli occhi di Bretschneider brillarono di speranza, e proferì bruscamente:

"Al castello arciducale di Kónopište hanno issato diecsc-veik-visita-dama.jpgi bandiere nere".

"Dodici dovrebbero essere," disse Sc'vèik dopo un gran sorso di birra.

"Che intende dire con dodici?" chiese allora Bretschneider.

"Per fare cifra tonda e perché si conta meglio a dozzine. E poi tutto si compra alla dozzina," rispose Sc'vèik.

Regnò allora un profondo silenzio, che fu interrotto proprio da un sospiro di Sc'vèik.

sc-veik34.jpg"Ora che l'arciduca si trova alla presenza della giustizia divina, che il Signore gli conceda la pace eterna. Egli non è vissuto abbastanza per diventare imperatore. Quando facevo il militare, una volta un generale cadde da cavallo e crepò tranquillamente. Volevano aiutarlo a rimettersi in sella ma s'accorsero ch'era rimasto secco. E dire che avrebbe potuto far tanta carriera da diventare generalissimo. La cosa avvenne nel corso d'una rivista alle truppe. Queste riviste non portan mai nulla di buono. Anche a Sarajevo ci deve esser stato qualcosa di simile. Ora mi ricordo che a una di queste riviste mi mancava una ventina di bottoni alla divisa, e che per questa mancanza mi schiaffarono in cella per quattordici giorni, e per due giorni vi rimasi sepolto come Lazzaro, attorcigliato come una salsiccia. Ma la disciplina nell'esercito è una cosa giusta, altrimenti nessuno farebbe nulla di nulla. Il nostro tenente Makovec ci diceva sempre: "La disciplina, razza di canaglie, bisogna che ci sia, se no voi v'arrampichereste come scimmie sugli alberi, e non c'è che l'esercito che sia capace di fare degli uomini da dei mascalzoni come voi!". Non è forse vero? Immaginatevi un parco, supponiamo quello di Piazza di Re Carlo, e su ogni albero un soldato senza disciplina. È una cosa della quale ho sempre avuto una grande paura".

sc-veik27.jpg"Laggiù a Sarajevo," insinuò  Bretschneider, "sono i Serbi che hanno fatto il colpo".

"Vi sbagliate di grosso" replicò Sc'vèik, " sono stati i Turchi, per vendicarsi della Bosnia-Erzegovina".

E Sv'èik espose il suo punto di vista sulla politica estera dell'Austria-Ungheria nei balcani. Nel 1912 i Turchi avevan perduto la loro guerra con la Serbia, la Bulgaria e la Grecia. Essi avrebbero voluto che l'Austria-Ungheria li aiutasse, e visto che l'Austria non ne aveva fatto nulla, avevano ammazzato Ferdinando.

"Vuoi bene ai Turchi, tu?" chiese Sc'vèik rivolgendosi all'oste Palivec, "vuoi forse bene a quei cani di pagani? No, vero?".

sc-veik31.jpg"Cliente vale cliente," disse Palivec, anche se è un Turco. Per noi commercianti la politica non esiste. Pàgati la tua birra, siediti a un tavolino e chiacchiera quanto vuoi. Questi sono i miei principi. Che il colpo al nostro Ferdinando l'abbia fatto un Serbo o un Turco, un cattolico o un mussulmano, un anarchico o un 'giovane cèco' per me fa perfettamente lo stesso".

"È giusto, padrone," osservò Bretschneider, che si sentiva rinascere la speranza di cogliere in fallo almeno uno dei due, "ma mi permettete di dire che ciò è una grande perdita per l'Austria".

sc-veik38.jpgIn luogo dell'oste rispose Sc'vèik.

"Che sia una gran perdita nessuno lo può negare. Una perdita enorme. Un Ferdinando non può esser mica sostituito da un imbecille qualsiasi. Piuttosto egli avrebbe dovuto essere ancora più grosso".

"Che intendete dire?" chiese vivamente Bretschneider.

sc-veik32.jpg"Che intendo dire?" ribatté Sc'veik con l'aria più tranquilla del mondo. Semplicemente questo: che se fosse stato più grasso, sarebbe già stato colto da un colpo a caccia di comari a Kónopište quando raccoglievano legna e funghi nella sua bandita, e non sarebbe perito d'una morte così vergognosa. Quando ci ripenso: uno zio di Sua Maestà l'Imperatore che muore ammazzato come un cane! Questo sì che è uno scandalo: i giornali non parlano d'altro. Qualche anno fa da noi a Budcjovice durante una fiera uccisero a stilettate un trafficante di bestiame, un certo Luigi Bretislav. Lui aveva un figliolo di nome Bóbuslav, e quando costui venne a vendere i suoi porci, nessuno volle far acquisti da lui, e tutti quanti dicevano: 'Costui è il figliolo di quel tale che fu pugnalato: dev'essere anche lui un bel farabutto'. Alla fine non gli rimase altro che gettarsi nella Moldava dal ponte di Krumlov, e dovettero ripescarlo, farlo rinvenire, pompargli fuori l'acqua che aveva ingoiato, finché quel bel tipo tirò l'ultimo fiato tra le braccia del medico che gli stava facendo non so quale iniezione".

sc46.jpg"Voi fate dei paragoni veramente straordinari," disse con tono significativo Bretschneider, "prima mi parlate dell'arciduca Ferdinando e poi d'un trafficante di bestiame".

sc42.jpg"Macché!" ribatté Sc'vèik a sua difesa. "Dio mi guardi dal fare confronti. Il padrone sa bene chi sono. Non è vero che io non ho mai fatto confronti tra una persona ed un'altra? Soltanto io non vorrei trovarmi nei panni della vedova dell'arciduca. Ora che farà, poverina? Ecco che i bambini son orfani, e la proprietà di K ónopište senza padrone. Maritarsi con un altro arciduca? E con chi? E poi rifarebbe con lui un altro viaggio a Sarajevo e tornerebbe vedova per la seconda volta. Qualche anno fa viveva a Zliva presso Hluboka una guardia campestre che si chiamava col buffissimo soprannome di "Barilotto". I bracconieri l'ammazzarono, e lui lasciò la vedova con due figli. Ma la donna dopo un anno si rimaritò con un'altra guardia campestre, Peppino Ševlovic di Mydlovary. E le ammazzarono anche quello. Allora si risposò per la terza volta e prese anche quella una guardia campestre, dicendo: 'Tutte le cose buone vanno a tre a tre. Se mi va male anche questa, non so proprio a che santo votarmi'. Si capisce che le ammazzarono anche quello, e le restarono così sei figlioli dai suoi guardaboschi. Allora chiese udienza nel gabinetto del principe di Hluboka per lamentarsi della sua disdetta con quei tre mariti, e quelli le raccomandarono il guardapesca Járeše degli stagni di Ražichij. Manco a dirlo, s'annegò mentre pescava, appena in tempo per lasciarle altri due figlioli. Allora si sposò con un castrino di Vodň any, che una bella notte le fracassò la testa con l'accetta e poi se n'andò a costituirsi alla polizia. E quando poi il tribunale distrettuale di Pisk lo fece impiccare, portò via il naso al sacerdote con un morso e dichiarò di non pentirsi di nulla, e disse anche qualcosa di sconveniente riguardo a Sua Maestà l'Imperatore".

sc40.jpg"E voi sapete che cosa disse?" chiese con voce speranzosa Bretschneider.

"Io non posso dirvelo perché nessuno ha mai avuto il coraggio di ripeterlo. Ma doveva esser proprio qualcosa di tremendo e di spaventevole, perché un consigliere del tribunale che s'occupò dell'affare impazzì per averlo sentito, e lo tengono ancora sotto chiave perché la cosa non venga alla luce del sole. Non si tratta soltanto d'un comune reato di lesa maestà, di quelli che scappan di bocca a uno che è ubriaco...".

sc-veik17.jpg"E quali sono questi reati di lesa maestà che scappan di bocca a uno che è ubriaco?" domandò Bretschneider.

"Fatemi il piacere, signori, cambiate registro," esclamò l'oste Palivec; "sapete bene che coteste storie mi vanno poco a genio".

