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25 maggio 2012 5 25 /05 /maggio /2012 05:00

Henri Gustave Jossot (1856-1951)

 

jossot

Colloquio tra Henri Viltard e C. Arnoult [1]



jossot-01.jpgDa qualche parte sotto i tetti di Parigi, Henri Viltard mi accoglie nel suo piccolo appartamento mansardato. Abbiamo già avuto il tempo di simpatizzare davanti al piatto del giorno di uno snack, da cui il darsi del tu durante la discussione che segue, discussione gradevolmente profumata dagli effluvi di un tè speziato.

C. Arnoult: Per cominciare, puoi raccontarmi come hai iniziato ad interessarti di Jossot?

Henri Viltard: Al momento di scegliere l'argomento della mia tesi, non volevo lavorare su di un soggetto museizzato. Tradizionalmente, la storia dell'arte vi destina piuttosto alle arti nobili e sono stato attratto dall'idea di confrontare i metodi peculiari a questa disciplina con un oggetto che ancora gli sfuggiva...

C.A.: Del genere?

H.V.: Ebbene, ho dapprima pensato a studiare dei volantini illustrati. Il che mi avrebbe portato ad una riflessione sull'articolazione tra arte e politica, l'uso dell'immagine mobile, ecc.

C.A.: Ma non hai potuto farlo...

H.V.: No. I fondi d'archivio che raccolgono questo genere di supporti erano all'epoca mal identificati e questo avrebbe procurato molti problemi. E poi avevo già cominciato a leggere qualche tesi sulla storia delle riviste quando il mio futuro direttore di tesi mi ha parlato di "L'Assiette au Beurre". All'epoca, ero a Strasburgo, dove non c'erano collezioni. Ho dovuto quindi recarmi a Colmar per consultare la rivista. E là, non so se la cosa sia veramente regolare ma ho potuto prendere in prestito tre annate di "L'Assiette au Beurre", per la durata di quindici giorni, come se si fosse trattato di riviste moderne!!! Naturalmente, non appena uscito dalla biblioteca, ho voluto dare un'occhiata all'interno dei volumi. È quel che ho fatto in quella specie di chiostro che si trova tra la biblioteca e la strada. È lì che ha avuto luogo il mio primo contatto con i disegni di Jossot...

C.A.: In un chiostro? Per un caricaturista anarchico...

H.V.: … ma più o meno mistico! Sì, questo non si inventa! Dunque, apro un volume, giro le pagine rapidamente, e là, un disegno di Jossot mi colpisce nell'occhio, direttamente...

C.A.: Perché? Non capisco...

H.V.: Aspetta e vedrai.

Henri si alza, passa nella stanza accanto e torna con un'annata di "L'Assiette au Beurre". L'apre e sfoglia i numeri davanti a me. I disegni scorrono: dei colpi di matita, un po' di colore ma soprattutto per rialzare dei grigi..., e, di colpo, un tratto spesso, nero profondo, che forma degli arabeschi e che abbracciano delle grandi distese spesso rosso vivo che saltano agli occhi. È Jossot. Ora capisco!

C.A.: Non capisco molto di storia dell'arte, ma questi disegni mi fanno pensare ai grotteschi del Rinascimento...

H.V.: Sì, ma il tratto di Jossot, la sua estetica dell'arabesco, sembra anche terribilmente “moderno”! È ciò che, in seguito ho cercato di capire: com'era venuta l'idea a questo disegnatore di impiegare questo genere di tratto che si diceva “moderno”. E soprattutto perché? Qual era il legame tra il suo umorismo, il suo disegno e le sue posizioni politiche, ecc?

C.A.: Allora giustamente, parliamo delle sue posizioni politiche, o per lo meno filosofiche. Da quel che ho letto sul tuo sito, Jossot è anarchico all'inizio, poi si converte all'Islam, un po' prima dei cinquant'anni, e finisce la sua vita come ateo... Un po' versatile, il brav'uomo! Si ha un'idea delle sue motivazioni?

H.V.: Il poeta Jehan Rictus lo considerava una banderuola!... eppure, se si riflette bene, Jossot è stato molto meno banderuola del suo amico che è passato da simpatie anarchiche all'ammirazione per l'Action française.

C.A.: E Rictus non è sfortunatamente stato l'unico caso... Penso tra gli altri a Émile Janvion, Adolphe Retté, Fagus, Urbain Gothier... senza dimenticare Gustave Hervé, passato dall'antimilitarismo più virulento al bellicismo più sfrontato!

H. V.: Ed anche tra i disegnatori di "L'Assiette au Beurre", ex rivoltosi, anarchici o comunisti, si possono citare Hermann-Paul, Naudin, Grandjouan, Steinlen... che a modo loro si sono adattati alla guerra. Ad ogni modo, è qualcosa che non si può rimproverare a Jossot: è pacifista prima della guerra, e lo resta durante e dopo! Nelle sue lettere, non esita inoltre a prendersi gioco dei suoi amici, di Rictus giustamente e anche dello scultore Henri Bouchard e del pittore Jean-Julien Lemordant.

C.A.: È tutto a suo onore! E ciò lo avvicina sicuramente ad Han Ryner. Ma torniamo all'itinerario un po' tortuoso (quanto i suoi disegni!) di Jossot.

H.V.: In realtà, c'è una logica profonda nel suo percorso. Innanzitutto, Jossot non è mai stato veramente anarchico; ha molto raramente indossato quest'etichetta (le rifiutava tutte) e non si è mai posto sul terreno dell'azione. Diffidava di ogni forma di organizzazione collettiva e degli opinionisti, fossero pure anarchici.

C.A.: Diffidenza che condivideva Ryner...

7264140070_8f657b8e7f.jpgH.V.: Jossot ha inoltre scritto un romanzo Viande de Borgeois, che si beffa completamente dei compagni... Ha disegnato diverse caricature contro di loro. Una di queste oppone un "gregge" di bombaroli... alla sua propria sagoma: "Non è anarchico ed ha la sfrontatezza di credersi libertario!", dice la didascalia. Penso che ciò descriva molto bene ciò che poteva infastidire Jossot nei gruppuscoli anarchici...

C.A.: Capisco... Dunque, se ho capito bene, può essere innanzitutto concepito come un non conformista, o per utilizzare una parola più forte e dell'epoca un "al di fuori"... Ma guarda, a questo proposito, ho notato sul sito internet dedicato a L'Assiette au Beurre [2], i cinque numeri presentati in tema sul conformismo e delle convenzioni sociali, numeri di caricature naturalmente, tutti firmati da Jossot... Bene, ma allora non capisco come Jossot rifiutando tutti i conformismi (compreso quello degli anarchici) si ritrova convertito all'Islam.

H.V.: La ragione della sua conversione all'Islam è naturalmente stata una grande fonte di interrogativi nel mio lavoro. Jossot è stato ferocemente anticlericale, ma ciò non implicava che sia stato un ateo militante. Se l'è presa con il clero e le pratiche della Chiesa, non con la fede... E poi la perdita della figlia, fulminata da una meningite, lo ha duramente colpito. Ha cominciato a frequentare degli occultisti per entrare in contatto con lo spirito di sua figlia, poi si è affigliato ad una loggia della massoneria... tutte esperienze inutili, che andranno ad alimentare le sue caricature!

C.A.: Divertente (se così si può dire!), ma Ryner ha vissuto un trauma simile. Nel 1892, perde sua figlia di sette anni. Ne soffre enormemente, sino ad avere delle allucinazioni uditive... Al contrario di Jossot, ciò non ha portato Ryner (o Henri Ner, all'epoca) all'occultismo o all'esoterismo, anche se frequenterà molto più tardi, verso il 1910, L'Hexagramme, un gruppo artistico-esoterico. Per contro, ho tendenza a pensare che quest'avvenimento non rientri affatto in quel che egli stesso chiamerà la sua “conversione” all'individualismo, che interviene verso il 1895.
la doma, 012H.V.: Nel caso di Jossot, credo comunque che non si possa spiegare tutto il suo destino attraverso questo lutto. Non bisogna dimenticare che è stato formato da tutta una generazione di pittori simbolisti più o meno panteisti o spirito-mistici. Un pittore come Ivan Anguéli, vicino ad Émile Bernard, si è convertito all'Islam dal 1898. Di origine svedese, si è anche affiliato alle logge, e militato per le idee anarchiche prima di far della propaganda anticolonialista al Cairo. È anche lui che ha iniziato René Guenon al sufismo... Tutto questo per dire che le passerelle che portano dalla Bretagna detta “primitiva” alla ricerca di una tradizione esoterica orientale, non sono rare. Detto ciò, Jossot ha effettuato il suo primo viaggio in Tunisia, poco dopo il decesso di sua figlia nel 1896, a motivo di cambiamento d'aria. Se questa perdita è veramente all'origine della sua ricerca spirituale, ci si può chiedere perché attenda il 1904 per sprofondare realmente in una grave depressione. Bisogna capire che a quest'epoca la situazione dei disegnatori non è forzatamente evidente e Jossot non sopporta che gli si rifiuti dei progetti o che gliene si imponga.

C.A.: Il rifiuto di prostituirsi...

H.V.: Credo soprattutto che l'esercizio quasi esclusivo della caricatura conduce a poco a poco a una visione insopportabile dell'umanità e dell'esistenza terrena. Jossot lo dice abbastanza chiaramente nel suo romanzo: “dove fuggire” queste visioni da incubo? Come sbarazzarsi di una società così brutta? È in questo stato di spirito che egli intraprende il suo secondo viaggio in Tunisia.

C.A.: Per risiederci?

H.V.: Non subito, ma durante gli anni seguenti, egli torna regolarmente nel deserto per sfuggire all'inferno parigino e dedicarsi alla pittura. I deserti sono sempre stati dei luoghi di meditazione e di eremitaggio, altri oltre a me hanno tentato di descriverne le ragioni. Resta sempre l'idea che il fatto di convertirsi all'Islam lo attraversa alla vista degli spettacoli fiabeschi del deserto che egli contempla dal suo balcone, a Nefta, durante l'inverno 1909. Jossot prepara in seguito la sua partenza, vende i suoi beni e si installa a Tunisi nel 1911. Lo si vede curiosamente frequentare la cattedrale dove va ad ascoltare un predicatore che sapeva attirare degli intellettuali non credenti per la qualità filosofica dei suoi sermoni. Ho un po' tendenza a pensare che questo riavvicinamento con i cattolici fa parte di una strategia destinata a dare maggiormente peso simbolico e mediatico al suo colpo finale. Mostrando della buona volontà, egli svalorizza ulteriormente anche la religione dell'Occidentale. Nel contesto coloniale, è veramente tutto il suo “clan” che egli rinnega... Insomma, questa conversione può essere vista come un atto caricaturale o una caricatura in atto.

C.A.: Una specie di esibizione allo stesso tempo artistica e politica, che si ricongiunge al suo mestiere di caricaturista... un'incarnazione della sua arte in qualche modo!

H.V.: E si tratta sempre di singolarizzarsi... Come diceva egli stesso: "Intellettuale, sì! Ma è per singolarizzarmi!".

jossot-intellettuale.jpg

 

 


C.A.: Allora, si può pensare che Jossot non si è convertito che per anticolonialismo, con tutta la volontà di provocazione che si può trovare presso un caricaturista! Voglio dire che si può lo stesso seriamente dubitare della sincerità della sua fede...

H.V.: Sì, e i suoi contemporanei hanno tanto più dubitato seriamente che Jossot si è mostrato molto attaccato ai dettagli delle apparenze. Poiché era abbastanza un bel uomo aveva visibilmente piacere a pavoneggiarsi in mantellina e a sorprendere i suoi amici. Bisogna quindi relativizzare questo lato superficiale e mediatico del personaggio, perché era innanzitutto  un solitario, che frequentava un circolo di amici molto scelti ed evitando tutte le mondanità artistiche. Ho incontrato uno degli ultimi Tunisini che lo hanno conosciuto e questo vecchio signore me lo ha descritto come un uomo discreto e anche “segreto”.

Detto ciò, sapere se Jossot era sincero oppure non, non mi sembra la cosa più interessante. Dopotutto, era probabilmente il solo a saperlo, e, in fin dei  conti il solo a cui la cosa riguardava. Il fatto di usare la religione per delle finalità politiche e satiriche, o il fatto di travestirsi da musulmano, non implica necessariamente che abbia simulato la sua fede.

Si convertì – o piuttosto abiurò la sua antica fede, - perché trovava nell'Islam una religione molto semplice, senza clero, e cioè senza gerarchia, senza rappresentazione.


Raffreddati--06
jossot-la-rogna.jpgSe si osserva attentamente, la caricatura di Jossot stesso a degli interrogativi metafisici. Degli albi come Les Refroidis [I Raffreddati] o La Graine [La Rogna] sono collegati, né più né meno, alla condizione umana! Contro coloro che gli rimproverano di non essere comico, Jossot rivendicava ferocemente il diritto di essere "pensatore" o "filosofo". A forza disen manipolare nelle sue caricature dei concetti semplificati, di mobilitare dei ragionamenti binari, di ridurre la diversità, la complessità, le sfumature del mondo reale, Jossot ha alimentato il suo disgusto per le cose terrene e ha rinforzato la sua attrazione per il mondo dello spirito e delle idee. Non è un caso se egli si orienta in seguito verso il sufismo: il fakir ottiene un'illuminazione ritenuta in grado di farlo vivere in unione o in fusione con la divinità, senza intermediari...



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C.A.: Niente sacerdote per dirti cosa pensare o credere... Ecco cosa conviene a chi ha sempre diffidato dei pensatori professionisti...

H.V.: Sì, ma ciò non è senza contraddizione: Jossot accetta comunque di essere guidato dallo sceicco Al-Alawi... Nelle sue Memorie tuttavia, definisce stranamente il sufismo come “il libero pensiero dell'Islam”... ecco cosa riconcilia “lo schiavo del Generoso” (Abdul-'l-Karim) – il nome musulmano di Jossot) al libero-pensatore!... ma è al prezzo di una comprensione molto superficiale del sufismo!!! Infatti, Jossot assimila abusivamente questa corrente mistica dell'Islam a un panteismo, di modo che finisce con il credere a un Dio impersonale che vuole ancora chiamare”Allah”.

C.A.: Uhm! È un po' una manipolazione spirituale, tutto ciò... Ma ad ogni modo, questo dimostra che è aldilà di un atto di sola rivolta politica o, diciamo piuttosto, culturale.

H.V.: Sì, ma il suo impegno durerà poco. Verso il 1927, smette di esternare i segni nel vestirsi che egli associa all'Islam. Jossot non ha imparato l'arabo e si trova di colpo un po' ridicolo. Lo spettacolo dei Tunisini che tentano di mimare l'eleganza europea, non senza goffaggine, funziona come uno specchio...

C.A.: Fine dell'episodio musulmano, dunque E il resto della sua vita: ateo?

jossot-sentier.jpg

H.V.: Se ho parlato di ateismo a suo proposito è a causa delle ultime pagine di Goutte à goutte [Goccia dopo goccia], le sue memorie, di una dedica del suo Le Sentier d'Allah [Il sentiero di Allah] che comincia con “errare humanum est”, e della sua sepoltura non religiosa. Ma altri possono interpretarlo altrimenti... Ad ogni modo, non sono sicuro che sia veramente importante per capire il suo pensiero e la sua opera che restano definitivamente segnati dal dubbio

C.A.: Sino alle ultime righe, pungenti e magnifiche, di Goccia dopo goccia, nelle quali si interroga sulla morte...

H.V.: Sì.

C.A.: Possiamo citare ampiamente?

H.V.: Se vuoi.

C.A.: Allora ecco: "[...] sono troppo occupato per conoscere la noia; la mattina, mi alzo, mi vesto, riscaldo la mia cioccolata; la ingurgito; continuo a prepararmi, accendo la mia prima pipa; constato allora che la mia provvista di tabacco è terminata ed esco per rifornirmene. Quando rientro, sgrano i piselli che riservo per il mio pranzo. Quando li ho tutti estratti, li metto in una pentola e la ripongo ssul fornello... e ciò va avanti per il resto della giornata; trovo raramente qualche istante per meditare. Essi si presentano a volte, tuttavia, quando cerco di risolvere il Grande Problema: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?.
È una distrazione come un'altra, vale quanto le parole crociate.
All'ultima delle tre domande, sarei tentato di rispondere: "Alla fossa finale", se lo Sceicco della confraternita di Mostagamem di cui ho già parlato non mi avesse insegnato che dopo la mia morte, un debole lucore: la lucidità della mia coscienza si dirigerà verso la grande Luce del Mondo Infinito.
Sono troppo educato per permettermi di contraddirlo, benché si possa sostenere, con altrettanta plausibilità, la seguente tesi: “In fondo alla fossa finale, dormiremo profondamente, senza avere incubi e non ci risveglieremo mai".
Per parte mia, se avessi la libertà di scegliere, sarebbe quest'ultima ipotesi che avrebbe la mia preferenza: cessare di essere, non vedere più nulla, non udire più, non provare nulla! Gli uomini mi daranno infine la Pace con il Riposo Eterno per soprammercato! È la grazia che mi auguro!".

Te lo devo confessare: me lo auguro anch'io!!!

Ma aspettando, io, non ti "darò pace", perché non hai ancora parlato di ciò che ci ha portato ad incontrarci, e cioè le relazioni tra Jossot e Ryner. Lo abbiamo visto, vi sono delle convergenze innegabili nella sensibilità dei due uomini: sono entrambi degli individualisti, degli “en-dehors*”; nessuno dei due è caduto durante la guerra nella trappola della "unione sacra"; entrambi sono antidogmatici compreso in rapporto ad eventuali dogmi rivoluzionari; entrambi sono anticlericali anche se restano attratti dalla ricerca metafisica, il mistero in senso spirituale... Sono stati senz'altro colleghi di penna in certi periodici – Le Bonnet rouge, Le Journal du Peuple... Ma ciò non significa che erano stati in contatto diretto. Per quel che mi riguarda, prima di ricevere il suo messaggio che annunciava la creazione del tuo sito, ignoravo che ci fossero state delle relazioni tra di loro!

H.V.: Bene, non vi sono altre cose notevoli inoltre. Ma ho ritrovato una lettera destinata a Han Ryner così come un esemplare con dedica di Il sentiero di Allah: “A Han Ryner il cui pensiero, malgrado le apparenze, è fratello del mio”. Bisogna dire che a quest'epoca, sconfessa già il contenuto della sua opera...

C.A.: La banderuola.

H.V.:  È soprattutto che ha avuto talmente tante difficoltà a far pubblicare Il sentiero di Allah che nel tempo occorso a ciò, è già passato a un altro credo!..

C.A.: ...che sarebbe?

H.V.: Niente meno che un Vangelo dell'inazione! "Nella nostra epoca in cui non si sogna che a guadagnare del denaro esso sarà considerato come l'elucubrazione di un vecchio pazzo", vaticina nella lettera a Han Ryner, giustamente.

C.A.: Allettante. E cosa elucubra il vecchio pazzo?

H.V.: Insorge contro una civiltà più preoccupata di produrre dei beni di consumo che del suo sviluppo intellettuale e umano. Denuncia la bestialità delle convenzioni sociali, la menzogna e l'ipocrisia di coloro che fingono di non vedere che si creano dei nuovi bisogni senza procurarsene i mezzi per soddisfarli. addita con cinismo le contraddizioni di un sistema capitalista fondato sul dominio dei popoli “primitivi” e che conduce alla carneficina che è stata la Prima Guerra mondiale. Tira il bilancio ecologico della “agitazione” dei bianchi e stigmatizza i suoi effetti sul pensiero e i comportamenti. In breve, si direbbe oggi che egli preconizza la decrescenza e la meditazione... o che è completamente retrogrado come molti vecchi!!!... Da parte mia, trovo nella sua prosa un soffio di rivolta piuttosto vigoroso... e ammiro il modo in cui riattualizza una filosofia stoica multisecolare, primitiva, è vero, con un certo numero di luoghi comuni caricaturali! Ecco, non resisto al bisogno di leggerti un passaggio: "Che follia l'agitazione! Che errore considerarla come come la Panacea che guarirà il mondo! Sempre e ovunque urtiamo contro questa orribile mania; essa ci proibisce di vivere la vita naturale, il dolce stato primitivo dove non si doveva che cogliere i frutti per nutrirsi.
È vero che questo gesto costituisce uno sforzo; ma non è uno sforzo faticoso, non più che costruire una capanna per ripararsi o tessere dei tessuti per vestirsi.
Questi “lavori” se ci tieni a chiamarli così, farebbero parte integrante della nostra esistenza: sarebbero una distrazione, un riposo per lo spirito. Con gioia, con amore li compiremmo; ma lasciarci abbrutire da bisogni fastidiosi, inutili, avvilenti, malsani o pericolosi, questo è il male: dobbiamo sottrarci a ciò.
Non è facile, lo riconosco, nella graziosa civiltà in cui viviamo; ma più ci si distacca dai bisogni che essa ci ha creato, più possiamo fare a meno del denaro.
I cibi deliziosi, i vestiti all'ultima moda, le automobili confortevoli, gli appartamenti lussuosi non costituiscono una ricchezza: possedendoli resti un povero diavolo, mentre se limiti i tuoi bisogni allo stretto necessario, diventi più ricco di Creso".

C.A.: Ah, sì! Ora capisco la dedica a Ryner, e il fatto che Jossot gli parli di quest'ultimo testo. Ritroviamo in Ryner quest'elogio della frugalità, del distacco dai beni materiali, ispirato dalla saggezze antica. In Petit manuel individualiste [Manualetto individualista], Ryner scrive ad esempio: “Quando saremo capaci di disprezzare praticamente tutto ciò che non è necessario alla vita; quando sdegneremo il lusso e il confortevole; quando assaporeremo la voluttà fisica che scaturisce dai nutrimenti e dalle bevande semplici; quando il nostro corpo conoscerà bene quanto la nostra anima la bontà del pane e dell'acqua: potremo progredire ulteriormente verso la felicità”.

Il problema, è che dopo l'estratto che mi hai fornito – e non so se è un desiderio molto naturale né necessario, in senso epicureo certamente! - si ha veramente voglia di leggerne di più! Verrà riedito presto questo Vangelo dell'inazione?

jossot-foetus.jpgH.V.: Innanzitutto, il titolo non è Vangelo dell'inazione, bensì... Il Feto recalcitrante!

C.A.: Terribile!

H.V.: Sì! E rassicurati, non appena avrò la possibilità di sottrarmi al mio lavoro, lavorerò alla riedizione di questo libretto pubblicato a spese dell'autore, alla vigilai della Seconda Guerra mondiale. Inutile dire che il secondo conflitto mondiale, con il lato tecnico e sistematico delle sue carneficine, ha fortemente  segnato l'artista. Ho d'altronde pubblicato sul mio sito un articolo stupefacente, intitolato En-dehors du troupeau [Fuori dal gregge], che costituisce una specie di non ritorno rivolto all'umanità intera, nel momento della dichiarazione di questa nuova guerra.

C.A.: Ebbene Henri, aspettando di poter aggiungere alla mia biblioteca refrattaria Il Feto recalcitrante, e poiché, si è fatto tardi, ti propongo di lasciarci con quest'articolo di cui mi hai parlato, e che merita di essere letto.

 

 

 

 


NOTE

 

[1] Jossot era un caricaturista nato nel 1866 e morto nel 1951. Come leggerete, era un davvero un brav'uomo! Henri Viltard gli ha dedicato una tesi di laurea, ed anche un grazioso sito internet: Goutte à goutte. Han Ryner (1861- 1938) era uno scrittore e filosofo individualista, pacifista e libertario.

[2] http://www.assietteaubeurre.org/

* En-dehors, allusione al titolo di un celebre foglio anarchico di fine Ottocento edito per alcuni anni dal celebre anarchico individualista Zo d'Axa, e che può essere tradotto come Fuori sottintendendo con esso soprattutto l'immagine della massa amorfa e abbrutita, del branco, della mentalità comune.

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Published by Ario Libert - in Artisti libertari
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20 maggio 2012 7 20 /05 /maggio /2012 05:00

Luxemburg francobollo 1974

 

 

La rivoluzione 

Le difficoltà del compito non stanno nella forza dell’avversario, nella resistenza della società borghese. (...) La difficoltà sta nel proletariato stesso, nella sua immaturità, o piuttosto nell’immaturità dei suoi capi, dei partiti socialisti.

ROSA LUXEMBURG

 Il metodo e la strategia di Rosa Luxemburg, che abbiamo sin qui delineato, si riferiscono in generale alla lotta di classe che si combatte nel quadro della società capitalistica con lo scopo di preparare e affrettare l’urto decisivo: vediamo ora come si articolasse questa strategia nel corso della lotta rivoluzionaria vera e propria.

Abbiamo già rilevato che uno dei più importanti contributi di Rosa Luxemburg alla teoria rivoluzionaria fu il legame stabilito fra rivoluzione e guerra piuttosto che fra rivoluzione e crisi. Abbiamo pure segnalato, come un’altra importante caratteristica della posizione luxemburghiana, il suo sforzo di operare una sintesi delle esperienze russa e occidentale: se quest’ultima poteva offrire l’esempio di una classe operaia più matura, e più direttamente partecipe alla lotta politica moderna, quindi più dotata delle qualità necessarie per diventare classe dirigente, la classe operaia russa doveva invece offrire l’esempio di un maggior vigore combattivo, di un più ricco slancio rivoluzionario, soprattutto di una minore integrazione allo Stato capitalistico e quindi di una maggiore possibilità di rottura radicale con il sistema. In altre parole, pur riconoscendo alla classe operaia tedesca e al suo partito una funzione dirigente quanto a capacità politica in vista di una futura gestione del potere e quanto a metodi di lotta in una società capitalistica avanzata, Rosa Luxemburg attendeva più facilmente dalla Russia una spinta rivoluzionaria. Nelle sue tenaci polemiche con il Partito socialista polacco, che aveva nel suo programma l’obiettivo della ricostituzione dello Stato polacco, e contro i socialisti occidentali che lo sostenevano in nome dell’antica avversione al regime zarista, essa aveva sempre affermato che era ormai un errore considerare la Russia come baluardo della reazione perché, al contrario, stavano maturando in seno alle masse russe germi rivoluzionari capaci di dare frutti copiosi [165].

Date queste due premesse era quindi naturale che essa, come dirigente della socialdemocrazia polacca, lottasse contro la guerra russo-giapponese e cercasse di utilizzarla a fini rivoluzionari, così come i bolscevichi russi con i quali si operò allora un notevole ravvicinamento [166]. Nella interpretazione del significato della rivoluzione del 1905, si trovò in contrasto con tutti i pseudo-marxisti schematici che si immaginavano la storia di ciascun paese come una successione regolare delle fasi storiche che i paesi più avanzati avevano già attraversato e perciò parlavano di una rivoluzione democratico-borghese che avrebbe dovuto segnare il passaggio da un regime assolutistico-semifeudale a un regime capitalistico-parlamentare. Attenta all’analisi delle diverse situazioni e preoccupata di collocare ogni avvenimento nella totalità delle sue relazioni, la Luxemburg non poteva non avvertire il fatto che la rivoluzione si svolgeva in un paese dove c’era già una classe operaia e un partito socialista e dove d’altra parte la borghesia era relativamente debole e timida e più disposta al compromesso con il potere autocratico, il che non poteva non dare a quella rivoluzione un carattere profondamente diverso da quello delle rivoluzioni borghesi dell’occidente. Si verificava cioè in Russia un accavallamento di situazioni storiche per cui il proletariato e la socialdemocrazia diventavano protagonisti di una rivoluzione prima che la borghesia avesse compiuto il suo ciclo storico, prima ancora che essa avesse potuto insediarsi al potere [167]. Si creava così una situazione instabile: da un lato le masse, che avevano largamente partecipato alla lotta e che avevano già una propria direzione politica socialista, non potevano più accontentarsi del ruolo di truppa d’assalto per conto della borghesia, appoggiando un governo borghese come sostenevano i menscevichi e la maggior parte dei socialisti occidentali; d’altro lato il proletariato, anche se fosse giunto a impadronirsi del potere, non avrebbe potuto conservarlo sia per la sua relativa debolezza rispetto all’immensità dello Stato russo e alle difficoltà dei compiti che gli stavano innanzi [168], sia a cagione della situazione internazionale [169].

Ma, anche se sconfitto, il proletariato russo apriva un capitolo nuovo nella storia, quello delle rivoluzioni socialiste. “L’odierna rivoluzione realizza così contemporaneamente nel caso particolare dell’assolutismo russo i risultati generali dello sviluppo capitalistico internazionale e appare meno un ultimo epigono delle vecchie rivoluzioni borghesi che un precursore della nuova serie delle rivoluzioni proletarie dell’occidente. Il paese più arretrato, proprio perché è così imperdonabilmente in ritardo con la sua rivoluzione borghese, mostra così vie e metodi della futura lotta di classe al proletariato della Germania e degli altri paesi capitalistici progrediti” [170]. In sostanza Rosa Luxemburg pensava che la Russia, dopo questa scossa rivoluzionaria, non avrebbe potuto più a lungo conservare il vecchio regime superato dalla storia ma che d’altra parte la borghesia non sarebbe riuscita a consolidarsi al potere se il proletariato avesse continuato la sua rivoluzione, e in ciò gli avvenimenti del 1917 le hanno dato ragione. E al tempo stesso pensava che la rivoluzione russa avrebbe potuto sostenersi solo se anche nei paesi occidentali la rivoluzione socialista avesse potuto trionfare e ciò apriva il discorso sulla rivoluzione in Germania, cioè nel paese dove vi era il partito socialista più forte. In questa alleanza, che essa sentiva fortemente, fra proletariato russo e proletariato tedesco, il primo era certamente debitore al secondo della dottrina marxista, dell’esperienza della lotta di classe e in generale di tutto quanto era stato necessario perché un partito socialdemocratico sorgesse e si affermasse, ma a sua volta il proletariato russo poteva insegnare al proletariato occidentale “nuove vie e metodi di lotta” che avrebbero potuto alimentare il futuro sforzo rivoluzionario. Questa intima unità internazionale della lotta proletaria era al centro dei suoi sforzi di militante socialista di due partiti, uno dei quali operava entro i confini dell’impero zarista e l’altro in Germania; era, come si è detto, la sua vocazione rivoluzionaria [171].

Era naturale che i capi socialdemocratici tedeschi, così orgogliosi della forza della propria organizzazione e d’altra parte così scolasticamente attaccati all’idea di uno sviluppo capitalistico uniforme in tutti i paesi, non potessero accettare l’idea di un proletariato russo all’avanguardia della rivoluzione socialista, all’avanguardia addirittura rispetto al proletariato tedesco e alla socialdemocrazia tedesca. Ed essi dovevano sentire orrore di fronte al passo successivo dello scritto ora citato della Luxemburg: “Appare pertanto, prendendo le cose anche da questo lato, come del tutto erroneo il considerare da lontano la rivoluzione russa come un bello spettacolo, come qualche cosa di specificamente “russo” e di ammirare tutt’al più l’eroismo dei combattenti, cioè gli accessori esterni della lotta. È molto più importante che gli operai tedeschi imparino a considerare la rivoluzione russa come loro propria faccenda, non soltanto nel senso della solidarietà di classe internazionale col proletariato russo, ma innanzi tutto come un capitolo della propria storia sociale e politica. Quei dirigenti sindacali e quei parlamentari che considerano il proletariato tedesco come “troppo debole” e le condizioni tedesche come troppo immature per lotte di massa rivoluzionarie, non hanno evidentemente nessun’idea che lo strumento di misura della maturità dei rapporti di classe in Germania e della forza del proletariato non si trova nelle statistiche dei sindacati tedeschi o nelle statistiche elettorali ma negli avvenimenti della rivoluzione russa. Proprio allo stesso modo come la maturità dei contrasti di classe francesi sotto la monarchia di luglio e all’epoca della battaglia parigina del giugno si rifletteva nella rivoluzione tedesca di marzo, nel suo corso e nel suo fiasco, così oggi la maturità dei contrasti di classe tedeschi si riflette nelle forze della rivoluzione russa. E mentre i burocrati del movimento operaio tedesco vanno cercando la prova della sua forza e della sua maturità nei cassetti dei loro scrittoi, non si accorgono che quel che cercano sta proprio innanzi ai loro occhi in una grande evidenza storica, giacché, considerata storicamente, la rivoluzione russa è un riflesso della forza e della maturità del movimento operaio internazionale, quindi in prima linea di quello tedesco” [172]. Purtroppo non erano solo i burocrati che respingevano queste tesi, erano anche, in parte, i suoi amici radicali e lo stesso Kautsky, allora non ancora passato ufficialmente al centrismo: data da allora, da queste polemiche, il raffreddamento dei rapporti amichevoli, fino a quel momento così stretti, fra la Luxemburg e Kautsky, raffreddamento che diventerà lotta aperta nel 1910 [173].

Era utopistica o realistica la visione di Rosa Luxemburg? La risposta a questa domanda comporta a nostro avviso sia un esame delle condizioni politiche della Germania in quegli anni, sia un esame dei metodi di lotta che Rosa Luxemburg suggeriva, che a sua volta investe due degli aspetti più discussi del suo pensiero, quello relativo allo sciopero generale e quello relativo al rapporto fra classe e partito e alla cosiddetta teoria della “spontaneità”.

Circa la maturità delle condizioni per una rivoluzione in Germania, nulla sarebbe più fatuo che aggrapparsi ai dati della storia. Se infatti il verificarsi di un avvenimento prova che esso era storicamente possibile (e così p. es. il successo della rivoluzione bolscevica del 1917 prova che le previsioni di Rosa Luxemburg sugli sviluppi successivi al primo atto rivoluzionario del 1905 erano fondate), non si può dire con altrettanta sicurezza che il suo non verificarsi provi che esso era storicamente impossibile perché è sempre pensabile che un diverso atteggiamento dei protagonisti avrebbe potuto dare altro risultato: nel caso specifico nulla ci autorizza ad affermare che se i dirigenti della socialdemocrazia tedesca avessero fatte proprie le tesi rivoluzionarie della Luxemburg, la rivoluzione sarebbe ugualmente fallita. Fra i fattori di successo di una rivoluzione, il comportamento della direzione politica del partito rivoluzionario è indubbiamente uno dei più importanti, ma se questo stesso partito, anziché guidare la rivoluzione, fa ogni sforzo per impedirla o soffocarla al suo nascere, è difficile sperare in un successo della rivoluzione. Sarebbe quindi una tautologia arguire che i dirigenti socialdemocratici tedeschi hanno avuto ragione di respingere le prospettive politiche di Rosa Luxemburg dal fatto che il loro rifiuto ha reso impossibile a queste prospettive di verificarsi. Il discorso è quindi assai più complesso e noi ci limiteremo a dare qui soltanto alcuni elementi di giudizio.

Ora in primo luogo non va dimenticato che per Rosa Luxemburg la rivoluzione non è una resa di conti fra proletariato e capitalismo che sopraggiunga improvvisa, ma è un fatto che si colloca all’interno dello sviluppo capitalistico stesso, quando le contraddizioni e le tensioni che esso genera giungono al loro acme. È quindi attraverso un crescendo di lotte che si giunge al massimo di tensione: la conquista del potere da parte del proletariato, cioè la vittoria della rivoluzione socialista, non può essere vista come l’atto di un solo momento, come lo scontro violento definitivo, ma è il momento terminale di un processo rivoluzionario. Giustamente, essa osserva, la socialdemocrazia “ha liquidato la vecchia fede nella rivoluzione violenta come unico metodo della lotta di classe e come mezzo utilizzabile in ogni tempo per l’instaurazione dell’ordine socialista” [174]. In realtà “la presa del potere politico può essere solo il risultato di un periodo più o meno lungo della normale lotta di classe quotidiana” [175]; “questo obiettivo non può essere realizzato d’un colpo, ma anch’esso in un lungo periodo di lotte sociali gigantesche” [176]. E ancora nel fuoco della rivoluzione divampante, nei giorni che precedono la sua morte, quando ormai considera la realizzazione del socialismo come un compito attuale, essa non viene meno a questa sua concezione della presa del potere come di un processo: “La conquista del potere - dice al congresso di fondazione del partito comunista - non deve realizzarsi tutto d’un colpo ma progressivamente, incuneandosi nello Stato borghese fino ad occuparne tutte le posizioni e a difenderle con le unghie e con i denti” [177].

Quando pertanto la Luxemburg parlava, dopo il 1905, della possibilità di una rivoluzione socialista in Germania, essa non pensava in nessun caso allo scatenamento improvviso di un’ondata rivoluzionaria, ma a un crescendo di tensioni e di lotte il cui sbocco poteva essere la conquista del potere. Per queste tensioni e per queste lotte non mancavano certo allora le condizioni: oltre al militarismo e al diritto elettorale cui abbiamo già accennato, anche la situazione economica avrebbe offerto larghe possibilità. Nel saggio sullo sciopero generale compreso in questo volume, Rosa Luxemburg accenna alle condizioni economiche reali dei lavoratori tedeschi, di cui molte categorie vivevano allora in condizioni di grande sfruttamento: non sarebbe stato probabilmente difficile impegnarle in serie battaglie. Ciò del resto si verificò a due riprese in quel periodo: nel 1905 e nel 1910, la seconda volta in coincidenza con un’agitazione per il diritto elettorale in Prussia che acquistò proporzioni allarmanti per il governo, nonostante che i dirigenti del partito e dei sindacati esercitassero sempre un’azione di freno nei confronti delle masse. Anche la lotta contro il militarismo assunse aspetti di larga popolarità p. es. in occasione dell’affare di Zabern [178]. Secondo Rosenberg “la guerra sorprese la nazione tedesca in una situazione interna insostenibile e intollerabile.

Dal 1908 al 1914 l’antitesi fra l’aristocrazia dominante e le masse popolari s’era venuta inasprendo sempre di più. Avvenimenti come l’affare Daily Telegraph, le elezioni del 1912 e il contrasto Zabern, se anche non significavano ancora rivoluzione, tuttavia erano prodromi di un’epoca rivoluzionaria. Se non fosse scoppiata nel 1914 la guerra, i conflitti tra il governo imperiale e la grande maggioranza del popolo tedesco si sarebbero acutizzata sempre più, sino a sfociare in una situazione rivoluzionaria. Fu così che lo scoppio della guerra superò, ma non colmò la voragine apertasi nella politica interna” [179]. “L’imperialismo tedesco nel 1914 cercò nella guerra la soluzione dei suoi conflitti di politica interna ed estera”, osserva Bartel [180].