"Quali sono i reati di lesa maestà che si commettono durante l'ubriachezza?" riprese Sc'vèik. "D'ogni genere. Ubriacatevi, fate sonare l'inno austriaco e v'accorgerete da voi stesso che cosa vi salterà in mente di dire. Ve ne verrà tante in testa a proposito dell'Imperatore, che basterebbe la metà fosse vera per farne uno scandalo che durasse tutta la vita. Ma il vecchio Imperatore non se lo merita davvero. State a sentire: quand'era nella sua piena forza virile, perdé precocemente il figliolo Rodolfo. La moglie Elisabetta gli fu trafitta con una lima, e poi Giovanni Orth toccò di scomparire chissà dove. Infine il fratello Massimiliano, imperatore del Messico, glielo fucilarono dietro il muro d'una fortezza. Ed ora che è vecchio, ecco che gli ammazzano anche lo zio. Pover'uomo, bisognerebbe che avesse dei nervi di ferro. E poi qualche ragazzaccio ubriaco va proprio a ricordarsi di lui per bestemmiarlo! Se oggi dovesse venir fuori qualcosa di brutto, io voglio andar volontario a farmi fare in quattro pezzi, pur di servire Sua Maestà l'Imperatore!".

sc-veik23.jpgSc'vèik bevve un bel sorso e continuò:

"Voi credete che Sua Maestà l'Imperatore lasci correre? Allora lo conoscete poco. Bisogna fare una guerra contro i Turchi. M'avete ammazzato lo zio? E io vi rendo pan per focaccia. La guerra è sicura. Sarà un gran bel vedere".

Nel suo estro profetico Sc'vèik s'abbelliva e trasfigurava. La sua faccia sempliciona sorrideva come una luna piena e s'infiammava d'entusiasmo. Tutto gli sembrava così chiaro.

sc-veik39.jpg"Può darsi," proseguì nella sua previsione dell'avvenire dell'Austria, "che in caso di guerra con la Turchia i Tedeschi ci assaltino alle spalle, perché i Turchi e i Tedeschi vanno d'accordo fra loro. Porci simili è difficile ritrovarne al mondo. Ma in compenso noi ci possiamo collegare con la Francia, che fin dal '70 ce ne deve avere del rancore per i tedeschi. E tutto andrà bene. Avremo la guerra, ve l'assicuro!".

Bretschneider s'alzo in piedi e proferì, solennemente:

"Ora avete parlato abbastanza, venite con me nel corridoio che ho qualcosa da dirvi".

sc-veik37-copia-1.jpgSc'vèik seguì l'agente nel corridioio, dove l'attendeva una piccola sorpresa: il suo compagno di tavolo gli mostrò un'aquiletta [2], dichiarandolo in arresto e annunziandogli che l'avrebbe condotto issofatto alla Questura centrale. Sc'vèik tentò di spiegargli che si sbagliava e che lui era completamente innocente, che non aveva detto una sola parola capace d'offendere chicchesia.

Bretschneider gli replicò che aveva effettivamente commesso parecchi reati, fra i quali predominava il delitto di alto tradimento.

Allora rientrarono nella sala dell'osteria e Sc'vèik disse al signor Palivec:

"Io ho in conto cinque birre e un panino con salsiccia. Dammi ancora un grappino, che me ne devo andare, perché sono arrestato".

sc-veik-ospedale.jpgBretschneider mostrò l'aquiletta anche al signor Palivec, lo guardò un istante e gli chiese:

"Siete ammogliato?".

"Sissignore".

"È in grado vostra moglie di dirigere in vece vostra l'azienda in caso di assenza?".

"Sissignore".

"Tutto è in ordine padrone," disse gaiamente Bretschneider; "fate venire qui la vostra signora, consegnatele tutto, e noi stasera torneremo per voi".

"Non te la prendere," lo consolò Sc'veik; "io vo dentro soltanto per alto tradimento".

"Ma perché proprio io?" si lamentava il signor Palivec; "e dire che son sempre stato prudente!".

"Perché avete detto che le mosche cacano sopra Sua Maestà l'Imperatore. Vedrete che sapranno ben cavarvelo di testa, Sua Maestà l'Imperatore".

sc-veik04.jpgCosì Sc'veik lasciò l'Osteria del Calice in compagnia dell'agente, e appena furono fuori, gli chiese con la sua faccia sempre irradiata da un sorriso bonaccione:

"Devo scendere dal marciapiede?".

"E perché?". 

"Credevo di non aver più il diritto, essendo in arresto, di camminare sul marciapiede".

Quando varcarono la soglia della Questura, Sc'vèik disse:

"Com'è passato alla svelta il tempo, nevvero? E dite: voi venite spesso al "calice?".

E mentre introducevano Sc'vèik nell'ufficio del funzionario di servizio, al "Calice" il signor Palivec trasmetteva le consegne del negozio alla moglie che piangeva, e la consolava a suo modo:

"Non piangere, non strillare: che vuoi che mi facciano per quello smerdato ritratto di Sua Maestà l'Imperatore?".

Fu con questo cordiale e semplice modo di fare che il buon soldato Sc'vèik intervenne nella guerra mondiale. Gli storici saranno sorpresi dalla sua precoce chiaroveggenza. Se poi la situazione si sviluppò altrimenti da ciò ch'egli aveva precisato al "Calice", dobbiamo considerare che Sc'veik non aveva mai frequentato un corso propedeutico di scienza diplomatica. 

 

 

 

NOTE

 

 

[1] Tenuta arciducale.

[2] Contrassegno degli agenti della polizia austroungarica.

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

 

 

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18 giugno 2012 1 18 /06 /giugno /2012 05:00

Jaroslav Hašek 

 

OLT_Hasek01.png

Jaroslav Hašek è nato nel 1883 a Praga. Figlio di un professore di matematica, abbandona il collegio sin dall'età di 15 anni. Mercante di cani per sopravvivere, poi giornalista, trova ben presto il suo ideale politico e raggiunge verso il 1906 la rivista anarchica Komuna (La Comune) del calzolaio Michael Kàcha.

 

 

 

 

 

 

OLT_Hasek02.pngNel 1911 la repressione poliziesca è tale che gli anarchici creano il Partito del progresso moderato nei limiti della legge e presentano Hašek come candidato allo scopo di far la caricatura dei veri partiti e del sistema elettorale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OLT_Hasek03.png

Nel 1915, è arruolato nell'esercito austriaco, ma diserta e passa con i Russi quando scoppia la Rivoluzione del 1917. Partecipa agli avvenimenti, pur criticando la nascente dittatura.

 

 

 

 

 

 

OLT Hasek04

Di ritorno a Praga nel 1920, è considerato come un traditore dai marxisti. Pur militando, si dedica all'alcol senza moderazione (il suo miscuglio preferito: rhum/birra!). Su consiglio dei suoi amici inizia la scrittura delle avventure del buon soldato Sc'vèjk. Personaggio che aveva già creato per altre storie, oggi perse.

 

 

 

 

 

 

 

 

OLT_Hasek05.png

Sc'vèjk, soldato arruolato, resiste facendo l'idiota e sabota tutto per la sua falsa ingenuità. Questo gioco di massacro esilarante incontra un vivo successo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OLT_Hasek06.png

Mentre redigeva il terzo volume delle avventure di Sc'vèjk, Hašek muore, nel 1923, devastato dall'alcol.

 

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

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4 giugno 2012 1 04 /06 /giugno /2012 05:00

Proudhon, Carl Schmitt e la sinistra radicale

carl_schmitt.jpg

la posta in gioco intorno a una critica del liberalismo 
 

di Edouard Jourdain


berlino-muro.jpgIl decennio successivo alla caduta del muro di Berlino, che si accompagna ad un tentativo di rinnovamento teorico per un progetto politico alternativo al capitalismo e alla democrazia liberale, costituisce un periodo in cui i pensatori di sinistra sono alla ricerca degli strumenti adeguati allo stesso tempo sia di diagnosticare il nuovo dato politico mondiale sia di pensare un socialismo che abbia tratto le dovute lezioni dal XX secolo. Mentre il decennio viene a confermare la nascita di un nuovo ordine mondiale in cui liberalismo e democrazia liberale sembrano consolidare la loro egemonia, hanno luogo gli attentati dell'11 settembre.

11settembre.jpgQuest'avvenimento ha diverse notevoli ripercussioni sulla maggior parte dei teorici critici di sinistra; innanzitutto, pone fine al mito della fine della storia, e mostra, certo per il peggio, che democrazia liberale e capitalismo non permettono la pacificazione del mondo. D'altra parte, rilancia l'interesse per il diritto, soprattutto nel suo rapporto con lo stato d'eccezione, e per le conseguenze politiche implicate dalla designazione del terrorista come nuovo nemico della democrazia. Qui si svelerebbe la vera natura della democrazia liberale nella necessità che essa avrebbe nel designare un nemico interno o esterno (è il caso della designazione degli "Stati canaglia"). La sicurezza rimarrebbe così più che mai il paradigma centrale mobilitato allo scopo di preservare un ordine nazionale e internazionale minacciato dalle sue proprie contraddizioni (le contraddizioni del capitalismo sono così estese o trasposte alla democrazia liberale). Inoltre, l'11 settembre segna ciò che si è voluto chiamare, a torto o a ragione, il "ritorno del religioso" incarnato soprattutto dai fondamentalismi monoteistici. Si tratta allora per i pensieri critici di collocarsi sul terreno di questi fondamentalismi sia per meglio combatterli, sia per meglio appropriarsi del loro potenziale rivoluzionario. Anche qui la revisione del marxismo si compie nel senso di un'attenzione del tutto particolare al fenomeno religioso: non si tratta più di considerarlo come un semplice prodotto dell'infrastruttura. La teologia è di nuovo presa sul serio, permettendo al contempo di fornire gli strumenti concettuali per una nuova interpretazione e una nuova trasformazione del mondo.

carl-schmitt1912.jpgQuesti nuovi dati politici e intellettuali sono altrettante ragioni che spiegano la riappropriazione critica da parte di alcuni teorici della "sinistra radicale" di Carl Schmitt (1888-1985), giurista sulfureo soprattutto per il suo sostegno al regime nazista. La tradizione del marxismo ortodosso aveva preso poco in considerazione la complessità del diritto, considerandolo come un semplice prodotto dei rapporti di produzione.

Dottor_Stranamore.jpgTuttavia la fine della guerra fredda e la guerra contro il terrorismo incitano i teorici politici di sinistra a preoccuparsi dei problemi di diritto internazionale e delle strutture complesse dello stato d'eccezione che viene a caratterizzare il nuovo contesto politico internazionale. D'altra parte, la democrazia diventa una nozione rivalorizzata per rilegittimare la volontà del popolo ora che il concetto di "dittatura del proletariato" è diventato desueto. Si tratta allora di opporre la democrazia, intesa come un regime in cui l'azione collettiva e la partecipazione alla cosa pubblica sono sostenute da una coesione e una solidarietà in lotte comuni. In questo senso la democrazia si oppone al liberalismo concepito come una filosofia individualista in cui la volontà del popolo è limitata dal sistema di equilibrio dei poteri (checks and balance), il parlamentarismo e la consacrazione della proprietà privata. Questa opposizione recentemente reinvestita da alcuni teorici della sinistra radicale si ispira così ai lavori di Carl Schmitt riuniti soprattutto nell'opera Parlamentarismo e democrazia.

schmitt-le-categorie.jpgRitroviamo anche in una prospettiva di revisione del marxismo una rilettura della nozione di conflitto in accordo con Carl Schmitt. Questa lettura è di due ordini: essa riguarda i conflitti interni a uno Stato o più ampiamente a una società, fosse anche mondiale, e i conflitti tra unità politiche, soprattutto le guerre. Per i primi, la teoria marxista della lotta di classe è stata riveduta basandosi su Machiavelli, con la lotta del popolo contro i "grandi", ma anche da Carl Schmitt per alcune ragioni: innanzitutto, il fallimento del regime sovietico ha posto in rilievo il fatto che l'estinzione definitiva dei conflitti è un'utopia che, posta in atto, è liberticida. Il conflitto, se non è sempre militarizzato o sostanzializzato da alcuni pensatori della sinistra radicale come è il caso in Carl Schmitt, non per questo non rimane per essi una componente fondamentale e irriducibile del politico.

MarxSia in Karl Marx sia in Carl Schmitt, ritroviamo il modello dell'ascesa agli estremi che sfocia nell'egemonia di un gruppo su un altro, ma in Carl Schmitt non può esservi vittoria definitiva: il conflitto rimane un orizzonte potenziale (lezione realista che ripresero per loro conto molti teorici della sinistra radicale). D'altra parte, la teoria del conflitto in Carl Schmitt è riscoperta nel momento in cui la revisione del marxismo suppone la presa in considerazione dei nuovi movimenti sociali e culturali che non si limitano allo schema ortodosso della lotta di classe, è il caso soprattutto della lotta delle donne, la lotta dei colonizzati, la lotta delle minoranze discriminate, ecc. È soprattutto questo potenziale di ubiquità della lotta che ne fa il suo successo presso gli autori post-marxisti che hanno tenuto conto dei lavori dei filosofi postmoderni nella scia di Foucault.

foucault.jpgLa riappropriazione critica di Carl Schmitt per quel che riguarda la teoria del conflitto è anche legata alla sua teoria della guerra che può essere letta come una critica dell'imperialismo in nome di principi umanitari e universalistici. In una problematica ampiamente posta in evidenza dall'11 settembre, si tratta di mostrare come la sovranità designa e identifica l'amico e il nemico, ciò nel contesto di una guerra civile caratterizzata dalla sospensione del diritto. Si tratta allora per il pensiero radicale di riappropriarsi di Carl Schmitt contro Carl Schmitt riprendendo il rapporto del diritto alla violenza, la categoria amico/nemico, la nozione di guerra giusta e di stato d'eccezione per meglio poter smorzare le contraddizioni e infine la strada senza uscita nella quale si trova l'ordine liberale mondiale.

nietzscheOltre a un contesto politico particolare, la riappropriazione critica di Carl Schmitt trova la sua origine in una filiazione sotterranea che risorge in occasione di una crisi globale del socialismo simile in numerosi punti a quella che ebbe luogo alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX, concernente soprattutto la questione del soggetto rivoluzionario (legato in parte allo sviluppo delle nazionalità)  e la critica del razionalismo. Oggi, la messa in causa delle tesi di un Rawls o di un Habermas si realizza grazie alla considerazione di fenomeni raramente afferrate dal liberalismo nella loro dimensione politica, soprattutto la guerra o i conflitti, il religioso, ecc.

Negri.jpgÈ per mezzo di queste falle nella teoria liberale, e a volte marxista, che vanno a urtare i nuovi teorici critici mobilitando dei pensatori essi stessi influenzati da teorici della fine del XIX secolo che segnarono la prima crisi del socialismo (Nietzsche, Bergson, Sorel,…), all’occorrenza Benjamin, Foucault, Deleuze, e naturalmente Schmitt. Carl Schmitt considerava Sorel come il Machiavelli del XX secolo, ammirava Lenin, corrispondeva con Benjamin, Taubes, manteneva anche delle strette relazioni con una sinistra radicale che egli ha sempre stimato di più intellettualmente e politicamente dei moderati di destra o di sinistra. L'impatto delle teorie di Schmitt è dunque "non soltanto diretto, ma è anche 'mediato' dall'influenza che egli ha esercitato su dei pensatori che influiscono su di esse" [1]. La sua ricezione è dunque complessa, plurale, contraddittoria, e costituisce innanzitutto un confronto ineluttabile legato a delle tematiche che superano ampiamente il suo quadro di pensiero. La maggior parte degli autori che riprendono Carl Schmitt, come Agamben, Balibar, Negri, Derrida, Mouffe, sono improntati al marxismo.

tronti-la-politica-al-crepuscolo.jpgIl fatto è che le figure di Carl Schmitt e di Karl Marx, nella loro comune critica della democrazia liberale e della morale "piccolo borghese", e nel loro approccio "materialista" o "concreto" del mondo che pretende di svelare i rapporti di forza dietro il diritto, hanno più di un punto in comune per suscitare il loro incontro. È Mario Tronti [2] che ha indubbiamente espresso nel migliore dei modi questo accostamento operato dalla forza della storia: "Entrambi vedendo erigersi davanti a loro la forza inattacabile di una ragione storica nemica cercano i mezzi del conflitto con essa a questo livello. E più traggono la grandezza tragica di questo compito dall'analisi realista della situazione dell'epoca, più si sono costretti a radicalizzare gli estremi della decisione politica. Due forme di pensiero agoniste, "polemiche": non soltanto l'azione pratica, ma la ricerca teorica come guerra" [3].