Quanto poi all’orientamento delle masse, non sarebbe difficile allineare documenti per provare ch’esso era molto più avanzato, in fatto di combattività rivoluzionaria, di quanto non fossero i loro dirigenti ufficiali. Riferendosi all’immediato periodo prebellico, scrive Clara Zetkin: “In realtà grandi masse proletarie bruciavano allora dal desiderio di mettersi in lotta contro il militarismo e l’imperialismo. Anche là dove la loro coscienza di classe non riconosceva ancora chiaramente il nemico mortale, lo presentiva il loro sano istinto di classe” [181]. Quando nel 1914 Rosa Luxemburg fu condannata dal Tribunale di Francoforte per eccitamento alla disubbidienza fra i militari, l’ondata di indignazione che si sollevò fra le masse fu enorme, ma ancora più grave quando fu annunciato un altro procedimento contro di lei perché aveva denunciato i maltrattamenti ai soldati: secondo il ricordo della stessa Zetkin, più di trentamila maltrattati si offersero come testimoni e l’autorità dovette rinunciare al processo [182]. Ed è significativo che persino in una riunione di partito - di un partito educato alla disciplina di ferro nei confronti dei dirigenti e che il presidente Ebert e il segretario Scheidemann governavano dittatorialmente -Rosa Luxemburg riuscisse a far approvare a grande maggioranza dall’assemblea generale dell’organizzazione berlinese una risoluzione che obbligava tutti i membri del partito a convincere i lavoratori con tutte le loro forze che solo la massima pressione della volontà popolare, che solo lo sciopero di massa poteva aprire la strada al suffragio eguale in Prussia [183]. Le dimostrazioni di massa del 28 luglio 1914 contro la minaccia di guerra furono una ulteriore conferma di questo stato d’animo a cui solo le decisioni dei dirigenti impedirono di avere uno sbocco più avanzato. E se la dittatura militare instaurata durante la guerra riuscì in gran parte a soffocare, ma non certo ad impedire interamente, ulteriori manifestazioni, ci basti ricordare a testimonianza dei sentimenti delle masse subito all’indomani della guerra - quel che scrive Kautsky, testimonio non sospetto, a proposito di Liebknecht appena liberato dal carcere in cui era stato tenuto durante la guerra. “Nessun monarca ebbe mai a Berlino un’accoglienza più entusiastica di quella che fu tributata a Liebknecht al suo arrivo alla stazione di Anhalt” [184]. È lecito perciò domandarsi che cosa sarebbe accaduto se la social-democrazia avesse seguito in pieno la strategia luxemburghiana, e cioè anziché a smussare, a soffocare, a tacere e a far tacere le masse, si fosse adoperata a porre l’accento sui contrasti e ad accrescere lo spirito di lotta. Certo ne sarebbe uscita rafforzata la coscienza di classe che, come Marx ha scritto, è sempre una coscienza antagonistica e si nutre quindi di esperienza diretta di lotta e di chiara consapevolezza della esistenza dei contrasti fondamentali. Un rafforzamento della coscienza di classe avrebbe a sua volta accresciuto il potenziale di lotta e questo a sua volta avrebbe ampliato la capacità d’attrazione della socialdemocrazia e spinto nuove masse nella battaglia per quella forza trascinatrice e per quell’esempio contagioso della lotta che Rosa Luxemburg ha messo tante volte così bene in evidenza. Certo nessuno più di Rosa Luxemburg sarebbe stato contrario a un’agitazione su larga scala condotta a freddo in base a calcoli da tavolino, nessuno più di lei sapeva che senza l’esistenza di condizioni determinate, cioè di vivaci contraddizioni sociali e tensioni psicologiche, e senza la conseguente partecipazione spontanea delle masse, ogni agitazione è destinata al fallimento. Ma quando quelle condizioni esistono e quelle tensioni sono in atto, quando le masse sentono istintivamente una spinta all’azione, può bastare poco per sollevare una tempesta. È appunto in questi casi che una battaglia politica può mettere in moto una serie di rivendicazioni economiche rimaste fin allora inavvertite da parte degli strati più negletti e meno organizzati della popolazione o da parte di forze soggette a particolare compressione (p. es. l’esercito), ed abbiamo già messo in rilievo che appunto su questi strati e su queste forze essa contava, e non solo sulle agitazioni strettamente operaie [185].

La forma specifica che essa suggerì per queste lotte fu, sull’esempio appunto della rivoluzione russa del 1905, lo sciopero di massa. A questo argomento è dedicato un intero opuscolo inserito in questa raccolta, uno degli scritti più suggestivi di Rosa Luxemburg, e a questo scritto e alla nota introduttiva rimandiamo il lettore per un più approfondito esame dell’argomento. Basti qui ricordare che lo sciopero di massa da lei sostenuto era cosa ben diversa dallo sciopero generale di ispirazione anarchica, che Marx e Engels avevano combattuto: per lei lo sciopero di massa non poteva mai essere effettuato a comando, o a data fissa, ma richiedeva soprattutto l’esistenza delle condizioni che abbiamo sopra indicato: “Se debbano realmente avvenire grandi dimostrazioni popolari ed azioni di massa, in questa o in quella forma, la decisione dipende da tutto il complesso dei fattori economici politici e psicologici, dalla tensione degli antagonismi di classe in quel momento, dal grado della chiarezza di idee, dalla maturità dello spirito combattivo delle masse, fattori imponderabili che nessun partito può provocare artificialmente. Questa è la differenza fra le grandi crisi della storia e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può fare pulitamente in tempo di pace con la bacchetta direttoriale delle “istanze” [186]. Rosa Luxemburg combatte quindi con eguale energia “coloro che vorrebbero ordinare al più presto lo sciopero generale sulla base di una decisione del comitato direttivo e a un giorno stabilito dal calendario, come anche coloro che (...) vorrebbero escludere dal mondo il problema dello sciopero di massa, vietandone la propaganda. Entrambe queste tendenze” considerano lo sciopero di massa come un mezzo tecnico, come un’arma, “una specie di coltello tascabile che si può tener chiuso e pronto in tasca ‘per ogni evenienza’ ma che si può anche decidere di aprire e di usare” [187]. La rivoluzione russa ha precisamente insegnato che lo sciopero di massa non può essere deciso arbitrariamente, “ma che esso è un fenomeno storico che in un certo momento risulta dalle condizioni sociali con la forza della necessità storica” [188].

 

Ma se è vero che lo sciopero di massa presuppone l’esistenza di condizioni oggettive e soggettive che lo rendano possibile, o addirittura necessario, è altrettanto vero, secondo la Luxemburg, che esso reagisce nel senso di creare nuove condizioni favorevoli alla lotta, forzando le situazioni, chiarificando i rapporti, mettendo a nudo la realtà sociale, suscitando nuove forze, nuove energie, nuove volontà. Esso è quindi già un momento rivoluzionario e della rivoluzione ha la ricca forza creatrice, su cui la Luxemburg contava come un potente motore e acceleratore della storia nel senso che già Marx aveva messo in chiara evidenza quando aveva parlato della rivoluzione come di una “locomotiva della storia”. “Certo tutto questo cambierà dopo la rivoluzione e il ritorno alle “condizioni normali”, - scrive dal teatro stesso della rivoluzione. - Ma questo stato di cose non passerà senza lasciar tracce. In attesa, l’opera compiuta dalla rivoluzione è enorme: l’antagonismo fra le classi approfondito, i rapporti sociali accentuati e chiarificati. E tutto ciò all’estero non lo si vede! Si crede la lotta finita perché andata verso il fondo. In pari tempo l’organizzazione progredisce instancabilmente. A dispetto dello stato d’assedio, la socialdemocrazia fonda con ardore sindacati professionali, in tutte le forme, con tessere stampate, bollini, statuti, riunioni regolari, ecc.” [189]. Indipendentemente quindi dall’esito vittorioso o no di una lotta, dagli alti e bassi del processo rivoluzionario, “quel che vi e di più prezioso perché permanente in questo flusso e riflusso dell’onda, è il suo precipitato spirituale: la crescita intellettuale e culturale fatta a balzi dal proletariato, che offre un’inviolabile garanzia del suo ulteriore irresistibile progresso nella lotta economica e politica” [190].

Data questa forza creativa della rivoluzione, non si può pretendere che essa scoppi soltanto quando tutte le condizioni di successo sono adunate e rigorosamente verificate dai “capi”, perché alcune di queste condizioni si verranno realizzando precisamente nel corso della lotta. “La concezione pedantesca che vuole fare svolgere grossi movimenti di massa secondo uno schema e una ricetta, crede di scorgere nella conquista del diritto di coalizione per i ferrovieri la premessa necessaria perché soltanto si “possa pensare” a uno sciopero di massa in Germania. Il corso reale e naturale degli avvenimenti può essere unicamente l’inverso: solo da una spontanea robusta azione di sciopero di massa può nascere effettivamente il diritto di coalizione dei ferrovieri e degli impiegati postali tedeschi. E il compito insolubile nelle presenti condizioni della Germania troverà di colpo le sue possibilità e la sua soluzione sotto l’impressione e la pressione di una azione generale politica di massa del proletariato” [191]. Questa strategia era evidentemente in totale contrasto con le posizioni attendistiche tipiche della socialdemocrazia che giustificava la sua impotenza rivoluzionaria con la mancanza delle condizioni obiettive, con la “immaturità” delle masse e della situazione. A questo attendismo Rosa Luxemburg rispondeva che la crisi rivoluzionaria può giungere a maturazione solo nel corso del processo rivoluzionario, che senza l’intervento attivo delle masse e senza la guida cosciente del partito verso lo scopo finale, verso la presa del potere non si avrà mai una maturazione obiettiva e fatale delle situazioni, e, tanto meno, delle masse stesse, che solo nel corso della lotta rivoluzionaria l’ideologia, l’organizzazione e la coscienza si trasformano e si adeguano ai compiti più avanzati che spettano al proletariato. Perciò solo rompendo il circolo vizioso della stagnazione con un’azione che nasca dalle situazioni esistenti, dai conflitti reali, ma tenda a superarli, si può realizzare il socialismo. E in questo senso si chiarisce l’affermazione, più volte da lei ripetuta in polemica appunto con gli attendisti, che la presa del potere da parte del proletariato sarà sempre immatura perché la maturazione si raggiunge nel fuoco dell’esperienza, perché è anche attraverso le sconfitte che il proletariato forgia la propria coscienza e la propria unità di classe rivoluzionaria [192], ed è anche in questo senso che si chiarisce come una rivoluzione democratica possa crescere e svilupparsi a rivoluzione socialista.

Certo, lo ripetiamo ad evitare gli equivoci in cui sono troppo spesso caduti gli interpreti e i critici di Rosa Luxemburg, questo valore creativo della rivoluzione non significa creazione ex nihilo: abbiamo già sottolineato, con le parole stesse della Luxemburg, che il processo non può iniziarsi se non ne sussistono le condizioni oggettive e soggettive. Quello contro cui essa insorge è la pretesa degli strateghi da tavolino di avere in tasca la vittoria prima di partire, di fissare a priori le tappe del processo, di delimitare con precisione l’inizio e la fine dell’azione di massa o della stessa rivoluzione. Come non si può attendere passivamente l’arrivo della situazione rivoluzionaria ma bisogna prepararla con interventi e azioni decise [193], così non si può considerare chiuso il capitolo rivoluzionario alla prima sconfitta, perché la rivoluzione stessa avrà creato nuove condizioni più favorevoli di partenza che potranno essere utilizzate in una seconda battaglia. Ma quello che è decisamente da respingere e il “codismo” - per usare l’espressione di Lenin - di chi vorrebbe scatenare l’azione solo quando tutto l’esercito proletario fosse organizzato e disciplinato come un esercito in battaglia. “A questo riguardo si presuppone tacitamente che in generale tutta la classe operaia tedesca, fino all’ultimo uomo e all’ultima donna, dovrebbe essere entrata nell’organizzazione, prima che si sia “abbastanza forti” per osare un’azione di massa, che, allora, secondo la vecchia formula, risulterebbe probabilmente “superflua”. Questa teoria è però completamente utopistica per la semplice ragione ch’essa cade in una contraddizione interna, si aggira in un circolo vizioso. Gli operai dovrebbero, prima di poter intraprendere una qualche azione diretta di lotta, essere tutti organizzati. I rapporti, le condizioni dello sviluppo capitalistico e dello Stato borghese portano però come conseguenza che nel corso “normale” delle cose, senza lotte di classe tempestose, determinati strati - e invero proprio il grosso, gli strati più importanti del proletariato, quelli che stanno più in basso, che sono oppressi in massimo grado dal capitale e dallo Stato - non possono proprio essere organizzati” [194].

Nessuno che abbia senso storico può avventurarsi sul terreno delle ipotesi: che cosa cioè sarebbe avvenuto se la socialdemocrazia tedesca avesse accettato e applicato la strategia di lotta suggerita da Rosa Luxemburg. Ma poiché siamo qui in sede teorica di analisi della dottrina luxemburghiana della rivoluzione, non abbiamo esitazione alcuna a concludere che non vi era in essa nulla di utopistico e che era probabilmente la più rispondente alle condizioni di lotta effettiva della Germania prebellica. Se tutte le possibilità di lotta che allora erano forti fossero state effettivamente utilizzate, se tutto il potenziale rivoluzionario delle masse fosse stato gettato nella battaglia e fatto convergere verso l’obiettivo di una lotta contro il potere politico, come Rosa Luxemburg suggeriva, è probabile che la Germania si sarebbe assai più difficilmente avventurata nella guerra mondiale e, comunque, che la rivoluzione sarebbe scoppiata prima del novembre 1918 e con ben altra forza di rottura. Invece tutta la forza della socialdemocrazia fu, come è noto, impiegata per frenare le agitazioni, soprattutto dopo che nel 1907 il cancelliere Bülow era riuscito a far regredire le posizioni parlamentari socialdemocratiche impostando la campagna elettorale sul nazionalismo e sul militarismo. Da allora la socialdemocrazia rinunciò ad occuparsi di politica internazionale e sullo stesso terreno delle spese militari cominciò ad assumere con Noske posizioni che rompevano con la linea tradizionale del partito espressa dal motto “a questo sistema né un uomo né un soldo”. Giocavano in questa direzione sia il timore, comune a tutti i dirigenti politici e sindacali, di compromettere l’organizzazione, sia il timore di perdere piccole posizioni di potere particolarmente in parlamento, sia soprattutto la sostanziale integrazione al sistema che era ormai un fatto compiuto. Dal congresso di Mannheim del 1906 l’alleanza della direzione del partito con i sindacalisti e con i revisionisti dominava ormai il partito e rendeva sempre più difficile la vita della minoranza di sinistra, specialmente dopo l’avvento alla segreteria del partito di Ebert che doveva qualche anno dopo salire alla presidenza, dopo la morte di Bebel. Nulla di più naturale quindi che, quando si avvicinò il momento decisivo della prima guerra mondiale, i dirigenti socialdemocratici tedeschi, pur fingendosi ancora fedeli alle parole d’ordine tradizionali fino a indire manifestazioni contro la guerra, dessero invece in segreto assicurazioni al cancelliere che la socialdemocrazia tedesca “non sarebbe venuta meno ai suoi doveri patriottici”. E il Kaiser scatenò la guerra sapendo di poter contare sull’appoggio del più forte partito del Reich. Per cui è giusto concludere a questo riguardo che se non può essere affermato con certezza che la strategia luxemburghiana sarebbe riuscita ad impedire la catastrofe bellica o comunque a darle una soluzione socialista, è certo invece che l’atteggiamento della socialdemocrazia prima del 1914 ha favorito lo scoppio della guerra mondiale, come l’atteggiamento successivo alla disfatta ha obiettivamente favorito l’avvento del nazismo.

Dobbiamo tuttavia esaminare ancora la dottrina luxemburghiana da un altro punto di vista. Se crediamo di avere, attraverso la nostra esposizione precedente, risposto all’accusa di “romanticismo rivoluzionario” che alla Luxemburg fu costantemente mossa da destra, dobbiamo ora prendere in considerazione l’altra critica, quella mossale soprattutto dai bolscevichi ma anche da altre parti, l’accusa cioè di spontaneismo, di sottovalutazione della funzione dirigente del partito, di sottovalutazione della direzione cosciente della lotta rivoluzionaria. È noto che Rosa Luxemburg ebbe molti scontri polemici con Lenin, quello sul problema nazionale, quello sull’interpretazione dell’imperialismo e sulla possibilità di guerre nazionali in periodo imperialistico, quello sulla unificazione o meno delle varie frazioni in cui era diviso il movimento socialista russo, ma il più importante di tutti è probabilmente quello relativo al problema partito-classe, e quindi al ruolo della spontaneità, tanto più che a questo problema si ricollegano poi le critiche avanzate nei confronti della sinistra socialista tedesca, e in particolare di Rosa Luxemburg, di aver trascurato l’organizzazione della frazione in tempo utile e di avere poi ritardato la scissione sia dal partito socialdemocratico, sia dal nuovo partito socialdemocratico indipendente sorto durante la guerra, presentandosi così organizzativamente impreparata ai grandi eventi postbellici. Se di qualcuna di queste polemiche ci siamo occupati nelle note introduttive ai singoli saggi, crediamo indispensabile affrontare in questa sede l’accusa di spontaneismo che è, come dicemmo, la più importante.

Ma non potremmo esaminare seriamente questo problema se non affrontandolo alle radici. È noto che il fondamento teorico della critica leninista alla spontaneità è l’affermazione contenuta in Che fare?: “Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, colle sue sole forze, è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionistica, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche, che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali” [195]. Ora la teoria dell’introduzione dell’elemento cosciente dall’esterno nella lotta di classe del proletariato è in Lenin di derivazione kautskiana [196], ma è una teoria di ispirazione illuministica e non certamente marxista. Non c’è bisogno di scomodare molti testi per convincersene: basta ricordare il Manifesto [197] o la Miseria della filosofia [198]. I passi che riportiamo in nota dicono chiaramente che il proletariato si eleva da sé a classe e a partito politico, il che, per chi conosca il pensiero di Marx, significa che si eleva alla coscienza di classe: finché esso non è giunto a questa fase i teorici non sono che meri utopisti, e quando finalmente il proletariato è giunto a maturità di partito essi “devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce”. I teorici sono dunque soltanto portavoce del proletariato: ben lungi dall’apportargli dall’esterno la coscienza, sono essi che traggono le loro teorie dall’esperienza del proletariato. Che questi teorici siano poi degli intellettuali borghesi o siano invece degli operai che riflettano sulla propria esperienza è un fatto meramente accidentale e di nessuna importanza in questa sede: se anche sono di origine borghese, in quanto si fanno “portavoce” del proletariato sono integrati a questa classe. Quel che importa per Marx è che la classe operaia acquista coscienza di classe attraverso le proprie lotte e attraverso, naturalmente, la riflessione cosciente su queste lotte: basta del resto ricordare le glosse a Feuerbach, soprattutto la terza, per rendersi conto che il proletariato secondo Marx non può essere educato dall’esterno (altrimenti, chi educherà l’educatore?) perché, data l’unità inscindibile di teoria e prassi, è solo attraverso la prassi (la propria e non l’altrui), la lotta, l’azione, l’esperienza che si forma la coscienza. Certo non tutto il proletariato si eleva contemporaneamente allo stesso livello di coscienza, e la parte più avanzata, più cosciente si sforza di aiutare gli altri proletari ad elevarsi al livello medesimo ch’essa ha raggiunto: compito di questa parte più avanzata, dei militanti più coscienti, dei comunisti come diceva Marx nei suoi primi scritti o dei socialdemocratici come dicevano Lenin e la Luxemburg nei loro scritti di questo periodo, è di lottare con gli altri proletari e di aiutarli a capire perché veramente lottano, quali sono le ragioni profonde della lotta di classe e quali sono gli interessi permanenti del proletariato come classe.

È dunque perfettamente in armonia con il pensiero marxista Rosa Luxemburg quando scrive: “La lotta di classe proletaria è più antica della socialdemocrazia; prodotto elementare della società classista, essa divampa già con l’ingresso del capitalismo in Europa. Non e la socialdemocrazia che ha educato per la prima il proletariato moderno per la lotta di classe, ma è questo piuttosto che l’ha chiamata in vita per portare coscienza dello scopo e coordinazione nei diversi frammenti locali e temporali della lotta delle classi” [199]. È chiaro quali sviluppi e quali contrasti possano essere impliciti in questi differenti punti di partenza. Secondo la tesi di Kautsky e di Lenin si ha un’opposizione quasi meccanica fra spontaneità e coscienza, quest’ultima considerata elemento di origine esterna: vi è quindi in questi casi il pericolo di un distacco permanente, di una frattura fra l’elemento cosciente e la massa, che può essere una frattura fra partito e classe, o addirittura una frattura fra dirigenti e base. Che nella pratica Lenin sia sempre riuscito ad evitare questa frattura, ciò è dovuto alle sue eccezionali qualità di capo, sempre estremamente pronto a cogliere e, nella misura possibile, ad accogliere gli stati d’animo o le aspirazioni delle masse. Ma che il pericolo fosse implicito nella sua teoria, e nella mentalità che ne derivava ai dirigenti del partito è innegabile, e gli avvenimenti successivi alla sua morte l’hanno confermato nel modo più doloroso. Nel pensiero marxista invece, seguito su questo punto dalla Luxemburg, il rapporto spontaneità-coscienza non implica contrapposizione, ma passaggio dialettico: la coscienza nasce dalla spontaneità superandola in un processo di formazione ininterrotto, che evita le fratture, in modo che fra la massa e l’elemento politico attivo, fra la classe e il partito, fra la base e i dirigenti vi sia una circolazione continua non in un senso solo (trasmissione di coscienza dall’alto al basso) ma in due sensi perché la coscienza stessa nasce e si nutre dell’esperienza delle lotte spontanee.

Quando parliamo di “processo ininterrotto” di formazione della coscienza, non intendiamo tuttavia che essa debba sgorgare quasi automaticamente come un prodotto naturale, come la secrezione di una ghiandola, secondo una concezione “organica” del processo stesso. In realtà il passaggio dalla spontaneità alla coscienza implica sempre un mutamento qualitativo, un superamento dialettico, superamento dei propri errori attraverso l’autocritica, come Rosa Luxemburg sottolinea con forza, superamento del momento dell’immediatezza nel momento della riflessione. Basta ricordare l’opinione di Rosa Luxemburg circa la natura contraddittoria del movimento operaio in cui sono insieme compresenti il momento della lotta quotidiana per miglioramenti nel quadro della presente società e il momento dello scopo finale cioè dei superamento rivoluzionario della società medesima, per vedere in un certo senso la stessa interna tensione e la stessa dialettica nel rapporto spontaneità-coscienza. È ancora la medesima dialettica che si deve vedere nel rapporto classe-partito, e la Luxemburg ha certamente ragione di criticare l’infelice espressione di Lenin secondo cui “il socialdemocratico rivoluzionario” sarebbe come “il giacobino legato all’organizzazione degli operai coscienti”. “In effetti, - dice la Luxemburg - la socialdemocrazia non è legata all’organizzazione della classe operaia (questa parola indicherebbe ancora un aspetto di estraneità, n. d. L. B.), ma è il movimento specifico della classe operaia (quindi interno, nel senso che si è sopra spiegato, n. d. L. B.). Il centralismo socialdemocratico deve quindi essere di qualità essenzialmente diversa da quello blanquistico. Esso non può essere altro che il momento imperativo in cui si unifica la volontà dell’avanguardia cosciente e militante della classe operaia di fronte ai suoi singoli gruppi e individui, e questo è per così dire un “autocentralismo” dello strato dirigente del proletariato, il dominio della maggioranza all’interno della propria organizzazione di partito” [200].

Ora in Rosa Luxemburg i due momenti di questo processo dialettico, spontaneità e coscienza, masse e partito, sono sempre presenti e sono teoricamente visti nel loro giusto rapporto. “La socialdemocrazia è l’avanguardia più illuminata e più ricca di coscienza di classe del proletariato. Essa non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della “situazione rivoluzionaria”, attendere cioè che quello spontaneo movimento di popolo cada dal cielo. Al contrario essa deve, come sempre, precorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo”,è un passo che abbiamo già per altra ragione ricordato [201]. E nello stesso scritto Rosa Luxemburg annovera fra i compiti di direzione che spettano alla socialdemocrazia in periodi di lotte di massa quelli di “dare la parola d’ordine, l’indirizzo alla lotta, regolare la tattica della lotta politica in modo che in ogni fase e in ogni momento della lotta l’intera somma della forza attiva del proletariato, disponibile e già impegnata, venga realizzata e si esprima nella posizione di lotta del partito, e inoltre che la tattica della socialdemocrazia per la sua decisione e rigore non sia mai al disotto del livello del rapporto effettivo delle forze, ma piuttosto che sopravanzi questo livello, questo è il più importante compito di “direzione” nel periodo dello sciopero di massa” [202].

Esiste quindi indiscutibilmente anche per la Luxemburg un problema di direzione cosciente delle lotte, di indirizzo generale, ma poiché questa direzione non scende dal cielo, non viene dall’esterno, ma è un momento del processo unitario di lotta del proletariato, momento espresso dal partito socialdemocratico, essa è necessariamente condizionata. Condizionata in primo luogo dalla situazione storica perché un’azione rivoluzionaria socialista non può mai essere inventata di sana pianta ma può nascere solo come un momento dello sviluppo storico, un “fattore della storia” secondo l’espressione da lei usata [203], ed è solo accettando di inserirsi nelle “leggi”, cioè nelle tendenze dello sviluppo sociale che la socialdemocrazia può far trionfare le sue decisioni [204]. Condizionata inoltre dall’adesione anche delle masse non organizzate e non coscienti, che agiscono sotto la spinta spontanea degli avvenimenti: se il partito è staccato dalle masse e dà parole d’ordine che le masse non sentono, che rimangono senza eco nel cuore del popolo, l’azione è destinata al fallimento. Ma se invece il partito ha interpretato bene il corso della storia e si è collocato nella giusta direzione dello sviluppo, se esso è in contatto permanente con le larghe masse e ne asseconda e incanala il potenziale spontaneo di lotta, magari addirittura lo suscita senza mai tollerare una frattura fra sé e le masse popolari, allora davvero l’azione di massa diventa un reale movimento di popolo e la rivoluzione si apre vittoriosamente la strada.

Ma perché non si crei una frattura fra il partito e le masse, o fra i dirigenti e la base, bisogna che la direzione del partito non si limiti a lanciare parole d’ordine ma si sforzi con ogni mezzo di spiegarle, di chiarirne le ragioni e gli obiettivi, di dire alle masse la verità. La massa non può guidarsi da sé perché essa “come Thàlatta, il mare eterno, cela sempre in sé tutte le possibilità latenti: la calma di morte della bonaccia e l’infuriare della tempesta, la più abbietta viltà e il più selvaggio eroismo. La massa è sempre ciò che deve essere in forza delle circostanze, ed è sempre pronta a divenire qualche cosa di totalmente diverso da quello che pare” [205]. La massa dev’essere guidata ma guidata con la verità: su questo punto, sulla funzione rivoluzionaria della verità e sulla sua imprescindibilità nel rapporto dirigenti-masse, Rosa Luxemburg è di un intransigente rigore. “Non v’è nulla che sia altrettanto dannoso alla rivoluzione come le illusioni, non v’è nulla che le sia più utile della chiara, aperta verità” [206]. Perciò “se i più larghi strati del proletariato devono essere guadagnati in vista di un’azione politica dì massa dalla socialdemocrazia, e se reciprocamente la socialdemocrazia in un movimento di massa deve afferrare e conservare la direzione reale, diventare padrona in senso politico di tutto il movimento, allora essa deve con tutta chiarezza coerenza e decisione far conoscere al proletariato la tattica e gli scopi per il periodo delle lotte che verranno” [207]. Solo in questo modo si sviluppa veramente un processo di formazione di coscienza, si incoraggia l’iniziativa e l’autoeducazione delle masse, solo in questo modo anche gli errori diventano fecondi.

“Il proletariato moderno esce in modo ben diverso da queste prove storiche. Giganteschi come i suoi compiti sono i suoi errori. Nessuno schema prestabilito, valido una volta per tutte, nessuna guida infallibile gli mostra il sentiero che deve percorrere. L’esperienza storica e la sua sola maestra, la strada di spine della sua autoliberazione non e lastricata soltanto di infinite sofferenze, ma anche di innumerevoli errori. La meta del suo viaggio, la sua emancipazione dipende dal problema se il proletariato è in grado di apprendere dai propri errori. L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino in fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario. La capitolazione del proletariato socialista nell’attuale guerra mondiale è senza esempi nella storia, e una sventura per tutta l’umanità. Ma il socialismo sarebbe perduto soltanto se il proletariato internazionale non potesse misurare la profondità di questa caduta e non volesse apprendere qualche cosa da tutto ciò” [208]. In questo quadro appare chiaro il senso della frase famosa con cui Rosa Luxemburg chiude la sua polemica del 1904 contro il principio centralistico di Lenin: “I passi falsi che compie un reale movimento operaio rivoluzionario sono sul piano storico incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell’infallibilità del miglior comitato centrale” [209]. In altre parole, se non v’è distacco fra dirigenti e masse, se vi è fra gli uni e gli altri il rapporto dialettico costante che abbiamo indicato, se quindi la massa agisce sotto la sua spinta spontanea ed è messa dal partito in grado di capirne la ragione e gli obiettivi, allora anche se l’azione dovesse risultare un insuccesso e un errore, e un errore fecondo. Ma se le masse sono comandate, o chiamate soltanto quando piaccia ai dirigenti, allora manca il rapporto dialettico, c’è frattura e quindi c’è ricaduta nel blanquismo [210], che si differenzia nettamente su questo punto dal marxismo nel senso che non chiama le masse ad una partecipazione costante e cosciente alla lotta politica ma le mobilita solo per assecondare le decisioni dei capi secondo i piani di una cospirazione che si è svolta all’infuori di ogni contatto e all’insaputa stessa delle masse [211]. Sappiamo che dopo l’esperienza della rivoluzione russa del 1905 la Luxemburg stessa respingeva l’accusa di blanquismo mossa dai menscevichi a Lenin, ma il dissenso che abbiamo tratteggiato rimase sostanzialmente immutato sui problemi della spontaneità, dell’organizzazione e della direzione dall’alto.

In particolare sui problemi dell’organizzazione lo scontro con Lenin doveva essere vivace e Lenin non perse mai occasione di denunciare la concezione luxemburghiana dell’organizzazione come processo. In che cosa consisteva questa concezione? Nella sua polemica del 1904 con Lenin, Rosa Luxemburg aveva scritto che la socialdemocrazia “sorge dalla lotta di classe elementare. Si muove in questa contraddizione dialettica che da un lato l’esercito proletario si recluta solo nel corso stesso della lotta e dall’altro che è ancora soltanto nella lotta che ne chiarisce a se stesso gli scopi. Organizzazione, chiarificazione e lotta non sono qui momenti divisi, meccanicamente e anche temporalmente separati, come in un movimento blanquista, ma sono soltanto facce diverse di un medesimo processo. Da un lato - a prescindere dai principi generali della lotta - non esiste bell’e pronta nessuna tattica dettagliata e fissata in anticipo. D’altro lato il corso della lotta, che crea l’organizzazione, determina una fluttuazione continua della sfera d’influenza della socialdemocrazia” [212]. Vi era certamente in questa posizione della Luxemburg il pericolo di smarrire, nel quadro di una prospettiva sostanzialmente giusta, il senso delle necessarie distinzioni. Certo nel corso della lotta, che è quanto dire nel corso del processo storico, si forma la coscienza di classe e anche le strutture organizzative si modificano, si trasformano, si adeguano alle situazioni in movimento: perciò la polemica contro l’organizzazione rigida, chiusa e statica, l’organizzazione fine a se stessa, è profondamente giusta ma non può giungere a una totale svalutazione del momento organizzativo, non può giungere alla pretesa di abbandonare di volta in volta alla spontaneità creatrice delle masse anche le forme organizzative. In questo senso ha ragione Lukács quando scrive che la Luxemburg con grande perspicacia ha scorto il limite della concezione tradizionale dell’organizzazione, falsa nella sua relazione con le masse, e che con questo essa ha fatto fare un grande passo in avanti verso una conoscenza chiara del problema dell’organizzazione strappandolo dal suo isolamento astratto e inserendolo nella totalità del processo storico, ma che per questa via essa è indubbiamente caduta nell’errore di concepire talvolta la lotta delle masse senza la mediazione del partito e dell’organizzazione, o perlomeno con una forte svalutazione di questo momento. È giusto tuttavia riconoscere che questa concezione ha permesso alla Luxemburg di intendere l’importanza che nel corso del processo rivoluzionario assumono le masse non organizzate e di vedere per prima il valore di nuove forme organizzative. A questo proposito è particolarmente significativa la testimonianza di Zinoviev: “Mi ricordo delle mie chiacchierate con Rosa Luxemburg nel 1906 a Kuokkala, nel piccolo appartamento di Lenin che viveva allora in una specie di esilio, dopo lo scacco della nostra prima rivoluzione. È Rosa Luxemburg che per prima si accinse a scrivere un riassunto teorico delle cause che avevano determinato lo scacco della rivoluzione; è lei che prima fra i militanti marxisti comprese che cosa rappresentavano già i nostri soviet nel 1905, quantunque non fossero allora che allo stato di abbozzo” [213].

In sostanza possiamo dire che se sul piano delle formulazioni teoriche non vi sono forti obiezioni di principio da muovere all’impostazione luxemburghiana, essa tuttavia era nella pratica indotta talvolta a cadere nella sopravvalutazione dell’elemento spontaneo in contrasto con Lenin, le cui formulazioni sono talora meno rigorose, ma la cui capacità di direzione pratica, anche nelle condizioni più difficili, rimane insuperata. Non tanto quindi di una vera e propria “teoria della spontaneità” è giusto parlare per la Luxemburg quanto di un’eccessiva fiducia talora dimostrata nei fatti verso l’iniziativa spontanea della massa che, come ha scritto recentemente il Flechteim, essa era portata a vedere con i colori stessi con cui Eisenstein vede la folla di Odessa nella Corazzata Potemkin [214]. Ma questo suo atteggiamento era in gran parte dovuto alla reazione contro la situazione del movimento operaio tedesco: contro “il burocratismo e una certa ristrettezza di vedute” dei funzionari sindacali, che diventano un ostacolo alla crescita del movimento [215], contro la pretesa di imporre alla massa “la virtù meramente passiva della disciplina” [216], contro il pericolo continuamente presente che i funzionari di partito si considerassero “come i titolari professionali dell’iniziativa e della direzione della vita locale di partito” trasformando gli iscritti in meri esecutori di direttive [217], contro “il ruolo essenzialmente conservatore della direzione socialdemocratica” [218], e in genere contro tutta la politica di freno, di spegnimento e di capitolazione dei dirigenti. Nessun dubbio che, nelle condizioni effettive della socialdemocrazia tedesca l’azione delle masse rappresentasse l’elemento di rottura delle cristallizzazioni burocratiche e conservatrici degli apparati e delle organizzazioni, e fosse la sola fonte da cui potevano scaturire nuovi metodi di lotta e più avanzati traguardi. Ma che Rosa Luxemburg sapesse comprendere il valore di una direzione rivoluzionaria lo prova il fatto che nella socialdemocrazia polacca, che aveva appunto una direzione rivoluzionaria di cui essa faceva parte, il ruolo della direzione non fu mai sottovalutato, e che quando preparò le tesi per una nuova Internazionale rivoluzionaria del dopoguerra essa pose l’accento sulla necessaria direzione centralizzata, attirandosi la critica di Liebknecht che difendeva la spontaneità delle masse proprio contro la Luxemburg [219].

Un altro aspetto dell’atteggiamento di Rosa Luxemburg che viene fatto oggetto di critica, in relazione alla sua svalutazione del momento organizzativo, e, come abbiamo già accennato, la mancata costituzione di una frazione di sinistra all’interno del partito socialdemocratico e la troppo tardiva scissione, e quindi costituzione di un partito autonomo, dopo gli eventi della guerra. Se è indiscutibile che la costituzione di una frazione o addirittura di un partito autonomo diventa una necessità per degli autentici militanti socialisti quando la politica della maggioranza che guida il partito sia una politica di capitolazione e quindi di integrazione nella società capitalistica, è tuttavia doveroso precisare che un simile atteggiamento contrastava allora con la natura della socialdemocrazia tedesca. Non ha infatti molto senso fare un paragone con Lenin, il quale militava in un partito appena sorto, i cui quadri principali vivevano in esilio e che non organizzava larghe masse. Al contrario Rosa Luxemburg era entrata nel 1898 a far parte della socialdemocrazia tedesca, un partito che aveva già 35 anni di vita e una forte organizzazione, che aveva sempre esaltato come una conquista l’unità della c

lasse operaia e che da tutti veniva appunto considerato come “il” partito della classe operaia. Qualunque tentativo di scissione sarebbe stato votato al più clamoroso insuccesso, non solo per la vischiosità generale che hanno tutte le organizzazioni operanti ma per la forza particolare della socialdemocrazia tedesca, sia sul piano organizzativo sia sul piano psicologico. E anche la costituzione di una frazione era difficile per queste stesse ragioni, ma altresì perché per molti anni all’interno della socialdemocrazia tedesca proprio la sinistra si era fatta sostenitrice ad oltranza della disciplina nei confronti della destra che violava nella pratica le decisioni dei congressi.

Ciononostante a cominciare dal 1913 un principio di organizzazione frazionistica si era avuto con la creazione di un periodico ciclostilato, la Sozialdemokratische Korrespondenz ad opera della Luxemburg, di Mehring e di Karski-Marchlewski, ma la forza coesiva del partito e il terrore degli atti di indisciplina erano tali che ancora, dopo il 4 agosto 1914, cioè dopo il clamoroso voltafaccia della direzione che aveva calpestato tutte le più solenni decisioni congressuali e tutte le più radicate tradizioni, non fu possibile a Rosa Luxemburg raccogliere per una progettata dichiarazione di protesta che altre due sole firme oltre la propria [220]. Fra queste tre persone non c’era Karl Liebknecht non certo perché egli mancasse del coraggio necessario, ma perché allora riteneva che un atto di rottura della disciplina potesse isolarlo proprio da quelle masse su cui si faceva affidamento per l’azione futura, ma per parlare alle quali era necessario presentarsi in veste di compagno di partito [221]. Se compagni anche autorevoli e seriamente impegnati respingevano per questa ragione l’idea dell’indisciplina, era logico che a maggior ragione respingessero l’idea della scissione: “Nel nostro modo di agire non pensammo neppure un istante a una scissione del partito”, ha scritto di recente un protagonista di quella vicenda [222]. È certo indubitabile che la reticenza della Luxemburg e dei suoi compagni a impegnarsi sulla strada della scissione del partito e dell’Internazionale [223], nasceva anche alla loro concezione generale politica: quanto più si ha tendenza a spostare il centro di gravità dal vertice alla base, dai capi alla classe, tanto più si sente fortemente il bisogno di unità e viceversa tanto più fortemente si sente il bisogno di omogeneità, e quindi se necessario di una scissione, quanto più il centro di gravità viene fatto risalire verso la direzione. Ragioni di principio e ragioni storiche operarono quindi congiuntamente a ritardare la scissione: tuttavia non si può dire che Rosa Luxemburg non ne vedesse a un certo momento la necessità e non indirizzasse in quella direzione i suoi sforz [224], pur avendo sempre presente la necessità di mantenere il contatto con le masse e di realizzare una scissione che comportasse la più forte lacerazione possibile anche alla base del partito. Sarebbe perciò difficile dare su questo problema un giudizio soltanto di principio: non si può parlare in astratto di frazioni o di scissione perché quando si opera nel vivo dell’azione politica troppi sono i fattori da cui dipende un giudizio sull’opportunità concreta di compiere un determinato atto e soprattutto di compierlo in un determinato momento e in un determinato modo. Per concludere su questo punto, diremo che ha ragione Lenin di negare che le masse possano spontaneamente dirigere la lotta per il socialismo, la quale presuppone un grado di coscienza altamente sviluppato, proprio soltanto del momento “direttivo”. La Luxemburg non afferma mai il contrario, e anzi riconosce l’esigenza di questa direzione, ma ne svaluta praticamente il ruolo e in ciò ha certamente torto, ma ha ragione, a nostro avviso, di ritenere che questo momento direttivo non possa rimanere momento esclusivo dei dirigenti, esterno e superiore alle masse, senza la cui partecipazione spontanea e la cui esperienza diretta non si arriva a sviluppare la coscienza di classe che e la vera forza del socialismo. Lungi dall’essere contrapposti perciò, i due momenti della direzione e della spontaneità costituiscono i termini di una sintesi nel senso che senza l’esperienza delle masse non si forma neppure la capacita dei dirigenti e che questa a sua volta e un momento necessario del successo a condizione tuttavia di integrarsi ininterrottamente nella coscienza delle masse.

Dato il carattere che abbiamo dato a questa introduzione, che non è una narrazione storica, non è questa la sede per esporre le travagliate vicende degli ultimi anni - quelli della guerra che Rosa Luxemburg trascorse in gran parte in carcere - e delle ultime settimane, quelle della rivoluzione. Sono avvenimenti largamente conosciuti e, per quanto può essere necessario all’intendimento dei testi compresi in questo volume, ne facciamo cenno nelle rispettive note introduttive. Non possiamo però concludere questa nostra trattazione senza toccare un ultimo punto che rientra nella teoria rivoluzionaria di cui ci stiamo occupando: si tratta delle critiche mosse dalla Luxemburg ai bolscevichi per la loro condotta rivoluzionaria, contenute per l’essenziale nello scritto su La rivoluzione russa che fa pure parte della presente raccolta. Di alcune critiche ci occupiamo nella nota introduttiva: in questa sede non possiamo peraltro tralasciare la critica che investe il problema della dittatura del proletariato e della democrazia nel corso della rivoluzione.