Agamben.jpgNon si tratta qui di operare dei dubbi amalgama sul modo della "reductio ad hitlerum" che permetta di porre all'indice degli autori senza alcuna forma di processo. Tenteremo inoltre di spiegare in cosa Schmitt fu spinto allo scopo di revisionare il marxismo in una prospettiva che a priori può intersecare la tradizione anarchica: riscoperta del religioso e del politico che non si riducono a una superstruttura, rivalutazione della nozione di democrazia, riconcettualizzazione del conflitto la cui dimensione irriducibile, è riconociuta, ecc. Altrettanti temi sviluppati da Proudhon di cui ci chiederemo perché non sia stato mobilitato per le stesse ragioni di Schmitt. Vedremo che quest'ignoranza non è anodina e che se le teorie di Schmitt sono stimolanti su numerosi punti, compresi in una prospettiva anarchica, la valutazione critica della sua opera e degli scritti di coloro che si sono potuti qualificare (a volte abusivamente) come "schmittiani di sinistra" richiede un'attenzione maggiore.


Teologia politica e eccezione

schmitt-teologia-politica.jpg"Tutti i concetti pregnanti della teoria moderna dello Stato sono dei concetti teologici secolarizzati" [4]. Qu
esta forma lapidaria che ritroviamo nel famoso Teologia politica di Carl Schmitt, è oggetto di una riscoperta nella teoria politica, che apre allo stesso tempo a nuove riflessioni sul problema dello stato d'eccezione, poiché come afferma Scmitt, "la situazione eccezionale ha per la giurisprudenza lo stesso significato del miracolo per la teologia. È soltanto prendendo coscienza di questa posizione analoga che possiamo percepire l'evoluzione che hanno conosciuto le idee concernenti la filosofia dello Stato nel corso degli ultimi secoli" [5]. Questa tematica del teologico-politico, che fu anche sviluppata da autori come Proudhon o Bakunin (soprattutto con  il suo celebre Dio e lo Stato) è oggi riscoperta da autori "radicali" come Agamben che riprende l'ipotesi di Carl Schmitt emendandolo con il concetto di governomentalità di Foucault. Agamben svela le tracce di questa governomentalità nella teologia cristiana che consacra il principio di oikonomia [6].

benjamin levineLa modernità democratica è dunque erede di una tradizione di svelamento dello stato d'eccezione peculiare al potere e al sacro. D'altra parte, Agamben corregge la teoria dello stato d'eccezione di Carl Schmitt rileggendola in considerazione delle tesi di Walter Benjamin per meglio mettere in causa lo Stato democratico e più ampiamente il diritto che è sempre legato secondo lui al sacro. Secondo Benjamin esiste la possibilità di una violenza divina, rivoluzionaria, che può spezzare il circolo tra la violenza che fonda il diritto e la violenza che lo conserva. Si tratterebbe allora di una violenza al di fuori del diritto che consiste nel "deporlo". La differenza tra Benjamin e Schmitt riguarda il loro modo di considerare la figura del sovrano: mentre per Benjamin il sovrano barocco lascia lo stato d'eccezione al di fuori dell'ordine giuridico, di modo che la decisione verte su un indecidibile, Schmitt include lo stato d'eccezione nell'ordine giuridico, il che gli permette di fondare il suo decisionismo sulla trascendenza del sovrano. Mentre in Schmitt lo stato d'eccezione equivale al miracolo, diventa in Benjamin una catastrofe configurata da una "escatologia bianca" che spezza la "corrispondenza tra sovranità e trascendenza, tra il monarca e Dio, che definiva il teologico-politico schmittiano" [7].

agamben-stato-di-eccezione.jpgQuesta catastrofe presunta è legata al fatto, secondo Agamben, che lo stato d'eccezione è un dispositivo incaricato di articolare l'anomia e il nomos, la vita e il diritto, l'autorictas e la potestas che furono rispettivamente nella Roma repubblicana il Senato e il popolo o nell'Europa medievale il potere spirituale e il potere temporale, ora l'"antica dimora del diritto è fragile e, nella sua tensione per mantenere il suo ordine proprio, è sempre già inserita in un processo di rovina e di decomposizione" [8], perché quando i due elementi tendono a confondersi come è il caso durante il XX secolo allora il sistema giuridico-politico diventa una macchina di morte [9].

golpe-in-cile.jpgQuesta visione dello stato d'eccezione in quanto zona anomica, distaccato dall'ordine giuridico, permette a Benjamin, ripreso da Agamben, di concettualizzare allora una violenza pura distaccata da ogni fine, da ogni diritto, e con ciò distinta da ogni violenza mitico-giuridica. Mentre la violenza fondatrice e conservatrice del diritto è sempre in una relazione di mezzo in rapporto ad un fine, la violenza davanti alla quale la libertà può svanire erigendo dei limiti non arbitrari (perché naturali e indipendenti da ogni volontà umana). Ora, a questo pensiero della trascendenza radicale del liberalismo, Schmitt oppone l'immanenza radicale della democrazia: "Ogni pensiero democratico si muove necessariamente in un campo di rappresentazioni immanenti. Ogni serie fuori dall'immanenza negherebbe l'identità. Ogni forma di trascendenza introdotta nella vita politica di un popolo conduce a delle distinzioni qualitative tra alto e basso, sopra e sotto, eletti e non eletti, ecc." [10].

kapp_putsch-marzo-1920.jpgIl pensiero liberale impone dunque, secondo Schmitt, una trascendenza alla democrazia e si oppone alla nozione democratica della legge, che non è nient'altro che l'espressione della volontà del popolo. Il liberale non potrebbe concepire un diritto del popolo a decidere assolutamente ciò che vuole, senza dover tener conto di una qualche norma. La dottrina liberale non suppone dunque unicamente di limitare il potere costituito per proteggere gli individui dagli abusi del potere, erige anche degli ostacoli al potere costituente, detto anche potere sovrano, in nome del principio di legalità. "La nozione di legalità è, storicamente e per sua natura, in rapporto stretto con lo Stato legislatore parlamentare e il normativismo che gli è proprio. Essa approfitta della situazione creata sotto l'impero dei principi assoluti, in particolare della negazione del diritto d'opposizione e del diritto di obbedienza senza limiti; essa li circonda del prestigio della legalità che deve alla sua codificazione preparata anticipatamente" [11].

Anche la decisione originaria, quella che esprime la volontà di un popolo di formare un'unità politica, deve dunque essere pensata come sottoposta a delle norme giuridiche. Ora, quest'ultime non sono per natura positive: esse devono trovare la loro origine in qualcosa di sovrapositivo, la natura o Dio. Qui le critiche di un Schmitt possono collegarsi a una critica anarchica del liberalismo, ma esse lasciano immediatamente posto a una teoria della democrazia fondata sull'identità e l'omogeneità che non hanno nulla di libertario. Secondo Schmitt, una democrazia "autentica" non può fare l'economia dell'identità tra il popolo e il potere. Questa identità dovrebbe cortocircuitare gli intermediari (soprattutto il parlamento) per meglio esprimere la volontà del popolo che dà allora una legittimità assoluta alle decisioni del capo dello Stato grazie all'acclamazione e al plebiscito.

L'ambizione di Carl Schmitt qui è chiara: ciò che egli cerca innanzitutto è la possibilità di conferire un margine di manovra assoluta per il potere di modo che esso non sia ostacolato nelle sue azioni e decisioni (da qui la necessità di una legittimità assoluta che non può provenire che da un sovrano non meno assoluto che è nei tempi moderni il popolo, e di una legittimazione di mezzi d'azione e di normalizzazione che passano attraverso la facoltà di decretare lo stato d'eccezione). Alcuni filosofi di sinistra, nella prospettiva di teorizzazione di una democrazia radicale, sono portati esplicitamente a confrontarsi a queste tematiche utilizzando sempre Carl Schmitt contro Carl Schmitt secondo dei punti di vista che spesso si oppongono malgrado la loro critica comune, ma là ancora eterogenee, della democrazia liberale. È così che un Negri intende rifondare la teoria di un potere costituente capace di sovvertire l'Impero grazie alla potenza della moltitudine. Egli riprende così Spinoza, come ha potuto farlo Carl Schmitt in una prospettiva leggermente diversa, e intraprende di rintracciare la genealogia del potere costituente (che risulta dalla tradizione dei Lumi "radicale") per meglio affrontare le possibilità di un decisionismo della moltitudine.

Slavoj_Zizek.jpgZizek, in quanto a lui, si oppone alla filosofia dell'immanenza di Negri così come all'anti-istituzionalismo di un Agamben. Critico della democrazia liberale in quanto dissolvitrice dei punti di riferimento della certezza, egli intende riabilitare una trascendenza nell'immanenza che passa attraverso la ricostruzione del simbolico che trova il suo punto di ancoraggio nella figura di un capo che incarna il partito preso della rivoluzione. Contro questa riabilitazione del decisionismo, Derrida rivede le nozioni di giustizia e di giudizio sul metro di paragone dell'indecidibile. Anche qui la teoria di Derrida fa esplicitamente riferimento all'opera di Carl Schmitt, al contempo con e contro di lui come farà con la sua lettura della sua teoria dell'amico e del nemico: a seconda delle situazioni (che implicano il tener in conto l'eccezione) la transazione tra il calcolabile e l'incalcolabile implica un indecidibile che, facendo appello all'eterogeneo, permetterà la decisione. Infine, Mouffe e Laclau prospettano una democrazia che, per non dissolversi, ha bisogno di un esterno costitutivo che permette di tener insieme le logiche di differenza e di equivalenza che sono altrettanti componenti di un progetto di emancipazione che passa attraverso il riconoscimento della pluralità dei componenti della società. Si tratta allora per essi di riannodare con una teoria del populismo emendata dalla teoria dell'egemonia di Gramsci che può passare attraverso le forme parlamentari ma soprattutto attraverso il conflitto risultante dalla pluralità del corpo sociale.

 

Democrazia e liberalismo

Secondo Carl Schmitt, lo sforzo di uno Stato di diritto conseguente mira a respingere la nozione politica della legge [12] allo scopo di sostituire la sovranità realmente esisitente con una "sovranità della legge", eludendo così la questione di sapere quale volontà politica fa della norma un ordine che ha una validità positiva. Il liberalismo vuole dunque creare una grave difficoltà sulla questione della sovranità allo scopo di proteggere la libertà individuale contro una decisione che non può giudicare come arbitraria, poiché essa non è legittimabile nel quadro dell'ordine giuridico, e cioè che essa non può essere dedotta da nessuna norma esistente. In un'ottica liberale classica, la libertà individuale non può in effetti che essere garantita soltanto se esiste qualche cosa di assolutamente trascendente ad ogni volontà umana. Questo spiega perché i grandi pensatori liberali - da Locke a Tocqueville, passando per Montesquieu e Constant - facevano riferimento ad una normativa trascendente, a una legge naturale o un principio naturale di giustizia. Il liberalismo classico è anche segnato da un discorso giusnaturalistico che è esso stesso segnato da una forte dimensione religiosa (poiché emanante da una volontà "immanente" del sovrano). Le allusioni di Schmitt al diritto naturale sono abbastanza rare, ma esse non lasciano alcun dubbio sulla sua opinione nei confronti delle teorie giusnaturaliste. Nella sua Teoria della costituzione, egli constata che l'idea liberale dello Stato di diritto non era possibile finché "i pressupposti metafisici del diritto naturale erano accettati" [13].

Schmitt afferma dunque un legame tra pensiero liberale e pensiero giusnaturalista, quest'ultimo costituendo in qualche modo l'armatura metafisica della filosofia liberale, l'orizzonte normativo puro è una manifestazione, come può esserlo la collera, che taglia la relazione tra violenza e diritto. Il diritto non è più allora "praticato": con l'evento della violenza pura che coincide con il compimento messianico della legge e la società senza classe, il diritto diventa l'oggetto di uno studio o di un gioco. Così, ciò che "scava un passaggio verso la giustizia non è l'annullamento, ma la disattivazione e l'inoperosità del diritto - e cioè un altro uso di quest'ultimo" [14]. Possiamo avere un esempio di questo gioco con il diritto durante le feste anomiche come il "charivari" durante il Medioevo, in cui le gerarchie giuridiche erano rovesciate, i padroni servivano gli schavi, gli uomini e le donne invertivano i loro ruoli per meglio parodiare il nomos. Parodia che paradossalmente può verificarsi tanto arbitraria e tanto violenta come lo stato d'eccezione che Agamben intende denunciare. L'analisi dello stato d'eccezione rimane tanto fondamentale quanto complessa per comprendere la struttura dello Stato, e Schmitt ha ben mnostrarto che rimaneva presente, compreso nella sua versione liberale. Soltanto, la maggior parte degli autori che riprendono le analisi di Schmitt approdano velocemente in un antigiuridicismo per lo meno pericoloso, respingendo il diritto in quanto tale. Problema del diritto che ritroviamo nella critica del liberalismo da parte di Schmitt, che l'oppone alla democrazia. Questa dicotomia costituisce anche uno dei  leitmotiv di alcuni pensatori di sinistra che intendono rifondare una teoria della democrazia radicale.

Perché è il conflitto che costituisce senz'altro un oggetto fondamentale nella revisione del marxismo e la ripresa critica di Carl Schmitt. Nel momento in cui la lotta di classe nel senso marxista del termine è diventato desueto, si tratta infatti per i nostri autori di rifondare una teoria del conflitto che vada di pari passo con una nuova teoria della democrazia radicale. Il conflitto non è più considerato come una fase di transizione che approda a uno stato sociale armonioso, né come la risultante dell'unica lotta di classe sempre più dura da definire. Da qui la ripresa critica di Carl Schmitt che sostiene che il conflitto, e più particolarmente la discriminazione amico-nemico, costituisce il criterio del politico. Per di più, ogni campo della vita sociale (religioso, economico, ...) è potenzialmente politico non appena si giunge ad un'ascesa agli estremi che sfocia al conflitto e alla vittoria di una delle parti sull'altra, vittoria non definitiva che resta presa nell'orizzonte della possibilità della guerra. Da qui il nuovo interesse per Carl Schmitt che teorizza l'ubiquità del politico attraverso la potenzialità conflittuale che permette l'allargamento da una lettura economicistica dei conflitti a un insieme più ampio di lotte (culturali, delle minoranze,...).

Contro un tentativo di falsa pacificazione che comporta una riaccutizzazione di violenza e l'ascesa dell'estrema destra, i nostri autori intendono contrastare la depoliticizzazione liberale che si accompagna ad un indebolimento della democrazia. Il conflitto, che passa così spesso attraverso una lettura di Machiavelli, permette anche ai nostri autori di sviluppare la loro teoria di una democrazia radicale in prospettive che rimangono sempre tuttavia ampiamente eterogenee. È senz'altro Mouffe e Laclau che fanno maggiormente riferimento a Carl Schmitt nella loro ripresa della sua teoria del conflitto, e che paradossalmente si allontanano forse di più: secondo loro il conflitto è una realtà irriducibile che consiste nell'articolare le catene di equivalenza e di differenza in una prospettiva che consiste nel fondare un'egemonia che contiene un'ascesa agli estremi degenerando in guerra.

Tutta la posta in gioco è allora dio passare dall'antagonismo schmittiano all'antagonismo che suppone l'assenza di distruzione del nemico. Balibar, in quanto a lui, mobilita numerosi autori per ripensare l'antagosnismo e il conflitto: Marx, Machiavel, Clausewitz, Spinoza, Foucault, che gli permettono allo stesso tempo di revisionare la teoria dell'ascesa agli estremi che ritroviamo in Schmitt e  Marx per concepire una politica della civiltà in cui il politico costituisce innanzitutto la determinazione di una soglia oltre la quale l'umanità e la dignità non hanno più senso (il che lo porta a occuparsi da vicino della questione del male radicale). Derrida si è in quanto a lui particolarmente occupato a decostruire  la teoria schmittiana dell'amico e del nemico sia criticando la nozione di nemico concreto e la dimensione fraterna che rinvia all'amico (e dunque anche la fraternocrazia).