Chi legga oggi a distanza di 35 anni, naturalmente con spirito marxista, le pagine della Luxemburg sulla democrazia socialista non può non restarne affascinato. Essa è interamente d’accordo con i bolscevichi circa i compiti della rivoluzione. “I bolscevichi si sono subito proposti come scopo di questa presa del potere il programma rivoluzionario completo e più ampio possibile: non consolidamento della democrazia borghese, ma dittatura del proletariato allo scopo di realizzare il socialismo. Si sono con ciò conquistato il merito storicamente imperituro di proclamare per la prima volta quale programma immediato della politica pratica, i fini ultimi del socialismo” [225]. Ma “la dittatura del proletariato è la democrazia nel senso socialista del termine. La dittatura del proletariato (...) significa (...) l’uso di tutti i mezzi del potere politico per l’edificazione del socialismo, per l’espropriazione della classe capitalistica, conforme al sentimento e per volontà della maggioranza rivoluzionaria del proletariato, dunque nello spirito della democrazia socialista. Senza la volontà cosciente e l’azione cosciente della maggioranza del proletariato, non c’è socialismo” [226]. "È la missione storica del proletariato giunto al potere di creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non di distruggere ogni forma di democrazia (...). La democrazia socialista comincia insieme all’opera di distruzione della dominazione di classe e di costruzione del socialismo. Essa comincia nel momento in cui viene preso il potere da parte del partito socialista. Essa non è altro che la dittatura del proletariato" [227]. La dittatura del proletariato non è quindi la negazione della democrazia, come sostiene Kautsky e come da un punto di vista opposto sembrano sostenere Lenin e Trotski, ma è il principio della democrazia socialista perché e la dittatura di tutta la classe e non del solo partito.

Riappare qui il vecchio contrasto Luxemburg-Lenin e ancora una volta dobbiamo dire che l’enunciazione che Rosa Luxemburg fa dei principi della dittatura del proletariato è perfettamente corrispondente all’insegnamento marxista. Ma essi erano validi per una rivoluzione socialista nelle condizioni a cui Marx aveva sempre pensato, cioè per una rivoluzione che sopravvenisse in un paese di capitalismo molto avanzato e non in un paese arretrato come la Russia del 1917 dove mancavano assolutamente le condizioni per una simile dittatura del proletariato, che fosse il pieno dispiegarsi della democrazia socialista, “la più larga e illimitata democrazia”, la “libertà di chi pensa diversamente”.[228] Certo Rosa Luxemburg ha ragione quando sostiene che il socialismo può maturare solo grazie all’iniziativa, alla capacità creativa, alla partecipazione delle masse; che “decreti, potere dittatoriale degli ispettori delle fabbriche, pene draconiane, terrorismo, sono solo dei palliativi” e che “l’unica via che conduce alla rinascita è la scuola stessa della vita pubblica”, ma era questo possibile nella Russia di allora, con un proletariato in gran parte scarsamente preparato, con dei terribili problemi da risolvere, con la minaccia dell’aggressione capitalistica e con la guerra civile in atto?[229] e soprattutto nella carenza del proletariato internazionale, nell’isolamento della Russia? La Luxemburg stessa lo avverte quando scrive: “Tutto ciò che accade in Russia è spiegabile, è una catena inevitabile di cause ed effetti i cui punti di partenza e di arrivo sono la carenza del proletariato tedesco e l’occupazione della Russia da parte dell’imperialismo tedesco. Sarebbe chiedere a Lenin e compagni opera sovrumana se si esigesse che in queste condizioni si creasse quasi per incanto la miglior democrazia, il modello di dittatura del proletariato ed una fiorente economia socialista”.[230] In questa frase c’è già la risposta ad alcune critiche della Luxemburg ai bolscevichi, p. es. a quella di avere sciolto l’Assemblea costituente. Non c’è dubbio che se i bolscevichi si fossero sottomessi all’Assemblea costituente, dove erano minoranza, non avrebbero fatto la rivoluzione e avrebbero restituito il potere alla borghesia e questo a nessun costo avrebbe voluto la Luxemburg. Ed è del resto probabile che su questo punto essa abbia poi modificato la sua opinione, come sostennero i suoi compagni tedeschi, perché nelle infuocate giornate del novembre e dicembre 1918 essa si pronunciò risolutamente contro la convocazione di una costituente tedesca e in favore del potere ai consigli degli operai e dei soldati.[231]

Se quindi è da ritenere che, nei termini in cui fu redatta, la critica luxemburghiana pecchi rispetto alla realtà storica del momento che esigeva un potere fortemente centralizzato, resta tuttavia che lo spirito di quella critica non solo è nella grande direttrice del marxismo, ma è lo spirito che deve comunque animare dei dirigenti rivoluzionari marxisti. Se Rosa Luxemburg si fosse trovata a fianco dei bolscevichi nella rivoluzione russa di quegli anni, o se fosse riuscita a giungere alla testa di una rivoluzione tedesca vittoriosa, il suo senso della concretezza l’avrebbe sicuramente costretta ad una serie di atti di forza, di centralizzazione del potere da lei non previsti alla vigilia. In questo senso le sue prese di posizione fra il novembre 1918 e il gennaio 1919 sono molto significative e non c’è dubbio che lottando per la vittoria o la sconfitta della rivoluzione contro un nemico insidioso e annidato in ogni angolo non avrebbe esitato di fronte a misure draconiane. Ma in nessun momento avrebbe dimenticato il carattere eccezionale di quelle misure, in nessun momento avrebbe dimenticato l’esigenza di realizzare sempre il massimo possibile di partecipazione e di democrazia, in nessun momento avrebbe trascurato il dovere di dire la verità alle masse e di render ragione degli atti compiuti dalla rivoluzione. Il regime eccezionale sarebbe stato veramente eccezionale in una linea di sviluppo che avrebbe teso a creare al più presto le condizioni di una vita democratica. Perciò la critica più profonda che essa muove ai bolscevichi è probabilmente quella conclusiva, quella di teorizzare i loro atteggiamenti contingenti, di fare dell’eccezione la regola di condotta. “Con il loro atteggiamento decisamente rivoluzionario, con la loro esemplare forza di azione e la loro incrollabile fedeltà al socialismo internazionale, essi hanno veramente fatto quanto era da farsi in circostanze così diabolicamente difficili. Il pericolo comincia nel momento in cui, facendo di necessità virtù, essi fissano teoricamente in tutti i dettagli la tattica a cui sono costretti da queste fatali condizioni e vogliono raccomandarla come modello di tattica socialista, all’imitazione del proletariato internazionale. Come in tal modo si pongono da se stessi sotto una luce falsa, e pongono il loro reale incontestabile merito storico sotto il moggio di deviazioni imposte dalla necessità, così rendono un cattivo servizio al socialismo internazionale per il quale hanno lottato e sofferto, quando vogliono introdurre nel suo bagaglio come dottrine nuove tutte le storture commesse in Russia sotto la stretta necessità, storture che in fin dei conti non furono che contraccolpi della bancarotta del socialismo internazionale in questa guerra mondiale (...). Essi non devono pretendere di compiere miracoli. Perché una rivoluzione proletaria, esemplare e perfetta, in un paese isolato, spossato dalla guerra mondiale, strozzato dall’imperialismo, tradito dal proletariato internazionale, sarebbe un miracolo. Quel che importa è distinguere nella politica dei bolscevichi, l’essenziale dall’accessorio, la sostanza dall’accidente”.[232]Che questa critica colpisse nel segno, che individuasse un pericolo reale è provato a sufficienza dalla tendenza, sviluppatasi a dismisura dopo la morte di Lenin, ad elevare l’esperienza assolutamente originale della rivoluzione russa a “modello di tattica socialista” fino a fissarla in uno schema valido per tutti e addirittura in un dogma di fede. E crediamo altresì che fosse una giusta valutazione ritenere che sarebbe stato “un cattivo servizio al socialismo internazionale” fargli accettare non solo l’immenso patrimonio positivo che la rivoluzione d’ottobre aveva rappresentato, ma anche “come dottrine nuove tutte le storture commesse in Russia sotto la stretta necessità”, e siamo fermamente convinti che nello sforzo per il superamento di questi errori in cui il movimento operaio è ora impegnato il pensiero di Rosa Luxemburg possa essere di aiuto efficace.

Ed è certamente valida anche la sua spiegazione della radice di questi errori, cioè l’isolamento internazionale della rivoluzione russa. D’accordo con Marx e con Lenin, essa credeva che una rivoluzione russa avrebbe potuto portare la classe operaia al potere ma che “la rivoluzione russa per i suoi destini dipendeva completamente dagli avvenimenti internazionali”.[233]Che poi, venuta meno la rivoluzione internazionale, la Russia abbia potuto camminare da sola sulla via dei socialismo non toglie nulla alla validità del ragionamento luxemburghiano che in questo non si discosta affatto dalle posizioni di Lenin: in realtà la costruzione del socialismo nella sola Russia, che era la sola scelta rimasta ai bolscevichi, è costata infinitamente più sacrifici più sangue e più lacrime di quanto non sarebbe altrimenti accaduto, e la responsabilità non ricade solo su Stalin, ma anche e soprattutto sul movimento operaio internazionale che ha lasciato la Russia in quella situazione di isolamento. E questa è un’altra valida conclusione dello scritto di Rosa Luxemburg, sorretta in questa analisi dal suo profondo spirito internazionalista.

Forse nessuno ebbe chiara come lei la coscienza dell’internazionalità del movimento operaio e degli stretti legami che correvano fra le vicende della lotta nei diversi paesi.[234] In un periodo in cui il movimento operaio occidentale si avviava già per la strada, che poi avrebbe largamente seguito, della progressiva integrazione alla società capitalistica e quindi anche alla sua dimensione statale e nazionale, Rosa Luxemburg difese con fermezza le ragioni dell’internazionalismo, non solo per la sua duplice appartenenza al movimento polacco-russo e a quello tedesco, non solo per il legame quasi religioso, ch’essa sentiva con l’umanità tutta intera[235], ma per gli stessi suoi studi. Come la politica dell’imperialismo da lei analizzata acutamente nei suoi scritti creava una fitta rete di rapporti internazionali che finiva con l’abbracciare le classi dirigenti di tutti gli Stati così essa avvertiva che la lotta antimperialistica e anticapitalistica del proletariato non poteva svolgersi in vaso chiuso nell’ambito dei singoli Stati: a ciò la portava la sua visione del processo storico tesa ad afferrare tutti gli effetti e tutte le implicazioni di ogni singolo momento per collocarlo nel quadro della totalità nel quale soltanto può essere veramente compreso.

Ora, come abbiamo visto, essa aveva fin dalla rivoluzione del 1905 insistito sulla reciproca influenza del movimento operaio russo e tedesco e sulla necessità di collegarne gli sforzi per la riuscita della rivoluzione socialista. Essa non poteva quindi non sentire che le terribili difficoltà in cui si dibatteva la rivoluzione russa erano dovute in primo luogo alla responsabilità della socialdemocrazia tedesca che si era adoperata per anni a spegnere tutta la vitalità rivoluzionaria del proletariato tedesco e che ne utilizzava la disciplina cadaverica per trattenerlo sulla via della rivoluzione e della solidarietà attiva con la rivoluzione russa.[236] E tutti i suoi sforzi furono diretti ad accelerare la rivoluzione tedesca per por fine alla carneficina e per assicurare il trionfo del socialismo attraverso la solidarietà dei proletariati russo e tedesco. Fin dall’aprile 1917, e cioè sette mesi prima della vittoria bolscevica, essa vede nello scoppio della nuova rivoluzione russa un “messaggio di salvezza” e annuncia all’amica Marta Rosenbaum che “è la nostra propria causa che vince”, che “quel che viene dalla Russia” “s’irraggerà per tutta l’Europa” e che “ora ha inizio un’epoca nuova”.[237]E nel maggio scrive che si tratta di una “rivoluzione proletaria di portata storica mondiale, che deve ripercuotersi in tutti i paesi capitalistici e che proprio in quanto lotta socialista-proletaria per il potere così in Germania come altrove può essere propagata soltanto per via rivoluzionaria”.[238]Purtroppo, constata nel gennaio 1918, “ la rivoluzione russa, se si prescinde da qualche coraggioso sforzo del proletariato italiano, è stata piantata in asso dai proletari di tutti i paesi”.[239]E nel settembre 1918, nello stesso periodo in cui scrive il saggio pubblicato postumo sulla rivoluzione russa, essa conclude l’articolo Die russische Tragodie con queste parole: “C’è una sola soluzione alla tragedia in cui è stretta la Russia: la rivolta alle spalle dell’imperialismo tedesco, la sollevazione delle masse tedesche, come segnale per porre internazionalmente una fine rivoluzionaria al massacro dei popoli. Salvare l’onore della rivoluzione russa è in quest’ora fatale l’identica cosa che salvare l’onore del proletariato tedesco e del socialismo internazionale”.[240]

Poche settimane dopo, la rivoluzione scoppiava e la guerra aveva termine. Ma subito la socialdemocrazia tedesca con gli Ebert, i Scheidemann e i Noske si precipitava al salvataggio del regime e cominciava una lotta senza quartiere fra le forze della conservazione, strette attorno alla socialdemocrazia, e le forze della rivoluzione strette attorno alla Lega Spartaco. Per due mesi dalle colonne della Rote Fahne ch’essa dirigeva, Rosa Luxemburg lanciò le parole d’ordine della rivoluzione, che sono caratteristiche del suo modo di pensare. Da un lato non si stancava di ripetere che il tempo del socialismo era ormai maturo, che il proletariato doveva opporsi alla conservazione dell’ordine borghese attraverso l’Assemblea costituente e assumere in proprio il potere con i consigli degli operai e dei soldati per instaurare la dittatura del proletariato, ma in pari tempo avvertiva che il socialismo non può essere opera di minoranza ma può essere realizzato solo dalla “grande maggioranza dei lavoratori”, che il potere dev’essere conquistato dal basso, che “solo mercé una costante, viva, reciproca azione delle masse e dei loro organi - i consigli dei deputati degli operai e dei soldati - si può impregnare lo Stato di spirito socialista... Il trionfo della Lega Spartaco (...) si identifica con il trionfo della grande massa della classe lavoratrice socialista”.[241]

Ma essa sapeva che la lotta non era facile, che, se anche vittoriosa, sarebbe durata a lungo e avrebbe cagionato molte vittime. “La classe capitalistica imperialistica, come ultimo rampollo della classe degli sfruttatori, supera la brutalità, lo scoperto cinismo e la bassezza di tutti i suoi predecessori. Essa difenderà il suo sancta sanctorum,il suo profitto e il suo privilegio dello sfruttamento con le unghie e con i denti, con quei metodi di fredda crudeltà che ha manifestato in tutta la storia della politica coloniale e nell’ultima guerra mondiale. Essa sommuoverà cielo e inferno contro il proletariato. Mobiliterà i contadini contro le città, aizzerà gli strati arretrati dei lavoratori contro l’avanguardia socialista, provocherà stragi con gli ufficiali”.[242]E di queste stragi sentiva su di sé l’incombente minaccia; sapeva che dopo Liebknecht nessuno era più odiato di lei dalle forze della reazione e in primo luogo dai socialdemocratici al governo. Mandando il 18 novembre le condoglianze agli amici Geck che avevano perduto il figlio negli ultimi giorni di guerra, essa scrive: “Tutti noi siamo soggetti alla cieca sorte, e mi conforta soltanto il pensiero che forse anch’io presto sarò spedita nell’al di là - forse da una pallottola della controrivoluzione che da tutti i lati è in agguato.[243]Erano parole profetiche.

Dopo che a fine dicembre il congresso della Lega Spartaco, pur approvando entusiasticamente il programma preparato da Rosa Luxemburg, ebbe respinto la sua proposta di partecipazione alle elezioni dell’Assemblea costituente[244], la corrente estremista del partito aveva di fatto il sopravvento ed era facile al governo socialdemocratico provocarla fino a trascinarla all’insurrezione armata. Rosa Luxemburg fu contraria a quella insurrezione perché essa non si lasciava ingannare dalla situazione berlinese ma la considerava nel quadro dei rapporti di forza in tutta la Germania ove gli avversari avevano la prevalenza: tuttavia volle proprio la “cieca sorte” che fosse l’iniziativa delle masse a costarle la vita. Perché nonostante la sua opposizione all’insurrezione, essa non volle per nessuna ragione disertare il suo posto: i comunisti, aveva scritto Marx, stanno in mezzo alle masse e le aiutano a capire “perché veramente combattono”, e Rosa volle rimanere in mezzo alle masse anche per rafforzare il processo di maturazione[245], anche dopo che il ministro socialdemocratico Noske ebbe chiamato a Berlino truppe imperiali per organizzare la repressione, e l’incitamento all’assassinio dei capi spartachiani fu pubblicamente diffuso persino dalle colonne del Vorwärts, e addirittura affisso sui muri. Lo storico Rosenberg parla a questo proposito di un residuo di decoro piccolo-borghese nella Luxemburg[246],ma a noi sembra più valida la tesi della Zetkin e di Lukács che parla di unità teorico-pratica che fu in lei viva fino alla fine e le impedì di distaccarsi dalle masse di cui non condivideva l’operato ma di cui a maggior ragione doveva contribuire a sviluppare la coscienza.[247]

Il 15 gennaio 1919 Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht furono arrestati dagli ufficiali di cavalleria ed assassinati prima di esser condotti in prigione. Il corpo di Rosa fu gettato in un canale, dove fu ritrovato soltanto qualche mese dopo. “Carlo e Rosa hanno compiuto il loro estremo dovere rivoluzionario” scriveva Leo Jogisches a Lenin appena fu certa la notizia della morte[248]:poche settimane dopo anche Jogisches, arrestato, subiva la sorte medesima.

Non si dovrebbe concludere un’analisi del pensiero di Rosa Luxemburg senza fare un cenno anche della sua personalità, di questa eccezionale personalità di cui fu scritto che riuniva in sé “la letizia del bimbo più lieto, la tenerezza della donna più tenera, la serietà e la forza intellettiva dell’uomo più serio” [249].

a speriamo di avere altra occasione di farlo, se ci sarà dato di pubblicare i documenti che testimoniano di questa personalità così ricca, le lettere che ci sono rimaste.

Solo qualche parola vogliamo aggiungere per un giudizio conclusivo sul contributo di Rosa Luxemburg al pensiero marxista. Per troppi anni, salvo pochi casi isolati, i suoi scritti sono stati usati solo strumentalmente nelle polemiche del movimento operaio secondo due approcci caratteristici. Da parte socialdemocratica si sono utilizzati solo pochissimi scritti, generalmente due (Problemi d’organizzazione e La rivoluzione russa, inclusi in questo volume) per farla apparire come l’avversaria di Lenin e dei bolscevichi, fustigatrice della dittatura del proletariato e strenuo difensore della democrazia, naturalmente borghese. Speriamo da parte nostra di esser riusciti a render chiaro che Rosa Luxemburg fu avversaria implacabile proprio della socialdemocrazia (nel senso odierno della parola), cioè di ogni politica socialista che si integri alla democrazia e alla società borghesi e non informi ogni suo atto allo scopo preciso di rovesciare la società capitalistica e realizzare la conquista del potere da parte dei lavoratori [250].

Da parte comunista si è partiti in generale dal presupposto che Lenin non ha mai sbagliato, che ha sempre avuto ragione, che quindi Rosa Luxemburg aveva per definizione torto in ogni sua polemica con Lenin e che i suoi meriti consistono nell’essersi a poco a poco avvicinata alla verità leninista. Ora noi siamo fermamente convinti che Lenin è stato soprattutto un grandissimo, difficilmente eguagliabile, capo rivoluzionario, che ha saputo scoprire e utilizzare tutte le possibilità strategiche e tattiche per condurre il proletariato russo alla vittoria. Ma in questo è anche il suo limite teorico, perché troppo spesso egli è portato dalla necessità della polemica contingente a presentare come verità assolute, come modelli, delle scelte tattiche perfettamente valide ma storicamente molto condizionate. Perciò chi legga Lenin senza collocarlo nella realtà storica in cui operava rischia di prendere dei formidabili abbagli. Ora Lenin operava nella realtà russa del suo tempo e Rosa Luxemburg in quella tedesca e in quella polacca: parecchi dei loro contrasti derivano appunto da questa situazione. Su alcuni di essi ci siamo già pronunciati; di altri ci occupiamo nelle note introduttive ai vari lavori. Qui ci preme soltanto rilevare che anche i limiti di Rosa Luxemburg sono legati alle sue qualità positive e sono essenzialmente due. Da un lato il suo appassionato senso di umanità, il suo legame profondo con tutti gli esseri, la sua aspirazione alla bontà come la vetta più alta dello spirito, lo stesso suo odio verso la società classista, creazione della storia, le davano una carica di ottimismo e di fiducia quasi rousseauiana nella natura umana che talvolta pesava sulle sue stesse valutazioni politiche. D’altro lato l’acutezza del suo ingegno e le sue analisi fortemente penetranti, che le avevano fatto scoprire i più riposti meccanismi della società capitalistica e in particolare dell’imperialismo, per quanto mascherati sotto i più vari colori, le davano una certa tendenza - non estranea del resto allo stesso Marx - a sopravvalutare il pur effettivo operare delle leggi dello sviluppo capitalistico nel senso di affrettarne i ritmi con la propria lungimiranza e di sottovalutare quindi gli aspetti non capitalistici della società di cui essa anticipava la futura scomparsa: da ciò anche l’insufficiente attenzione data al problema dei contadini [251].

Chiudendo il suo schizzo biografico di Rosa Luxemburg, scrive Kautsky: “Rosa Luxemburg e i suoi amici avranno sempre un posto di grande rilievo nella storia del socialismo; ma di questa storia essi hanno impersonato un’epoca, che è ormai giunta alla fine” [252].

Noi siamo d’avviso perfettamente contrario, nel senso che riteniamo che solo ora, con il fallimento della socialdemocrazia e con la crisi del dogmatismo, si apra veramente il periodo storico in cui il metodo e il pensiero di Rosa Luxemburg possono e devono diventare una guida intellettuale del movimento operaio, perché oggi più che mai è necessaria la sintesi luxemburghiana di lotta quotidiana e di scopo finale, per combattere assieme l’opportunismo e il revisionismo, che han portato la maggioranza del proletariato occidentale alla totale capitolazione, e l’estremismo pseudo-marxista che ignora le necessarie mediazioni e vuole “tutta e subito” la rivoluzione totale. Insieme con Lenin, con cui ha combattuto tante battaglie, Rosa Luxemburg deve tornare ad essere conosciuta e apprezzata per quel che “è stata sempre, portavoce insuperato, maestro e dirigente indimenticabile del marxismo rivoluzionario” [253].

 

 

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Introduzione

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Published by Ario Libert - in Approfondimenti
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12 maggio 2012 6 12 /05 /maggio /2012 05:00

Luxemburg francobollo 1974

 

La strategia


Il marxismo contiene due elementi essenziali: l’elemento dell’analisi, della critica, e l’elemento della volontà attiva della classe operaia. E chi adopera soltanto l’analisi, non rappresenta il marxismo ma una miserabile parodia di questa dottrina.

ROSA LUXEMBURG


Se abbiamo tanto insistito fin qui nel mettere in rilievo l’importanza del metodo dialettico in Rosa Luxemburg e il significato del suo continuo riferimento alla totalità, è perché questa è la chiave per intendere non solo la sua costante polemica con il revisionismo ma tutta la sua strategia rivoluzionaria, fondata, come s’è visto, sul ristabilimento dell’unità dialettica fra azione quotidiana e scopo finale rivoluzionario.

Sotto questo aspetto il pensiero socialdemocratico era in piena crisi in quell’ultimo decennio dello scorso secolo che vedeva l’espandersi vittorioso del movimento pratico. Erano in crisi le vecchie tradizioni rivoluzionarie quarantottesche, vive ormai soltanto nell’alone romantico che circondava la figura di Guglielmo Liebknecht, “il soldato della rivoluzione”, e Federico Engels, alla vigilia della sua morte, aveva dato il crisma della sua autorità alla loro definitiva demolizione attraverso la prefazione alle Lotte di classe in Francia, che i dirigenti del partito erano riusciti a strappargli e che poi avevano pubblicato mutilata [103]. Ma erano in crisi anche le concezioni legate all’idea di un crollo della società capitalistica per effetto di una crisi catastrofica e come punto d’arrivo fatale della “miseria crescente”: la congiuntura economica smentiva le formulazioni troppo categoriche falsamente attribuite a Marx e sembrava addirittura smentire il fondamento stesso dell’analisi marxiana. A queste prospettive, che venivano progressivamente abbandonate, se ne sostituiva un’altra: quella dell’aumento costante dei voti socialisti e di una prossima maggioranza parlamentare che avrebbe dischiuso ai socialisti le vie del potere. Se si pensava ancora alla possibilità di un conflitto violento, era solo per l’ipotesi che la borghesia vi avesse fatto essa stessa ricorso rifiutandosi al passaggio legale e pacifico del potere. Questa sperata futura maggioranza parlamentare veniva così a rappresentare il legame fra l’azione quotidiana e lo scopo finale, un legame tuttavia che consentiva di occuparsi solo del presente perché il futuro altro non era che la somma aritmetica di tanti piccoli successi da riportarsi in ciascuno dei collegi elettorali in cui si divideva il Reich germanico.

La piatta routine che derivava da questa impostazione non poteva incontrare il favore di Rosa Luxemburg. Essa veniva da un paese a scarso sviluppo industriale come la Polonia, che era per di più parte dell’impero zarista, cioè di un impero che aveva da pochi decenni abolito la servitù della gleba e muoveva i primi passi verso l’industrializzazione essendo ancora dominato da forme politiche assolutistiche e precapitalistiche. Giovinetta aveva partecipato ai movimenti illegali nel suo paese e portava quindi con sé in occidente la carica rivoluzionaria propria dell’ambiente in cui si era formata; d’altra parte il suo cosmopolitismo ebraico, la vivacità del suo ingegno, la sua preparazione intellettuale, i suoi studi economici all’università di Zurigo e infine la sua esperienza di militante tedesca la disponevano a superare nettamente il condizionamento dell’ambiente d’origine e ad inserirsi nella realtà occidentale, pur senza perdere tuttavia il potenziale di lotta rivoluzionaria ch’essa aveva assimilato fin dalla primissima giovinezza. Avendo continuato a partecipare intensamente, e con funzioni di responsabilità, alla vita di due partiti che operavano in condizioni così diverse, quello tedesco e quello polacco, ed essendo per giunta portata dal suo profondo internazionalismo a seguire il movimento operaio di tutti i paesi, essa era nelle condizioni migliori per tentare una sintesi delle diverse esperienze, soprattutto delle due esperienze fondamentali, quella di un paese capitalistico sviluppato dove le preoccupazioni dominanti riguardavano l’azione quotidiana, nonostante tutti i discorsi rivoluzionari [104], e quella viceversa di un paese la cui situazione obiettiva, non lasciando che scarso spazio all’azione di ogni giorno, spingeva verso le rotture rivoluzionarie e verso le vecchie forme cospirative. “A cagione delle radici che aveva nel movimento russo-polacco, il radicalismo di Rosa Luxemburg aveva un carattere diverso da quello dei radicali tedeschi, con la sola eccezione di Liebknecht. Nel sentimento, volontà e pensiero di Rosa, la rivoluzione era sempre presente e prepararla era, come dice Clara Zetkin, la sua “sola ambizione”. Questa ambizione tentò di inoculare alla socialdemocrazia occidentale, soprattutto al partito tedesco. E in pari tempo essa cercò - la sua polemica contro Lenin lo dimostra - di rendere comprensibile l’essenza della democrazia al movimento russo-polacco, che era un movimento di cospiratori, e con l’essenza della democrazia essa intendeva la dignità di un uomo e la sua capacità di collaborare alla formazione del proprio destino” [105].

Questa sua tensione rivoluzionaria insieme con l’inflessibilità del suo carattere le resero particolarmente difficile l’acclimatamento nella vita della socialdemocrazia tedesca, dove certo non alitava uno spirito rivoluzionario, e resero più agevole il compito dei suoi avversari interni. “Fra i “padri del partito” della SPD, Rosa Luxemburg - col suo temperamento insolito per la concezione tedesca, con i suoi ideali non disposti a compromessi, che liberavano gli occhi dalla polvere della routine, che schiarivano e allargavano gli orizzonti - poteva suscitare un sentimento di estraneità piuttosto che di fiducia e di benevolenza. In breve però anch’essi dovettero convincersi che Rosa Luxemburg non era un meteorite dalla luce passeggera, ma un individuo sinceramente e totalmente, con tutto il suo essere e con tutta la sua coscienza, legato al movimento operaio. Ciò prevalse, anche se rimase sempre il sentimento di una certa estraneità di fronte a una militante che non concedeva mai nulla alla routine, che sempre cercava la soluzione, la via d’uscita da una data situazione. Perché fu lei per prima a rendersi conto che in seno a quel grande e forte partito, speranza allora di tutto il movimento operaio, aveva cominciato a penetrare il male, che lo rodeva già il verme dell’opportunismo, fu lei anche la prima che scosse la tranquillità dei dirigenti del partito” [106]. E in effetti fu non solo la prima a denunciare espressamente il revisionismo dichiarato dì Bernstein come una manifestazione di pensiero borghese, la presenza del nemico di classe nelle file del proletariato, ma fu anche la prima a scoprire il revisionismo e l’opportunismo latenti sotto la maschera dell’ortodossia marxista sia dei dirigenti che degli stessi radicali di pseudo-sinistra che non andavano più in là di un continuo richiamo verbale alla santità dei principi. Se ragioni tattiche la obbligavano spesso ad utilizzare nella polemica le parole stesse dei dirigenti, e quindi a far finta di tenerle per buone, le sue lettere recano chiara testimonianza del suo reale pensiero.

Fin dai suoi primi contatti con la socialdemocrazia tedesca scrive a Roberto Seidl a Zurigo denunciando il carattere “convenzionale, goffo (hölzern) e dozzinale (schablonenhaft)” degli articoli che vi si scrivono, e pochi anni dopo con lo stesso corrispondente parla senza veli del mondo ufficiale del partito che non consente neppure di scrivere la verità sui giornali socialisti [107]. L’anno appresso, in una lettera alla sua amica Roland-Holst, dà sfogo al suo animo contro l’atteggiamento politico di questo mondo ufficiale, apparentemente radicale ma sempre più dozzinale e senz’anima.

“Non sono per nulla entusiasta - essa scrive - del ruolo che il cosiddetto ‘radicalismo’ ortodosso ha giocato sin qui. Correre dietro alle singole sciocchezze opportunistiche e ripeterne la critica non è un lavoro che mi rallegri, piuttosto sono così cordialmente stufa di quest’ufficio che in questi casi preferisco di gran lunga tacere. Io ammiro anche la sicurezza con cui parecchi dei nostri amici radicali ritengono sempre necessario riportare la pecorella smarrita - il partito - nella sicura stalla nativa della “saldezza dei principi” e non sentono che in questo modo puramente negativo non fanno nessun passo avanti. E per un movimento rivoluzionario non andare avanti significa andare indietro. Il solo mezzo per combattere radicalmente l’opportunismo è proprio di andare avanti, di sviluppare la tattica, di accentuare il lato rivoluzionario del movimento. L’opportunismo è in generale una pianta palustre, che si sviluppa rapidamente e abbondantemente nell’acqua stagnante del movimento (operaio, n. d. L. B.); deperisce quando c’è una corrente robusta e gagliarda. Qui in Germania l’andare avanti è direttamente un bisogno urgente, bruciante). E questo lo sentono pochissimi. Gli uni si disperdono in piccole scaramucce con gli opportunisti, gli altri credono che la crescita automatica, meccanica, di numero (nelle elezioni e nell’organizzazione) significhi già per se stessa un andare avanti. Essi dimenticano che la quantità deve cambiarsi in qualità, che un partito di 3 milioni non può fare ancora gli stessi movimenti automatici che faceva un partito di mezzo milione. A lei non ho bisogno di dire che io non penso certo a qualche improvviso ‘scendere in strada’ o a qualche altra artificiosa avventura. Ma tutto il lavoro deve assumere un altro tono più profondo, la coscienza della propria forza deve aumentare e... ma basta perché altrimenti introduco in una lettera un articolo di fondo” [108].

Poco appresso, in occasione della rivoluzione russa e del dibattito sullo sciopero generale, comincia il suo raffreddamento con Kautsky, di cui essa vede i limiti e le contraddizioni fra le parole e gli atteggiamenti pratici; in una lettera del 1907 a Clara Zektin espone senza riserve anche il suo pensiero su Bebel, il leader incontrastato del partito, e su tutto il partito ch’egli dirige: “Io mi sento, dopo il mio ritorno dalla Russia, passabilmente sola (...) Sento la pusillanimità e la grettezza di tutto il nostro partito in un modo così aspro e doloroso come non mai per il passato. Ma non m’inquieto per queste cose come te, perché ho già capito con impressionante chiarezza che queste cose e questi uomini non si possono cambiare fino a quando la situazione non sia interamente mutata, e anche allora (...) dovremo né più né meno fare i conti con l’inevitabile resistenza di questa gente se dovremo condurre avanti le masse. La situazione è semplicemente questa: Augusto [109], e tanto più gli altri, si sono totalmente buttati via per il parlamentarismo e nel parlamentarismo. A qualunque svolta che esca dai limiti del parlamentarismo, falliscono completamente; anzi, di più, cercano di reincastrare tutto entro le sbarre parlamentaristiche, e quindi combatteranno rabbiosamente come ‘nemici del popolo’ tutti e chiunque vorrà uscirne. Sento che le masse e ancor più la grande massa dei compagni sono intimamente stufe del parlamentarismo. Esse saluterebbero con giubilo una corrente d’aria fresca nella tattica, ma le vecchie autorità pesano ancora su di loro e ancor più gli strati superiori dei giornalisti, deputati e sindacalisti opportunisti (...) Finché si trattava di difendersi contro Bernstein e C., Augusto e C. gradivano la nostra società e il nostro aiuto giacché da soli se la son fatta nei calzoni. Ma se si passa all’offensiva contro l’opportunismo, allora i vecchi stanno con Ede [110], Vollmar e David contro di noi” [111].

Questi giudizi di Rosa non hanno tanto un valore personale quanto un significato politico in quanto mettono in rilievo come, dietro le formule marxiste e le affermazioni classiste di Kautsky e di Bebel, si celasse fin da allora un’accettazione della prassi riformistica. La stessa Luxemburg, del resto, aveva riconosciuto, come vedremo, che la differenza fra una posizione rivoluzionaria e una riformistica, non stava tanto nel “che cosa”, cioè negli obiettivi di lotta quotidiana, quanto nel “come”, cioè nel collegamento di questi obiettivi allo scopo finale: se questo collegamento, pur proclamato a parole, veniva in fatto a mancare, se la prospettiva socialista non influiva sul cosiddetto “programma minimo” e questo rimaneva fine a se stesso, ecco che la linea ufficiale si confondeva nei fatti con la linea revisionistica. Di fronte ad essa la linea rivoluzionaria della Luxemburg - nonostante la leggenda diffusa ad opera dei suoi avversari di una “Rosa sanguinaria” o, “romantica della rivoluzione” (“petroliera romantica” la chiamò addirittura, con valutazione totalmente errata, Piero Gobetti) - era una linea marxista, nutrita di studi severi e di realismo politico. Nel corso della guerra mondiale, quando ormai era in piena rottura con la socialdemocrazia ufficiale e sentiva l’avvicinarsi della rivoluzione postbellica, essa esaltava ancora la nuova strategia marxista che ha messo il lavoro al posto delle barricate, ma a condizione di “indirizzare la tattica di combattimento di ogni ora versa l’immutabile meta finale [112]. E quello che essa contestava nella prassi socialdemocratica era appunto che l’azione quotidiana avesse questo indirizzo verso la meta finale.

Cerchiamo ora di vedere con chiarezza il contrasto di fondo fra le due concezioni. Gioverà innanzi tutto richiamare quanto si è già detto sulla differenza fra una visione evoluzionistica e una visione dialettica della storia. La prima, nettamente dominante nel pensiero socialdemocratico, vedeva la storia svolgersi in modo rettilineo, il socialismo dovendo succedere al capitalismo come una stazione segue un’altra lungo una linea ferroviaria. Anche per coloro che non avevano abbandonato l’ideale socialista e in buona fede credevano di lavorare per esso, tutto il lavoro consisteva nel fare di volta in volta qualche piccolo passo avanti, vuoi sul piano delle conquiste economiche vuoi su quello delle conquiste politiche, ogni passo rappresentando un sicuro avvicinamento alla meta. E la meta non era, in questa visione, concepita come un rovesciamento rivoluzionario bensì come la trasformazione graduale, progressiva, quasi insensibile, della società attuale nella società socialista. Perciò ogni sforzo doveva essere fatto per attenuare i contrasti, per smussare le punte, per trovare compromessi, per non esasperare le situazioni, per evitare le crisi acute, perché intanto la storia continua a camminare e, purché si abbia pazienza, arriverà dalla stazione capitalistica alla stazione socialista. Tutt’al più si deve cercare di impedire agli avversari che spingano indietro il corso della storia: in questo senso è giusto dire, come fa Schorske, che la tattica di Bebel era una tattica difensiva, e anche gli accenni alla violenza o allo sciopero generale che si trovano nei suoi discorsi sono collocati in una prospettiva difensiva [113].

Esattamente l’opposto era la concezione luxemburghiana. Per essa la storia non cammina in modo rettilineo ma per contrasti dialettici, attraverso la lotta di classe. Vi è una necessità storica, come s’è visto, nel senso che la storia non può essere fatta arbitrariamente, non è un negozio dove si possa comprare quello che si vuole [114], ma dove il presente condiziona sempre il futuro. Tuttavia questo presente essendo contraddittorio, la società attuale essendo lacerata da profondi contrasti di classe, vi si contengono tendenze contraddittorie: l’imperialismo e il socialismo sono entrambe tendenze obiettive dello sviluppo sociale. Perciò se si vuole che la tendenza socialista dello sviluppo storico prevalga sull’altra, bisogna combattere duramente, ad ogni passo, ma bisogna farlo in modo rigorosamente scientifico. Bisogna cioè in primo luogo individuare le tendenze obiettive dello sviluppo social [115], cogliere di esso il lato rivoluzionario [116], e spingere fortemente in questa direzione in modo da accrescere sia il contrasto con la classe dominante, che necessariamente punta sull’opposto lato dello sviluppo storico, sia, di conseguenza, la coscienza rivoluzionaria delle masse [117]. Non si tratta quindi semplicemente di pazientare ma di agire [118]. Certo anche per Rosa Luxemburg, come è ovvio, vi sono momenti di tensione più o meno acuta, vi sono gli alti e i bassi della lotta, ma non possono esservi mai soste in senso assoluto perché la situazione fornisce sempre occasioni e spunti alle agitazioni e alle battaglie. Tanto più è inammissibile volere evitare la lotta aperta nei momenti di crisi: “È una pazzesca follia immaginare che noi dobbiamo soltanto sopravvivere alla guerra, come il coniglio che aspetta sotto un cespuglio la fine del temporale per riprendere poi tutto vispo la sua corsa”, scrive contro l’attendismo di Kautsky [119]. E poiché la storia non segue un cammino rettilineo, ma contrastato, accidentato e perciò stesso diversificato, le situazioni non si ripetono identiche ed è impossibile voler applicare delle ricette o delle formule valide in ogni caso, come pretendono i burocrati dell’organizzazione e i filistei del “parlamentarismo soltanto”: la lotta dev’essere sempre una lotta concreta, fondata su un’analisi spregiudicata capace di cogliere nel vivo la realtà mutevole dei rapporti di classe e delle posizioni di forza. “La moderna classe proletaria conduce la sua lotta non secondo uno schema bell’e pronto custodito in un libro o in una teoria. La moderna lotta operaia è un pezzo di storia, un pezzo di sviluppo sociale. E in mezzo alla storia, in mezzo allo sviluppo, in mezzo alla lotta, noi impariamo come dobbiamo lottare (...) Il primo dovere dei militanti politici, come noi siamo, è di procedere con lo sviluppo dei tempi e di rendersi conto ad ogni momento dei mutamenti nel mondo moderno e dei cambiamenti della nostra strategia di battaglia” [120].