La guerra e la pace sono pensate nella loro differenza in Derrida in un modo che si distingue da una teoria politica schmittiana sempre intaccata da una dimensione hegeliana per via della sua teleologia: la negatività è tanto più interna in quanto è politica.Ciò non significa necessariamente che Derrida nega l'esistenza del nemico, sottolineando soprattutto il pericolo esisitente non appena il nemico non ha nome. Si tratta allora per lui di pensare una nuova politica dell'antagonismo in cui l'amico e il nemico non sono più essenzializzati né iscritti in una teleologia. Infine, Zizek è tra coloro che restano il più fedelmente all'eredità marxista e in una certa misura schmittiana nella sua difesa dell'antagonismo compreso come lotta di classe che determina in ultima istanza tutte le altre lotte. Questa difesa si inscrive in una severa critica della democrazia liberale e in un certo modo della modernità caratterizzate allo stesso tempo dall'avvento dell'ultimo uomo che ha paura dell'avvenimento e della morte, ma anche dalla depoliticizzazione che consiste nel neutralizzare ogni lotta in favore dell'emancipazione economica e sociale. 



Edouard Jourdain

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

Titolo originale del saggio tratto dal semestrale Réfractions. Recherches et expressions anarchistes, non ancora on-line:

Poudhon, Carl Schmidt et la gauche radicale: enjeux autour d'une critique du libéralisme. 

 

 

NOTE

 

refract-27[1] Razmig Keucheyan, Hémisphère gauche. Une cartographie des nouvelles pensées critiques [Emisfero sinistro. Una cartografia dei nuovi pensieri critici], Parigi, Zones, 2010, p. 36.

[2] Nato nel 1931, Mario Tronti fu militante del Partito comunista italiano negli anni cinquanta ed è uno dei fondatori dell'operaismo di cui Toni Negri fu uno degli animatori.

[3] Mario Tronti, La politique au crépuscule [La politica al crepuscolo], Parigi, L’éclat, 2000, citato a partire dal testo integrale disponibile in rete. Quest'aspetto polemico ha anche una dimensione euristica sia da un punto di vista teorico sia storico nella misura in cui il fenomeno dell'ascesa agli estremi di cui è stato testimone il XX secolo conferma la possibilità della loro comprensione grazie agli scritti dei nostri due autori: "impossibile, nel ventesimo secolo, leggere politicamente Marx senza Schmitt. Ma leggere Schmitt senza Marx non è nemmeno possibile storicamente, perché, senza Marx, Schmitt non esisterebbe". È per questo che Mario Tronti può affermare che "Karl Marx e Carl Schmitt sono un'archeologia politica del moderno più di quanto non lo siano Niccolò Machiavelli e Thomas More. Questi ultimi, l'eternità moderna li ha accolti, inoffensivi, nel paradiso della cultura. I primi due, li ha precipitati, maledetti, nell'inferno della politica". Ora la politica della fine del XX secolo e dell'inizio del XXI, segnata da una grave crisi del socialismo, avrebbe confermato la revisione indispensabile del marxismo da parte di Schmitt: "Il pensiero della politica ha avuto l'opportunità di rompere gli schemi ortodossi rigidi della tradizione marxista. Era, in sostanza, l'operazione Marx-Schmitt".

[4] Carl Schmitt, Théologie politique, Gallimard, 1922, 1988, p. 46.

[5] Ibid.

[6] Ossia i dispositivi di amministrazione delle cose o degli esseri.

[7] Agamben, État d’exception [Stato di eccezione], Seuil, 2003, p. 97.

[8] Ibid., p. 144.

[9] Secondo Agamben, lo stato d'eccezione che svela il vero volto del potere nel XX secolo mostra che la posta in gioco fondamentale degli Stati consiste oramai nell'amministrare la "vita nuda" dopo aver abbandonato l'eredità aristotelica dell'opera (l'uomo che ha compiuto il suo telos). Così, "sarebbe misconoscere del tutto la natura delle grandi esperienze totalitarie del XX secolo vedere in esse la semplice continuazione degli ultimi grandi compiti degli Stati-nazione del XIX secolo: il nazionalismo e l'imperialismo. La posta in gioco è allora ben altra e più estrema, poiché si tratta di assumere come missione la stessa esistenza fattizia dei popoli - e cioè, in ultima analisi, la loro vita nuda. In questo, i totalitarismi del nostro secolo costituiscono veramente l'altra faccia dell'idea hegelo-kojèviana di una fine della storia: l'uomo ha oramai raggiunto il suo telos storico e non rimane che la spoliazione della società umana attraverso l'espansione senza condizioni del regno dell'oikonomia, o l'assunzione della vita biologica stessa come missione politica suprema. Ma quando il paradigma politico - come è vero nei due casi - diventa la casa, allora il proprio, la più intima fatticità dell'esistenza rischia di trasformarsi in uno scacco fatale" (Agamben, La puissance de la pensée [La potenza del pensiero], Rivages, 2006, p. 279).

[10] Agamben, État d’exception [Lo stato d'eccezione], op.cit., p. 109.

[11] Intendiamo con "nozione politica della legge" il fatto che per Schmitt è iul sovrano che deve decidere della legge senza nessuna costrizione normativa trascendente (anche in un senso laico e umanistico).

[12] Carl Schmitt, Théorie de la constitution [Teoria della costituzione], PUF, 1928, 1993, p. 11.

[13] Ibid., p. 237.

[14] Carl Schmitt, "Légalité et légitimité" in: Du politique, "Légalité et légitimité" et autres essais, Pardès, 1996, p. 47.

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2 giugno 2012 6 02 /06 /giugno /2012 05:00

Discorso sul programma 

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Discorso sul programma 

 

 

 

Nota introduttiva

 

di Lelio Basso


La rivolta popolare del 9 novembre e la caduta della monarchia ponevano finalmente anche in Germania in termini di attualità pratica i problemi della strategia rivoluzionaria su cui Rosa Luxemburg aveva lungamente discusso e su cui avrebbe dovuto ora sperimentare le sue qualità di dirigente politico. Uscita dal carcere, essa assunse la direzione della Rote Fahne, il quotidiano della Lega Spartaco, di cui erano apparsi fortunosamente due numeri il 9 e il 10 novembre, ma che iniziò le sue pubblicazioni regolari il 18 novembre e divenne subito, nelle mani della Luxemburg, uno strumento al tempo stesso di agitazione e di formazione di idee. Il tema di fondo della battaglia in corso era sul carattere della rivoluzione: socialista o no? Per la Luxemburg non vi era alcun dubbio [1]: la guerra mondiale era stata lo sbocco necessario della politica imperialistica e l’imperialismo era l’espressione normale del capitalismo giunto a un certo grado di sviluppo; l’alternativa perciò era fra una rivoluzione socialista o una continuazione della politica imperialistica di cui essa aveva già scritto, nella Juniusbroschüre, che avrebbe portato ad una dittatura e ad una nuova guerra mondiale.

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Solo una rivoluzione socialista avrebbe potuto impedire queste conseguenze, solo essa avrebbe potuto assicurare all’umanità uno sviluppo democratico e pacifico. D’altra parte era evidente che la classe operaia, pur avendo in parte sotto la guida della socialdemocrazia seguito la politica imperialistica, era la sola classe immune da responsabilità dirette e al tempo stesso quella che aveva dovuto subire le conseguenze e i sacrifici della guerra contro la quale era venuta intensificando la sua lotta: essa aveva perciò titoli a porre la sua candidatura al potere. Dietro al problema del carattere della rivoluzione appariva perciò subito il problema del potere: se la rivoluzione doveva avere natura e scopo socialisti il potere doveva passare interamente nelle mani dei lavoratori. Il 9 e il 10 novembre i comandi della macchina statale giacevano in pezzi: il kaiser aveva abdicato, il governo si era dimesso passando la direzione della cosa pubblica al capo della socialdemocrazia, l’esercito batteva in ritirata sconfitto, la grande borghesia aveva paura delle sue responsabilità e non osava alzar subito la testa. D’altra parte le masse operaie, scese in piazza e nelle strade, erano di fatto padrone in quei giorni del paese.

Sarebbe stato facile in quel momento proclamare la repubblica socialista, ciò che non avrebbe naturalmente evitato la resistenza della borghesia e la guerra civile ma avrebbe subito spinto le masse alla lotta per il consolidamento del potere. Ma i socialdemocratici, che si erano compromessi con la guerra imperialistica e che avrebbero avuto anch’essi dei conti da rendere al paese, si opposero recisamente a questi sviluppi e cercarono di sfruttare a proprio vantaggio la vittoria popolare. Il compromesso ch’essi raggiunsero il io novembre con il partito socialdemocratico indipendente [2] è in pratica la chiave dei futuri sviluppi. I socialdemocratici di destra ebbero infatti l’abilità di non negare lo scopo socialista della rivoluzione, con il che evitarono di mettersi in urto con l’aspirazione profonda delle masse e, in particolare, con il proletariato berlinese fortemente radicalizzato e diretto da socialisti indipendenti di sinistra, ma pretesero di affidarne l’attuazione ad una futura assemblea costituente, con il che guadagnavano il tempo necessario a consolidare l’alleanza con tutte le forze conservatrici e a salvare l’ordine costituito lasciando passare il momento più pericoloso della tempesta rivoluzionaria. Fu cosi che essi si opposero alla proclamazione immediata della repubblica sociale pur dichiarando che questa era il loro obiettivo di partito, e così pure si opposero a che tutto il potere fosse attribuito ai consigli degli operai e dei soldati perché ciò contraddiceva ai principi democratici.

Accettando il compromesso gli indipendenti arrestavano praticamente lo slancio rivoluzionario senza mettersi in condizione di utilizzare il tempo a proprio vantaggio. Nasceva così il 10 novembre il nuovo regime con un governo provvisorio (Rat der Volksbeauftragten) composto di tre socialdemocratici maggioritari (Ebert, Scheidemann e Landsberg) e tre indipendenti (Haase, Dittmann e Barth) di cui Ebert e Haase erano copresidenti, e con una giunta esecutiva (Vollzugsrat) nominata dall’assemblea dei rappresentanti degli operai e dei soldati, composta di sei membri per ciascuno dei due partiti, rappresentanti dei consigli operai, olre 12 rappresentanti dei soldati di Berlino, senza che fosse chiara la delimitazione delle sfere di competenza. In pratica la giunta esecutiva ebbe scarso o nessun potere effettivo e il governo rimase il solo effettivo detentore dell’autorità, ma in seno al governo si delineò la netta prevalenza dei socialdemocratici di destra, grazie ai legami ch’essi strinsero e agli appoggi che ottennero dalla burocrazia, dall’esercito e da tutte le forze conservatrici del paese. Né d’altra parte i socialisti indipendenti membri del governo opposero seria resistenza; anzi su alcuni temi di fondo, e per esempio sulla lotta contro i consigli operai, l’indipendente Barth non fu certo da meno dei maggioritari. Quella stessa diarchia di potere che due anni prima in Russia aveva portato i Soviet a rovesciare il governo provvisorio, si risolse invece rapidamente in Germania a beneficio del governo, anzi di un’ala di esso che riuscì a manovrare la situazione in modo da rimandare ogni riforma alla futura assemblea costituente e riuscì a preparare le condizioni per togliere alla stessa assemblea qualsiasi carattere di pericolosità rivoluzionaria [3].

Il problema rimase comunque aperto nelle settimane che seguirono il io novembre, e netta fu naturalmente la presa di posizione della Luxemburg in favore del potere alla classe operaia e contro l’assemblea costituente [4]. Ma, date le idee di Rosa Luxemburg sulla presa del potere e sulla dittatura del proletariato, essa non poteva immaginare la presa del potere come un semplice putsch: nella sua concezione doveva essere la maggioranza, anzi possibilmente la grande maggioranza, della classe operaia a conquistare il potere. Per cui il problema della conquista del potere da parte del proletariato s’intrecciava con l’altro della necessità di guadagnare ad una volontà rivoluzionaria la maggioranza dei lavoratori, cioè la necessità che gli spartachiani diventassero la guida effettiva del proletariato.
Ma nonostante la grande popolarità di cui godevano i leader della Lega Spartaco per il loro coraggioso atteggiamento contro la guerra, questa prospettiva era ben lungi dal realizzarsi: una leadership presso un proletariato che ha una lunga tradizione di organizzazione non si ottiene senza l’adesione di un vasto strato di quadri intermedi che sono quelli che di fatto mobilitano e guidano le masse. E i quadri intermedi erano rimasti legati all’organizzazione di partito: a Berlino in maggioranza al partito indipendente e alla sua ala sinistra rappresentata dai “revolutionäre Obleute”, nel resto della Germania, salvo qualche città, in prevalenza al vecchio partito. E così il problema della leadership da conquistare in seno alla classe operaia si trasformava nel problema della collocazione degli spartachiani: tendenza autonoma all’interno del partito indipendente, o partito separato? Rosa Luxemburg e Leo Jogisches propendevano piuttosto per la prima soluzione: Rosa diffidava dell’estremismo rivoluzionario staccato dalle masse, temeva i colpi di mano e le avventure; credeva viceversa nella capacità delle masse di educarsi attraverso la lotta e voleva poter rimanere in contatto permanente con esse durante lo sviluppo della lotta stessa [5].

 

I mesi di novembre e dicembre sono perciò caratterizzati da una complessa battaglia che si articola in questo modo: lotta per il potere ai consigli degli operai e dei soldati e contro la convocazione della costituente, lotta per dare un contenuto socialista agli obiettivi della rivoluzione e quindi contro il governo che vi si oppone, lotta per portare il partito socialista indipendente su queste posizioni, infine lotta all’interno dello stesso gruppo spartachista contro le tendenze estremistiche e contro le avventure, prima che una certa maturazione rivoluzionaria si fosse prodotta in seno alla classe lavoratrice. Purtroppo nessuno di questi obiettivi poté essere raggiunto. Il primo congresso dei Consigli degli operai e dei soldati tedeschi (Berlino, 16-21 dicembre), nel quale i socialdemocratici maggioritari ebbero la maggioranza assoluta e gli spartachiani non ebbero che una rappresentanza insignificante (288 socialdemocratici e go indipendenti di cui io spartachiani e poco più di un centinaio di altri) approvò la convocazione dei comizi elettorali per la costituente al 19 gennaio, accettando praticamente la propria autoliquidazione voluta dal governo. Naturalmente in quelle condizioni era difficile dare obiettivi socialisti alla rivoluzione se non attraverso una graduale intensificazione della battaglia e una graduale elevazione della coscienza e della maturità delle masse, ma questa battaglia trovava ostacolo in seno al partito socialista indipendente, diviso fra una corrente estremista che si appoggiava sugli operai berlinesi e una maggioranza oscillante che tendeva a mantenere l’alleanza di governo con i socialdemocratici di destra e quindi a condividerne le responsabilità controrivoluzionarie. Le quali si accrebbero notevolmente quando cominciò l’offensiva governativa contro le forze di sinistra che diede luogo a scontri violenti fra forze di governo e la divisione popolare di marina nei giorni 23 e 24 dicembre. “Poiché i leader del partito socialista indipendente rimanevano assolutamente passivi di fronte all’attacco ai marinai da parte del governo e non mostravano alcuna intenzione di ritirarsi dal governo, la Lega Spartaco fu costretta a rompere completamente con i leader del partito socialista indipendente. Tuttavia fu indirizzata una lettera al comitato centrale che criticava la politica del partito e richiedeva la convocazione di un congresso. Si domandava una risposta entro il 25 dicembre ( ...) Dato che i leader del partito socialista indipendente il 25 dicembre non avevano ancora inviato alcuna risposta, ma d’altra parte, avevano dichiarato il 24 su Freiheit [6], che, date le difficoltà di viaggio e comunicazione e la campagna elettorale, non era possibile convocare il congresso, fu deciso di riunire una conferenza nazionale della Lega Spartaco il 29 dicembre, in cui la Lega avrebbe dovuto decidere il proprio atteggiamento nei confronti della crisi del partito indipendente, del programma, dell’assemblea costituente e della conferenza internazionale socialista di Berna” [7].