Nessuno schema quindi, nessun modello preformato, ma neppure empirismo. Al contrario. La necessaria varietà di tattiche e di strategie che è una conseguenza inevitabile della varietà delle situazioni (e il rivoluzionario che non sapesse cogliere e sfruttare la molteplicità del reale sarebbe un dogmatico e non un marxista) si applica tuttavia soltanto per quanto riguarda i “momenti interni” dello sviluppo: lo sbocco finale dev’essere sempre lo stesso e le linee essenziali della strategia sono costanti. “Naturalmente nemmeno la tattica corrente della socialdemocrazia consiste nell’attendere lo sviluppo delle contraddizioni capitalistiche fino all’acme e solo a quel punto un loro mutamento repentino. Al contrario, ci basiamo semplicemente sulla direzione ormai riconosciuta dello sviluppo ma poi nella lotta portiamo all’estremo le sue conseguenze e in ciò sta l’essenza di ogni tattica rivoluzionaria” [121]. E ancora: la socialdemocrazia “non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della “situazione rivoluzionaria” (...) Al contrario essa deve, come sempre, precorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo. Ma essa non può farlo distribuendo improvvisamente, al momento giusto o sbagliato, la “parola d’ordine” campata per aria di uno sciopero generale, ma innanzi tutto chiarendo ai più vasti strati proletari la venuta inevitabile di questo periodo rivoluzionario, i momenti sociali interni che ad esso conducono e le conseguenze politiche” [122].

È ora probabilmente chiaro il significato di quell’accenno che abbiamo fatto più sopra al “che cosa” e al “come” nella differenza fra strategia rivoluzionaria e opportunista. Infatti Rosa Luxemburg non nega la validità delle rivendicazioni che formano il cosiddetto “programma minimo” della socialdemocrazia, la validità delle riforme parziali e delle conquiste limitate, come non contesta il valore del “piccolo lavoro quotidiano”, perché anzi è proprio da questo lavoro quotidiano ch’essa vuol fare scaturire lo sbocco rivoluzionario. Ma mentre per i revisionisti e, come si è detto, anche per i centristi e i sedicenti “ortodossi”, queste conquiste parziali hanno un valore per se stesse o sono tutt’al più delle tappe lungo la strada maestra che porta al socialismo, per Rosa Luxemburg esse servono anche dialetticamente a mostrare quella che è l’essenza della società capitalistica e i limiti invalicabili che essa presenta. Perciò apparentemente tutti vogliono le stesse cose: conquiste sindacali, riforme sociali e democratizzazione delle istituzioni politiche. Ma in realtà “quando si considera la cosa più da vicino, le due concezioni sono addirittura contrapposte”, perché per la concezione rivoluzionaria tutte queste conquiste, al di là del loro valore immediato, devono servire a convincere il proletariato “dell’impossibilità di cambiare fondamentalmente la propria situazione per mezzo di questa lotta e della conseguente imprescindibile necessità di arrivare infine alla conquista del potere politico” [123].

In altre parole, le lotte e le conquiste non possono mutare la natura fondamentale dell’imperialismo e le sue insopprimibili tendenze: perciò appunto servono a metterle meglio in evidenza, accrescono con ciò la volontà di lotta e la coscienza di classe dei lavoratori, e aumentando in tal modo la tensione sociale conducono alla crisi finale. Questa crisi finale gli opportunisti l’avevano praticamente espunta dalla loro visione storica perché non vi si addiceva più: concepita la storia come una strada maestra che porta per via di evoluzione graduale a tappe sempre più avanzate, parlare di crisi finale o di catastrofe significava introdurre dall’esterno nel processo storico un elemento arbitrario, contrario alla logica del processo storico, di sapore blanquistico. E quanto ai pretesi ortodossi che si mantenevano fedeli all’idea di una crisi finale della società capitalistica, essi tuttavia non riuscivano a legarla alla lotta quotidiana, perché appunto non riuscivano a vedere il carattere dialettico di quest’ultima: per essi perciò il famoso “crollo” del capitalismo appariva piuttosto come qualche cosa di astratto, lontano, meccanico, quasi l’esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da una forza trascendente, il decreto del destino o della storia. Nella visione di Rosa Luxemburg, proprio per il significato che essa dà alla lotta quotidiana, come mezzo continuo di intervento cosciente nel processo storico per far trionfare una delle sue tendenze di sviluppo contro un’altra, la crisi rivoluzionaria non è altro che il punto terminale di questo processo di sviluppo, all’interno del quale la tensione fra i due poli opposti è andata crescendo fino a giungere al punto di rottura. “Le catastrofi, essa avverte, non sono in contrasto con lo sviluppo ma sono un momento, una fase dello sviluppo” che solo i piccolo borghesi possono concepire “come un insensibile processo di diverse fasi e gradi di sviluppo che scivolano l’uno nell’altro in modo del tutto pacifico” [124].

Nel quadro di queste linee strategiche profondamente divergenti, era naturale che la Luxemburg si scontrasse su tutti i terreni con la politica pratica condotta dal partito. Tre campi di attività aveva indicato Engels alla lotta proletaria, quello economico, quello politico e quello ideologico, ma quest’ultimo era praticamente abbandonato, almeno come campo di lotta per affermare un’autonoma posizione di classe del proletariato, ché anzi erano le ideologie borghesi che `facevano ogni giorno più breccia nel campo socialdemocratico. Restavano la lotta economica e la lotta politica, concepita la prima essenzialmente come lotta sindacale (il movimento cooperativo non aveva larghe prospettive) e la seconda come lotta parlamentare. Possono queste forme d’azione essere considerate per se stesse rivoluzionarie, capaci, come sostenevano i revisionisti, di fare sbocciare quasi silenziosamente il socialismo dalla società capitalistica, attenuandone a poco a poco le contraddizioni, mitigandone l’asprezza, introducendovi sempre nuovi elementi socialisti attraverso un processo graduale e insensibile? La Luxemburg lo contesta e mostra invece che azione sindacale e azione parlamentare, in quanto si svolgono per loro natura all’interno del sistema e quindi gli si subordinano, non possono da sole modificarne radicalmente la sostanza.

I sindacati sono lo strumento migliore per creare le condizioni più favorevoli ai lavoratori per la vendita della propria forza-lavoro sul mercato capitalistico, ma sul terreno salariale non possono andare al di là di questo obiettivo, cioè ottenere il massimo prezzo possibile consentito dalle leggi del mercato capitalistico. Bernstein assegnava ai sindacati la funzione di erodere progressivamente la quota del reddito nazionale spettante al profitto a favore della quota spettante ai salari, fino ad uccidere il profitto e quindi il capitalismo, ma Bernstein dimentica, osserva la Luxemburg, che questa lotta del salario contro il profitto non si svolge in astratto, bensì sul concreto terreno della società capitalistica e non può quindi da sola infrangerne il meccanismo fondamentale che è appunto il meccanismo del profitto. Anzi poiché il profitto tende di sua natura al massimo di espansione, è di sua natura all’attacco, la lotta sindacale finisce spesso con l’essere una lotta difensiva per mantenere la quota conquistata, per contenere la pressione dello sfruttamento capitalistico: è in ultima analisi un lavoro di Sisifo, che dev’essere proseguito instancabilmente senza che possa mai toccare, almeno con i suoi soli mezzi, il porto d’approdo, cioè l’emancipazione del lavoro.[125] I dirigenti sindacali attaccarono ferocemente la Luxemburg per questa espressione “lavoro di Sisifo” come se essa avesse tacciato di inutilità la lotta sindacale: in realtà essa intendeva semplicemente chiarire i limiti dell’azione sindacale, incapace di far superare al movimento operaio i confini della società capitalistica, ma ne esaltava viceversa il valore per i risultati che poteva conseguire nell’ambito della società stessa.[126]

Questa diversità di valutazione non aveva solo implicazioni teoriche: essa si rifletteva necessariamente anche nell’azione pratica, soprattutto sul terreno dei rapporti fra sindacato e partito. I revisionisti e gli opportunisti (e i leader sindacali erano in prima fila in questa schiera), essendo portati a dissolvere la lotta per il socialismo nella azione quotidiana, cioè nella lotta parlamentare e in quella sindacale, finivano con il concepire questi due campi di attività come due manifestazioni di egual valore ed autonome del movimento operaio: donde, in pratica, la teoria dell’autonomia e della parità di diritti fra partito e sindacati, teoria che ebbe la sanzione dei congressi e fu consacrata in un patto che impegnava la direzione del partito a consultarsi con la commissione generale sindacale prima di prendere decisioni che potessero impegnare i lavoratori in azioni ritenute di interesse sindacale. Contro questa pretesa parità di diritti la Luxemburg insorse vivacemente in nome dell’unità del movimento operaio che non può essere dicotomizzato in settori separati e indipendenti. Ancora una volta è il concetto di totalità che essa oppone agli opportunisti i quali frantumano il movimento in pezzi staccati: lo scopo finale del movimento è uno scopo politico, l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, e questo scopo può essere perseguito coscientemente solo dall’organizzazione politica del proletariato, il partito socialista, che, in quanto tale, rappresenta la totalità del movimento. La lotta sindacale è solo un momento di questa totalità e non può esser vista se non in relazione al tutto, al quale dev’essere subordinata. La parità di diritti fra sindacato e partito è quindi un assurdo sul piano teorico, anche se nella pratica della socialdemocrazia tedesca di quel tempo trovava la propria giustificazione nel fatto che il partito aveva rinunciato a porsi come espressione della volontà rivoluzionaria cosciente del proletariato, come guida dell’azione complessiva di classe e aveva ridotto la propria attività al mero parlamentarismo, cioè anche esso ad un’azione che può svolgersi solo sul terreno della presente società, con il che esso abbandonava in pratica lo scopo finale cessando pertanto di essere il momento unificatore della totalità.[127]

Naturalmente questa subordinazione del sindacato al partito in senso luxemburghiano - che comunque va inquadrata nella concreta situazione del tempo - non va confusa con la teoria del sindacato mera “cinghia di trasmissione” della volontà, o, peggio, degli ordini del partito. Rosa Luxemburg non disconosce l’autonomia dell’organizzazione sindacale nella sfera della sua propria attività; solo ritiene che quest’attività possa essere concepita soltanto come momento di una azione più vasta, politica nel senso più lato della parola, che fa capo al partito. Vista in questo quadro l’azione sindacale non si esaurisce nelle sue realizzazioni immediate, ma ha un compito formativo di coscienza che è in un certo senso il suo punto più alto. Si tratta precisamente di avviare i lavoratori a toccare con mano i limiti di classe della presente società, a vedere come un’emancipazione reale dallo sfruttamento di cui son vittime sia impossibile nell’ambito del presente ordinamento e richieda necessariamente un profondo rivolgimento sociale che porti all’instaurazione di un regime socialista: non tanto quindi per quello che ottiene - anche se è un miglioramento importante - ma soprattutto per quello che non può ottenere, il movimento sindacale contribuisce efficacemente alla lotta socialista. Questo è possibile solo se il sindacato si tiene sul terreno marxista della lotta di classe, che ha fatto la ragione della sua forza e della sua superiorità sugli altri sindacati: pretendere alla parità di diritti, pretendere conseguentemente ad una propria autonoma “teoria” sindacale significa privare il sindacato della sua forza principale che è la dottrina marxista, cioè precisamente la dottrina che dà al sindacato la coscienza della sua funzione nel movimento globale[128], e farne in definitiva un ingranaggio del meccanismo borghese.

Analoghe considerazioni si possono fare per la lotta parlamentare, considerata non come un momento dell’azione di classe, ma come la forma per eccellenza della lotta emancipatrice, secondo la teoria allora di moda che l’aumento progressivo dei voti socialisti avrebbe portato, senza bisogno d’altro, alla consacrazione “parlamentare” del socialismo. La Luxemburg, lo abbiamo visto, aborriva dagli schemi di validità universale, e perciò non escludeva la possibilità di un passaggio pacifico al socialismo ma escludeva che si potesse farne un principio generale, risultato di una scelta socialista perché la lotta di classe si svolge nelle condizioni storiche date e deve adattarsi concretamente ad esse. “Il problema: rivoluzione o passaggio puramente legale al socialismo? non è un problema della tattica socialdemocratica, ma innanzi tutto un problema dello sviluppo storico[129],ma sarebbe assurdo decidere a priori l’uso dei soli mezzi legali perché “quel che ci viene presentato come legalità borghese è nient’altro che la forza della classe dominante elevata a priori a norma obbligatoria”.[130] In questa prospettiva, che ammette la possibilità di mezzi legali e mezzi illegali di lotta, l’azione parlamentare ha pieno diritto di cittadinanza, è anzi uno strumento efficace a condizione che non se ne sopravaluti l’importanza. Nei periodi tranquilli della società borghese, “la lotta politica della socialdemocrazia sembra consumarsi nella lotta parlamentare. Ma la lotta parlamentare, l’altra faccia che fa riscontro e completa la lotta sindacale, è come questa una lotta condotta esclusivamente sul terreno dell’ordinamento sociale borghese. È, secondo la sua natura, lavoro di riforma politica, come i sindacati sono lavoro di riforma economica. Essa rappresenta lavoro politico del presente, come i sindacati rappresentano lavoro economico del presente. L’una e gli altri sono soltanto una fase, un grado di sviluppo nel complesso della lotta proletaria di classe, i cui scopi finali vanno in eguale misura al di là della lotta parlamentare e della lotta sindacale. La lotta parlamentare perciò sta alla politica socialdemocratica, anch’essa come una parte al tutto, precisamente come il lavoro sindacale” [131]. Se si pretende di elevare questa parte a tutto, come faceva allora il partito nel Baden, ci si subordina alla società borghese: generalizzando a tutta la Germania la prassi del Baden “la socialdemocrazia avrebbe semplicemente cessato di esistere” [132]. La parola d’ordine “nient’altro che parlamentarismo” è una manifestazione di “cretinismo parlamentare” secondo l’espressione di Marx [133]. Ma quando si abbia coscienza che “le mosse parlamentari e le strategie elettorali non hanno possibilità di modificare i fatti storici”[134] e che la vera forza del partito sta nella coscienza e nella compattezza delle masse (“la nostra vera vittoria e la nostra vera potenza stanno nei 4 milioni e mezzo di elettori (...) ed è soltanto la pressione di queste masse dall’esterno che conferisce importanza al nostro gruppo nel Reichstag, conti esso 20 uomini di più o di meno”) [135], il terreno parlamentare è un terreno di lotta che il partito deve utilizzare ampiamente e proficuamente.

Le cose sin qui dette potrebbero far apparire assurdo a un lettore superficiale che Rosa Luxemburg si sia poi trovata, in seno alla socialdemocrazia tedesca, alla punta della lotta per la conquista del suffragio universale in Prussia (dove vigeva ancora il suffragio delle tre classi) e in generale in tutte le battaglie per la democratizzazione delle istituzioni tedesche. Ma non vi è in verità nulla di assurdo e di strano. Anche se Rosa Luxemburg non credeva nella panacea parlamentaristica, credeva però fermamente nei valori democratici e nell’importanza che essi avevano per elevare la coscienza e la maturità delle masse lavoratrici cui spettava la responsabilità di assumere la direzione del processo storico. E d’altro canto, a differenza dei suoi compagni di partito, essa non si faceva nessuna illusione sulla democraticità della società capitalistica, sul processo naturale di sviluppo democratico che avrebbe dovuto a poco a poco consegnare il potere nelle mani dei lavoratori. Al contrario essa fu tra i primi a riconoscere che la società capitalistica, giunta in quegli anni alla fase dell’imperialismo, recava in sé i germi di distruzione della vita democratica e che pertanto era necessario dare su questo terreno una battaglia senza quartiere alle forze dell’avversario.

Individuare le tendenze storiche dello sviluppo capitalistico e contrapporgli le tendenze dello sviluppo socialista: abbiamo visto che questo era il fondamento della strategia luxemburghiana. Una volta riconosciuto che l’imperialismo, ben lungi dal favorire la vita democratica, come credevano i socialdemocratici suoi contemporanei, era invece per sua natura portato a soffocarne anche i germi, Rosa Luxemburg non poteva non vedere in ciò una delle contraddizioni fondamentali del suo tempo, dato che, contemporaneamente, l’imperialismo trascinava nuove masse nel processo produttivo e poneva quindi a queste masse il problema di una propria promozione sociale e civile, che è inseparabile da una crescita democratica. Ed ecco perché, mentre i dirigenti ultraparlamentari del partito, fedeli alla tattica della difensiva, della pazienza, dell’attesa, si preoccupavano di non inasprire le situazioni, pensando che la bufera sarebbe passata, di mostrarsi concilianti per acquistare nuovi elettori nelle file pacifiche del ceto medio, di non dare battaglia e di non correre rischi per non provocare la collera della reazione e non mettere a repentaglio la sorte delle organizzazioni politiche e sindacali [136], e mentre il “marxista” e “rivoluzionario” Kautsky inventava la nuova strategia, la strategia dell’usura (Ermattungsstrategie) [137] , cioè del non far nulla, Rosa Luxemburg si poneva alla testa dell’agitazione per il suffragio universale e, fra lo scandalo e il terrore dei suoi compagni di partito, lanciava la parola d’ordine della repubblica.

Fin dal suo pamphlet contro Bernstein del 1898, Rosa Luxemburg aveva dato questa impostazione alla lotta democratica del proletariato. “Il progresso costante della democrazia che al nostro revisionismo come pure al liberalismo borghese appare la legge fondamentale della storia umana, o almeno della storia moderna, visto più da vicino, risulta essere una chimera. (...) Se noi prescindiamo così da una legge storica generale dello sviluppo della democrazia, anche nel quadro della società moderna, e guardiamo soltanto alla fase attuale della storia borghese, vediamo anche qui, nella situazione politica, dei fattori che, anziché condurre alla realizzazione dello schema bernsteiniano, conducono piuttosto in senso contrario, all’abbandono da parte della società borghese delle precedenti conquiste.” Fra le cause che spingono in questa direzione, Rosa Luxemburg indicava allora, oltre il fatto che le istituzioni democratiche avevano esaurito in gran parte la funzione utile alla borghesia nella fase di ascesa al potere, il peso crescente dell’amministrazione e quindi della burocrazia nella vita statale, ma soprattutto lo sviluppo dell’imperialismo e del militarismo (“ma se politica mondiale e militarismo sono una tendenza in espansione nella fase attuale, la democrazia borghese deve di conseguenza muoversi lungo una linea discendente” dove “politica mondiale” è sinonimo di imperialismo), e, infine, la paura della classe dirigente davanti all’avanzata del movimento operaio. Ne consegue che “se per la borghesia la democrazia è diventata un elemento in parte superfluo, in parte di ostacolo, essa per la classe operaia, invece, è diventata necessaria e indispensabile. Necessaria prima di tutto in quanto offre le forme politiche (autogoverno, diritto elettorale) che serviranno al proletariato da appigli e punti di appoggio nella sua opera di trasformazione della società borghese. Ma anche indispensabile, perché solo in essa, nella lotta combattuta per la democrazia, nell’esercizio dei diritti democratici, il proletariato diviene cosciente dei propri interessi di classe e dei propri compiti storici. La democrazia insomma è indispensabile, non in quanto rende superflua la conquista del potere politico da parte del proletariato, ma al contrario perché fa di questa conquista una necessità e al tempo stesso l’unica possibilità[138].

E qualche anno dopo: “Se il partito socialdemocratico operaio in tutti i paesi combatte per una maggiore influenza sulla legislazione e sull’amministrazione, per il suffragio universale, per la scuola obbligatoria e gratuita, ecc., non è perché queste siano soltanto delle “belle idee” come avrebbe detto il probo signor Limanowski, e debbano necessariamente collegarsi al socialismo, che non è meno “bella idea”, ma perché tutte queste forme democratiche, necessarie al proletariato, derivano dallo sviluppo della società borghese, dallo sviluppo del capitalismo. Ciò non è cambiato dal fatto che il proletariato oggi combatta soprattutto per la democratizzazione dello Stato borghese, non insieme alla borghesia, ma contro la borghesia. Questo fatto dimostra che ad un certo grado di maturità degli antagonismi di classe, la borghesia cessa di essere la rappresentante dello sviluppo borghese, la direzione delle cui correnti progressiste si arroga il proletariato[139].

In altre parole, Rosa Luxemburg considerava che nella fase imperialistica, esaurita ormai definitivamente la funzione democratica della borghesia, era il proletariato che doveva porsi alla testa della lotta per la democrazia, non per completare la rivoluzione borghese, ma per aprire, grazie all’egemonia conseguita su questo terreno, la nuova fase della rivoluzione socialista. Dopo la rivoluzione russa del 1905 essa vedeva con sempre maggior chiarezza questa funzione storica del proletariato, e perciò respingeva la tesi menscevica secondo cui la rivoluzione socialista avrebbe dovuto attendere che la borghesia avesse prima compiuto il ciclo della rivoluzione democratica, perché questa rivoluzione democratico-borghese, nella fase dell’imperialismo, era ormai esclusa [140].

Ma dove questa strategia luxemburghiana ha avuto un’influenza notevole nello sviluppo successivo del movimento operaio è stato sul problema della guerra. Qui si può dire che sia stata Rosa Luxemburg ad introdurre un importante elemento di originalità nell’analisi dello sviluppo e nell’individuazione del tipo di catastrofe, interna allo sviluppo, a cui il capitalismo andava incontro. Sia Marx che i suoi successori avevano generalmente puntato su una crisi economica come matrice di rivoluzione ed era contro questa opinione che Bernstein aveva condotto la sua battaglia. Nel replicargli, la Luxemburg dichiarava di non considerare essenziale l’idea che una crisi economica dovesse segnare il momento dello sfacelo: “Che questo momento sia stato concepito sotto forma di una crisi economica generale e catastrofica non è accaduto naturalmente senza buone ragioni, ma nondimeno rimane per l’idea fondamentale un fatto marginale e non essenziale” [141]. Quel che era essenziale era che lo sviluppo capitalistico contenesse in sé necessariamente elementi di crisi e nella fase nuova dell’imperialismo questo elemento poteva essere la guerra [142]. Abbiamo visto come Rosa Luxemburg partisse dal concetto che l’imperialismo non è manifestazione patologica del regime capitalistico ma è il suo modo di essere nella fase che il mondo attraversa; che dietro ai sottili giochi della politica mondiale delle grandi potenze imperialistiche agiscono delle tendenze economiche che rappresentano per il capitalismo una “necessità storica”; che esso comporta necessariamente in tempo di pace il militarismo e la corsa al riarmo, e che tutto ciò sboccherà inevitabilmente in una guerra. Questo tema della guerra era per la verità tornato spesso nei congressi dell’Internazionale e gli anarchici avevano con insistenza proposto lo sciopero generale da scatenarsi in concomitanza con la dichiarazione di guerra, proposta che era stata respinta come utopistica e di impossibile attuazione. Per contro le correnti socialiste di destra, per le quali l’imperialismo era un fatto patologico che si poteva correggere, si illudevano che anche la guerra fosse evitabile con accorgimenti diplomatici o conferenze sul disarmo e non pensavano certo alla guerra come possibile sbocco rivoluzionario.

Spetta pertanto alla Luxemburg il merito di aver. portato in primo piano in seno al movimento internazionale il fattore militarismo e guerra come un potenziale fattore rivoluzionario. Avendo individuato in esso uno degli aspetti imperialistici della “necessità storica”, essa capì che solo il movimento operaio poteva contrapporgli la difesa della pace [143]: se in questo senso fosse stata condotta un’azione energica, tenace e chiarificatrice per preparare le masse ad intendere il carattere imperialistico della guerra e la natura di classe dello Stato, per abituarle a combattere il militarismo in tempo di pace e insomma per minare nella coscienza popolare l’ossequio alle autorità costituite, politiche e militari, e sostituirvi invece uno spirito di accesa combattività contro l’oppressione che ne deriva e contro il pericolo di guerra, questo stato d’animo avrebbe potuto diventare il punto di partenza di un’agitazione contro la guerra e contro le sue conseguenze, suscettibile di sboccare in una crisi rivoluzionaria nel corso o al termine della guerra stessa.

In questa prospettiva sono da collocare le sue analisi sul militarismo e l’imperialismo di cui abbiamo parlato, in questa prospettiva la sua tenace campagna antimilitaristica [144], che condusse insieme con Karl Liebknecht ma senza l’appoggio sostanziale del partito. La storia doveva darle ragione con la prima rivoluzione russa del 1905, nata nel corso della guerra russo-giapponese, e con le rivoluzioni che hanno accompagnato e seguito le due guerre mondiali. Ma la sua campagna in questo senso data dal 1900, al termine del decennio che segna, si può dire, l’avvento della fase imperialistica[145]: al congresso del partito tedesco a Magonza (settembre 1900) Rosa Luxemburg e i suoi compagni di sinistra avevano particolarmente insistito su questo punto [146]. Fu dunque a giusto titolo che al congresso internazionale di Parigi, immediatamente successivo a quello di Magonza, essa fu nominata relatrice della IV commissione (pace internazionale, militarismo, soppressione degli eserciti permanenti) e in quella sede fece valere le sue concezioni, mettendo in rilievo quello che vi era di nuovo sotto questo aspetto, cioè “che la politica del militarismo si è generalizzata e accentuata sotto la forma della politica mondiale dell’imperialismo”, che con ciò “la società borghese è entrata in una fase nuova della sua evoluzione; il mondo capitalistico prende nuovo slancio nel suo sviluppo” ma “precipita il momento fatale della sua disfatta”. “Poiché questa politica - essa aggiunse - comincia a dominare tutta la politica interna ed estera del mondo capitalistico, è necessario che nella politica socialista si organizzi la difesa. È tempo che per mezzo dei suoi rappresentanti il partito socialista prenda ufficialmente atto della politica mondiale; è questo appunto che noi abbiamo voluto mettere in rilievo con la nostra risoluzione (...). Ma non è soltanto per dare un nuovo slancio alla lotta quotidiana ma anche dal punto di vista del nostro scopo finale che un’unione più stretta dei proletari di tutti i paesi in materia politica si impone nel momento presente. Cittadini, all’inizio del movimento socialista, si supponeva generalmente che sarebbe una vasta crisi economica che segnerebbe il principio della fine, la grande débâcle capitalista. Ora quest’ipotesi ha perso molte delle sue probabilità; ma diventa sempre più probabile che sia invece una vasta crisi politica mondiale che suonerà l’ora della morte del capitalismo. Dunque, cittadini, se il Marlborough capitalista se ne va in guerra, dalla quale forse non tornerà più, se la politica mondiale genera conflitti e avvenimenti inattesi, incalcolabili, bisogna bene che noi ci prepariamo per il grande ruolo che ci toccherà assumere presto o tardi” [147].

La famosa risoluzione del congresso di Stoccarda (1907) non è che uno sviluppo di questa premessa: a Stoccarda, quando ormai anche i più ciechi dovevano prender atto che i pericoli di guerra si avvicinavano, il militarismo e i conflitti internazionali costituivano il primo e più importante comma dell’ordine del giorno. La delegazione tedesca, che dava il tono ai congressi internazionali, era formata prevalentemente da elementi di destra e Bebel aveva preparato una mozione del suo solito stile centrista in cui le parole erano scritte in generale per impedire gli atti. Di fronte ad essa stavano dinanzi al congresso altre tre risoluzioni: quella di Hervé che riprendeva l’idea dello sciopero militare e dell’insurrezione come risposta immediata ad ogni dichiarazione di guerra da qualunque parte venisse; quella di Guesde che respingeva qualunque idea di agitazione antimilitaristica in quanto il militarismo era inseparabile dal capitalismo e solo la vittoria integrale del socialismo lo avrebbe fatto sparire; infine quella di Jaurés-Vaillant che appariva la più realistica e la più seria nella definizione dei mezzi di lotta contro il militarismo. Nella sottocommissione incaricata di proporre una risoluzione al congresso, Rosa Luxemburg - che al congresso rappresentava la socialdemocrazia polacca - entrò su proposta di Lenin che all’uopo le fece attribuire un mandato del partito socialdemocratico russo. E fu in rappresentanza dei due partiti, polacco e russo, che essa presentò l’emendamento al testo di Bebel che doveva poi diventare, nel corso della prima guerra mondiale, la piattaforma di lotta di Lenin. L’emendamento si ricollega alla relazione del congresso di Parigi perché conclude con l’affermazione che dalla crisi politica ed economica provocata da una guerra i partiti socialisti devono trarre motivo per un’intensa agitazione delle masse popolari fino al rovesciamento del dominio capitalistico, il che naturalmente è possibile soltanto se prima della guerra, e soprattutto con l’intensificarsi del pericolo, è stata condotta una lotta sempre più decisa contro il militarismo e l’imperialismo, usando i mezzi più energici che la situazione consente. Nel difendere l’emendamento, che fu approvato, essa si levò contro i delegati tedeschi Bebel e Vollmar i quali avevano “dichiarato che non si sarebbe potuto fare più di quanto si era fatto fin allora. Eppure la rivoluzione russa non è soltanto sorta dalla guerra ma ha altresì servito a interrompere la guerra che altrimenti lo zarismo avrebbe certo continuato. Noi comprendiamo la dialettica storica non nel senso che dobbiamo attendere con le braccia incrociate fino a che essa ci porti i suoi frutti maturi. Io sono seguace convinta del marxismo e considero proprio perciò come un grave pericolo dare alla concezione marxistica quella forma rigida e fatalistica, che ha per sola conseguenza di provocare delle reazioni eccessive come l’herveismo” [148].

Stoccarda segnò una svolta nella lotta contro la guerra, dando con l’emendamento Luxemburg un indirizzo nuovo alle posizioni marxiste, che i successivi congressi dell’Internazionale, in particolare quello di Basilea (1912) dovevano confermare [149]. Ma Rosa Luxemburg sapeva che l’affermazione di un principio ha ben scarso valore se non si traduce in azione: non sarebbe stato possibile utilizzare la guerra come matrice di rivoluzione se non si fosse prima lungamente lottato contro la guerra. Se in ogni momento dello sviluppo storico è insita la contraddizione dialettica fra la “necessità storica” dell’imperialismo e quella del socialismo, se cioè ogni momento racchiude potenzialmente due futuri contraddittori, dipende dal “come” le forze sociali contrastanti riescono a legare ogni singolo momento alla catena dei fatti storici, la possibilità che questa abbia uno sbocco piuttosto che un altro. I socialisti che si adoperano a conciliare, ad attenuare i contrasti, a collaborare con l’avversario e a giustificarne gli atteggiamenti come “democratici” o “pacifici”, i socialisti che sperano la pace o la democrazia dalla collaborazione con le forze dell’imperialismo, sono un ostacolo obiettivo alla soluzione socialista e quindi un obiettivo aiuto all’imperialismo [150]. La socialdemocrazia “con l’approvazione dei crediti e l’accettazione della tregua civile agisce con tutti i mezzi nel senso di evitare la crisi sociale e il ridestarsi delle masse per opera della guerra”, scriverà durante la guerra stessa [151]. Ed è certamente da ascriversi in gran parte alla responsabilità della socialdemocrazia tedesca se nel corso della crisi rivoluzionaria succeduta alla guerra non solo è stata decisamente frenata ogni soluzione socialista ma conservata pressoché intatta la forza di classe del capitalismo imperialistico che doveva pochi anni dopo prendersi con Hitler la sua rivincita.

La strategia luxemburghiana era quindi in totale antitesi con la linea ufficiale del partito, soprattutto dopo il 1905. In sostanza essa aveva la certezza della prossima guerra mondiale, vedeva che quanto più l’imperialismo si avvicinava alla sua suprema prova di forza tanto più si faceva sentire la sua esigenza di soffocare anche la vita democratica, vedeva quindi avvicinarsi sui fronti principali di battaglia dei momenti di crisi acuta che avrebbero potuto fornire un’esca potente ad una soluzione rivoluzionaria. Ma una rivoluzione non esige soltanto l’esistenza di condizioni oggettive che la rendano possibile, bensì anche una partecipazione attiva e quindi una preparazione soggettiva delle masse. Come conseguire questa preparazione che avrebbe dovuto essere uno dei compiti essenziali della socialdemocrazia? Per la Luxemburg, come per Marx, la coscienza si forma nella prassi e la coscienza di classe nella lotta di classe: i volantini e i discorsi di propaganda non sarebbero per sé soli sufficienti senza la diretta esperienza delle masse. Ma l’esperienza diretta delle masse ha bisogno a sua volta di esser guidata e indirizzata dalla socialdemocrazia a cogliere nella società presente il suo essenziale carattere contraddittorio, a risalire cioè dallo stimolo occasionale, dall’obiettivo parziale, dalla lotta quotidiana alla visione totale della società, a verificare in ogni conflitto le barriere di classe che costituiscono l’ostacolo insopprimibile ad eliminare le cause profonde del conflitto stesso nel quadro della società presente [152]. In questo sta appunto il riferimento alla categoria della totalità, la visione dell’avvenire nel presente, il legame permanente della lotta quotidiana con lo scopo finale. Compito del partito è quindi non solo quello di cogliere ogni occasione di lotta, ogni possibilità di mobilitazione delle masse, ma anche quello di approfondire quanto più possibile i termini della lotta e di esasperare i contrasti perché ciò non solo sviluppa la coscienza delle masse ma avvicina e prepara la crisi rivoluzionaria, cioè trasforma in sviluppo reale quelle che sono soltanto, come s’è visto, tendenze di sviluppo immanenti alla società capitalistica, traduce in realtà storica la necessità storica della rivoluzione socialista.

Naturalmente tutto ciò non può essere provocato artificiosamente: senza una contraddizione reale, senza una tensione reale dei rapporti sociali le masse non sono spinte alla lotta e, se manchi una spinta spontanea delle masse, le parole d’ordine dei partiti non sono per sé sole sufficienti. Tuttavia le contraddizioni reali non mancano nella società capitalistica, ne sono anzi momento essenziale: la strategia e soprattutto la tattica devono saper cogliere di volta in volta i motivi più validi, scoprire le tensioni magari latenti, avvertire tutti gli squilibri, utilizzare tutti gli appigli. E devono, inoltre, tendere a unificare queste diverse spinte in un moto politico unitario che assuma chiaramente l’obiettivo più avanzato possibile in quel momento, quello che può costituire il comune punto di riferimento delle diverse lotte in corso solo in questo modo si può uscire da un quadro settoriale parziale, che in quanto tale rimane sempre interno alla società presente, e dare un indirizzo socialista alle lotte dei lavoratori. Del resto le contraddizioni della società non sono da intendersi come un dato bruto, meramente oggettivo, indipendente dalla presenza e dall’azione delle masse, perché il processo storico e sempre frutto di una interazione reciproca fra momenti oggettivi e soggettivi: in ultima analisi il grado di acutezza, e quindi di incidenza rivoluzionaria, delle contraddizioni capitalistiche è funzione del grado di coscienza e di forza combattiva dei lavoratori.

Questa esigenza era presente alla Luxemburg fin dall’inizio della sua attività e la troviamo illustrata nel primo rapporto da lei preparato sulla situazione polacca per il congresso internazionale di Zurigo [153], e da questo punto di vista è particolarmente efficace e suggestiva l’analisi della rivoluzione russa del 1905 nel suo opuscolo sullo sciopero generale. La stretta unità della lotta polit

ica ed economica - due facce della stessa lotta di classe - la forza creativa dell’azione e la possibilità di suscitare sempre nuove ondate, la rapida maturazione della coscienza nel fuoco della battaglia e la nascita di nuove forze organizzative dalle esperienze stesse della lotta: tutto ciò appare con nitida evidenza nel racconto luxemburghiano. Da esso emerge anche con chiarezza una strategia che tende a utilizzare tutte le possibilità di lotta, facendo nascere o sviluppando in ciascuna battaglia la consapevolezza di più avanzati traguardi, di più vasti obiettivi, in cui si raccolgano e si fondano tutte le spinte popolari. Ed è il valore profondo di questa esperienza, non certo la meccanica ripetizione degli atti, che essa si sforzò di far assimilare anche al proletariato occidentale.

Se essa fece in quegli anni dell’agitazione antimilitarista e dell’agitazione per il suffragio universale i due punti cardini della sua battaglia in Germania, è perché riteneva che su questi due terreni l’imperialismo fosse più minaccioso e aggressivo e che su di essi si dovesse quindi concentrare la reazione popolare. Ma non intese mai farne delle agitazioni a se stanti. In tutta la sua polemica di quegli anni due motivi risuonano costanti: la necessità di mantenere sempre il proletariato all’offensiva, di non lasciar mai cadere nel nulla l’onda che si è sollevata, di non lasciar disperdere il potenziale di lotta che si è accumulato [154], e la necessità di rompere le barriere settoriali e di sospingere la volontà di lotta dei lavoratori verso obiettivi politici comuni. Così rimprovera al partito e al suo organo ufficiale, il Vorwärts, di avere accuratamente cercato di tenere separate due grandi agitazioni contemporanee, una per il suffragio universale e una contro la disoccupazione (un bel saggio di strategia dell’usura alla Kautsky!) invece di collegare la richiesta di pane e lavoro con la richiesta del voto [155]; così nella campagna elettorale del 1911 protesta contro la direttiva del partito di limitare la campagna elettorale ai temi di politica interna, tasse e legislazione sociale. “Ma la politica finanziaria, il dominio degli Junker, la tregua nella legislazione sociale sono organicamente legate con il militarismo, con il riarmo navale, con la politica coloniale, con il regime personale e la sua politica estera. Ogni divisione artificiosa di questi campi può dare solo un’immagine lacunosa e unilaterale della nostra situazione politica. Nelle elezioni al Reichstag noi dobbiamo principalmente diffondere la luce socialista, ma questo non è possibile se noi limitiamo la nostra critica esclusivamente alla politica interna della Germania, se non descriviamo i grandi legami internazionali, l’avanzata del dominio capitalistico in tutti i continenti, l’anarchia che si manifesta dovunque e il ruolo dominante della politica coloniale e mondiale in questo processo” [156]. E ancora contro la tattica paziente e addormentante dell’“usura”: “Non usura ma lotta su tutta la linea: questo è quello che ci occorre. Non la rivincita fra un anno e mezzo alle urne, ma subito colpo su colpo” [157].

L’obiettivo unificatore di queste lotte non può essere che la lotta all’imperialismo, in cui si riassume l’essenza di tutte le contraddizioni sociali. “I problemi del militarismo e dell’imperialismo rappresentano oggi l’asse centrale della vita politica; in essi e non in un qualunque problema di responsabilità ministeriale o in altre rivendicazioni puramente parlamentari sta la chiave della situazione politica” [158]. Ma il sostegno visibile della politica imperialistica, il punto di riferimento di tutte le forze reazionarie è la monarchia: “La monarchia semifeudale con il suo regime personale forma indubbiamente da un quarto di secolo, e ogni anno sempre più la base del militarismo, la forza motrice della politica di riarmo navale, lo spirito guida dell’avventura imperialistica, come costituisce il sostegno degli Junker in Prussia e il baluardo del predominio dell’arretratezza prussiana in tutta la Germania; essa è perciò, per così dire, il nemico personale giurato della classe operaia e della socialdemocrazia. La parola d’ordine della repubblica è quindi in Germania oggi infinitamente più che l’espressione di un bel sogno del democratico ‘Stato popolare’ o di un astratto dottrinarismo politico; essa è un grido di guerra pratica contro militarismo, ‘marinismo’ [159], politica coloniale, imperialismo, dominio degli Junker, prussificazione della Germania; essa è solo una conseguenza e una sintesi drastica della nostra lotta quotidiana contro tutti questi aspetti parziali della reazione dominante” [160].

Una sintesi drastica di tutte le lotte parziali rappresentava per Rosa Luxemburg il crogiuolo che avrebbe dovuto fondere tutte le energie della classe lavoratrice e attrarre nella lotta forze che la politica ufficiale del partito e delle organizzazioni sindacali teneva lontane: in particolare le masse non organizzate, che facevano paura ai dirigenti preoccupati di assicurare in ogni caso l’ordine e la disciplina delle agitazioni [161]. E in questo crogiuolo Rosa Luxemburg sperava di saldare anche l’unità fra proletari in tenuta da lavoro e proletari in divisa militare: questi ultimi “sono soltanto una parte della popolazione lavoratrice e se questa raggiunge la necessaria coscienza che la guerra è riprovevole e dannosa al popolo, allora anche i soldati comprenderanno da soli, senza le nostre intimazioni quel che devono fare nel caso specifico” [162]. Contro “lo spirito d’avventura della soldatesca imperante”, che minaccia la pace internazionale e attenta alla sicurezza pubblica e al diritto personale con lo stato d’assedio, che mette in gioco lo stesso suffragio universale e il diritto di coalizione [163], un fronte di tutti i lavoratori diventa possibile purché non sia lo stesso partito socialdemocratico a frenarne lo slancio.

È noto che la socialdemocrazia tedesca si adoperò proprio invece a frenare lo slancio delle masse facendo apparire come fantastiche le realistiche previsioni di Rosa Luxemburg. E così aiutò obiettivamente l’imperialismo a scatenare la guerra mondiale. Il quadro della strategia luxemburghiana che abbiamo tentato di delineare non sarebbe tuttavia completo se non sottolineassimo che, nella sua concezione, questa opposizione radicale del proletariato alla società borghese in nome del socialismo doveva dare al proletariato stesso insieme con l’autonomia politica anche l’autonomia culturale. “Ben presto (...) l’azione del socialismo, per salvare la civiltà dagli artigli feudali prussiani si spiegherà con accresciuto vigore grazie proprio alla liquidazione del revisionismo. Perché la connessione intima del movimento socialista con lo slancio intellettuale si realizza non grazie ai transfughi che ci vengono dalla borghesia, ma grazie all’ascesa della massa proletaria. Questa connessione si fonda non su un’affinità qualunque del nostro movimento con la società borghese, ma sulla sua opposizione a questa società. La sua ragion d’essere e lo scopo finale del socialismo, la restituzione di tutti i valori della civiltà alla totalità del genere umano. E più il carattere proletario della socialdemocrazia si accentuerà, più vi saranno delle probabilità che la civiltà tedesca sia salvata dalla stretta dei suoi zelatori feudali e che la Germania stessa sfugga all’anchilosi di tipo cinese in cui vorrebbero mantenerla i conservatori” [164].

 

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Introduzione

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8 maggio 2012 2 08 /05 /maggio /2012 05:00

MAGGIO 1937

 

Barcellona-maggio-1937.-Difesa-centrale-telefonica.jpg Barcellona maggio 1937. Barricata nel centro storico
contro l’aggressione comunista alla Centrale Telefonica.

 

Controrivoluzione stalinista a Barcellona


di René Berthier

"Gli avvenimenti di maggio 1937 a Barcellona sono esemplari per più di un motivo. Essi si riducono ad un'idea principale: come lo stalinismo ha utilizzato l'antifascismo per liquidare la rivoluzione sociale. Per realizzare questo obiettivo, era indispensabile liquidare il movimento anarco-sindacalista. Ma in quel momento, questo movimento, che aveva dato impulso ad un vasto movimento di collettivizzazioni nell'industria, nei trasporti, nell'agricoltura, era troppo potente, troppo popolare per essere attaccato frontalmente. Bisognava ricominciare ad isolarlo prendendosela con il POUM, piccolo partito marxista ma che era su posizioni rivoluzionarie, in cui si trovavano alcuni trotskisti [1].
L'occasione era troppo propizia. In Germania, Stalin aveva fatto vincere il nazismo sacrificando il partito comunista tedesco per liquidare la socialdemocrazia. Ogni movimento che si richiamava alla classe operaia non controllato da Mosca doveva essere liquidato. Stalin minacciava una campagna contro gli "hitlero-trotskisti", il POUM fu dunque nella linea di tiro dei comunisti spagnoli che esigevano in modo assoluto la sua dissoluzione.
Nin.jpg
Fecero in modo di eliminare Andrès Nin dal governo della generalità di Catalogna, il 13 dicembre 1936, se non con la complicità, per lo meno l'accordo della direzione della CNT, che non sembrò rendersi conto che ciò, aggiunto ad innumerevoli altre manovre, contribuiva ad isolare la Confederazione ogni volta un po' più ed a renderla più vulnerabile di fronte allo stalinismo. Gli stalinisti erano già riusciti ad eliminare i militanti del POUM da ogni responsabilità nell'UGT: ora quest'ultime erano, prima della sua egemonizzazione da parte degli stalinisti, un alleato naturale della CNT... a condizione che vi fossero all'interno degli elementi sufficientemente radicali per favorire questa alleanza.

UGT.jpgCosì, quando la CNT ottenne che i due partiti marxisti si ritirassero dalla generalità lasciando posto alla sola UGT, è di fatto il partito comunista che aveva di fronte ad essa. L'UGT, che i comunisti controllavano, era letteralmente diventata l'organizzazione della piccola borghesia e del padronato [2]. Gli avvenimenti di maggio 1937 sono dunque esemplari dell'incomprensione della direzione confederale ad afferrare i rapporti di forza, a capire la natura reale dello stalinismo e del suo ruolo contro-rivoluzionario, quando la massa dei lavoratori sosteneva la CNT.

 

Comunismo spagnolo? 

I comunisti spagnoli rappresentavano poca cosa prima della guerra civile e non poterono svilupparsi che attirando ad essi i contadini agiati opposti alla collettivizzazione, la piccola borghesia, molti funzionari della polizia, dei militari. La spina dorsale del movimento comunista spagnolo, sostenuto da Mosca, offriva la sua esperienza organizzativa a degli strati sociali i cui interessi coincidevano, in quel momento, con gli interessi della politica internazionale di Stalin.

Quest'ultimo non poteva accettare l'idea di una rivoluzione proletaria che si sviluppasse al di fuori del suo controllo e su basi radicalmente differenti della rivoluzione russa. Partecipando al governo e praticando l'infiltrazione delle richieste del potere, i comunisti acquisirono dunque una potenza sproporzionata rispetto alla loro base sociale. I comunisti, sostenuti dalla piccola borghesia nazionalista catalana, si esprimevano apertamente contro le collettivizzazioni il che è un paradosso strano, sapendo che in Russia essi avevano imposto la collettivizzazione forzata dell'agricoltura con la violenza più inaudita, facendo milioni di morti...

Nell'ottobre 1936, un comunista è nominato ministro all'approvvigionamento, posto in precedenza occupato da un anarchico. I comitati operai di approvvigionamento, creati dagli anarchici e che funzionavano efficacemente, sono sciolti. La distribuzione dell'alimentazione, assicurata dal sistema della vendita diretta dei prodotti organizzata dai comitati dei sindacati è restituita al commercio privato. I prezzi aumentano, provocando la penuria. Il malcontento della popolazione cresce, ma i comunisti accusano gli anarchici. Le forze della polizia- guardia civile e guardie di assalto- erano state dissolte e sostituite con delle "pattuglie di controllo". Ma la polizia sarà rapidamente ricostituita, controllata dagli stalinisti. Lo stesso processo era accaduto, il 10 ottobre 1936, con la militarizzazione delle milizie, di cui i comunisti erano ardenti sostenitori.

la-batalla-09-05-1937censure.jpgLa Battalla del 1° maggio 1937 descrive la composizione sociale ed il modo di reclutamento della polizia controllata dai comunisti: "hanno concentrato in Catalogna una parte del formidabile esercito dei carabinieri, che erano stati creati a scopi contririvoluzionari, reclutandola tra gli elementi del partito comunista sprovvisti di educazione politica, tra gli operai non appartenenti ad alcuna ideologia ed anche tra i piccolo borghesi declassati, che avevano perso ogni speranza nella possibilità di recuperare la loro posizione..."

Un'offensiva è lanciata contro la libertà di espressione.

La censura diventa sempre più importante, compresa la censura politica. Un meeting CNT-POUM è vietato il 26 febbraio 1937 a Tarragona. Il 26 marzo 1937, i libertari si oppongono ad un decreto che dissolve le pattuglie di controllo, che proibisce il porto d'armi per i civili e l'affiliazione politica o sindacale delle guardie e degli ufficiali di polizia e che dissolve i consigli di operai e soldati, il che equivale alla liquidazione del potere reale della Confederazione, elemento motore delle milizie, padrona della strada e delle fabbriche.

Di fatto, le pattuglie di controllo non restituiscono le armi, al contrario, i militanti escono in strada e disarmano le forze di polizia regolari, che resistono, vengono scambiati colpi di fuoco. La misura di soppressione delle pattuglie di controllo  era stata presa in accordo con i consiglieri anarchici della Generalità, che furono criticati dalla loro base e ritirarono il loro appoggio al decreto.

La crisi sarà risolta dalla formazione di un nuovo governo, identico al precedente.

Gli scontri armati proseguono.

 

I FATTI

Giornate-di-maggio.jpgLa provocazione del 3 maggio 1937 fu dunque lo sbocco di una lunga serie di scontri il cui obiettivo era, per gli stalinisti, la liquidazione della rivoluzione sociale, la liquidazione dei libertari come forze egemoniche nella classe operaia catalana, la restaurazione del potere della borghesia debitamente pilotata dai consiglieri tecnici del GPU [3].

Cosa accadde quel giorno? Lunedì 3 maggio 1937, la polizia comunista tenta di assumere il controllo della centrale telefonica di Barcellona che è sotto il controllo CNT-UGT, ma la cui maggioranza degli impiegati è alla CNT. I miliziani presenti prendono le loro armi e resistono violentemente, con successo. Un'ora dopo i miliziani della FAI e dei membri delle pattuglie di controllo arrivano in rinforzo.

Le fabbriche si fermano. Le armi escono dai nascondigli. Le barricate si innalzano.

L'insurrezione si estende a tutta la città.

FAI-CNT-Transporte.jpgIl governo- con i suoi rappresentanti anarchici! è di fatto assediato dalla forza popolare. Si tratta di un'autentica risposta spontanea ad una provocazione stalinista. Il comitato regionale della CNT e della FAI si accontenta di esigere la destituzione di Rodriguez Sala, Comunista, commissario dell'ordine pubblico di Barcellona. Come se Sala potesse essere qualcosa al di fuori delle forze che si trovavano dietro di lui.

Come il 19 luglio 1936 quando i fascisti hanno tentato di prendere il potere, sono, alla base, i comitati di difesa confederali CNT-FAI che organizzarono la controffensiva popolare, ma questa volta contro il parere della direzione della CNT. Il giorno successivo, martedì 4 maggio, la battaglia dura tutta la giornata. La rapidità della reazione dei miliziani della CNT-FAI e del POUM contro la polizia è stata stupefacente, tanto più che è stata terribile l'accanimento della polizia pilotata dai comunisti. Questa crisi rivela un acuto conflitto all'interno stesso del campo repubblicano.

Era in gioco la sorte della rivoluzione sociale.

Mentre i proletari si battevano nelle strade contro la reazione interna al campo repubblicano, gli stati maggiori mercanteggiavano: bisognava formare un nuovo governo. I dirigenti dell'UGT e della CNT lanciano appelli per il cessate il fuoco. I ministri anarchici del governo centrale appoggiano questa iniziativa, ma Companys, presidente della generalità, rifiuta di destituire Rodriguez Salas.

GarciaOliver.jpgGarcia Oliver, ministro anarchico del governo centrale, dirigente della CNT ma anche della FAI, fa un discorso ridicolo in nome dell'unità antifascista, chiama a deporre le armi: "tutti coloro che sono morti oggi sono miei fratelli, mi inchino davanti a loro e li abbraccio", compresi senza dubbio gli stalinisti ed i poliziotti. Oliver accredita anche l'idea che la battaglia che ha avuto luogo non era che un incidente di percorso nel campo repubblicano, mentre era un autentico combattimento di classe, il progetto dei comunisti essendo di ristabilire tutti gli attributi dell'ordine borghese: proprietà privata, potere centralizzato, polizia, gerarchia. Evita l'obiettivo di questa battaglia, che si riassumeva nell'alternativa: proseguimento della rivoluzione sociale o restaurazione dello Stato borghese.

Nella notte dal 4 al 5 maggio, i mercanteggiamenti al palazzo della generalità continuano.

 Federica MontsenyI comunisti vogliono erodere un po' più di potere ai comitati operai e devono affrontare i lavoratori in armi. Il loro obiettivo: schiacciare definitivamente la rivoluzione. È inevitabile constatare che i dirigenti anarchici sono superati dagli avvenimenti. Alla radio, si succedono tutti per chiamare i combattenti a deporre le armi: Garcia Oliver, Federica Montseny, entrambi della CNT e FAI, e gli altri. Companys esige come prerequisito ad ogni accordo che i lavoratori si ritirino dalla strada. Il giorno dopo, mercoledì 5 maggio, la battaglia è più violenta ancora della vigilia. La Gare de France, occupata dagli anarchici, è presa d'assalto dalla guardia civile; gli impiegati della centrale telefonica si arrendono alle guardie d'assalto. Il governo catalano dà le dimissioni. Le divisioni anarchiche del fronte propongono di venire a Barcellona, ma il comitato regionale della CNT comunica loro che non ce n'è bisogno. La sera, nuovi appelli chiedono agli operai di abbandonare le barricate e rientrare a casa loro. Il malcontento aumenta nelle fila della CNT-FAI.

Numerosi militanti strappano le tessere. Una parte importante delle gioventù libertarie, numerosi comitati e gruppi di base nelle imprese e nei quartieri si oppongono alla posizione conciliatrice e di corta veduta della direzione del movimento libertario catalano.

Gli "Amici di Durruti" propongono la formazione di una giunta rivoluzionaria che doveva sostituire la generalità. Il POUM doveva essere ammesso in questa giunta "perché si è posto dalla parte dei lavoratori". Essi rivendicano la socializzazione dell'economia, lo scioglimento dei partiti e del corpi armati che hanno partecipato all'aggressione, la condanna dei colpevoli. Queste posizioni sono denunciate dal comitato regionale della CNT. Il gruppo sarà più tardi escluso dalla CNT.

 losamigosdedurrutiGli "Amici di Durruti" non erano, malgrado il loro nome, dei sopravvissuti dei gruppi Los Solidarios o Nosotros di cui Durruti aveva fatto parte. Era un piccolo gruppo formato da irriducibili ostili alla militarizzazione delle milizie, alla partecipazione della CNT al governo, e diretto dai faisti Carreno; Pablo Ruiz, Eleuterio Roig e Jaime Balius. Accusato di essere al traino del POUM e di essere costituiti da anarchici bolscevizzati, questo gruppo ebbe un debole impatto e la sua esistenza fu breve, perché non si vedono più dopo l'estate del 1937.

spagna--01.jpgCiò non toglie nulla al fatto che alcune (non tutte, siamo ben lungi da ciò) delle posizioni che prese a un certo momento abbiano potuto essere degne di essere prese in considerazione. Le critiche che essi facevano all'apparato dirigente della CNT non erano infatti infondate.

Ad esempio, il Comitato nazionale della CNT, durante una conferenza dei delegati il 28 marzo 1837, chiese la sottomissione di tutti gli organi di stampa della Confederazione alle direttive del Comitato nazionale. La proposta non fu adottata che con un voto di maggioranza. La minoranza decise di non tener conto del voto. È incontestabile che si era sviluppato uno strato di dirigenti specializzati alla CNT, senza alcun controllo della base, e una gerarchizzazione autoritaria dell'organizzazione, compresa alla FAI.

La direzione del POUM in questo affare non è essa stessa esente da critica.

Andrès Nin tenta di frenare l'ardore dei militanti; uno strano appello del comitato esecutivo del POUM propone allo stesso tempo di sbarazzarsi del nemico e di iniziare una ritirata. Il 5 maggio sarebbe stato il punto culminante della battaglia. Il mattino, il governo dimissione, la sera si riforma.

Camillo_Berneri.jpgBerneri, una delle figure dell'opposizione rivoluzionaria, è assassinato dai comunisti, così come un altro militante italiano, Barbieri. La mattina del 6 maggio, si constata un certo sbandamento presso i combattenti, delusi e disorientati dall'atteggiamento della direzione regionale della CNT.

Presto le barricate abbandonate sono rioccupate. La direzione della CNT rinnova i suoi appelli alla clama. La lotta è terminata ma nessuno torna al lavoro, i combattenti restano sul posto. Nella notte dal 6 al 7 maggio, i dirigenti della CNT-FAI reiterano le loro proposte: ritiro delle barricate, liberazione dei prigionieri e degli ostaggi. Il mattino del 7, il governo accetta le proposte di cessate il fuoco.

La sconfitta del movimento insurrezionale segnerà l'inizio di un regresso terribile delle conquiste dei primi mesi della rivoluzione. L'impresa dello stalinismo, appoggiandosi sugli strati sociali più ostili alla rivoluzione in campo repubblicano, si affermerà.

Gli assassinii di militanti rivoluzionari per mano degli stalinisti raddoppiano. Sin dall'estate del 1937 le truppe del comunista Lister entreranno in Aragona per tentare di liquidare attraverso il terrore le collettività agricole libertarie e restituirle ai precedenti proprietari.

36cnt paysanL'adesione delle masse contadine alle collettivizzazioni era tale che il tentativo di Lister si conclude con una cocente sconfitta. "Né voi, né noi abbiamo lanciato le masse di Barcellona in questo movimento. È stato una risposta spontanea ad una provocazione dello stalinismo. È ora il momento decisivo per fare la rivoluzione. O ci poniamo alal testa del movimento per distruggere il nemico interno o il movimento fallisce e saremo distrutti. Dobbiamo sceghliere tra la rivoluzione o la controrivoluzione". [Alternativa proposta dal POUM, nella notte del 3 maggio, rifiutata dalla direzione della CNT, e riportata da Julian Gorkin] [4].


Se si dovesse ripresentare


collettivizzazioni, 01Sarebbe tuttavia un grave errore affrontare la questione in termini di "tradimento" della direzione della CNT in rapproto ai suoi obbiettivi. Il bilancio sereno della confederazione e delle posizioni dei suoi dirigenti durante la guerra civile resta ancora da fare pressi i libertari. Bisogna far presente che la rivoluzione spagnola non era la rivoluzione russa.

Si può considerare quest'ultima come l'ultima rivoluzione del XIX secolo in termini di mezzi tecnici posti in opera. La rivoluzione spagnola è stata la prima del XX secolo, con l'uso  dei blindati, dell'aviazione, della radio, ecc.

POUM-Socorro-Rojo.jpgÈ stata il terreno  di prova della Germania hitleriana per la seconda guerra mondiale. In Russia, lo Stato era in decadenza, tutte le forze sociali opposte alla rivoluzione erano in in stato di issoluzione. L'intera società russa era in stato di dissoluzione, dopo molti anni di una guerra terribile. È questa situazione che ha permesso a un piccolo gruppo di uomini - qualche migliaio nel 1917- di prendere il potere. L'estremo grado di organizzazione e di disciplina di questo piccolo gruppo di uomini non può da solo spiegare l'efficacia della sua azione, il che non toglie nulla al genio strategico di Lenin, ad ogni modo all'inizio. 
La società spagnola non presentava questo stato di decadenza.Le forze sociali presenti erano precisamente caratterizzate e ancorate nei loro modi di vita. La borghesia spagnola, e in particolare la borghesia catalana, era potente, influente. Delle numerose classi intermedie fungevano datampone e sposavano tantro più le idee dell aclasse dominante in quanto temevano la proletazizzazione. Una tale situazione non esisteva in Russia.

collett, 04La rivoluzione proletaria in Spagna ha dovuto far fronte a degli avversari altrimenti più temibili di quelli ai quali i rivoluzionari russi si sono scontrati, perché le potenza capitaliste occidentali, dopo la prima guerra mondiale, erano anche loro stremate dalla guerra, e i corpi di spedizione da essa inviati, erano minati dalle diserzioni.

I libertari spagnoli hanno dovuto affrontare contemporaneamente i fascisti, gli stalinisti e i repubblicani. Era molto. La rivoluzione russa ha avuto luogo in un perioodo di affondamento generale, in cui le potenze, sul piano internazionale, suscettibili di combatterla erano esse stesse esautite da quattro anni di guerra terribile.

La rivoluzione spagnola al contrario ha avuto luogo in un periodo di ascesa di forze reazionarie di una potenza mai viste - il nazismo in Germania, il fascismo mussoliniano - che hanno sostenuto senza riserva con le loro armi il fascismo spagnolo.

barricade_barcellona.jpgTra queste forze reazionarie figurava lo stalinismo, di cui i marxisti rivoluzionari che accusavano la CNT di tutti i mali sono se non direttamente, per lo meno intellettualmente responsabili. Se i libertari lo avessero voluto, essi avrebbero potuto facilmente liquidare i comunisti nel maggio 1937, e il comitato regionale, in una certa misura, aveva ragione di sostenere che non aveva bisogno di dislocare le divisioni anarchiche dal fronte [5].

barcellona_maggio1937.jpgI miliziani di Barcellona e della regione, gli operai insorti, i comitati di difesa dei sobborghi sarebbero ampiamente bastati al compito. Ma la situazione si sarebbe limitata alla Catalogna, perché a Madrid la CNT non era prevalente. La direzione della CNT non voleva rischiare di ritrovarsi sola di fronte a una coalizione fascio-stalino-repubblicana. Inoltre, ragionare su un fenomeno di trascinamento nella classe operaia spagnola, che in un grande slancio di entusiasmo, avrebbe sostenuto i libertari catalani, era un rischio che la Confederazione non ha voluto assumere.



MAGGIO_barcellona.jpg

 

La Spagna sarebbe esplosa in molti blocchi antagonisti, diventando facile preda per i franchisti. C. M. Lorenzo ha senz'altro ragione di dire che un "trionfo dell'anarchismo spagnolo che comportasse l'affondamento della legalità repubblicana avrebbe provocato di sicuro contro di esso la formazione di una coalizione internazionale comprendente l'Unione sovietica (soppressione dio ogni aiuto in armi e in munizioni), gli Stati occidentali democratici (riconoscimento immediato del governo fascista, blocco economico)". [7]. Il movimento operaio internazionale, e in particolare il movimento operaio francese ampiamente influenzato dagli stalinisti, avrebbero sostenuto una rivoluzione anarchica in Spagna che si fosse opposta con le armi ai comunisti spagnoli? Certo, i libertari si sono ad ogni modo trovati di fronte a una coalizione fascio-stalino-repubblicana...

La domanda, in queste condizioni- che è facile da porre sessanta anni dopo- è: non era forse meglio tentare il colpo?

È facile, quando si vive costantemente "in pieno delirio di identificazione con la rivoluzione russa", come dice Carlos Semprun-Maura, quando ci si trascina dietro uno schema di rivoluzione che si limita alla presa del Palazzo d'Inverno, di rimproverare ai libertari spagnoli di non averlo fatto. Possiamo, oggi, rimproverare ai libertari di aver fatto una cattiva analisi al contempo della natura dello stalinismo e di quella del repubblicanesimo borghese.

 

Siamo oggi, confusi dalla loro ingenuità [7]: sono i soli ad aver svolto onestamente il gioco dell'antifascismo. Erano i soli autentici antifascisti. Erano i soli il cui obiettivo prioritario reale era la liquidazione del fascismo in Spagna senza precondizionare uest'obiettivo al loro monopolio del potere.

In nome dell'unità antifascista, la CNT, maggioritaria in Catalogna, ha accettato in tutti gli organi decisionali una rappresentazione infinitamente minore di quella corrispondente ai suoi effettivi reali, in cambio dellam sua buona fede... I libertari hanno fatto, tragicamente e a loro spese, la prova che l'antifascimo senza la rivoluzione sociale non ha alcun senso. Essi hanno dimostrato che la liquidazione del fascismo non può essere fatta con l'alleanza con un altro fascismo - lo stalinismo-, né con la borghesia repubblicana.

È una lezione che vale ancora oggi.


 

René Berthier

 


 

[Traduzione di Ario Libert]


LINK al post originale:

 

 Contre-révolution stalinienne a Barcelonne

 

 



NOTE


[1] Il POUM (partito operaio di unificazione marxista), fondato nel 1935, aveva tra i 3.000 e i 5.000 aderenti prima della guerra civile (1 milione per la CNT). Qualificata a torto come trotskista, compreso dai trotskisti di oggi (che l'hanno un po' recuperato, soprattutto dopo il film di Ken Loach), aveva rotto con Trotski e la IV Internazionale. L'atteggiamento della CNT in rapporto al POUM si spiega in parte perché le relazioni tra le due organizzazioni non erano mai state buone, Joaquin Maurin aveva accusato la Confederazione di tutti i mali.

[2] Vi furono anche degli scioperi che opposero degli operai della CNT e del loro padrone dell'UGT, o degli scontri armati tra contadini collettivisti della CNT e piccoli proprietari dell'UGT…

[3] L'"aiuto" sovietico, pagato ad altissimo prezzo dai repubblicani spagnoli, era condizionato alla presenzad di "consiglieri" militari sovietici che instaurarono una Ceka che provvide all'esecuzione di numerosi militanti rivoluzionari. (Citato da C. M. Lorenzo, Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, p. 266, Le Seuil. Cfr. anche J. Gorkin, Les communistes contre la révolution espagnole, Belfond, p. 59-60).

[4] La prova a posteriori che gli anarchici avrebbero potuto senza difficoltà liquidare fisicamente i comunisti sin dal maggio 1937 si trova negli avvenimenti del marzo 1939 a Madrid, durante i quali la CNT realizzò ciò che avrebbe forse dovuto fare sin dall'inizio. Il 2 marzo Negrin esegue un vero colpo di Stato e pone i comunisti a tutti i comandi militari importanti. La CNT decise allora di regolare i suoi conti con lo stalinismo schiacciando le truppe comuniste. Dal 5 al 12 marzo 1939, il IV corpo d'armata anarchico (150.000 uomini) comandati da Cipriano Mera schiacciò i I, II e III corpo d'armata comunista (350.000 uomini). Secondo testimonianze orali, tutti gli ufficiali comunisti al di sopra del grado di sergente furono fucilati. La natura di classe del partito comunista spagnolo è ben descritta in queste affermazioni di C. M. Lorenzo: "Sembra che si produsse allora un vero affondamento del Partito comunista. L'innumerevole massa di persone che avevano aderito a questo partito per odio alla Rivoluzione, per paura, per amore dell'"ordine", per opportunismo politico, per arrivismo, non aveva alcuna vera formazione ideologica, nessuna conoscenza del marxismo. Tutte queste persone abbandonarono il Partito non appena lo videro in cattive condizioni e i comunisti si ritrovarono nello stesso stato in cui erano all'inizio della Guerra civile un pugno di quadri senza contatto reale sulla popolazione. Il Partito comunista ebbe a favore delle circostanze un gonfiamento assolutamente artificiale; fu un organismo mostruoso dai piedi d'argilla". [C. M. Lorenzo, Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, éditions le Seuil, p. 327].

[5] C. M. Lorenzo, Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, éditions le Seuil, p. 267.

[6] Solidaridad obrera del 21 gennaio 1937 evoca in termini lirici l'arrivo, la vigilia, della prima nave sovietica trasportante farina, zucchero e burro, qualche tempo dopo che i comunisti catalani avevano provocato la penuria e il rincaro dei prodotti alimentari liquidando i comitati operai di approvigionamento (7 gennaio), fornendo il pretesto per accusare gli anarchici di essere i responsabili della penuria: "Tutto un popolo vibrava a causa del profondo significato umano delal prima visita di un altro popolo. La sensibilità rendeva tributo alla solidarietà. Questo messaggero del proletariato russo ha apportato in Spagna alcune tonnellate di prodotti alimentari, offerta delle sue donne alle nostre, amabili carezze dei piccoli Orientali ai bambini d'Iberia...".

[7] Il quotidiano della CNT avrebbe potuto precisare che questi prodotti erano acquistati a prezzo altissimo e a prezzo d'oro dai Sovietici, così come lo saranno le armi, per la maggior parte vecchie, consegnate alla Spagna e distribuite in modo molto selettivo.




 

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5 maggio 2012 6 05 /05 /maggio /2012 05:00

 

Luxemburg francobollo 1974

 

Il metodo dialettico


Dal punto di vista metodologico i suoi scritti rappresentano indubbiamente quanto di meglio è stato scritto in difesa del marxismo.

KARL RADEK

Quando Rosa Luxemburg nel 1898 arrivò in Germania, il dibattito sul revisionismo aperto dagli scritti di Bernstein stava divampando e la partecipazione a quel dibattito segnò l’ingresso della Luxemburg - che fin allora si era occupata prevalentemente del dibattito interno del socialismo polacco soprattutto in ordine al problema nazionale - nella cerchia non numerosa dei più apprezzati studiosi del marxismo. E veramente la sua replica a Bernstein rimane ancor oggi un modello di metodologia marxista, nettamente superiore alle critiche che allo stesso Bernstein rivolsero in quell’occasione Kautsky, Plekhanov, Mehring, ecc. [10].

Se accettiamo il pensiero espresso da Lukács che il valore principale del marxismo sia nel suo metodo dialettic o [11], pensiero che del resto collima perfettamente con quello di Rosa Luxemburg, possiamo più facilmente apprezzare l’importanza del contributo luxemburghiano alla formulazione di una moderna strategia marxista [12]. L’opera della Luxemburg consiste infatti proprio nello sforzo di calare il metodo dialettico di Marx nel vivo della lotta di classe, di farne non solo un metodo per l’interpretazione della storia e l’analisi della società presente, ma un metodo applicato altresì per fare la storia, cioè applicato all’azione di grandi masse e alla costruzione cosciente del futuro. Come pochi altri marxisti essa sentiva la realtà e la storia in modo dialettico e, come ebbe a scrivere lei stessa, concepiva la dialettica storica come la “rocca su cui poggia tutta la dottrina del socialismo marxista” [13] o anche come “il modo specifico di pensare del proletariato cosciente”, “l’arma intellettuale con la quale il proletariato, materialmente ancora soggiogato, vince la borghesia dandole la dimostrazione della sua transitorietà storica, mostrando l’inevitabilità della propria vittoria, attuando fin d’ora la rivoluzione nel regno dello spirito!” [14]. In altre parole era grazie al pensiero dialettico che la Luxemburg vedeva l’avvenire socialista già nel presente capitalistico; ciò significava cogliere gli aspetti contraddittori ma indissolubili della realtà di oggi, vedere il processo storico, che da quella contraddittorietà scaturiva e rendersi conto che la vera essenza di ogni momento appare soltanto se consideriamo quel momento inserito nella continuità della storia. Ma chi dice storia dice totalità del processo storico: così come non possono essere artificiosamente separati nel tempo i diversi momenti che si inseriscono l’uno nell’altro in una successione senza fine, allo stesso modo i diversi aspetti, le diverse facce della realtà non possono neppure essere isolate dal contesto generale di cui fanno parte e in cui reciprocamente si condizionano e si influenzano.

Il punto di vista della totalità è il punto di vista da cui si pone sempre Rosa Luxemburg nella considerazione di qualunque fenomeno e di qualunque avvenimento, precisamente quel punto di vista che Lukàcs, del resto sotto l’influenza luxemburghiana, considera l’essenziale del metodo marxista [15]. Uso naturalmente la parola totalità nel senso lukàcsiano, o, per essere più esatti, marxista e luxemburghiano, di totalità concreta, di un complesso organico di relazioni, in cui ogni cosa è riferita al tutto e il tutto predomina sulla parte, ma, naturalmente, non un tutto fisso statico immutabile, bensì un tutto che e esso stesso in trasformazione continua. Perciò ogni separazione fra politica, economia, diritto, morale, ecc. è arbitraria in quanto si tratta di facce diverse dello stesso processo unitario (facce che pertanto si possono distinguere come tali ma non separare in modo astratto), così come è arbitraria ogni separazione netta di periodi e di fasi diverse del processo storico in quanto ognuna comprende in sé la radice dei successivi sviluppi e la ragione del proprio superamento, come è arbitraria l’interpretazione a senso unico di fatti isolati, avulsi dalla totalità del reale, come se ciascun fatto, ciascuna azione, ciascun movimento, ciascun fenomeno non fosse un anello di una catena infinita di reciproche azioni e reazioni. Solo chi ha la coscienza di questa totalità può intendere i momenti distinti in cui essa si articola, vederli nelle loro mutue relazioni, nella loro intrinseca contraddittorietà, nelle loro linee di sviluppo, e solo chi non conosce arbitrarie chiusure può studiare e analizzare concretamente i fenomeni singoli.

Questa coscienza della totalità Rosa Luxemburg ebbe sempre presente nell’analisi dei fenomeni sociali e nella sua polemica con gli avversari ebbe frequente occasione di denunciare la tendenza a isolare i fenomeni, a perdere la nozione del tutto. Nella sua polemica con Bernstein, che è innanzitutto, come si è detto, una lezione di metodo, quest’accusa ritorna insistente: "Con l’abbandono del socialismo scientifico ha perso l’asse di cristallizzazione intellettuale attorno a cui raggruppare i singoli fatti nell’insieme organico della visione generale del mondo" [16] o anche: "Alla base di tutti i suddescritti particolari della teoria dell’adattamento - prescindendo dalla loro reale falsità - sta ancora un tratto caratteristico comune. Questa teoria non concepisce tutti i fenomeni della vita economica presi in considerazione come elementi organici dello sviluppo capitalistico complessivo, ma avulsi da questi rapporti, come fenomeni a se stanti, come disjecta membra di una macchina priva di vita" [17]; ma lo stesso richiamo al senso della totalità nella valutazione dei fenomeni ritorna in quasi tutte le sue polemiche, sia contro Lenin (“Ma se si considerano questi fenomeni, che sono sorti su un concreto terreno storico, avulsi dal loro contesto, per farne dei modelli astratti di un valore universale e assoluto; si commette il più grave peccato contro lo “spirito santo” del marxismo, cioè contro il suo metodo di pensiero storico-dialettico”) [18], sia contro Kautsky che, per giustificare l’atteggiamento della socialdemocrazia durante la guerra mondiale, separa arbitrariamente il tempo di guerra dal tempo di pace come se “le guerre dell’attuale periodo storico” non derivassero “dagli interessi concorrenti dei gruppi capitalistici e dal bisogno del capitale di espandersi” e come se queste cause non agissero “non soltanto quando tuonano i cannoni, ma anche in tempo di pace”, confermando l’insegnamento di Clausewitz che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” [19]; così contro tutti i socialdemocratici fautori della guerra in nome del diritto alla difesa contro il pericolo zarista (“Così lo stesso concetto di quella guerra modesta e virtuosa di difesa della patria, che aleggia oggi davanti ai nostri parlamentari e giornalisti, è una pura finzione che fa sentire vivamente la mancanza di qualsiasi concezione storica del tutto e delle sue correlazioni”) [20]. Lo stesso profondo senso internazionalistico che ebbe la Luxemburg, militante e dirigente al tempo stesso di due partiti, quello tedesco e quello polacco, e supremamente interessata, anzi partecipe di tutte le vicende del movimento operaio internazionale, rispondeva a questa esigenza: “La politica proletaria (...) deve orientarsi internazionalmente nel complesso globale della situazione politica mondiale” [21]; oppure: “Quanto più noi impariamo a conoscere gli stessi principi della socialdemocrazia in tutta la molteplicità del suo diverso ambiente sociale, tanto più prendiamo coscienza di quel che è l’elemento essenziale, fondamentale, di principio del movimento socialdemocratico, tanto più retrocede la limitatezza di orizzonte che è la conseguenza di ogni visione soltanto locale. Non per nulla nel marxismo rivoluzionario vibra così forte la nota internazionale, non per nulla il pensiero opportunistico risuona sempre in un particolarismo nazionale” [22].

Si può dire che il fondamento teorico della lunga battaglia condotta dalla Luxemburg contro il revisionismo e il riformismo sia il riferimento alla categoria della totalità, che è l’essenza appunto del marxismo rivoluzionario, mentre i revisionisti sono degli empirici volgari che isolano i singoli fatti, e non riescono a vedere la totalità del processo storico. Per un marxista afferrare la totalità del processo storico significa vederne le interne contraddizioni e la necessità del loro superamento attraverso la vittoria del socialismo; significa perciò, nella lotta pratica, non separare mai i singoli momenti e i singoli obiettivi della lotta dalla visione generale della lotta stessa, l’azione quotidiana rivendicativa e riformatrice dalla prospettiva rivoluzionaria, dallo “scopo finale”. E questa unità dello scopo finale e della azione quotidiana costituisce precisamente il cardine, il punto centrale della strategia luxemburghiana della lotta di classe. “Si può intuire tutta l’importanza della concezione luxemburghiana per quel tempo - sulla base del fatto che ancora oggi si conducono aspre battaglie in seno al movimento operaio circa l’importanza della piccola guerra quotidiana e il suo rapporto con lo scopo finale. Per gli anni ‘90 la Luxemburg diede francamente il fondamento teorico di una strategia della lotta socialista. All’occorrenza una siffatta teoria si sarebbe potuta costruire sulla base di accenni occasionali, appena notati, di Marx e di Engels, ma tutta l’attività sindacale e parlamentare della socialdemocrazia occidentale riposava sul mero empirismo, i cui pericoli dovevano apparire ben presto nel movimento riformistico. È meravigliosa quest’opera di una ventitreenne che lotta dall’esilio contro l’assolutismo, in una posizione in cui facilmente le idee romantiche sbocciano rigogliose. L’opera è frutto di studi seri delle teorie rivoluzionarie e della storia, ma in pari tempo anche la manifestazione di un istinto politico sicuro” [23].

L’accenno di Frölich ai ventitré anni di Rosa Luxemburg è in relazione alla stesura da parte sua, per conto della redazione della rivista Sprawa Robotnicza [24] di un rapporto al congresso internazionale socialista di Zurigo [25], in cui appunto si afferma l’esigenza di una strategia globale, cosciente dello scopo; con maggior chiarezza questa esigenza è riaffermata nel successivo rapporto al congresso di Londra del 1896 [26], dove è messo in risalto il carattere caotico del movimento operaio polacco degli anni precedenti (1889-1892) per la mancanza precisamente di un nesso fra le rivendicazioni da porre immediatamente e gli scopi lontani da perseguire. Ma è nella battaglia contro il revisionismo e l’opportunismo tedeschi che essa ha modo di elaborare e di chiarire la sua dottrina rivoluzionaria. Già nel primo congresso della socialdemocrazia tedesca a cui prende parte e in cui prende la parola, quello di Stoccarda del 1898, il problema del rapporto fra lotta quotidiana e scopo finale è al centro della sua argomentazione.

“I discorsi di Heine e altri hanno mostrato che nel nostro partito si è oscurato un punto estremamente importante, cioè la comprensione del rapporto fra il nostro scopo finale e la lotta quotidiana. Si dice: quello dello scopo finale è un passo attraente del programma, che certo non può essere dimenticato, ma che non ha alcun rapporto immediato con la nostra lotta pratica. Forse può esserci un certo numero di compagni che pensano: una speculazione circa lo scopo finale sarebbe una questione dottorale nel vero senso della parola. Io affermo al contrario che per noi come rivoluzionari, per noi come partito proletario non esiste nessuna questione più pratica che quella dello scopo finale. Riflettano infatti: in che cosa consiste lo specifico carattere socialista del nostro movimento? La lotta pratica vera e propria si divide in tre momenti: lotta sindacale, lotta per le riforme sociali e lotta per la democratizzazione dello Stato capitalistico. Queste tre forme della nostra lotta sono socialismo in senso proprio? Assolutamente no. (...) Che cosa fa di noi allora un partito socialista nella nostra lotta quotidiana? È solo il riferimento di queste tre forme della lotta pratica allo scopo finale. Solo lo scopo finale è quello che forma lo spirito e il contenuto della nostra lotta socialista, che ne fa una lotta di classe” [27]. E in un successivo intervento allo stesso congresso, conclude rovesciando la famosa proposizione di Bernstein secondo cui il movimento era tutto e lo scopo nulla. “All’ultimo discorso del Kaiser, - essa dice, - dev’essere data risposta. Dobbiamo dire chiaro e tondo come Catone il vecchio: “infine io penso che questo Stato dev’essere distrutto”. La conquista del potere politico rimane lo scopo finale e lo scopo finale rimane l’anima della lotta (...) Il movimento come tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come fine a se stesso è nulla per la classe operaia, lo scopo finale è tutto” [28].

I suoi due saggi contro Bernstein, di cui abbiamo già sopra parlato, sviluppano in profondità lo stesso tema: la concezione bernsteiniana è meccanica e non dialettica perché non vede la società e la storia come insieme di relazioni organicamente collegate ma come nude serie di fatti, ciò che permette di astrarre determinati rapporti causali, di separare proudhonianamente i “lati buoni” e i “lati cattivi” della società [29],  di esaminare isolatamente e di considerare come eliminabili e correggibili fenomeni che sono invece momenti essenziali del processo di sviluppo capitalistico, di degradare perciò la lotta di classe dal suo scopo politico fondamentale di lotta per il potere ad una serie di azioni staccate, volte a ottenere singoli miglioramenti che non hanno alcun rapporto con la lotta concepita nella sua totalità, cioè con lo scopo finale. E una ventina d’anni dopo, illustrando il programma spartachiano, ne mette in rilievo la opposizione al programma di Erfurt proprio perché esso lega scopo finale e rivendicazioni immediate [30].