La conferenza si riunì in forma privata il 29 dicembre con 83 delegati per deliberare sulla costituzione di un partito separato, che fu effettivamente decisa, dopo breve dibattito, con soli 3 voti contrari. Vi furono divergenze di opinione circa il nome: Jogisches e Luxemburg preferivano “Partito socialista operaio”, altri “Partito comunista”, in definitiva fu adottato il nome di “Partito comunista di Germania (Lega Spartaco)” [8]. Il 30 dicembre la conferenza proclamò ufficialmente la costituzione del nuovo partito e si trasformò in congresso di fondazione dello stesso. Fu nella seconda giornata del congresso, e cioè il 3I dicembre, che Rosa Luxemburg, relatrice sul programma, pronunciò il discorso che qui è tradotto dal testo pubblicato successivamente in opuscolo [9]. 
Il discorso espone con molta chiarezza il complesso delle idee che Rosa Luxemburg aveva sostenuto nel corso delle precedenti settimane: programma di realizzazione socialista secondo l’insegnamento di Marx “in cosciente opposizione” al programma di Erfurt, cioè “alla separazione delle rivendicazioni immediate cosiddette minime (...) dallo scopo finale socialista considerato come un programma massimo”, denuncia delle illusioni sul carattere e la volontà socialista dei due partiti governativi (socialdemocratico maggioritario e indipendente) e dimostrazione del loro carattere controrivoluzionario e della loro funzione di restaurazione capitalistica; necessità di passare a una seconda fase rivoluzionaria, liberata da ogni illusione miracolistica, in cui il proletariato deve mirare a rafforzare progressivamente il potere pubblico attraverso i consigli costruendone e rafforzandone l’organizzazione dal basso verso l’alto e contemporaneamente deve estendere e sviluppare le sue rivendicazioni economiche e politiche in un intreccio continuo e in una spirale ascendente che serva anche a rinsaldare la coscienza di classe e la capacità democratica dei lavoratori. Nel quadro di questo discorso s’intende meglio il significato della posizione che essa aveva assunto e difeso il giorno prima, insieme con Liebknecht, Jogisches ed altri, rimanendo però soccombente nel voto, circa la partecipazione alle elezioni della costituente. [10].
Essa era profondamente convinta, e anche questa volta gli avvenimenti le han dato tragicamente ragione, che non sussistessero le condizioni per una conquista violenta del potere in Germania dove gli spartachiani erano minoranza e dove, al di fuori di Berlino, il vecchio ordine era rimasto ancora in gran parte in piedi e le campagne non erano affatto conquistate alla rivoluzione. Perciò essa considerava che si dovesse contare su uno sviluppo ancora piuttosto lungo del processo rivoluzionario nel corso del quale la coscienza rivoluzionaria delle masse avrebbe dovuto maturare, e riteneva che la lotta elettorale per l’Assemblea costituente sarebbe stata un momento di questo processo di maturazione; rifiutarlo significava implicitamente rinunciare a una strada e propendere per l’altra, quella dell’assalto violento. Per la stessa ragione essa sarà contraria, nei giorni della rivolta in cui perderà la vita, alla parola d’ordine “via il governo Ebert-Scheidemann”, che le sembrava una parola d’ordine non suscettibile ancora di raccogliere sufficienti consensi in Germania e capace quindi di gettare il proletariato in un vicolo cieco. Purtroppo, per le strane contraddizioni dei congressi, si approvò alla unanimità il programma proposto dalla Luxemburg, ma si decise una linea politica contraria: la non partecipazione alle elezioni con lo sbocco tragico delle giornate di gennaio quando i lavoratori rivoluzionari di Berlino si lasciarono trascinare dalla provocazione governativa e furono sanguinosamente battuti. Il pericolo che Rosa Luxemburg aveva dal novembre in poi paventato e denunciato, cioè il prevalere dell’estremismo avventuristico sulla strategia rivoluzionaria, che corrispondeva al disegno degli Ebert e dei Scheidemann per frustrare la rivoluzione socialista, si verificò in pieno [11].
Lelio Basso

NOTE

[1] "L’abbattimento del dominio capitalistico, la realizzazione dell’ordine socialista: questo e nulla di meno è il tema storico della presente rivoluzione” (Der Anfang in Rote Fahne del 18 novembre 1918, ora in ARS Il, p. 594).
[2] Il Partito socialdemocratico indipendente di Germania (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands) era stato fondato al congresso di Gotha (5-8 aprile 1917) da parte dei socialisti dissidenti dalla politica bellicista del partito che erano stati già dagli organi direttivi dichiarati fuori del partito. La destra del nuovo partito era formata da Kautsky e Bernstein; all’estrema sinistra erano gli spartachisti che aderirono non senza esitazioni e polemiche interne ma conservarono una propria autonomia di gruppo. Al centro erano uomini come Haase e Ledebour. La linea del partito non fu rivoluzionaria ma piuttosto centrista; tuttavia le maestranze berlinesi e i loro capi, che militavano fra gli indipendenti, presero una posizione rivoluzionaria.
[3] Sul conflitto di poteri in questo periodo in Germania cfr. la  ricostruzione di H. E. FRIEDLANDER, Conflict of revolutionaryauthorithy: Provisional Government vs. Berlin Soviet, November-December 1918, in International Review of Social History, 1962, 1962, 2, pp. 163-176.
[4] Cfr. in particolare gli articoli Die Nationalversammlung e Nationalversammlung oder Räteregierung, in Rote Fahne, rispettivamente del 20 novembre e 17 dicembre 1918, ora in ARS, 11, rispettivamente pp. 603 e 640.
[5] L’opposizione della Luxemburg alla scissione è stata spesso criticata come una delle cause dell’insuccesso della rivoluzione tedesca. E certo la mancanza di un partito autonomo rivoluzionario, creato da tempo e già organizzato con i propri quadri, ha pesato negativamente sugli sviluppi della situazione. Tuttavia il problema è meno semplice di come sia comunemente presentato. Infatti nelle condizioni della socialdemocrazia tedesca, partito unico della classe operaia, una scissione era estremamente difficile da realizzare e non è detto che una scissione prematura non portasse ad un isolamento maggiore. I rivoluzionari di Brema che non aderirono al partito degli indipendenti e rimasero autonomi non riuscirono a costituire un partito e probabilmente gli spartachiani, anche se fossero rimasti fuori del partito, non avrebbero fatto più di quanto con una organizzazione autonoma entro il partito hanno potuto fare mantenendo i contatti con le masse dei socialisti indipendenti. Finché la Luxemburg ha potuto sperare che l’ondata rivoluzionaria avrebbe trascinato queste masse non ha voluto rompere con il partito, anche perché temeva il rischio delle avventure disperate. La scissione significava rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria immediata, e nel dicembre 1918 questa rinuncia non appariva ancora giustificata. Ma dal momento che si apriva un nuovo capitolo, con un partito nuovo, bisognava avere il tempo di lottare lungamente per poter acquistare maggiore influenza fra le masse di quanta il nuovo partito ne avesse alle sue origini. Donde la convinzione della Luxemburg che bisognasse partecipare alle elezioni e la sua contrarietà all’insurrezione di gennaio, ma le sue opinioni non prevalsero.
[6] Freiheit era il titolo del giornale organo dei socialisti indipendenti. 
[7] W. PIECK, The Founding of the Communist Party of Germany in International Press Correspondence, IX (1929), n. 1.
[8] Ibid. Erano presenti al congresso, oltre agli 83 delegati, 3 rappresentanti della Lega rossa dei soldati, un rappresentante della gioventù e 16 ospiti.
[9] R. LUXEMBURG, Rede zum Programm gehalten auf Gründungsparteitag der Kommunistischen Partei Deutschlands (Spartakusbund) am 29-31 Dezember 1918 zu Berlin, (Berlino, 1919).
[10] La tesi partecipazionista era la tesi del comitato centrale. “Ma le ragioni e le argomentazioni avanzate a favore della partecipazione non convinsero la maggioranza dei delegati che espressero invece la convinzione che quello non era tempo per elezioni e che la lotta contro l’Assemblea nazionale doveva esser portata avanti per mezzo di scioperi di massa e mitragliatrici; la partecipazione alle elezioni, si sosteneva, avrebbe solo confuso i lavoratori e li avrebbe distratti dalla lotta. Quando la questione fu messa ai voti, solo 15 furono in favore della partecipazione e 62 contrari. I compagni Luxemburg e Jogisches furono molto delusi di questo risultato; essi vedevano in questo atteggiamento una mancanza di comprensione per i compiti del partito e temevano che la prevalenza di questi sentimenti avrebbe portato a un pericoloso sviluppo del partito. Ma essi non permisero che questo si trasformasse in una scissione dei partecipanti alla conferenza, perché erano convinti che i membri del partito si sarebbero presto accorti dell’errore della loro decisione” (W. PIECK, art. cit.).
[11] "Essi (i Scheidemann e gli Ebert) con piena coscienza e chiarezza di propositi distorcono i nostri scopi socialisti in avventura sottoproletaria, per trarre in inganno le masse" (Das alte Spiel in Rote Fahne del 18 novembre 1918, ora in ARS, II, p. 599).

 

LINK allo scritto delal Luxemburg:

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