“In questa prospettiva, - osserva Lukács - la separazione revisionistica del movimento e dello scopo finale si manifesta come una ricaduta al livello più primitivo del movimento operaio. Perché lo scopo finale non è uno stato che attende il proletariato al termine del movimento, indipendentemente da questo movimento e dal cammino che esso percorre, uno “Stato dell’avvenire” situato in qualche luogo; non è uno stato che si possa di conseguenza tranquillamente dimenticare nelle lotte quotidiane e accentuare tutt’al più nelle prediche domenicali come un momento di elevazione opposto alle preoccupazioni quotidiane. Non è un “dovere”, un’“idea” che sarebbe coordinata in funzione regolatrice al processo “reale”. Lo scopo finale è invece piuttosto quella relazione alla totalità (alla totalità della società considerata come processo), da cui soltanto ogni singolo momento della lotta trae il suo senso rivoluzionario. Una relazione che è inerente a ogni momento precisamente nella sua semplice e prosaica quotidianità, ma che non diventa reale se non nella misura in cui se ne prende coscienza e in cui si conferisce pertanto realtà al momento della lotta quotidiana rendendo palese la sua relazione alla totalità” [31]. Tuttavia, prosegue Lukács, se si volesse mantenere la purezza dello scopo finale, dell’“essenza” del proletariato, si rischierebbe di perdere il senso della concretezza del reale, di ricadere nell’estremismo, malattia infantile ma perennemente ricorrente del movimento operaio.

Quest’ultimo problema non era sfuggito alla Luxemburg che anzi aveva chiaramente individuato le cause del permanente risorgere in seno al movimento operaio dell’opportunismo e dell’estremismo nella contraddizione stessa della società capitalistica riflessa in seno al movimento operaio. “La dottrina marxista è non soltanto in grado di confutarlo teoricamente, ma è anche la sola capace di spiegare l’opportunismo come fenomeno storico nel divenire del partito. Lo sviluppo storico del proletariato sino alla sua vittoria finale non è effettivamente ‘una cosa così semplice’. Tutta l’originalità di questo movimento consiste nel fatto che per la prima volta nella storia le masse popolari devono realizzare la loro volontà da se stesse e contro tutte le classi dominanti, ma devono situare questa volontà nell’al di là rispetto alla attuale società, cioè oltre di essa. Ma questa volontà le masse non possono formarsela che nella lotta continua contro l’ordinamento esistente e solo nella cornice di esso. L’unione della grande massa popolare con uno scopo che va al di là di tutto l’attuale ordinamento, della lotta quotidiana con la grande riforma del mondo, questo è il grande problema del movimento socialdemocratico, il quale quindi deve operare procedendo per tutto il corso del suo sviluppo fra due scogli: fra l’abbandono del carattere di massa e l’abbandono dello scopo finale, fra ricadere nella setta e precipitare nel movimento riformista borghese, fra anarchismo e opportunismo” [32].

Questo passo di Rosa Luxemburg è di una grande importanza non solo per capire l’essenza del suo pensiero dialettico ma anche per capire la radice delle continue e insopprimibili deviazioni che si manifestano in seno al movimento operaio verso il riformismo e verso l’estremismo, verso l’opportunismo e verso il settarismo; e dell’importanza di questa osservazione era certamente consapevole la Luxemburg. che la riprese quasi alla lettera parecchi anni dopo nella sua polemica con Lenin [33]. Il senso del passo ora citato è che, vivendo in seno a una società contraddittoria, anche l’operaio partecipa di questa natura contraddittoria ed è al tempo stesso membro della società borghese, interessato ad assicurarsi in seno ad essa le migliori condizioni di vita, e membro della classe rivoluzionaria, della classe cioè che non può emanciparsi completamente dallo sfruttamento capitalistico se non rovesciando l’ordinamento capitalistico. Ora a seconda che il singolo operaio, o frazioni più o meno larghe del movimento, tengano conto, soltanto della lotta quotidiana per i miglioramenti o soltanto dello scopo finale, essi tendono o addirittura precipitano verso l’una o l’altra delle deviazioni classiche: nel primo caso trascurano lo scopo finale, cioè la necessità che ogni passo del movimento sia tale da portare avanti la negazione della società capitalistica, e rimangono interamente entro la cornice della stessa, in ultima analisi rimangono su terreno borghese e in posizione subalterna; nel secondo caso rifiutano la lotta quotidiana pensando soltanto a preparare lo scopo finale, e in questo modo si estraniano dalla realtà, si chiudono nel dogma e nella setta, si separano dalla corrente vitale del movimento, fino a cadere nel massimalismo del “tutto o nulla”, un dilemma che in realtà ha un solo corno, quello del nulla, perché il tutto lo si può conquistare solo se lo si prepara precisamente attraverso quella lotta quotidiana che si è rifiutata.

Forse qualche lettore potrà stupire che io attribuisca tanta importanza a questa osservazione di Rosa Luxemburg, ormai tante volte ripetuta da sembrare addirittura banale, eppure chi conosce la storia del movimento operaio sa che è proprio attorno a questo problema non risolto, a questo nesso tante volte cercato e mai seriamente afferrato dai partiti operai che si sono combattute tante lotte, operate tante scissioni, che si è consumata soprattutto la degenerazione progressiva della socialdemocrazia tedesca fin alla miserabile fine del 4 agosto 1914 e, successivamente, la degenerazione di tutti i partiti socialisti occidentali. I revisionisti che vogliono appunto rivedere il marxismo, espungendone, secondo il proposito di Bernstein, il “residuo utopistico” dello scopo finale con la pretesa di ridargli in questo modo unità scientifica e di liberarlo dal dualismo fra scienza e utopia, non si avvedono che “il ‘dualismo’ di Marx non è che il dualismo dell’avvenire socialistico e del presente capitalistico, del capitale e del lavoro, della borghesia e del proletariato, è il riflesso scientifico monumentale del dualismo esistente nella società borghese, degli antagonismi borghesi di classe” [34]. E contro la prassi quotidiana che, mantenendo fede a parole allo scopo finale, tende tuttavia a separare arbitrariamente lotta politica e lotta sindacale e a riconoscerne l’indipendenza reciproca, Rosa Luxemburg ammonisce che “non vi sono due diverse lotte di classe della classe operaia, una economica ed una politica, ma vi è una sola lotta di classe, che in pari tempo è diretta a limitare lo sfruttamento capitalistico all’interno della società borghese e a sopprimere questo sfruttamento insieme con la società borghese” [35].

Ma essa non ignora che queste separazioni astratte di lotta economica e di lotta politica, di rivendicazione immediata e di prospettiva socialista, che vengono spazzate via in periodi agitati di crisi dall’intensità e dal vigore delle lotte operaie, sono destinate a rinascere di nuovo e magari a cristallizzarsi in tempi tranquilli, quando sulla capacità creativa delle masse prenda il sopravvento la routine burocratica delle organizzazioni e la prassi quotidiana degli stessi lavoratori, soprattutto di quelli che già beneficiano di una condizione di vita migliore. Perciò essa considera l’opportunismo un fenomeno insopprimibile del movimento operaio, una delle due facce contraddittorie ma coesistenti, la faccia rivolta solo verso l’oggi, la faccia che esprime il contatto immediato con la società borghese senza saperla afferrare dialetticamente. Questa spiegazione marxista dell’opportunismo dà a Rosa Luxemburg una posizione preminente nel grande dibattito bernsteiniano: non si tratta infatti di correggere semplicemente gli “errori” di Bernstein, come si sforza di fare Kautsky, ma si tratta di capire la radice di classe dell’opportunismo: vivendo all’interno della società borghese, subendo esso stesso il riflesso delle contraddizioni di questa società, il movimento operaio esprime anch’esso momenti contraddittori, e uno di essi - quello empiricamente opportunistico - significa accettazione della società borghese, accettazione della mentalità borghese, significa in altre parole la presenza del nemico di classe all’interno del movimento operaio, presenza che va recisamente combattuta ma di cui non si può ignorare la ragione ricorrente.

Ecco perché da un lato Rosa Luxemburg era la più radicale oppositrice dell’opportunismo e del revisionismo bernsteiniano che essa considerava al di fuori del socialismo, e “alle esortazioni intese a persuaderla che qui si trattava soltanto di discordie in seno al socialismo, ella rispondeva che trattavasi invece della lotta contro la borghesia, la cui influenza il revisionismo trasportava nel campo del socialismo” [36]; e dall’altro lato non indulgeva all’illusione di combattere l’opportunismo con mezzi organizzativi o disciplinari. “È un’illusione - essa scrive in polemica con Lenin - del tutto fuori della storia pensare che la tattica socialdemocratica possa essere fissata in precedenza una volta per tutte e che il movimento operaio possa essere garantito una volta per tutte contro le deviazioni opportunistiche” [37]. Il movimento operaio dev’essere considerato come un processo continuo, in cui continuamente si riproducono queste due deviazioni, l’estremismo e l’opportunismo, che nascono dall’isolamento dei due termini (scopo finale e lotta immediata) ed è combattendo contro queste due deviazioni, e in questa battaglia raggiungendo la coscienza dialettica dell’unità della sua lotta, che la socialdemocrazia riesce ad elaborare una giusta strategia. “Il movimento proletario non è diventato tutto in una volta socialdemocratico, neppure in Germania, ma lo diventa ogni giorno e anche grazie al continuo superamento delle deviazioni estreme dell’anarchismo e dell’opportunismo, entrambi soltanto momenti del movimento della socialdemocrazia, considerata come un processo” [38]. Il partito tedesco era infatti passato dalla necessità di combattere la deviazione estremista, cioè la sottovalutazione della lotta quotidiana e l’esaltazione dello scopo finale considerato a se stante, alla necessità di combattere la deviazione opportunistica, cioè la sopravvalutazione della lotta quotidiana e il pratico abbandono dello scopo finale [39].

Ma che cosa significa unità della lotta? Che cosa significa che anche nella lotta quotidiana si deve ricercare lo scopo finale, cioè la conquista del potere per la trasformazione socialista della società? Significa che il criterio che deve guidare il movimento operaio in tutta la sua azione, sia sul terreno sindacale che sul terreno politico, dev’essere sempre il criterio di un avvicinamento reale al fine, che in qualsiasi momento il movimento operaio deve aver di mira non i singoli atti, i singoli provvedimenti, le singole conquiste valutate in se stesse ma sempre in rapporto al processo storico considerato nella sua complessità, per cui un vantaggio economico, magari un aumento di salario, che sia pagato con un compromesso politico che rafforzi il potere di classe avversario o favorisca i programmi bellici dell’imperialismo, dev’essere rifiutato, mentre una sconfitta sul terreno pratico che però rafforzi la coscienza di classe può costituire un passo avanti del movimento operaio e in ultima analisi tradursi in un successo.

Se invece ci si mette sul terreno della mentalità borghese che atomizza la società, che vede le cose in luogo dei processi, che cerca di sfuggire alle contraddizioni isolando i fenomeni, se si accetta di considerare ogni cosa a se stante, avulsa dalla totalità del reale, senza vederne le incidenze sul processo storico, allora qualunque mercato diventa possibile anche per il movimento operaio, ma lo si fa a prezzo della rinuncia al carattere socialista del movimento stesso che solo si esprime in una visione d’assieme. Era questa la concezione illustrata dal deputato berlinese Heine, che andò sotto il nome di teoria della “compensazione”, in base alla quale i socialisti avrebbero dovuto negoziare il loro voto in parlamento in favore dei crediti militari contro concessioni nel campo della politica sociale, ed era la stessa concezione che induceva un altro deputato, Schippel, a farsi paladino di una politica comune di lavoratori e imprenditori in favore di dazi doganali per “il maggiore sviluppo della nostra industria”: concezioni le quali mostravano precisamente di ignorare che, in cambio di qualche vantaggio immediato sul piano salariale o sociale, i socialisti non avrebbero soltanto dato un voto in parlamento ma avrebbero contribuito a rafforzare il militarismo e il protezionismo, cioè due strumenti di oppressione capitalistica e di sviluppo imperialistico, come appariva chiaro a chiunque sapesse guardare in fondo alla realtà.

Certo, “se si trascurano le contraddizioni insuperabili e si pone mente solo al fatto che proletariato e borghesia vivono sul medesimo suolo si può arrivare alla comprensione dei cosiddetti interessi nazionali per la difesa dell’industria nazionale (vedi discorsi di Schippel ad Amburgo), per la ‘difesa’ nazionale (vedi lo stesso Schippel e la sua posizione sul problema della milizia), per la Triplice Alleanza (vedi i discorsi di Vollmar a Monaco 1891), per la politica coloniale “ragionevole” (vedi Bernstein nelle sue Premesse del socialismo)” [40]. Ma “a questo modo la concezione opportunistica, che apparentemente non porta ‘nulla di nuovo’ nel partito, in realtà porta a poco a poco un totale rivolgimento in tutta la fisionomia del movimento operaio. Il programma, la tattica, l’atteggiamento verso lo Stato, verso la borghesia, verso la politica estera, verso il militarismo, tutto è capovolto, e da partito rivoluzionario e internazionalista la socialdemocrazia si trasforma in un partito nazionale-piccolo-borghese-socialriformista” [41].

Naturalmente gli opportunisti, almeno gli opportunisti dichiarati [42], rispondevano mettendo in discussione gli stessi fondamenti teorici marxisti, “giacché la nostra ‘teoria’, cioè i principi del socialismo scientifico pongono dei limiti molto fermi all’azione pratica, in rapporto tanto agli obiettivi da perseguire quanto ai mezzi di lotta da impiegare, quanto infine al modo stesso della lotta. Ne consegue pertanto presso coloro che vanno a caccia solo di successi pratici, il naturale desiderio di aver le mani libere, cioè di separare la nostra pratica dalla ‘teoria’ e di renderla indipendente da questa” [43]. E purtroppo, come notava lei stessa, ogni anno, ogni congresso crescevano i fautori del “vangelo della ‘politica pratica’” [44]. Tuttavia, essa aggiungeva, “non grazie al vangelo della cosiddetta ‘politica pratica’, ma malgrado essa, il nostro movimento è diventato grande e forte” [45].

In questo conflitto fra l’empirismo volgare e opportunistico dei dirigenti e dei quadri socialdemocratici e la visione marxista di Rosa Luxemburg, fu il primo che riuscì vincitore sul terreno dell’azione immediata ma gli avvenimenti storici hanno invece tragicamente confermato le analisi e le previsioni della Luxemburg: il lento processo di corruzione quotidiana ha portato nel giro di pochi anni la socialdemocrazia tedesca a schierarsi con l’imperialismo nella guerra del 1914 e, dopo la guerra, a spianare con il suo atteggiamento la via al nazismo. Ma quando essa moveva le sue critiche, era facile agli uomini di corta veduta rimbeccarla con l’accusa di dottrinarismo, a fronte del quale l’empirismo volgare si drappeggiava nelle vesti del “realismo” politico pratico, quel realismo da piccolo cabotaggio che Marx aveva già condannato [46] e nei cui confronti la storia ha ripetuto tante volte la condanna senza tuttavia riuscire ad estirparne mai le radici, che affondano, come Rosa Luxemburg ha dimostrato, proprio nell’humus della società borghese e sono quindi inestirpabili finché questa duri.

La lotta di classe rivoluzionaria contro l’imperialismo e contro l’opportunismo piccolo-borghese che ne deriva: questo fu dunque l’impegno fondamentale di Rosa Luxemburg nella sua opera di militante. Ma non si può condurre una lotta di classe rivoluzionaria se ogni momento e ogni aspetto della lotta non vengono ricondotti alla totalità del processo storico al lume del metodo marxista. “L’essenza del marxismo non consiste in questa o quella opinione sui problemi correnti ma solo in due fondamentali principi: l’analisi dialettico-materialistica della storia, una delle cui conclusioni cardinali è la teoria della lotta di classe, e l’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica. Quest’ultima teoria (...) è essa stessa una geniale applicazione della dialettica e del materialismo storico all’epoca dell’economia borghese. L’anima di tutta la dottrina di Marx è il metodo dialettico-materialistico di esaminare i problemi della vita sociale, in base al quale non esistono i fenomeni, i principi e i dogmi costanti ed immutabili (...) e secondo cui ogni verità storica è sottoposta a costante ed implacabile critica da parte del reale sviluppo storico” [47].

Ne discende ovviamente che l’azione socialista è condizionata dalla conoscenza del processo storico, dello sviluppo sociale, in una parola dalla visione della totalità. Solo su questa base, sulla stretta unità di conoscenza e di azione, di teoria e di pratica, si possono ottenere successi, solo affermando continuamente, grazie al metodo marxista, la totalità del reale e riferendovi la valutazione dei singoli momenti, il movimento operaio può andare avanti anche nei suoi aspetti pratici quotidiani, nelle sue lotte economiche e sindacali. E dal canto suo essa cercò sempre nei suoi scritti di sviluppare il senso storico del presente, cioè la capacità di analizzare gli avvenimenti contemporanei, di individuare le forze in movimento e le loro tendenze di sviluppo, di sceverare l’essenziale dall’accessorio, di districare i grovigli più complessi, di valutare le reciproche azioni e reazioni e così di scoprire anche le leggi nascoste dello sviluppo sociale e prevedere alcune linee fondamentali del divenire storico.

L’analisi storica del presente da lei condotta si basa innanzitutto sul riconoscimento delle leggi obiettive di sviluppo che sono immanenti alla società capitalistica. Sono le leggi studiate da Marx e su cui non è il caso di ritornare in questa sede, non foss’altro per ragioni di spazio. D’altra parte Rosa Luxemburg non si è quasi mai soffermata nei suoi scritti a riprendere, ripetere o riassumere gl’insegnamenti marxisti ma si è sforzata di mostrarli in vivo nell’analisi che conduceva dei fenomeni contemporanei e nelle conseguenze che ne traeva per l’azione. Il marxismo, come essa lo intendeva, è una premessa della sua opera nella quale si cercherebbero invano le lunghe discussioni sul materialismo storico, sulla preminenza del “fattore” economico o del “fattore” politico o su altri temi analoghi allora largamente dibattuti da avversari e da fautori del marxismo. In una breve lettera a Roberto Seidl che, recensendo la sua tesi di dottorato sullo sviluppo industriale della Poloni [48], aveva tratto spunto dalla dimostrazione, offerta dalla Luxemburg stessa, che lo sviluppo industriale in Polonia era stato voluto e spinto innanzi dal governo, e ne aveva ricavato come conseguenza la preminenza del momento politico, essa osservava che anche in quel caso l’elemento decisivo erano state le circostanze economiche (in primo luogo perché erano considerazioni economiche che avevano spinto il governo a promuovere lo sviluppo industriale, e in secondo luogo perché solo lo sviluppo economico generale aveva consentito il successo di questa politica di sviluppo industriale che, tentata già qualche decennio prima, era fallita appunto a causa dell’ambiente economico feudale-naturale in cui allora viveva la Polonia), e aggiungeva a conclusione: “Se quindi vi è indubbiamente un’influenza reciproca continua del momento politico ed economico nel divenire sociale, quello economico rimane in ultima istanza l’elemento determinante e decisivo”. Tuttavia “materialisti che affermino che lo sviluppo economico se ne va fischiando come una locomotiva presuntuosa sui binari della storia, e la politica, l’ideologia ecc. le si trascinano dietro abbandonate e passive come dei morti vagoni-merci” sarebbero fuori del marxismo [49].

L’accettazione del marxismo è quindi una premessa necessaria della lotta socialista. “La maggior acquisizione della lotta di classe proletaria nel corso del suo sviluppo fu la scoperta che il punto di partenza per la realizzazione del socialismo è da ricercarsi nei rapporti economici della società capitalistica. Con ciò il socialismo che era stato vagheggiato per millenni dall’umanità come un ‘ideale’ è diventato una ‘necessità storica’” [50]. “Secondo Marx, la rivolta dei lavoratori, la loro lotta di classe - ed è in ciò la garanzia della loro forza vittoriosa - non è che il riflesso ideologico della necessità storica obiettiva del socialismo” [51].

Questa concezione fondamentalmente marxista del socialismo come necessità storica ha valso a Rosa Luxemburg l’accusa di obiettivismo, di determinismo, di fatalismo, come se essa confondesse la necessità storica con la fatalità, con un processo obiettivo indipendente dalla volontà cosciente degli uomini. Al contrario, e nonostante qualche crudezza verbale che è in parte frutto di polemica e in parte dovuto al linguaggio allora in uso nei circoli ufficiali della socialdemocrazia tedesca, la sua interpretazione dialettica della storia ha sempre escluso il gioco meccanico, il concatenarsi fatale di cause ed effetti, e non ha mai confuso le leggi sociali con le leggi fisiche i cui effetti possono essere precalcolati: in una società in cui tutto si tiene, in un processo di sviluppo in cui tutto si condiziona e reciprocamente s’influenza, e in cui la volontà degli uomini è necessaria a mettere in moto la ruota della storia, l’azione di una legge può essere annullata da un’opposta reazione, un effetto prevedibile può venir meno -per l’insorgere di circostanze nuove che producono effetti contrari. Soprattutto in una società contraddittoria come la società capitalistica ogni fenomeno si presenta con due facce, mette in moto contemporaneamente azioni e reazioni contrastanti, perché è la società stessa che spinge da un lato verso lo sviluppo dell’imperialismo e dall’altro verso lo sviluppo del movimento operaio: “La politica mondiale (cioè l’imperialismo, n.d. L.B.) e il movimento operaio (...) non sono che due diversi aspetti della fase attuale dello sviluppo capitalistico” [52].

Perciò le leggi sociali sono in realtà delle tendenze, tendenze che possono benissimo non realizzarsi compiutamente. “Qui, come dovunque nella storia, la teoria rende in pieno i suoi servizi solo se ci mostra la tendenza dello sviluppo, il punto finale logico verso il quale esso obiettivamente procede. Questo non può essere raggiunto più di quanto non abbia potuto svolgersi fino alle sue conseguenze estreme qualunque periodo precedente dell’evoluzione storica. Ed è tanto meno necessario che sia raggiunto, quanto più la coscienza sociale, incarnata questa volta dal proletariato socialista, interviene come fattore attivo nel cieco gioco delle forze. Anche in questo, la giusta interpretazione della teoria marxista offre a questa coscienza i più fecondi orientamenti e lo stimolo più poderoso” [53].

“La giusta interpretazione della teoria marxista”: ecco un richiamo che andrebbe meditato da tutti i marxisti dogmatici che interpretano in senso meccanico tutte le affermazioni di Marx. Si pensi p. es. all’interpretazione meccanica e dogmatica di certe tendenzecirca il prezzo della forza-lavoro che ha spinto una vasta ala del movimento operaio a proclamare il dogma della pauperizzazione assoluta, che non è per nulla concezione marxista. “Solo gli anarchici - rilevava ai suoi tempi Rosa Luxemburg - speculano sulla miseria crescente delle masse, perciò devono essere conseguentemente considerati i rappresentanti politici e teorici del Lumpenproletariat. La socialdemocrazia al contrario si fonda sempre sull’ascesa della classe operaia, sull’elevamento della sua condizione” [54], perché sa che l’azione sindacale e l’azione politica quotidiana sono perfettamente in grado di ottenere questo miglioramento assoluto, anche se questo miglioramento assoluto può non rappresentare un aumento, ma al contrario magari una diminuzione della quota percentuale spettante ai salariati nella ripartizione del reddito nazionale. Allo stesso modo la concezione dello Stato come Stato di classe è valida come tendenza. “È già divenuto un luogo comune che lo Stato attuale è uno Stato di classe. Ma a nostro avviso anche questo concetto, come tutto ciò che ha qualche rapporto con la società capitalistica, non dovrebbe esser preso nel suo significato rigido, assoluto, bensì nel senso fluido dell’evoluzione” [55].

In questo incrociarsi e contrastarsi di tendenze, che tutte rispondono a una logica obiettiva dello sviluppo, nulla è fatale e nulla è arbitrario. Nulla è fatale perché non esistono leggi meccaniche ma appunto solo tendenze che possono essere contrastate e perché in ultima analisi è la volontà cosciente degli uomini che fa la storia e produce quelle stesse circostanze economiche da cui poi scaturiscono le tendenze obiettive. Ma nulla è arbitrario perché la volontà cosciente degli uomini si forma nel processo storico, si forma nell’azione, nella prassi, nell’esperienza, nella lotta, cioè è essa stessa condizionata dalle circostanze obiettive in cui si muove e quindi non può prescindere dalle tendenze di sviluppo, dalla “logica del processo storico obiettivo” che “precede la logica dei suoi protagonisti” [56]. La logica del processo storico obiettivo, la logica delle cose sono espressioni che ritornano sovente nei suoi scritti a riaffermare la sua convinzione che la storia non procede ad arbitrio degli uomini ma che ha in sé delle forze, naturalmente create anch’esse dagli uomini, che tuttavia, una volta messe in cammino, spingono secondo un proprio dinamismo: “il corso della rivoluzione inglese dal suo scoppio nel 1642” procedette secondo “la logica delle cose” [57]; la rivoluzione russa stessa “si è sviluppata con la fatalità dell’interna sua logica” [58]; “la guerra, per la cui continuazione si affannano Scheidemann e gli altri, ha una sua propria logica, i cui eletti portatori sono quegli elementi agrari e capitalistici che oggi in Germania siedono in sella, e non certo le modeste figure dei parlamentari e dei giornalisti socialdemocratici, i quali si limitano a tener loro le staffe” [59]; “ama le cose hanno una loro logica anche quando gli uomini non vogliono averne” [60].

Vi è quindi una logica della storia, un processo storico oggettivo. Ma “il fatto di prendere in considerazione la tendenza del processo storico oggettivo non smussa e non paralizza l’attiva energia rivoluzionaria, anzi risveglia e tempra la volontà e l’azione, indicandoci verso quali vie sicure possiamo efficacemente spingere il corso del progresso sociale, difendendoci dallo sbattere la testa contro il muro in maniera inutile e disperata, cui segue, prima o poi, la delusione e la disperazione, evitandoci anche di considerare come azioni rivoluzionarie le tendenze, che lo sviluppo sociale già da tempo ha trasformato in reazionarie” [61]. Il rivoluzionario deve quindi conoscere le tendenze oggettive dello sviluppo storico verso il socialismo per assecondarle e spingerle innanzi, senza disperdere la propria energia in mille rivoli e magari in rivoli senza sbocchi e senza speranza, già superati dal flusso della storia; ma deve altresì conoscere le tendenze oggettive che operano in senso contrario per farvi contrasto e sbarrare il passo. Così la guerra, che pure è nella logica di sviluppo dell’imperialismo si può impedire o arrestare con un intervento cosciente del movimento operaio fedele alla sua politica di classe, alla sua politica di lotta anti-imperialistica. “Una effettiva garanzia di pace e un efficace baluardo contro la guerra non possono essere dati da pii desideri, da ricette sapientemente compilate e da richieste utopistiche, rivolte alle classi dominanti, ma esclusivamente e soltanto dall’energica volontà del proletariato di restare fedele in mezzo a tutte le tempeste dell’imperialismo alla sua politica di classe e alla sua solidarietà internazionale. Non di richieste e non di formule hanno mancato i partiti socialisti dei paesi più decisivi e in particolare il partito socialista tedesco, ma della capacità di porre dietro a queste richieste la volontà e l’azione nello spirito della lotta di classe e dell’internazionalismo” [62]: è per non aver avuto il coraggio o la volontà di un intervento cosciente contro la logica guerrafondaia dell’imperialismo che la socialdemocrazia tedesca è diventata “come un rottame senza timone in preda al vento dell’imperialismo” [63], cioè trascinata dalla logica avversaria ch’essa non ha saputo contrastare. “Posta davanti all’alternativa: pro o contro la guerra, la socialdemocrazia nel momento in cui ha abbandonato il contro, è stata costretta dalla ferrea logica della storia a gettare sulla bilancia tutto il suo peso per la guerra” [64]. Ma le sarebbe stato possibile, anzi doveroso, fare la scelta contraria appoggiandosi sulle forze obiettive che spingevano contro la guerra: questa fu la politica rivoluzionaria di Lenin in Russia.

Ma in Russia il movimento socialista aveva già dato prova di ben maggiore energia e più decisa volontà e aveva mostrato fin dove possa spingersi l’intervento cosciente degli uomini nella storia: “In Russia è toccato alla socialdemocrazia il compito di sostituire con un’intromissione cosciente un periodo del processo storico e di condurre il proletariato direttamente dall’atomizzazione politica, che costituisce il fondamento del regime assoluto, alla più alta forma di organizzazione, in quanto classe che lotta per fini coscienti” [65].

Nulla quindi di più infondato che l’accusa di determinismo o di fatalismo a una rivoluzionaria come Rosa Luxemburg che poneva così vigorosamente l’accento sul fattore soggettivo nella storia da ripetere spesso le parole faustiane “in principio era l’azione” e che, in aspra polemica con i pretesi ortodossi del marxismo i quali si diffondevano nelle analisi della situazione russa senza trarne spinte rivoluzionarie socialiste, ricordava molto giustamente che “il marxismo contiene due elementi essenziali: l’elemento dell’analisi, della critica, e l’elemento della volontà attiva della classe operaia come fattore rivoluzionario. E chi adopera soltanto l’analisi, la critica, non rappresenta il marxismo, ma una miserabile parodia di questa dottrina” [66]. Quindi non semplice analisi senza volontà di trarne le necessarie conseguenze per l’azione, ma neppure volontà rivoluzionaria che non si fondi su un’analisi della situazione, delle tendenze e delle forze oggettive in presenza: è a un determinato grado dello sviluppo, a un determinato livello delle contraddizioni che la rivoluzione diventa possibile [67].

Il nesso dialettico fra il momento oggettivo e il momento soggettivo è espresso del resto con molta chiarezza. “Gli uomini non fanno arbitrariamente la loro storia. Ma essi la fanno da sé. Il proletariato dipende nella sua azione dal grado di maturità raggiunto dallo sviluppo sociale, ma lo sviluppo sociale non può prescindere dal proletariato: esso è a un tempo la sua molla di propulsione e la sua causa, come pure il suo prodotto e la sua conseguenza. La sua azione stessa è un momento determinante della storia. E se noi non possiamo saltar sopra allo sviluppo storico, come l’uomo alla sua ombra, possiamo però affrettarlo o rallentarlo. Il socialismo è il primo movimento popolare nella storia che si ponga come scopo e sia chiamato dalla storia a portare nell’agire sociale degli uomini un senso cosciente, un pensiero pianificato e con ciò il libero volere. Perciò Federico Engels chiama la vittoria finale del proletariato socialista un salto dell’umanità dal regno animale al regno della libertà. Anche questo ‘salto’ è legato alle ferree leggi della storia, ai mille gradini di una evoluzione precedente, dolorosa e fin troppo lenta. Ma esso non può essere in alcun modo compiuto se da tutto il materiale di presupposti obiettivi accumulato dall’evoluzione non scocca la scintilla animatrice della volontà cosciente della grande massa popolare. La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato. Essa può essere conquistata soltanto con una lunga serie di poderose prove di forza tra le antiche e le nuove potenze, prove di forza nelle quali il proletariato internazionale, sotto la guida della socialdemocrazia, impara e tenta di prendere nelle proprie mani i suoi destini, di impadronirsi del timone della vita sociale, di trasformarsi da una palla da gioco senza volontà della propria storia in un reggitore della stessa, dotato di una chiara visione dei propri scopi” [68].

“La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato” non poteva dirsi in modo più esplicito che quando Rosa Luxemburg parla del socialismo come di una necessità storica non si deve intendere con questa espressione una fatalità. E d’altra parte, lo abbiamo già rilevato, proprio a cagione della contraddizione dialettica insita nella società capitalistica, vi sono oggi necessità storiche contrastanti: “La dialettica storica si compiace per l’appunto di contraddizioni e pone nel mondo per ogni necessità anche il suo contrario. Il dominio di classe borghese è senza dubbio una necessità storica, ma anche la sollevazione della classe lavoratrice contro di esso; il capitale è una necessità storica, ma anche il suo becchino, il proletariato socialista; il dominio mondiale dell’imperialismo è una necessità storica, ma anche la sua caduta per opera dell’Internazionale proletaria. Ad ogni passo s’incontrano due necessità storiche che sono in contraddizione l’una con l’altra” [69]. Quale vincerà?

Fino all’ultimo suo respiro Rosa Luxemburg ebbe fiducia nella vittoria del socialismo, ma non si stancò mai di ripetere che questa vittoria non avrebbe potuto essere un dono del destino, bensì soltanto il frutto di una lotta tenace e cosciente delle masse. Già all’inizio della sua attività pubblicistica in Germania essa aveva ammonito, contro le facili illusioni sul prossimo crollo della borghesia, che “sul ritmo temporale dello sviluppo borghese influiscono accanto a fattori economici anche fattori politici e storici in così spiccata misura da poter buttare all’aria qualunque più elaborata teoria sul termine di vita dell’ordinamento capitalistico” [70]. E vent’anni dopo, al termine della sua battaglia e della sua vita, essa è più che mai convinta che la vittoria del socialismo non è fatale, anche se essa soltanto può salvare l’umanità dalle peggiori catastrofi. Il brano citato più sopra proseguiva con queste parole: “La nostra necessità entra in gioco con pieno diritto nel momento in cui l’altra, il predominio borghese, di classe, cessa di essere portatrice del progresso storico per divenire un impedimento e un pericolo per lo sviluppo ulteriore della società. Questo appunto ha rivelato l’odierna guerra mondiale per l’ordinamento sociale capitalistico” [71]. Ma anche nei mesi che precedettero il suo assassinio, nel fuoco divampante della rivoluzione, essa non si stancava di ammonire “Le catastrofi in cui precipita la società capitalistica non danno la certezza della vittoria del socialismo. Se la classe operaia non trova la forza per la propria liberazione, l’intiera società e con essa la classe operaia può precipitare in lotte distruttrici. L’umanità è posta dinanzi all’alternativa: socialismo o tramonto nella barbarie! (...)”. Nel suo saggio sul programma di Spartaco (Rote Fahne, 14 dicembre 1918) essa scriveva: “O continuazione del capitalismo, nuove guerre e rapido passaggio al caos e all’anarchia o abolizione dello sfruttamento capitalistico” [72]. E ripeterà nell’ultimo suo discorso al congresso di fondazione del Partito comunista tedesco che “se il proletariato non adempie al suo dovere di classe e non realizza il socialismo, la rovina sovrasta su tutti noi assieme” [73].

Siamo ben lungi, come ognun vede, dalle interpretazioni scolastiche che hanno ridotto il marxismo a una ripetizione meccanica di formule e di schemi validi sotto qualunque latitudine e applicabili in qualunque tempo e in qualunque circostanza. Proprio perché nulla è fatale nella storia, perché le leggi di sviluppo sono in realtà tendenze, perché la necessità storica spinge in direzioni contrastanti, perché l’ultima parola spetta in definitiva all’intervento cosciente degli uomini che, quantunque obiettivamente condizionato, è pur sempre l’elemento decisivo, i dati della realtà sono sempre estremamente complessi, le analisi vanno costantemente rinnovate, le tendenze di sviluppo vanno di volta in volta soppesate per poter avere dinanzi agli occhi quella visione di totalità concreta che è per Rosa Luxemburg il punto di partenza da cui deve muovere il rivoluzionario per dirigere nel senso voluto il proprio intervento cosciente nel processo storico. “Non si dominano gli avvenimenti storici imponendo loro delle prescrizioni, ma rendendosi in anticipo coscienti delle loro prevedibili e calcolabili conseguenze e regolando in base ad esse il proprio modo di agire” [74].

In applicazione di questo principio vediamo Rosa Luxemburg costantemente impegnata in battaglia contro ogni interpretazione del marxismo che le sembri ripetizione meccanica di formule o di schemi, che non tenga conto della diversità delle situazioni. Così rimprovera a Lenin una “meccanica trasposizione di principi organizzativi” [75]; ai socialpatrioti polacchi che si riempiono la bocca con le vecchie frasi di Marx sull’indipendenza della Polonia ricorda che quel che conta è l’applicazione del metodo e dei fondamentali principi della dottrina marxista e non “trasformare una particolare opinione di Marx sulla politica corrente in un vero dogma, immutabile in tutti i tempi, indipendente dallo sviluppo delle condizioni storiche e non sottoposto a dubbi né a critica” [76]; agli avversari dello sciopero di massa che si richiamano a un vecchio scritto di Engels ripete che “lo stesso ordine di idee, lo stesso metodo” in situazioni mutate possono portare a conclusioni mutate [77], ai menscevichi russi che ancora dopo la rivoluzione del 1905 invocano le frasi del Manifesto di Marx per dimostrare la funzione rivoluzionaria della borghesia e la necessità di appoggiare la rivoluzione borghese, replica che “richiamarsi alla caratterizzazione del ruolo della borghesia fatto da Marx e da Engels 58 anni fa, per applicarla alla realtà attuale, costituisce un esempio crasso di pensiero metafisico, la riduzione del vivo e storico autore del Manifesto in un dogma rigido”, mentre “il pensiero dialettico, che è caratteristico del materialismo storico, esige che si considerino i fenomeni non in condizioni statiche, ma in movimento” [78]. E quanto all’apparente "onnipetenza e infallibilità teorica del marxismo ufficiale”, cioè di Kautsky e compagni, essa dirà che si trattava soltanto di “epigonismo teorico abbarbicato alle formule del maestro nell’atto stesso in cui ne rinnegava lo spirito vivente” [79].

Chi legga gli scritti di Rosa Luxemburg troverà che questi rimproveri e queste accuse contro le interpretazioni dogmatiche, meccaniche, rigide, astratte del marxismo hanno in generale riscontro nel suo sforzo di applicare il metodo marxista ad ogni nuova situazione di cogliere l’infinita ricchezza del reale pur senza perdersi nei dettagli inutili ma anzi puntando sempre all’essenza delle cose, di vedere in un quadro vivo i nessi molteplici dei fenomeni, in una parola di afferrare la realtà nel suo ritmo vivente soprattutto se si trattava del ritmo dello sviluppo capitalistico o dei crescere del movimento operaio: sotto questo aspetto l’esposizione delle vicende rivoluzionarie russe del 1905 come pure diversi passi dei suoi scritti sulla guerra o la narrazione delle conquiste coloniali fatta nell’Accumulazione riescono a dare un quadro particolarmente efficace sia dei molteplici aspetti del fenomeno sia dell’intima logica che li unisce. Lo stesso suo stile, pur attraverso certe ridondanze oggi desuete, dà sempre l’impressione del vivo, del mosso, del concreto, mille miglia lontano dalle aride descrizioni senz’anima e senza vita cui ci hanno abituato, in nome di un preteso marxismo, tanti scrittori suoi o nostri contemporanei.

Ed è grazie a questo suo metodo che essa non solo riesce a compiere delle analisi che gli avvenimenti successivi hanno poi confermato e riesce a dare giudizi pertinenti sulla situazione, ma soprattutto riesce spesso a prevedere gli sviluppi futuri della situazione; così non ebbe difficoltà a prevedere che dallo sviluppo dell’imperialismo sarebbe derivata la guerra mondiale [80] e così nel corso della prima guerra mondiale poté preannunciare quel che sarebbe poi avvenuto, cioè il trionfo del nazifascismo: “Nuovi febbrili armamenti in tutti gli Stati - naturalmente con la vinta Germania alla testa - e con ciò un’era di incontrastato dominio del militarismo e della reazione in tutta l’Europa, con una nuova guerra mondiale come scopo finale” [81].

Anche su questo punto la storia doveva darle fin troppo ragione.

In un brano che ho sopra ricordato Rosa Luxemburg osservava che l’insegnamento teorico del marxismo consisteva nell’analisi dialettico-materialistica della storia e nell’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica [82]. Come Rosa Luxemburg vedesse l’analisi dialettico-materialistica della storia ho or ora illustrato; esaminiamo rapidamente come intendesse l’analisi dello sviluppo dell’economia capitalistica.

Il criterio dell’analisi è quello che sta a fondamento di tutta la sua concezione: è il criterio della totalità come emerge chiaramente dal suo pamphlet contro Bernstein. Quest’ultimo si era affannato a dimostrare, con gran sussidio di statistiche, che le previsioni di Marx non avevano trovato conferma nei fatti: le classi medie non erano scomparse, le crisi decennali non si ripetevano, la concentrazione capitalistica non si era verificata e via discorrendo. Alcune di queste osservazioni erano infondate e i fatti successivi le smentiranno; altre erano dovute a una radicale incomprensione del pensiero marxista. Ma quel che interessa nella polemica della Luxemburg non sono le singole contestazioni a

lcune delle quali possono anche non essere fondate, bensì la parte centrale del ragionamento. La società capitalistica, essa dice, è un complesso organico di rapporti con determinati aspetti essenziali che sono ineliminabili: fondamentale fra questi aspetti essenziali è il carattere contraddittorio di questa società, la sua incapacità a risolvere gli squilibri interni. Bernstein aveva invece cercato di ricavare dalla sua analisi la conclusione che la società capitalistica veniva gradualmente superando i propri squilibri ch’egli considerava fatti accidentali (le “perturbazioni” delle crisi, i “sussulti” della reazione, ecc.) e quindi eliminando dal suo interno quel processo di autodistruzione che avrebbe dovuto portare alla catastrofe finale: poco importa, risponde Rosa Luxemburg, che le crisi non si ripetano a intervalli fissi decennali perché la durata del ciclo è un elemento accessorio, mentre quello che è essenziale è che la società capitalistica porta inesorabilmente dentro di sé uno squilibrio fra la capacità di espansione produttiva e le possibilità di smercio dei prodotti con profitto; poco importa che la società capitalistica riesca ad evitare una crisi economica autodistruttiva, perché la natura della crisi che deve portare al crollo della società capitalistica è un elemento accessorio, mentre è essenziale che questa società, non potendo mai sanare definitivamente le proprie contraddizioni, sia potenzialmente gravida di crisi economiche e politiche, cioè guerre, che il movimento operaio può trasformare in crisi risolutive.

Poiché queste contraddizioni sono inerenti alla natura del capitalismo, il capitalismo sviluppandosi le aggraverà: accentuerà inesorabilmente la socializzazione del processo produttivo che è in radicale antitesi con l’ordinamento privatistico dei rapporti di produzione, e del pari accentuerà le tendenze antidemocratiche, e se anche determinate contraddizioni secondarie possono cambiare natura, quella che è la natura fondamentale della società capitalistica non può venir meno. Perciò la classica illusione piccolo-borghese di conservare i “lati buoni” del capitalismo e di correggere i “lati cattivi”, che si ritrova in Bernstein, è destinata ancora una volta a rivelarsi illusione perché i lati cosiddetti cattivi sono in realtà aspetti essenziali della società capitalistica. “L’idea di Fourier di trasformare col sistema dei falansteri tutta l’acqua marina della terra in limonata, era molto fantastica. Ma l’idea di Bernstein di trasformare il mare dell’amarezza capitalistica, con l’aggiunta di qualche bottiglia di limonata socialriformista in un mare di dolcezza socialista è soltanto più balorda, ma per nulla meno fantastica” [83].

Ancora una volta appare che il riformismo non è una via al socialismo, non è semplicemente un processo più lungo per raggiungere gli stessi obiettivi che il rivoluzionario vuole raggiungere attraverso la conquista del potere. In realtà il riformismo, proprio perché ha perso la visione totale della società capitalistica e ne esamina soltanto i particolari, ha perso di vista il carattere essenziale delle contraddizioni e il ruolo che esse esercitano nel complesso dei rapporti capitalistici; si limita perciò a voler correggere aspetti isolati della società allo scopo di smussare le contraddizioni più stridenti, ma con ciò si pone proprio sul terreno opposto a quello del socialismo che può nascere solo dalla accentuazione delle contraddizioni e, soprattutto, dalla presa di coscienza da parte del proletariato dell’insuperabilità delle contraddizioni stesse. Anche da questo punto di vista quindi è il mancato riferimento alla categoria della totalità concreta, cioè all’insieme dei rapporti che costituiscono la società capitalistica, che distingue nettamente i riformisti dai socialisti e li porta a logorarsi nella routine della piccola lotta quotidiana che esaurisce le energie dei lavoratori, ne addormenta lo spirito rivoluzionario e li conduce impreparati alla soglia delle grandi crisi. Se queste crisi non si trasformano in crisi rivoluzionarie, distruttive dell’ordine borghese, come non si trasformò per il proletariato tedesco la prima guerra mondiale, non è perché i marxisti abbiano torto nel vedere le contraddizioni e le crisi della società capitalistica e la loro potenziale capacità distruttiva, ma perché con l’aiuto dei riformisti si è addormentata nei tempi tranquilli la coscienza delle masse e si è creata una frattura, un iato, fra il processo obiettivo di sviluppo della società e il processo soggettivo di formazione della coscienza. Storicamente quindi i riformisti sono i migliori alleati della borghesia: come scriverà Rosa Luxemburg durante la guerra, Krupp e la socialdemocrazia tedesca sono risultati i due più forti sostegni dell’imperialismo tedesco, perché il primo ha fornito le armi materiali e la seconda l’arma spirituale dell’addormentamento e dell’inganno delle masse [84].

Tra la polemica bernsteiniana e lo scoppio della prima guerra mondiale sono passati una quindicina di anni, nel corso dei quali da un lato Rosa Luxemburg ha avuto modo di approfondire la sua analisi della società capitalistica e di mostrarne il progressivo passaggio alla fase imperialistica, l’accentuarsi gigantesco delle contraddizioni e l’avvicinarsi della crisi tragica della guerra, e dall’altro lato viceversa la socialdemocrazia ufficiale è andata sempre più precipitando nell’opportunismo, confinandosi nell’azione pratica immediata, perdendo qualsiasi legame con la visione complessiva dei rapporti sociali e quindi anche con il fine ultimo socialista, e, in ultima analisi, identificandosi sempre più in un ruolo subalterno di sostegno alla società capitalistica.

Non posso in questa sede affrontare né la teoria della crisi né l’analisi del processo di accumulazione, né in generale l’insieme delle dottrine economiche a cui la Luxemburg ha dato un notevole e sia pur discutibile contributo, perché questa è un’introduzione a una raccolta di pamphlets politici e vuole limitarsi a mettere in luce il contributo che l’autrice ha portato alla dottrina politica del socialismo. Anche da questo punto di vista tuttavia la sua analisi dello sviluppo imperialistico è di grande importanza.

“L’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico, ha dunque due lati diversi. Il primo si compie nei luoghi di produzione del plusvalore - la fabbrica, la miniera, l’azienda agricola - e sul mercato. Sotto questo aspetto, l’accumulazione è un processo puramente economico, la cui fase più importante si svolge fra capitalista e salariato, ma che in entrambe le fasi - la fabbrica e il mercato - si muove entro i limiti dello scambio di merci, dello scambio di equivalenti. Pace, proprietà e uguaglianza regnano qui come forma, e occorreva la tagliente dialettica di un’analisi scientifica per svelare come nell’accumulazione il diritto di proprietà si converta in appropriazione della proprietà altrui, lo scambio delle merci in spoliazione, l’uguaglianza in supremazia di classe.

“L’altro aspetto dell’accumulazione del capitale ha per arena la scena mondiale, per protagonisti il capitale e le forme di produzione non capitalistiche. Dominano qui come metodi la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, le guerre. Appaiono qui apertamente e senza veli la violenza, la frode, l’oppressione, la rapina, la guerra, e costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico.

La teoria liberale-borghese vede solo una delle due facce: il dominio della “concorrenza pacifica”, dei miracoli tecnici, del puro scambio delle merci, e separa nettamente dal dominio economico del capitale il campo dei chiassosi gesti di forza del capitale come più o meno accidentali manifestazioni della “politica estera”.

In realtà la violenza politica non è qui se non il veicolo del processo economico, le due facce dell’accumulazione del capitale sono legate organicamente l’una all’altra dalle condizioni della riproduzione e solo in questo loro stretto rapporto il ciclo storico del capitale si compie. Il capitale non soltanto nasce “sudando da tutti i pori sangue e fango”, ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo” [85].

Sono espressi sinteticamente in questo passo quasi tutti gli essenziali punti di vista luxemburghiani in tema di imperialismo. Anzitutto il criterio metodologico fondamentale e sempre presente: studiare “l’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico”, “identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico”. Queste leggi esistono e scoprirle è appunto compito e merito specifico del marxismo: “Pur nell’intrico della concorrenza, pur nell’anarchia generale, esistono evidentemente leggi invisibili ma rigorose; altrimenti la società capitalistica sarebbe da tempo in frantumi. Tutto il senso dell’economia in quanto scienza e, in particolare, lo scopo cosciente della dottrina economica marxiana, sta nella determinazione delle leggi nascoste che condizionano l’ordine e l’unità del complesso sociale per entro la confusione delle economie private” [86]. È quindi compito specifico della socialdemocrazia svolgere per la fase imperialistica questo stesso lavoro di sistemazione scientifica, di scoperta delle leggi regolatrici che Marx ha fatto per la società del suo tempo e che i marxisti debbono saper rinnovare continuamente sul terreno concreto di una realtà, come quella capitalistica, perennemente in movimento: questo lavoro teorico, affidato a un partito politico, è appunto l’altra faccia inseparabile del processo pratico rivoluzionario, come Rosa Luxemburg ha costantemente affermato [87].

Nello sforzo di afferrare le leggi ultime dell’economia dell’imperialismo, di continuare sulla base di una nuova realtà le analisi di Marx, Rosa Luxemburg è approdata alla sua teoria dell’accumulazione come “processo di ricambio organico svolgentesi fra il modo di produzione capitalistico e quelli non-capitalistici” [88], nel senso cioè che il plusvalore prodotto nella sfera capitalistica non può essere interamente utilizzato e quindi trasformarsi in nuova fonte di accumulazione e sviluppo capitalistici se non utilizzando, ma in pari tempo distruggendo come tali, formazioni non capitalistiche. L’indispensabilità di questo “processo di ricambio” derivante secondo Rosa Luxemburg dall’impossibilità di utilizzare il plusvalore all’interno della sfera capitalistica è, come è noto, il punto più contestato dell’analisi luxemburghiana dell’imperialismo; tuttavia, a prescindere da questo carattere di indispensabilità, è certo che Rosa Luxemburg ha analizzato con rara forza di penetrazione il legame inscindibile che esiste fra quella che nel brano sopra citato essa chiama “le due facce dell’accumulazione”, cioè fra il processo di sviluppo capitalistico nei paesi ad alta industrializzazione e l’aggressione ai settori non capitalistici, in modo particolare l’economia contadina e il mondo coloniale o semicoloniale.

Su questo secondo aspetto in particolare (rapporti con il mondo coloniale e semicoloniale) essa ha concentrato la sua attenzione e se ciò l’ha portata talvolta a dare una definizione restrittiva e parziale dell’imperialismo (“l’imperialismo è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro” [89]) è certo che il suo studio le ha permesso di penetrare a fondo come pochi altri il significato vero della politica estera mondiale dei suoi tempi, la lotta per le sfere d’influenza, per i prestiti, le costruzioni ferroviarie, ecc., di demistificare le pretese civilizzatrici dell’Europa e di cogliere, attraverso i più complicati giochi politico-diplomatico-economici, il carattere di rapina e di espropriazione dell’imperialismo anche in paesi formalmente indipendenti come la Turchia, per non parlare delle colonie vere e proprie, e di scoprire per questa via le radici della futura guerra mondiale nell’intimo dinamismo della società capitalistica dei suoi tempi.

Perché infatti, sia o non sia indispensabile, questo assalto del mondo capitalistico al mondo non-capitalistico risponde comunque a una necessità storica del capitalismo (quella necessità che, come s’è visto, è sempre “tendenza” e non “ineluttabilità”) al suo bisogno insopprimibile di espansione, accumulazione e sviluppo, per, cui è comunque esatto affermare che “la politica imperialistica non è opera di uno o di alcuni Stati, è il prodotto di un determinato grado di maturazione nell’evoluzione mondiale del capitale, un fenomeno internazionale per definizione, un tutto indivisibile che si può riconoscere in tutti i suoi vicendevoli rapporti” [90]; come è altrettanto esatto che “nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra [91], li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali” [92].

Questa spinta imperialistica non esercita però soltanto la sua influenza nel campo della politica internazionale, ma agisce anche all’interno dei paesi imperialistici di cui rafforza e potenzia alcune caratteristiche. Di uno di questi aspetti dell’imperialismo Rosa Luxemburg si è occupata in modo particolare, si può dire, durante tutta la sua vita, e cioè del militarismo. Già nel suo saggio contro Bernstein ne aveva messo in rilievo la triplice funzione nel processo di sviluppo capitalistico: mezzo di lotta per interessi “nazionali” concorrenti con interessi di gruppi appartenenti ad altri paesi, principale modo di impiegare tanto il capitale finanziario quanto quello industriale, infine strumento di dominio di classe all’interno di fronte al popolo lavoratore. Per effetto di questa triplice funzione il militarismo le appariva già allora, alla fine del secolo scorso, destinato a una rapida crescita quasi “per una forza impulsiva propria, interna, meccanica” fino all’“esplosione che sta avvicinandosi”, cioè alla paventata guerra mondiale. “Per effetto della forza propulsiva dello sviluppa capitalistico anche il militarismo è diventato una malattia capitalistica” [93].

Delle tre funzioni del militarismo sopra indicate, due erano denunciate correntemente nella pubblicistica socialdemocratica, e cioè quella di servire da strumento ad una politica estera di potenza e quella di rappresentare un baluardo della reazione e una forza di repressione contro la classe operaia. È merito di Rosa Luxemburg di avere insistito in modo particolare sull’aspetto economico, di avere mostrato cioè come le spese per gli armamenti rappresentassero anche un mercato addizionale per assicurare alla produzione capitalistica una domanda solvibile all’infuori del normale funzionamento dei consueti mercati di sbocco.

“Questo capitale costante e questo lavoro vivo possono essere impiegati per altre produzioni ammesso che si trovi nella società una nuova domanda solvibile. Questa nuova domanda è rappresentata dallo Stato con la parte del potere d’acquisto della classe operaia da esso appropriata mediante lo strumento fiscale. Ma la domanda dello Stato non si rivolge ai mezzi di consumo (...), ma ad una specifica categoria di prodotti: agli strumenti bellici del militarismo sia per terra che per mare” [94]. "Inoltre, a una grande quantità di domande di merci, modeste, frammentate e non coincidenti nel tempo, che potrebbero essere soddisfatte anche dalla produzione mercantile semplice e come tali non interesserebbero l’accumulazione del capitale, subentra la domanda dello Stato, una domanda accentrata in una grande, unitaria, compatta potenza. Ma questa presuppone per essere soddisfatta un altissimo grado di sviluppo della grande industria, e perciò le condizioni più favorevoli ai fini della produzione di plusvalore e dell’accumulazione. Infine sotto forma di commesse militari dello Stato, il potere d’acquisto delle masse consumatrici, così concentrato in una grandezza poderosa, viene sottratto all’arbitrio, alle fluttuazioni soggettive del consumo personale, per assumere una regolarità quasi automatica, un ritmo di sviluppo costante. D’altra parte, grazie all’apparato parlamentare legislativo e alla manipolazione della cosiddetta opinione pubblica mediante la stampa, le leve del moto ritmico e automatico della produzione bellica si trovano nelle mani dello stesso capitale. Questo campo specifico della accumulazione del capitale sembrerebbe godere di possibilità di espansione illimitata. Mentre ogni altro allargamento del campo di smercio e della base di operazione del capitale dipende in larga misura da fattori storici, sociali, politici esulanti dalla volontà del capitale, la produzione per il militarismo rappresenta un campo la cui regolare e impetuosa espansione sembra radicata nella stessa volontà determinante del capitalismo” [95].

Oggi questa funzione del riarmo come mezzo per fronteggiare lo squilibrio permanente fra il tasso di espansione della capacità produttiva e il tasso di espansione della domanda solvibile è diventato un luogo comune, ed è pacifico che l’economia americana ha mantenuto da un quarto di secolo il suo relativo equilibrio senza crisi pericolose proprio grazie alla politica del riarmo. Ma quando Rosa Luxemburg faceva queste analisi non si trattava di cose pacifiche, e anzi la stessa socialdemocrazia si mostrava piuttosto impermeabile a queste dimostrazioni che avrebbero messo in discussione tutta la sua vera inclinazione politica [96]. Fino a che infatti il militarismo era considerato solo come strumento di una politica internazionale di potenza, si poteva sperare nell’efficacia delle conferenze internazionali sull’arbitrato obbligatorio e delle convenzioni sul disarmo, come è possibile sperare nell’efficacia degli impiastri per curare degli ascessi su un corpo fondamentalmente sano. E naturalmente si pensava che il giorno in cui la politica internazionale avesse potuto fare a meno del militarismo, anche la politica interna sarebbe stata liberata da questa minaccia incombente e la via sarebbe stata spianata ad una piena vittoria della democrazia. Ma se invece, come Rosa Luxemburg dimostrava, il militarismo aveva anche una funzione economica essenziale, era un momento necessario nel processo di accumulazione, la speranza di frenarne la mostruosa crescita diventava utopistica, e altrettanto utopistica diventava la prospettiva di un pacifico sviluppo democratico perché il militarismo, per assolvere alla sua funzione economica, aveva bisogno di una collusione piena fra grande industria e potere politico, che di fatto si svilupperà in Germania in forme sempre più organiche sotto tutti i regimi, da quello imperiale a quello nazista fino all’attuale.

Ma se l’analisi dell’imperialismo di Rosa Luxemburg distruggeva le rosee utopie socialriformiste, essa schiudeva altri orizzonti di speranza al movimento operaio: certo non la speranza dei placidi tramonti del capitalismo, ma quella, assai più realistica, di una dura e lunga lotta con prospettive di vittoria. Risultava infatti da un lato che il militarismo, la corsa agli armamenti, le guerre coloniali, la lotta feroce fra le potenze per il dominio dei mercati costituivano un insieme necessario alla vita e alla prosperità del capitalismo nella sua fase imperialistica e che era stolto e ridicolo chiudere gli occhi di fronte a queste manifestazioni fidando semplicemente nello sviluppo della democrazia, o, peggio, mercanteggiando gli armamenti contro qualche modesta riforma sociale. Ma risultava altresì che l’imperialismo rappresentava un peso sempre più duro da sopportare sia per le masse operaie dei paesi industriali sia per i milioni e milioni di lavoratori coloniali che di continuo venivano spinti a forza nella cerchia dello sfruttamento capitalistico, e che d’altra parte l’imperialismo, provocando sempre nuove tensioni e nuovi conflitti, offriva l’occasione storica delle crisi politiche necessarie a far maturare in forza rivoluzionaria il malcontento delle masse. Quanto più infatti avanza questo processo imperialistico, “tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale” [97].

Emergono con chiarezza dall’analisi di Rosa Luxemburg le due tendenze di sviluppo inerenti a questa fase della società, le due necessità storiche contrastanti di cui abbiamo più sopra parlato: la tendenza alle guerre mondiali e alle catastrofi, la tendenza cioè allo scontro interimperialistico, e la tendenza alla rivoluzione socialista, cioè alla lotta decisiva fra forze produttive e rapporti di produzione, fra il movimento operaio guidato dal partito socialista e l’organizzazione capitalistica della società. “L’imperialismo è tanto un metodo storico per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo per affrettarne obiettivamente la fine” [98]. È dipende in gran parte dall’atteggiamento del movimento operaio, dalla sua capacità di intervento cosciente, imprimere alla storia l’una o l’altra direzione, far trionfare l’una o l’altra necessità storica. Era perciò naturale che Rosa Luxemburg combattesse con estremo vigore le utopie socialriformiste, l’illusione cioè di poter “correggere” i “difetti” del capitalismo, di poter “attenuare” l’imperialismo attraverso una politica di collaborazione e di scambio reciproco di concessioni fra proletariato e capitalismo, la concezione cioè che “vede nella fase dell’imperialismo non una necessità storica, non una lotta decisiva per il socialismo, ma una malvagia scoperta di un pugno di interessati. Questa concezione tende ad ammonire la borghesia che imperialismo e militarismo le sono funesti dallo stesso punto di vista dei suoi specifici interessi di classe, ad isolare il presunto gruppetto di questi interessati e a costruire un blocco del proletariato con larghi strati della classe borghese per “attenuare” l’imperialismo, per metterlo a razione mediante un “parziale disarmo”, per “togliergli il pungiglione”! Come il liberalismo nella sua fase di declino fa appello dalle monarchie male informate alle monarchie da informare meglio, così il “centro marxista” vorrebbe appellarsi dalla borghesia male educata alla borghesia da educare, dal corso catastrofico dell’imperialismo alle convenzioni internazionali di disarmo, dalla lotta fra le grandi potenze per la dittatura mondiale della spada alla pacifica federazione degli Stati nazionali democratici. La resa generale dei conti per la decisione dello storico contrasto [99] fra proletariato e capitale si trasforma nell’utopia di un compromesso storico fra proletariato e borghesia per l’“attenuazione” dei contrasti imperialistici fra Stati capitalistici” [100].

Purtroppo era proprio questa concezione, combattuta con tanta passione da Rosa Luxemburg, quella che doveva trionfare nella socialdemocrazia e guidarne gli atteggiamenti politici. “Gli epigoni che nell’ultimo decennio hanno tenuto in mano la direzione teorica del movimento operaio in Germania, hanno fatto bancarotta al primo scoppio della crisi mondiale, hanno ceduto pacificamente il timone all’imperialismo” [101]. E sarà la malinconica ma non rassegnata conclusione con cui Rosa Luxemburg chiuderà dal carcere durante la guerra la polemica con i suoi critici a proposito dell’imperialismo [102].

 

 

[A cura di Ario Libert]



NOTE



LINK al post originale:

Il metodo dialettico


LINK alla prima parte:
Introduzione a "Scritti politici di Rosa Luxemburg", 1967, 01 di 04.

 

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30 aprile 2012 1 30 /04 /aprile /2012 05:00
Quali sono le origini del primo maggio?

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di Rosa Luxemburg

Articolo pubblicato sul giornale polacco Sprawa Robotnicza nel 1894.


La felice idea di utilizzare la celebrazione di una giornata di riposo proletaria come un mezzo per ottenere la giornata di lavoro di 8 ore [1] è nata dapprima in Australia. I lavoratori decisero nel 1856 di organizzare una giornata di arresto totale dal lavoro, con delle riunioni e degli svaghi, allo scopo di manifestare per la giornata di 8 ore. La data di questa manifestazione doveva essere il 21 aprile. All'inizio, i lavoratori australiani avevano previsto ciò unicamente per il 1856. Ma questa prima manifestazione ebbe una tale ripercussione sulle masse proletarie d'Australia, da stimolarle e portarle a nuove campagne, che fu deciso di rinnovare questa manifestazione ogni anno.
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Di fatto, cosa potrebbe dare ai lavoratori più coraggio e più fiducia nelle loro proprie forze di un blocco di massa del lavoro che essi stessi hanno deciso? Cosa potrebbe dar più coraggio agli eterni schiavi delle fabbriche e delle officine del raduno delle proprie truppe? Dunque, l'idea di una festa proletaria fu rapidamente accettata e, dall'Australia, cominciò a espandersi ad altri paesi sino a conquistare l'insieme del proletariato mondiale.
I primi a seguire l'esempio degli australiani furono gli Stati uniti, Nel 1886 essi decisero che il 1° maggio sarebbe stata una giornata universale di sospensione del lavoro. Quel giorno, 200.000 di loro abbandonarono il lavoro e rivendicarono la giornata di 8 ore. Più tardi, la polizia e le persecuzioni legali impedirono per anni ai lavoratori di rinnovare manifestazioni di questa ampiezza. Tuttavia, nel 1888 essi rinnovarono la loro decisione fissando la prossima manifestazione al 1° maggio 1890.
Nel frattempo, il movimento operaio in Europa si era rafforzato e animato. La più forte espressione di questo movimento intervenne al Congresso dell'Internazionale Operaia nel 1889 [2]. A questo Congresso, costituito da 400 delegati, fu deciso che la giornata di 8 ore doveva essere la prima rivendicazione. Al che, il delegato dei sindacati francesi, il lavoratore Lavigne [3] di Bordeaux, propose che questa rivendicazione si esprimesse in tutti i paesi con la sospensione dal lavoro universale. Il delegato dei lavoratori americani attirò l'attenzione sulla decisione dei suoi compagni di fare sciopero il 1° maggio del 1890, e il Congresso fissò per questa dta la festa proletaria universale.
In questa occasione, come trenta anni prima in Australia, i lavoratori pensavano verosimilmente a una sola manifestazione. Il Congresso decise che i lavoratori di tutti i paesi manifestassero insieme per la giornata di 8 ore il 1° maggio 1890. Nessuno parlò della ripetizione della giornata senza lavoro per gli anni successivi. Naturalmente, nessuno poteva prevedere il successo brillante che quest'idea avrebbe avuto e la velocità con la quale essa sarebbe stata adottata dalle classi lavoratrici. Tuttavia, fu sufficiente manifestare il 1° maggio una volta soltanto affinché tutti capissero che il 1° maggio doveva essere una istituzione annuale e perenne.
Il 1° maggio rivendicava l'instaurazione della giornata di 8 ore. Ma anche dopo che questo scopo fu raggiunto, il 1° maggio non fu abbandonato.
 Finché durerà la lotta dei lavoratori contro la borghesia e le classi dominanti, finché tutte le rivendicazioni non saranno soddisfatte, il 1° maggio sarà l'espressione annuale di queste rivendicazioni. E, quando sorgeranno giorni migliori, quando la classe operaia del mondo avrà conquistato la sua liberazione, allora probabilmente anche l'umanità festeggerà il 1° maggio, in onore delle lotte accanite e delle numerose sofferenze del passato. 

 


NOTE

[1] L’uso era allora una giornata di lavoro di almeno 10-12 ore al giorno.
 
[2] Si tratta del primo congresso della II Internazionale.

[3] Raymond Lavigne (1851- 1930), militante politico e sindacalista.


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20 aprile 2012 5 20 /04 /aprile /2012 05:00

 

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Introduzione

[a "Scritti politici" di Rosa Luxemburg]


La raccolta completa delle sue opere offrirà un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti in tutto il mondo.

Lenin


Il motivo che mi ha spinto a presentare al pubblico italiano questa antologia dei principali scritti politici di Rosa Luxemburg non è stato quello di fornire un contributo per la conoscenza storica del movimento operaio internazionale, in seno al quale Rosa Luxemburg occupò per un ventennio un posto preminente, bensì quello di offrire uno strumento attuale, perfettamente valido ancor oggi, per l’elaborazione e l’approfondimento di una strategia di lotta del movimento operaio. Perfettamente attuale ancor oggi, anzi sempre più attuale a misura che i militanti più seri e più impegnati, spezzate le catene del dogmatismo e abbandonate le illusioni perennemente risorgenti dell’opportunismo, riprendono contatto con la sorgente viva del pensiero marxista riscoprendone l’inesauribile ricchezza.

Di quel pensiero marxista che, secondo la nota definizione engelsiana, non e un dogma ma una guida per l’azione, Rosa Luxemburg e stata certamente fra i continuatori più efficaci e più creativi e nulla può apparire più naturale quindi che il suo nome sia stato quasi dimenticato durante i lunghi anni in cui l’opportunismo da un lato e il dogmatismo dall’altro fecero strazio del marxismo. Non e perciò forse superfluo ricordare ai lettori italiani alcuni fra i principali giudizi che uomini eminenti del movimento operaio ebbero già a pronunciare sul suo conto. Di questi giudizi il più noto e quello di Lenin che nel 1922 scriveva: "Nonostante questi errori, essa era ed e rimasta un’aquila, e non soltanto la sua memoria sarà sempre cara ai comunisti di tutto il mondo, ma anche la sua biografia e la raccolta completa delle sue opere (nella pubblicazione delle quali i comunisti tedeschi ritardano incredibilmente, del che essi sono soltanto in parte scusabili per gli immensi sacrifici che devono sopportare nella loro dura lotta) offriranno un insegnamento utilissimo per l’educazione di molte generazioni di comunisti di tutto il mondo" [1]; in ciò riecheggiando il giudizio che Karl Radek, allora leader bolscevico di primo piano, aveva espresso nella commemorazione di Rosa: "Ciò che Rosa Luxemburg fu ed è per il proletariato tedesco ed internazionale, non appartiene al passato, ma si farà valere soltanto nell’avvenire, quando larghi strati di comunisti studieranno profondamente la raccolta delle sue opere e faranno proprio lo spirito che emana da esse. Con ciò non è detto che noi dobbiamo condividere ogni sua opinione. Antonio Pannekoek criticò il suo libro sull’accumulazione del capitale, chi scrive queste righe prese atteggiamento critico di fronte alla parte positiva della Juniusbroschùre; ma nessuno che voglia parlare in nome del comunismo, che pensi da comunista, deporrà questi scritti senza aver acquistato la convinzione che con Rosa Luxemburg morì il più profondo spirito teorico del marxismo, che essa è la nostra guida, dalla quale gli operai comunisti avranno ancora da imparare per decenni" [2].

Non stupisca questa affermazione che la Luxemburg fosse "il più profondo spirito teorico del comunismo" fatta, vivo Lenin, da un militante del suo stesso partito; già una quindicina di anni prima Franz Mehring, lo studioso e biografo di Marx, aveva potuto scrivere nella rivista diretta da Kautsky, che pure era quasi unanimemente considerato come l’interprete più autorevole del marxismo, che Rosa Luxemburg era "il cervello più geniale fra gli eredi scientifici di Marx e di Engels" [3] e un giudizio analogo troviamo nella prefazione che Lukács scrisse nel 1922 per la raccolta di saggi pubblicata sotto il titolo Geschichte und Klassenbewusstsein nella quale definisce Rosa Luxemburg "la sola discepola di Marx che abbia prolungato realmente l’opera della sua vita sia sul piano dei fatti economici che sul piano del metodo economico e che, da questo punto di vista, si ricolleghi concretamente al livello presente dell’evoluzione sociale" [4].

Ma, nonostante che i più illustri esponenti del pensiero marxista ne avessero messo in luce l’importanza, l’opera teorica di Rosa Luxemburg, disseminata in numerosi pamphlets e dispersa in centinaia di articoli e discorsi, doveva essere già pochi anni dopo la sua morte avvolta in una rigida cortina di silenzio che solo pochi studiosi osarono infrangere. Da un lato la destra socialdemocratica, che poche settimane dopo la sua ascesa al potere in Germania aveva compiacentemente favorito l’assassinio della Luxemburg per sbarazzarsi dell’avversario più pericoloso, non aveva certo interesse a ripubblicare i suoi scritti che sarebbero suonati come altrettanti capi d’accusa contro la politica socialdemocratica; dall’altro il rigido dogmatismo staliniano non poteva riconoscere diritto di circolazione a un pensiero non solo così vivo e così ricco come quello della Luxemburg ma che era, si può dire, tutto uno squillo di battaglia contro ogni tentativo di irrigidire il marxismo in schemi senz’anima. Era appena trascorso un anno dalla morte di Lenin che già l’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista condannava alcune dottrine della Luxemburg e al principio degli anni ‘30 ogni ristampa di suoi scritti da parte comunista era diventata impossibile e il suo nome non poteva essere pronunciato se non accompagnato dalle più dure condanne: si arrivò a parlare di “lue luxemburghiana”. [5]. Sicché l’edizione delle opere complete che Lenin aveva auspicato e che era stata allora iniziata, attende ancora, ad oltre quarant’anni dalla morte, la sua realizzazione: è comunque certamente un fatto positivo che si sia ricominciato da parte comunista a ristamparne gli scritti e che recentemente sia stata pubblicata in Polonia una bibliografia completa dei suoi scritti che costituisce una guida preziosa per ogni studioso e per un auspicato editore e che noi riproduciamo in questo volume.

Il problema centrale di Rosa Luxemburg, il problema attorno a cui ruota tutta la sua opera teorica e anche tutta la sua azione pratica, è il problema della rivoluzione socialista: "Perché e come arriveremo noi in generale alla meta finale dei nostri sforzi?" [6]. Fu questo del resto anche il problema centrale di Marx [7] come dev’esserlo per ogni socialista per cui il socialismo non sia soltanto un facile soggetto da esercitazioni domenicali nei pubblici comizi ma sia una scelta fondamentale, morale e politica, che dev’essere tradotta in realtà. All’impostazione corretta e alla soluzione del problema Marx aveva apportato un contributo decisivo, ma i suoi epigoni o non l’avevano compreso o ne avevano nella pratica tradito lo spirito, e a ritrovare questo spirito, sia sul piano del metodo sia sul piano dell'analisi come su quello della azione, fu volta tutta l’opera di Rosa Luxemburg.

La tradizione rivoluzionaria che aveva dominato fino a Marx era naturalmente la tradizione della grande rivoluzione francese, e lo stesso Marx e Engels ne furono largamente impregnati. Ma la rivoluzione francese fu un momento storico così ricco, così potentemente creativo, che ancor oggi, a quasi due secoli di distanza, gli storici non hanno finito di sviscerarne gli aspetti essenziali e di intenderne tutta la possente dinamica interna. Non è pertanto da meravigliare se gli immediati successori ne cogliessero e ne isolassero alcuni aspetti giungendo a conclusioni unilaterali e false, tanto più che in seno alla rivoluzione stessa avevano agito forze contraddittorie che non potevano non suscitare forti cariche emotive di segno opposto. E così come, da un lato, i conservatori tendevano a fare il processo alla rivoluzione, e agli ideali che essa aveva espresso, in nome dei diritti e della continuità della storia, dall’altro lato le forze di sinistra tendevano a fare il processo ai risultati storici della rivoluzione in nome degli ideali incompiuti che la rivoluzione stessa aveva proclamato. Ma vi era poi profonda disparità, in seno alla stessa sinistra, sul modo di attuare questi ideali incompiuti, cioè di riprendere il corso del processo rivoluzionario. A seconda precisamente che si mettesse l’accento su uno o l’altro degli aspetti della rivoluzione, c’erano da un lato i facitori di sistemi e dall’altro i facitori di rivoluzioni.

Facitori di sistemi erano gli utopisti che costruivano piani di future società presunte perfette, ma non riuscivano a individuare nel processo storico un meccanismo capace di realizzare i loro ideali. Facitori di rivoluzioni erano i socialisti del tipo blanquista, che erano socialisti in quanto credevano alla vittoria del proletariato e individuavano come vero nemico non più la vecchia aristocrazia ma la nuova classe borghese, ma quanto a metodo rivoluzionario si richiamavano alla tradizione Babeuf-Buonarroti: isolavano cioè il problema della conquista del potere, attraverso una congiura di iniziati, che avrebbe dovuto istituire una dittatura per rifare dalle fondamenta l’ordine sociale, dal processo storico che fa maturare dall’interno della società sia le condizioni oggettive della rivoluzione che la volontà e la partecipazione di larghe masse. Tendevano, cioè, i blanquisti a porre l’accento esclusivamente sul momento politico della conquista del potere in contrasto con i proudhoniani che isolavano invece il momento economico; tendevano i blanquisti a vedere la rivoluzione come risultato di un mero intervento soggettivo nel processo storico, quasi come il risultato di una contrapposizione globale esterna alla società esistente, e di fronte ad essi stavano invece i molti "riformatori" che vedevano il socialismo nascere dall’interno della società attraverso una serie di correzioni o eliminazioni dei suoi "lati cattivi" per portarla ad un alto grado di perfezione, e ancora una volta gli uni e gli altri coglievano solo un aspetto della realtà perché il socialismo è contrapposizione globale e non semplice correzione, ma è contrapposizione che nasce dall’interno del processo storico, che è immanente alle contraddizioni della società capitalistica. Storicismo e utopismo, momento politico e momento economico, contrapposizione globale e trasformazione interna, tutti momenti unilaterali, isolati, manchevoli o falsi di una realtà complessa che Marx esprimerà in una sintesi felice.

Fin dal Manifesto egli indicò in modo chiaro che il processo della rivoluzione socialista si muove in virtù di un meccanismo che è interno ed intrinseco alla società capitalistica: è il frutto delle sue contraddizioni, e in particolare della contraddizione fondamentale fra le forze produttive, il cui carattere sociale tende sempre più ad accentuarsi, e l’ordinamento dei rapporti di produzione che è viceversa dominato dal principio privatistico del profitto. Due anni dopo, nel 1850, egli aggiunse un nuovo elemento importante alla sua dottrina della rivoluzione, e cioè che il contrasto fra forze produttive e rapporti di produzione può assumere la forma violenta di una rottura rivoluzionaria solo in concomitanza con un inasprimento del contrasto stesso dovuto ad un accentuarsi degli squilibri interni della società capitalistica, cioè in pratica ad una crisi economica, lasciando un po’ in ombra l’idea, che pure gli era presente, di una crisi politica nascente da una guerra.

Il grande merito storico di Marx è quindi di avere collocato il processo rivoluzionario all’interno della società capitalistica, come un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, inscindibile da esso e perciò ineliminabile. Essendo un momento dialettico dello stesso sviluppo capitalistico, frutto delle contraddizioni permanenti del sistema, il processo rivoluzionario non rappresenta un momento isolato, un’esplosione improvvisa: se esso assume forme più radicali e definitive in momenti di particolare tensione dei rapporti sociali, di particolari crisi o squilibri, quelle forme radicali, quelle rotture e lacerazioni della compagine sociale rappresentano il momento terminale di un lungo processo che si è svolto in continuità, pur fra alti e bassi, a cui ha partecipato. Pertanto non un pugno di cospiratori o un’avanguardia illuminata, ma il grosso dell’esercito proletario che costituisce la classe lavoratrice impegnata nella lotta in forme più o meno coscienti. Contraddizioni capitalistiche, lotte di classi che ne risultano, trasformazione conseguente delle strutture sociali, coscienza di questo processo storico e dei suoi scopi ultimi, esasperazione finale della lotta e crollo della società capitalistica: queste sono le grandi linee del processo rivoluzionario descritto da Marx, processo che si svolge sotto i nostri occhi si può dire ogni giorno, che ha momenti di sosta apparente e fasi particolarmente acute, e in cui s’intrecciano la lotta quotidiana dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni di vita e l’aspirazione rivoluzionaria ad un nuovo ordinamento sociale. Il collegamento fra la lotta quotidiana e lo scopo finale, fra il momento oggettivo delle contraddizioni sociali e il momento soggettivo della volontà rivoluzionaria è un collegamento dialettico, non meccanico, ed è su questo scoglio, sulla difficoltà di afferrare la dialetticità di questo nesso che hanno fatto quasi sempre naufragio le teorie socialiste degli epigoni e si è rivelata l’incapacità di dare una direzione marxista, cioè seriamente e coscientemente rivoluzionaria, al movimento operaio.

In un primo periodo l’influenza marxista si fece sentire nel movimento operaio almeno in tre direzioni fondamentali: nell’affermazione della necessaria autonomia politica del movimento operaio e quindi nella netta distinzione del partito socialista dai partiti democratici borghesi; nella esigenza che il movimento operaio autonomo non si isolasse in attesa di una crisi rivoluzionaria ma al contrario preparasse l’esito vittorioso della crisi finale attraverso la partecipazione alla lotta quotidiana per l’estensione della democrazia e per la soddisfazione delle proprie rivendicazioni di classe; nella convinzione che la crisi rivoluzionaria era una necessità storica connessa allo sviluppo stesso della società capitalistica. La prima di queste posizioni significava una chiara delimitazione di confini, e quindi una lotta, sulla destra del movimento operaio, nei confronti delle correnti democratico-borghesi, ed era favorita dall’istinto di classe delle masse operaie; la seconda invece implicava una rottura netta sia con il vecchio blanquismo che con il bakuninismo anarchico, nemico della partecipazione alla lotta politica quotidiana e preso ancora dal sogno della grande liquidazione finale della società borghese, che sarebbe intervenuta senza mediazioni all’ora X in virtù di uno scontro campale e definitivo fra le classi contrapposte. I primi congressi della Seconda Internazionale furono dominati da questi dibattiti: anzi, quasi a simbolo delle rotture che dovevano accompagnare la nascita dei partiti socialisti, la Seconda Internazionale nasceva a Parigi nel 1889 - a somiglianza di quanto doveva accadere tre anni dopo a Genova per il Partito socialista italiano - dal contrasto di due congressi contemporanei di cui solo quello di prevalente ispirazione marxista doveva trovare continuità organizzativa. Quanto ai confini da tracciarsi a destra, essi apparvero fin dal primo momento netti sul terreno organizzativo, cioè sulla necessità di creare un partito autonomo del proletariato, terreno sul quale erano già in Germania i lassalliani, ma assai più incerti si manifestarono sul valore dell’autonomia ideologica e politica di cui quella organizzativa doveva essere strumento: in altre parole, quali avrebbero dovuto essere i fini politici e quale l’azione politica che i partiti socialisti avrebbero dovuto perseguire? Si votavano, è vero, senza troppe difficoltà mozioni che condannavano l’alleanza e la collaborazione politica con partiti borghesi, ma si faticava a trovare dei criteri di differenziazione nelle prospettive, salva naturalmente la prospettiva ultima del socialismo.

E qui allora nasceva il problema centrale, essenziale in ogni, movimento socialista che voglia essere veramente tale: in che modo quella prospettiva ultima reagisce sull’azione quotidiana e ne determina l’orientamento? La risposta è facile, almeno a parole, per chi non crede al valore della partecipazione alla vita degli istituti della società borghese e pensa alla lotta di classe nella forma di due eserciti accampati l’uno contro l’altro che attendono il momento e studiano i piani della battaglia decisiva: in questo caso la risposta è il rifiuto del lavoro quotidiano all’interno della società borghese, una risposta che non solo è fuori del marxismo ma è fuori della realtà. Ma per chi crede all’utilità, anzi alla necessità di quella partecipazione, il problema è più complesso e si può risolvere solo nel senso dialettico di Marx: ove manchi questa capacità dialettica, e, soprattutto, quando sotto lo stimolo di una congiuntura favorevole si facciano forti le pressioni per l’azione immediata sia sul piano economico che su quello politico, è forte il rischio che si provochi una frattura fra questa azione e la prospettiva del socialismo, fra il presente cioè e il futuro. E per questa via vengono a cadere di fatto le linee di frontiera che il movimento operaio ha tracciato sulla sua destra: l’autonomia organizzativa rimane e rimangono i confini organizzativi con le altre formazioni politiche borghesi, ma gli scopi, i metodi, la mentalità, l’ideologia di queste formazioni politiche diventano patrimonio dello stesso partito operaio, al cui interno quindi rinascono quei motivi che esso aveva preteso di chiudere al di fuori. Rotta l’unità dialettica marxista, e isolati di nuovo i due momenti della lotta quotidiana e dello scopo finale, la divisione si riprodurrà di continuo in seno al movimento operaio fra un’ala possibilista, opportunista, riformista o come altrimenti si voglia chiamarla, e un’ala estremista, massimalista, intransigente: due facce della stessa incomprensione della dialetticità del reale, due tendenze politiche che rimangono al di qua della coscienza di classe vera e propria, al di qua della sintesi marxista, al di qua dell’azione rivoluzionaria in senso proprio.

E d’altra parte era inevitabile che il movimento pratico agisse sotto la spinta di stimoli immediati e non potesse giungere di colpo a quella visione totale del processo storico che costituiva il grande apporto teorico del marxismo. Da quando, con lo sviluppo dell’industria capitalistica, il movimento operaio aveva cominciato ad assumere proporzioni di massa, prima in Inghilterra e poi a poco a poco nei paesi dell’Europa occidentale, questi stimoli immediati e questi motivi pratici si erano fatti sentire sempre più fortemente, non tuttavia in un’unica direzione perché in realtà i partiti socialisti erano nati dall’incontro di diverse correnti sociali, ciascuna delle quali vi portava le proprie esigenze e le proprie rivendicazioni. Grosso modo si possono riconoscere nella storia dei partiti socialisti diversi filoni che hanno una propria continuità storica di origine premarxistica e a cui solo la sintesi marxista avrebbe potuto dare una reale unità. C’è naturalmente, innanzitutto, .una corrente operaia che tuttavia si esprime in posizioni diverse: quella della rivolta radicale della miseria contro tutto l’ordine sociale esistente e quella, imbevuta di motivi più economici o addirittura corporativi che politici, che si limita alla lotta sindacale rivendicativa e non disdegna un’alleanza con il potere politico per ottenerne vantaggi corporativi. E accanto a questi filoni operai ci sono anche i filoni di derivazione democratica e di ispirazione prevalentemente piccolo-borghese, anch’essi molteplici: vi sono democratici che conservano in una certa misura le tradizioni quarantottesche della democrazia rivoluzionaria e mal si adattano alla prassi della lotta quotidiana, e ve ne sono altri invece, assai più possibilisti, che vengono al movimento operaio perché vi vedono la base di massa, e quindi lo strumento, per realizzare in ultima analisi il compromesso liberal-democratico con la classe dominante e, per tal via, assicurare la promozione politica degli strati inferiori della società nell’ambito dell’ordinamento esistente. Ora, a seconda dei bisogni e delle aspirazioni che ognuno di questi vari filoni esprime, esso va cercando nella ricca e complessa dottrina marxista quel singolo aspetto o momento che più gli conviene: gli uni l’autonomia della classe operaia, gli altri la partecipazione alle lotte quotidiane sindacali o politiche, gli altri ancora la volontà della rivoluzione finale.

Solo uno sforzo di direzione cosciente, solo un’assidua opera chiarificatrice che sapesse trarre i necessari ammaestramenti dall’esperienza quotidiana, avrebbe potuto realizzare sul terreno dell’azione pratica di lotta quella sintesi dialettica che Marx aveva raggiunto nell’elaborazione teorica ma che non aveva mai avuto modo di sperimentare come leader di partito. Purtroppo invece quello che mancò ai dirigenti della socialdemocrazia tedesca, come degli altri partiti che pur si professavano marxisti, fu proprio questa capacità di sintesi dialettica. Certo, a parole, questi dirigenti ripetevano che la lotta quotidiana non era che un momento preparatore della crisi rivoluzionaria che sarebbe nata dallo stesso processo di sviluppo capitalistico, ma quella crisi era vista come un fatto meccanico, indipendente dall’azione delle masse, come una necessità naturale piuttosto che come una necessità storica in senso marxista. Ma se era un fatto meccanico, una necessità naturale, non dipendente dall’azione quotidiana delle masse, quest’ultima finiva con il muoversi per proprio conto, senza riferimento alcuno alla rivoluzione futura su cui non poteva influire, e rimaneva perciò fine a se stessa, chiusa nell’ambito della società capitalistica. Tributato un omaggio formale alla rivoluzione “futura”, i possibilisti e gli opportunisti potevano tranquillamente limitare il loro orizzonte agli scopi immediati. E d’altra parte, neppure i rivoluzionari, gli “intransigenti”, non riuscivano a vedere questo collegamento: per essi la rivoluzione era la catastrofe fatale legata a una crisi economica che sarebbe inesorabilmente venuta e che bisognava saper attendere senza sporcarsi intanto le mani con le piccole rivendicazioni di ogni giorno, ed era legata ai vecchi schemi quarantotteschi delle barricate e dell’insurrezione, della conquista istantanea del potere attraverso l’occupazione fisica delle sue sedi legali. Della rivoluzione come processo continuo, come estensione continua del potere e come mutamento progressivo dei rapporti di forza, a cui Marx ed Engels avevano pensato soprattutto negli ultimi decenni della loro attività, anche nella forma di un passaggio pacifico [8],quasi nessuna traccia si trovava nelle posizioni cosiddette radicali o rivoluzionarie che formavano l’ala sinistra dei partiti socialisti.

Neppure colui che era universalmente considerato come l’erede teorico e l’interprete ufficiale del pensiero marxista, Karl Kautsky, direttore dell’organo teorico della socialdemocrazia tedesca Die Neue Zeit, era in realtà un marxista: il suo marxismo infatti era fortemente imbevuto del positivismo evoluzionistico del suo tempo che non aveva mancato di contagiare lo stesso Engels dell’ultimo periodo. La successiva evoluzione politica di Kautsky doveva del resto pienamente confermare che quella che per Marx era una sintesi dialettica fra lotta quotidiana e azione rivoluzionaria, era invece per Kautsky una giustapposizione meccanica; che la lotta sui due fronti, contro l’opportunismo e l’estremismo, che in Marx derivava da una visione originale ed autonoma del processo rivoluzionario (e più tardi in Lenin soprattutto da un formidabile senso della concretezza) si traduceva invece per Kautsky in un centrismo senz’anima, più sforzo di conciliazione eclettica che volontà di chiarificazione. Il programma di Erfurt della socialdemocrazia tedesca (1891), opera prevalente di Kautsky, è lo specchio di questa mentalità, anche se a tutta prima poté apparire fedele allo spirito marxista e ottenere in larga misura l’approvazione dello stesso Engels: solo l’esperienza pratica doveva infatti mettere a poco a poco in rilievo come in realtà non vi fosse legame fra il “programma minimo” e lo scopo finale e come di conseguenza l’eclettismo kautskiano fosse una contraffazione della dialettica marxista [9].

Nella pratica infatti il partito socialdemocratico in Germania, come del resto altrove, s’impegnò sempre più nella lotta per gli obiettivi immediati tanto più facilmente quanto più lo sviluppo del capitalismo, e il suo interno dinamismo offrivano prospettive nuove al miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e riassorbivano progressivamente le cause del malcontento più grave, facendo nascere l’illusione di un continuo e sicuro progresso economico e democratico. La soddisfazione per i successi conseguiti sul terreno pratico quotidiano, e la speranza di successi maggiori, faceva passare in seconda linea l’allontanarsi della prospettiva socialista, che diventava sempre più qualche cosa di mitico e avulso dalla realtà della lotta quotidiana: la sintesi dialettica che Marx aveva operato fra i due termini, facendo nascere la rivoluzione socialista dallo sviluppo capitalistico, sembrava definitivamente perduta. Conseguenza di questa. situazione, in cui come si è detto confluivano le spinte della realtà obiettiva e le insufficienze e incertezze dei dirigenti, fu che la socialdemocrazia diventava ogni giorno più un partito semplicemente democratico-borghese, che, avendo perso di vista, o non avendo addirittura afferrato, il legame permanente fra lotta democratica e lotta socialista, si orientava verso una separazione meccanica della duplice lotta in fasi temporali nettamente distinte. Si distingueva dagli altri partiti borghesi per la sua composizione sociale prevalentemente operaia e per l’attenzione minuta che dedicava ai problemi operai, ma chiudeva sempre più i suoi orizzonti e le sue prospettive nell’ambito della società capitalistica e quindi nell’ambito delle soluzioni compatibili con l’ordinamento capitalistico, rinunciando ad ogni volontà di emancipazione integrale del proletariato dallo sfruttamento capitalistico. In un certo senso era proprio il suo carattere operaistico e l’attenzione minuta ai problemi operai che aiutava a tener lontani i militanti dai grandi problemi politici e dalle soluzioni di fondo. Ma poiché non si arrivava ad abbandonare la dottrina ufficiale marxista, ne derivava un divorzio fra teoria e pratica, fra i principi proclamati e l’azione svolta, che favoriva il graduale prevalere delle concezioni revisionistiche cui bisognava perlomeno riconoscere il merito di offrire una teorizzazione che significava, sì, una rottura con il socialismo, ma una conciliazione con la prassi e l’esperienza di ogni giorno e di ciascuno.

 

 

 

[A cura di Ario Libert]

 

NOTE
 

 

 

 

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Introduzione a "Scritti Politici" di Rosa Luxemburg

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13 aprile 2012 5 13 /04 /aprile /2012 05:00

Al collegamento sottostante il lettore potrà leggere L'autodifesa che Rosa Luxemburg pronunciò nel febbraio del 1914, sei mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, durante il processo intentatole per incitamento alla diserzione. Preziosa testimonianza di quanto centrale fosse, nel pensiero e nell'azione politica autenticamente marxista e libertaria della sinistra socialdemocratica, l'antimilitarismo, così come la denuncia del colonialismo e dell'imperialismo, al contrario del puro e semplice collaborazionismo dell'apparato partitico socialdemocratico tedesco.

Qui sotto al collegamento allo scritto di Rosa Luxemburg abbiamo fatto seguire la nota introduttiva ad esso tratta dalla grande antologia dei suoi scritti, editi con il titolo di Scritti politici, nel 1967 dalla casa editrice dell'allora partito comunista italiano Editori Riuniti, e curati da Lelio Basso, il massimo conoscitore della grande studiosa e attivista politica tedesca.

 

Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l'accusa di incitamento alla diserzione

 

Luxemburg francobollo 1974


 

Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte

Nota introduttiva

di Lelio Basso

 

Abbiamo ampiamente illustrato nell’introduzione l’importanza che il militarismo assumeva nella concezione generale che Rosa Luxemburg aveva della società capitalistica e delle prospettive rivoluzionarie, e abbiamo messo in rilievo i contributi originali ch’essa apportò alle idee correnti in seno alla socialdemocrazia. Questa aveva ereditato le tradizioni democratiche che vedevano nel militarismo e negli eserciti stanziali un punto d’appoggio della reazione e vi contrapponevano l’idea della milizia popolare, così come erano ostili alla guerra in nome di un generico pacifismo; sfuggiva ad esse, e sfuggiva alla socialdemocrazia tradizionale, il preciso significato di classe del militarismo. Come abbiamo visto Rosa Luxemburg mise in rilievo, accanto alle tradizionali accuse al militarismo, bastione della reazione e fautore di guerra, la funzione economica che esso esercitava anche in tempo di pace, in quanto offriva con il riarmo uno sbocco supplementare alla produzione capitalistica e quindi un mezzo sicuro di accrescimento della domanda globale, e di incremento del profitto. In questo senso il militarismo diventava un momento necessario dello sviluppo capitalistico nella fase imperialistica per controbilanciare gli squilibri tradizionali del mercato, cosa come al tempo stesso diventava strumento della politica di conquista di nuovi mercati coloniali, anch’essa momento necessario dello sviluppo imperialistico. La lotta contro il militarismo e contro la guerra in preparazione era perciò per Rosa Luxemburg una precisa esigenza di classe del proletariato, tanto pili che, come si è visto, essa vedeva nella futura guerra la matrice di quella crisi politica da cui avrebbe potuto nascere la spinta rivoluzionaria e il crollo della società capitalistica. Ma poiché ogni rivoluzione esige una larga partecipazione di masse coscienti, e la coscienza si acquista solo attraverso l’esperienza e la lotta, l’impegno antimilitarista diventava un momento necessario della preparazione rivoluzionaria: senza questa preparazione, il momento della crisi sarebbe sopravvenuto egualmente ma avrebbe trovato, come trovò, il proletariato impreparato al suo compito. E ciò tanto più che, seguendo in questo Engels, essa pensava che il successo finale della rivoluzione avrebbe potuto realizzarsi non tanto con una vittoria del popolo armato contro l’esercito ma con un passaggio dei soldati dalla parte del popolo, e ciò presupponeva nei soldati una coscienza e maturità politica capaci di liberarli dal sistema dell’ubbidienza cadaverica imposta loro dai regolamenti e dalla prassi militari. A questo fine era pure necessario un lungo periodo di lotte educatrici che trascinassero soprattutto la gioventù: la propaganda antimilitarista doveva quindi rompere la separazione fra esercito e popolo e porre invece le premesse di una alleanza.

Ma la socialdemocrazia tedesca, presa ormai soltanto dalle preoccupazioni dell’immediato e decisamente inserita nel sistema, non poteva affrontare una lotta a fondo di questa natura che avrebbe colpito al cuore il sistema stesso. Si continuava a votare in omaggio alla tradizione contro i bilanci militari, ma si giustificava questo voto solo richiamandosi al sistema della milizia. Si trascuravano in genere le questioni di politica internazionale o tutt’al più, se si affrontavano, si evitava di andare alla radice dei fatti limitandosi a perseguire le speranze di soluzioni pacifiche. Perciò le due risoluzioni fatte approvare da Rosa Luxemburg in sede di congressi internazionali, quella di Parigi del 1900 e quella di Stoccarda del 1907, dovevano rimanere lettera morta per la socialdemocrazia tedesca. Fu quasi soltanto Karl Liebknecht a farsi promotore di un’azione concreta e decisa contro il militarismo e di un’intensa propaganda fra la gioventù, proponendo una serie di mozioni ai congressi di Brema (1904), Iena (1905) e Mannheim (1906), che incontrarono in generale l’ostilità di Bebel nonostante che Liebknecht invocasse appunto la risoluzione luxemburghiana del congresso internazionale di Parigi, teoricamente obbligatoria anche per la socialdemocrazia tedesca. Il 12 ottobre 1907 Liebknecht fu processato e condannato a un anno e mezzo di prigione per il suo scritto Militarismo e antimilitarismo, sconfessato da Bebel in pieno Reichstag.

Del resto dopo la sconfitta elettorale del 1907, dopo le cosiddette “elezioni ottentotte”, la preoccupazione principale dei dirigenti socialdemocratici fu di liberare il partito dall’accusa di “antinazionale”, raddoppiando in zelo patriottico. Nella prima discussione del bilancio militare dopo le elezioni, si ebbe al Reichstag il primo discorso importante di Noske, il futuro “uomo forte” della repressione antioperaia del dopoguerra, il quale non esitò ad affermare che i socialisti erano interessati ad assicurare l’organizzazione militare necessaria alla difesa del paese e che essi volevano un popolo libero e culturalmente più avanzato per garantire una Germania più forte. Questo discorso fu oggetto di un acceso dibattito al congresso di Essen (1907) dove la divisione di fondo fra le due tendenze del partito apparve abbastanza chiara: chi considerava più importante la lotta contro l’imperialismo condannava Noske, chi si preoccupava di più delle elezioni e dei problemi immediati, era disposto a compromessi con l’imperialismo e accettava anche il militarismo. Il gruppo dirigente del partito era schierato su queste ultime posizioni, con la sola riserva della preoccupazione di Bebel di mantenere l’unità del partito e di non rinnegare apertamente le dottrine tradizionali: ciò fece si che di compromesso in compromesso si arrivasse, come sbocco naturale, alla capitolazione del 4 agosto 1914.Momento importante di questo cammino fu appunto il rifiuto della lotta antimilitarista, per giustificare la quale si minimizzava la aggressività dell’imperialismo; così al congresso internazionale di Stoccarda (1907), Bebel affermò che “nei circoli influenti della Germania quasi nessuno vuole la guerra” [1]; così all’epoca della seconda crisi marocchina (1911) la socialdemocrazia tedesca si oppose a qualunque azione internazionale negando che vi fosse pericolo di guerra; così si oppose, in Germania, a un’organizzazione autonoma della gioventù, voluta da Liebknecht, Zetkin, Ludwig Frank, per timore che fosse preda della propaganda antimilitarista; così infine nel 1913 il gruppo parlamentare si pronunciò con 52 voti contro 37 e 7 astenuti per il voto favorevole ad una proposta del governo che istitutiva una nuova tassa per accrescere le spese degli armamenti: come disse allora Fritz Geyer, uno dei leader del gruppo dei deputati oppositori, il governo tedesco sapeva ormai che poteva spingere la politica di riarmo grazie ai fondi che gli procuravano i voti socialdemocratici. Il vecchio slogan “a questo sistema né un uomo né un soldo” cessava di guidare la tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca, e prendeva il sopravvento l’altro che già correva dal 1907 “nell’ora del pericolo non pianteremo in asso la patria” [2].

Ma nella stessa misura in cui i progressivi cedimenti della direzione e dei parlamentari socialdemocratici incoraggiavano il governo imperiale nella sua corsa verso la guerra, facendo svanire lo spauracchio di una ferma opposizione delle masse [3], nella stessa misura s’intensificava l’agitazione antimilitarista della sinistra socialista, in particolare di Liebknecht e della Luxemburg, pienamente coscienti del pericolo imminente di guerra. Nel corso di un intenso giro di propaganda nella seconda metà del settembre 1913, Rosa Luxemburg pronunciò il giorno 26 un discorso a Bockenheim, presso Francoforte sul Meno, e successivamente a Fechenheim. Manca il resoconto stenografico del discorso, di cui fu pubblicato un breve riassunto nella Volksstimme di Francoforte [4]. La polizia non assisteva alla riunione, ma un redattore del giornale evangelico-nazionale Frankfurter Warte, tale Henrici, sulla base di suoi appunti stenografici, denunciò l’oratrice a cagione della frase: “Se si pretende da noi che leviamo l’arma omicida contro i nostri fratelli francesi e altri fratelli stranieri, noi dichiariamo: ‘no, non lo facciamo’“ [5]. La procura di Stato di Francoforte elevò l’imputazione di incitamento dei soldati alla disubbidienza e il processo fu celebrato dinanzi alla II sezione penale del tribunale di Francoforte il 20 febbraio 1914. All’inizio del dibattimento Rosa Luxemburg, interrogata dal presidente, riconobbe di aver pronunciato le parole incriminate ma ne contestò l’interpretazione che era stata data dall’accusa. E al termine del processo, dopo che i suoi due difensori Kurt Rosenfeld e Paul Levi ebbero esaminato l’accusa sotto l’aspetto giuridico, l’imputata pronunciò la sua autodifesa politica, che fu pubblicata in extenso, insieme a un resoconto del processo, nell’opuscolo intitolato Militarismus, Krieg und Arbeiterklasse - Rosa Luxemburg vor der Frankfurter Strafkammer - Ausführlicher Bericht über die Verhandlung am 20. Februar 1914 (Francoforte sul Meno). La presente traduzione è condotta su questo testo.

La sentenza fu di condanna a un anno di prigione, che Rosa Luxemburg scontò poi durante la guerra. Ma essa non era nuova a processi e a carcerazioni [6] e la condanna non smorzò il suo impegno antimilitarista: anzi l’accentuò. Due giorni dopo la condanna ebbero luogo a Francoforte e Hanau grandi manifestazioni di protesta, in cui Rosa Luxemburg pronunciò discorsi fortemente polemici. “II procuratore di Stato - essa disse - ha motivato la gravità della misura della pena dicendo che io avevo voluto colpire il nerbo vitale dello Stato odierno. (...) Vedete, il nerbo vitale dello Stato odierno non è il benessere delle masse, non l’amore della patria, non l’insieme della civiltà, no, sono le baionette. (...) Uno Stato, il cui nerbo vitale è lo strumento di morte, è maturo per essere rovesciato (...) Noi lotteremo da mattina a sera con tutte le nostre forze contro questo nerbo vitale. Avremo cura di reciderlo quanto più presto possibile” [7] Nel corso di una ulteriore grandiosa manifestazione a Friburgo in Brisgovia, la Luxemburg pronunciò un nuovo importante discorso il cui testo è conservato pressoché integrale: un accenno agli “innumerevoli drammi” che si svolgono nelle caserme tedesche fu invocato dal ministro della guerra prussiano, generale von Falkenhayn, per sollecitare dalla procura di Stato di Berlino una nuova incriminazione a carico di Rosa Luxemburg [8], che peraltro non giunse fino alla sentenza [9]. 

 

Lelio Basso
[A cura di Ario Libert]

NOTE

[1] Int. Soz.-Kongr., cit., p. 83.

[2] Cfr. E. SCHORSKE, op. cit., pp. 284 sgg. 

[3] La ricca documentazione e l’ampia memorialistica che oggi possediamo su quel periodo della storia tedesca hanno permesso di stabilire come la classe dirigente, nelle sue decisioni sulla pace e sulla guerra, considerasse la presenza di una classe operaia combattiva e decisa a opporsi alla guerra come un elemento importante che frenava le sue mire aggressive. Lo stesso Scheidemann nelle sue Memoiren eines Sozialdemokraten, I, Dresda, 1928, p. 235, dice che “l’immensa maggioranza del popolo era senza alcun dubbio incondizionatamente contro la guerra”. Tuttavia i dirigenti socialdemocratici preferirono non utilizzare la loro forza reale contro la guerra e mettersi d’accordo con il potere. SCHORSKE, op. cit., attribuisce questa decisione a una serie di fattori: paura dei rigori della legge (scioglimento delle organizzazioni, provvedimenti antisocialisti, ecc.), timore di una vittoria russa e timore di perdere l’appoggio delle masse, timore anche che la guerra e la rivitalizzazione del movimento russo consentissero all’interno del partito una ripresa del “gruppo di Rosa” (lettera di Ebert in Schrifte, I, Dresda, 1926, p. 309), tutti fattori che in realtà si possono esprimere nell’unico motivo del desiderio di identificarsi con la società tedesca in generale, di integrarsi nel sistema. Sempre secondo Schorske, il bisogno di sfuggire alla condizione di paria in cui erano stati tenuti dalla pressione della classe dirigente e dalla loro stessa intransigenza era entrato in conflitto decisivo con il vecchio ethos dell’opposizione perenne allo Stato borghese: il desiderio di uno status e di un riconoscimento in seno all’ordine esistente erano ormai troppo forti. Era questo del resto il punto d’approdo naturale della politica condotta nei decenni precedenti.

II 29 luglio 1914 il deputato socialdemocratico Albert Südekum, membro della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Bethmann Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Hermann Müller, Bartel e R. Fischer, assicurava che non erano programmate azioni di lotta. (La lettera è stata riprodotta, insieme con la risposta del cancelliere, da D. FRICKE e H. RADANDT, Neue Dokumente über die Rolle Albert Südekums in Zeitschrift für Geschichtswissenschaft 1956, n. 4, p. 757. Sulla figura di Südekum v. L. VALIANI, Il PSI nel periodo della neutralità in Annali Feltrinelli, 1962, p. 283, nota 77). Nella seduta del ministero prussiano del 30 luglio Bethmann Hollweg poté assicurare che non vi sarebbero stati scioperi né generali né parziali. (Cfr. W. BARTEL, op. cit., p. 125). Il giorno successivo il ministero della guerra comunicò al comando supremo che “secondo un’informazione sicura il partito socialdemocratico è fermamente deciso a comportarsi come si addice ad ogni tedesco in queste circostanze. Considero mio dovere far conoscere questa notizia affinché le autorità militari ne tengano conto nelle loro misure” (ibid., p. 168). I dirigenti del sindacato per parte loro si misero in contatto con il ministero degli interni ed ebbero la risposta che non sarebbero stati disturbati se non avessero disturbato, a seguito di che decisero di sospendere qualunque agitazione o sciopero già in corso e raggiunsero in questo senso un accordo con i datori di lavoro. Questa decisione non poté non avere i suoi effetti sui deputati socialdemocratici, di cui un quarto circa erano funzionari sindacali.

Si vedano anche i resoconti dei colloqui del deputato socialdemocratico Cohen con il sottosegretario Wahnschaffe in KUCZYNSKY, Der Ausbruch des ersten Weltkrieges und die deutsche Sozialdemokratie, Berlino, 1957, pp. 207 sgg.

[4] N. 277 del 27 settembre 1913. Il testo del giornale è ora riprodotto nel volume Rosa Luxemburg in Kampf gegen den deutschen Militarismus, Berlino, 1960, pp. 25-26.

[5] Nel volume citato alla nota precedente è riprodotta una comunicazione segreta del ministro prussiano degli interni al Regierungspräsident di Wiesbaden, in data 4 marzo 1914, in cui si criticano le autorità di polizia di Francoforte per non aver esercitato una diretta sorveglianza di polizia sul comizio di Rosa Luxemburg in Bockenheim. “Io sono piuttosto dell’opinione che le autorità di polizia di Francoforte abbiano sottovalutato l’effetto che la Luxemburg è solita ottenere con i suoi discorsi sui partecipanti alle riunioni. I suoi discorsi appassionati fanno di regola una forte impressione sull’uditorio, e questa circostanza, unita alla considerazione che l’oratrice è nota come rappresentante delle concezioni più radicali della socialdemocrazia” avrebbero richiesto un controllo diretto della polizia sulle espressioni dell’oratrice (op. cit., pp. 60-61).

[6] Nella biografia della Luxemburg Paul Frölich (Rosa Luxemburg - Gedanke und Tat, cit., p. 100) riferisce che essa era stata processata per un articolo in cui incitava i polacchi delle zone sotto occupazione tedesca a resistere all’opera di snazionalizzazione e germanizzazione promossa dal governo tedesco, ma aggiunge di non aver potuto trovare a quale pena fosse stata condannata. Nel luglio 1904 fu condannata a 3 mesi di carcere per offese all’imperatore, ma fu liberata per amnistia poco prima di aver terminato di scontare la pena. Dal 4 marzo al 28 luglio 1906 fu imprigionata dalle autorità zariste a Varsavia. Il 12 dicembre 1906 fu nuovamente condannata dal tribunale di Weimar a due mesi di carcere per eccitamento alla violenza per il discorso pronunciato al congresso di lena sullo sciopero di massa: scontò la pena dal 12 giugno al 12 agosto 1907. La condanna a un anno inflittale dal tribunale di Francoforte fu scontata dal 18 febbraio 1915 al 18 febbraio 1916. Un successivo processo iniziato contro di lei a Berlino non giunse a conclusione (v. nota 3). Il 10 luglio 1916 fu, nuovamente arrestata per misura di sicurezza a causa dello stato di guerra e trattenuta in carcere per tutta la durata della guerra: fu liberata dagli operai l’8 novembre 1918 alla vigilia della caduta del Kaiser.

[7] Cfr. Rosa Luxemburg im Kampf gegen den deutschen Militarismus, cit., pp. 81-84.

[8] Ibid., pp. 91-107.

[9] Del processo si tennero le prime tre udienze avanti il Tribunale di Berlino il 29 e 30 giugno e il 3 luglio: centinaia di soldati si offersero per testimoniare la verità delle accuse di maltrattamenti ai soldati mosse dalla Luxemburg contro il regime militare e il processo minacciò così di diventare un terribile atto d’accusa contro il militarismo tedesco, tanto che si preferì sospenderlo dopo la terza udienza e rinviarlo a nuovo ruolo, senza però riprenderlo in seguito. Una caricatura del Wahre Jaktob del 25 luglio 1914, alla vigilia della guerra, intitolata appunto “Il militarismo sul banco degli accusati” mostra un tribunale presieduto da Rosa Luxemburg in atto di giudicare il militarismo tedesco mentre ai due lati stanno file interminabili di soldati in vesti di testimoni: nelle prime file sono i cadaveri dei soldati uccisi dai maltrattamenti. Il resoconto del processo, quale fu dato dai giornali del tempo, si trova ora nel volume citato alle note precedenti, pp. 142-157, 162-173, 183-194.

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5 aprile 2012 4 05 /04 /aprile /2012 05:00

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decrescita01.jpgPertinenza e limiti degli obiettori della crescita

 

di Anselm Jappe

 

 

decrescita02.jpgIl discorso della "decrescita" è una delle rare proposte teoriche un po' nuove apparse negli ultimi decenni. La parte del pubblico che è attualmente sensibile al discorso della "decrescita" è ancora abbastanza ristretto. Tuttavia, questa parte è incontestabilmente in aumento. Ciò traduce una presa di coscienza effettiva di fronte agli sviluppi più importanti degli ultimi decenni: soprattutto l'evidenza che lo sviluppo del capitalismo ci trascina verso una catastrofe ecologica, e che non è qualche filtro in più, o delle automobili un po' meno inquinanti, che risolveranno il problema. Si sta diffondendo una sfiducia nei confronti dell'idea stessa che una decrescita economica perpetua sia sempre desiderabile, e, allo stesso tempo, un'insoddisfazione verso le critiche del capitalismo che gli rimproverano essenzialmente la distribuzione ingiusta dei suoi frutti, o soltanto i suoi "eccessi", come le guerre e le violazioni dei "diritti umani". L'attenzione per il concetto di decrescita traduce l'impressione crescente che è tutta la direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere cattiva, almeno da alcuni decenni, e che siamo di fronte ad una "crisi di civiltà", con tutti i suoi valori, anche a livello di vita quotidiana (culto del consumo, della velocità, della tecnologia, ecc.). Siamo entrati in una crisi che è economica, ecologica e energetica allo stesso tempo, e la decrescita prende in considerazione tutti questi fattori, nella loro interrazione, invece di voler "rilanciare la crescita" con delle "tecnologie verdi", come fa una parte dell'ecologismo, o di proporre una semplice gestione differente della società industriale, come fa una parte delle critiche che si ispirano al marxismo. 

decresita03.gifLa decrescita piace anche perché propone modelli di comportamento individuali che si può cominciare a praticare qui ed ora, ma senza limitarsi a ciò, e perché riscopre delle virtù essenziali, come la convivialità, la generosità, la semplicità volontaria e il dono. Ma attira pure con il suo aspetto gentile che lascia credere che si possa operare un cambiamento radicale con un consenso generale, senza passare attraverso antagonismi e forti scontri. Si tratta di un riformismo che si vuole veramente radicale.

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Il pensiero della decrescita ha senz'altro il merito di voler veramente rompere con il produttivismo e l'economicismo che hanno a lungo costituito il fondo comune della società borghese e della sua critica marxista. Una critica profonda del modo di vita capitalista sembra, in principio, più presente presso i decrescenti che, ad esempio, presso i sostenitori del neo-operaismo che continuano a credere che lo sviluppo delle forze produttive (soprattutto sotto la sua forma informatica) apporterà l'emancipazione sociale. I decrescenti tentano anche di scoprire degli elementi di una società migliore nella vita di oggi, spesso lasciati in eredità dalle società precapitaliste, come l'usanza del dono. Non rischiano dunque di puntare, come altri, sulla continuazione della decomposizione di tutte le forme tradizionali di vita e sulla barbarie considerate utili nel preparare una rinascita miracolosa.

decrescita05.jpegIl problema è che i teorici della decrescita restano molto nel vago per ciò che concerne le cause della corsa alla crescita. Nella sua critica dell'economia politica, Marx ha già dimostrato che la sostituzione della forza lavoro umana attraverso l'uso della tecnologia diminuisce il "valore" rappresentato in ogni merce, il che spinge il capitalismo ad aumentare permanentemente la produzione. Sono le categorie di base del capitalismo -il lavoro astratto, il valore, la merce, il denaro, che non appartengono affatto a ogni modo di produzione, ma al solo capitalismo- che generano il suo cieco dinamismo. Oltre al limite esterno, costituito dall'esaurimento delle risorse, il sistema capitalista conteneva già sin dall'inizio un limite interno: di dover ridurre -a causa della concorrenza- il lavoro vivo che costituisce allo stesso tempo la sola fonte del valore. Da alcuni decenni, questo limite sembra essere stato raggiunto, e la produzione di valore "reale" è stato ampiamente sostituito dalla sua simulazione nella sfera finanziaria. Inoltre, il limite esterno e il limite interno hanno cominciato ad apparire pubblicamente allo stesso momento: verso il 1970. L'obbligo di crescere è dunque consustanziale al capitalismo; il capitalismo non può esistere che come fuga in avanti e crescita materiale permanente per compensare la diminuzione del valore. Così, una vera "decrescita" non sarà possibile che a prezzo di una rottura totale con la produzione di merci e denaro.

decrescita06.jpegMa i "decrescenti" arretrano in generale davanti a questa conseguenza che può apparire loro troppo "utopistica". Alcuni si sono tuttavia allineati intorno allo slogan "Uscire dall'economia". Ma la maggior parte resta troppo nel quadro di una "scienza economica alternativa" e sembra credere che la tirannia della crescita non sia che una specie di malinteso che si potrebbe confutare a forza di colloqui scientifici che discutino del miglior modo di calcolare il prodotto interno lordo. Molti descrescenti cadono nella trappola della politica tradizionale, vogliono partecipare alle elezioni o far firmare dei documenti agli eletti. A volte, è anche un discorso un po' snob con cui dei ricchi borghesi placano i loro sensi di colpa recuperando ostensibilmente i leguni gettati alla fine del mercato. E se la volontà esposta di sottrarsi alla vecchia divisione "destra-sinistra" può sembrare inevitabile, bisogna comunque interrogarsi perché una certa "Nuova Destra" ha mostrato interesse per la decrescita, così come sul rischio di cadere in un'apologia acritica delle società "tradizionali" nel Sud del mondo.

decrescita07.jpgVi è dunque una certa ingenuità nel credere che la decrescita potrebbe diventare la politica ufficiale della Comissione europea o qualcosa del genere. Un "capitalismo decrescente" sarebbe una contraddizione in termini, impossibile quanto un "capitalismo ecologico". Se la decrescita non vuole ridursi ad accompagnare e giustificare l'impoverimento "crescente" della società e questo rischio è reale: una retorica della frugalità potrebbe servire ad indorare la pillola ai nuovi poveri e a trasformare ciò che è una imposizione in un'apparenza di scelta, ad esempio frugare tra i rifiuti- essa deve prepararsi a degli scontri e a degli antagonismi. Ma questi antagonismi non coincideranno più con le antiche linee di suddivisione costituite dalla "lotta di classe". Il necessario superamento del paradigma produttivista -e dei modi di vita che li accompagna- troverà delle resistenze in tutti i settori sociali. Una parte delle "lotte sociali" attuali, nel mondo intero, è essenzialmente una lotta per l'accesso alla ricchezza capitalista, senza mettere in questione il carattere di questa pretesa ricchezza. Un operaio cinese o indiano hanno delle valide ragioni per richiedere un salario migliore, ma se lo ottiene, acquisterà probabilmente un'automobile e contribuirà così alla "crescita" e alle sue conseguenze nefaste sul piano ecologico e sociale. Bisogna sperare che vi sarà un avvicinamento tra le lotte condotte per migliorare lo statuto degli sfruttati e degli oppressi e gli sforzi per superare un modello sociale basato sul consumo individuale a oltranza. Forse alcuni movimenti contadini del Sud del mondo vanno già in questa direzione, soprattutto recuperando alcuni elementi delle società tradizionali come la proprietà collettiva della terra o l'esistenza di forme di riconoscimento dell'individuo che non sono legate alla sua prestazione sul mercato.

In breve: il discorso dei decrescenti sembra più promettente di molte altre forme di critica sociale contemporanea, ma deve ancora svilupparsi e soprattutto perdere le sue illusioni sulla possibilità di semplicemente addomesticare la bestia capitalista attraverso degli atti di buona volontà.


Anselm Jappe

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

LINK all'opera originale:

Décroissants encore un effort... ! Pertinence et limites des objecteurs de croissance

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1 aprile 2012 7 01 /04 /aprile /2012 05:00

I lumi dell'Aufklärung

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La simbolica della modernità e l'eliminazione della notte

 

 

di Robert Kurz


"Le classi rivoluzionarie, nel momento dell'azione, hanno coscienza di fare esplodere il continuum della storia. La Grande Rivoluzione introdusse un nuovo calendario. Il giorno che inaugura un nuovo calendario funziona come un accelleratore storico. Ed è in fondo lo stesso giorno che ritorna incessantemente sotto forma di giorni di festa, che sono dei giorni di commemorazione. I calendari non misurano dunque il tempo come fanno gli orologi. Essi sono i monumenti di una coscienza storica in cui ogni traccia sembra essere sparita in Europa da cento anni, e che traspariva ancora in un episodio  della rivoluzione di luglio. La sera del primo giorno di combattimento, si vide in alcuni luoghi di Parigi, allo stesso tempo e senza che vi fosse stata alcuna concertazione, delle persone sparare su degli orologi. Un testimone oculare, che doveva forse la sua chiaroveggenza al caso della rima, scrisse allora:


Qui le croirait ! On dit qu'irrités contre l'heure,
De nouveaus Josués au pied de chaque tour,
Tiraient sur les cadrans pour arrêter le jour*


Walter Benjamin, Il concetto di storia, in: Oeuvres, Paris, Folio, p. 440.

 

 

Più di 200 anni dopo, siamo sempre abbagliati dallo splendore dell'Aufklärung [1] borghese. La storia della modernizzazione si inebria di metafore che evocano la luce. Il grande sole della ragione è ritenuto in grado di scacciare l'oscurità della superstizione e rendere visibile il disordine del mondo per infine potere costruire la società secondo i criteri razionali.

L'oscurità non è percepita come l'altra faccia della verità, ma come l'impero del Male. Gli umanisti del Rinascimento polemizzavano con i loro avversari trattandoli come "oscurantisti". Nel 1832, Goethe, su suo letto di morte avrebbe gridato: "Più luce". Un classico deve partire in bellezza. I romantici si difendevano contro la fredda luce della ragione rivolgendosi sinteticamente verso le religioni. Di fronte alla razionalità astratta, essi esaltavano una irrazionalità non meno astratta. Piuttosto che di inebriarsi di metafore ispirate alla luce, è con l'oscurità che essi si ubriacavano, come Novalis nel suo "Inno alla notte".

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Ma questo semplice capovolgimento della simbolica dell'Aufklärung passava accanto al problema. I romantici non hanno affatto superato un unilateralismo giudicato sospetto, hanno giusto occupato l'altro polo della modernizzazione, diventando allora veramente i zelanti "oscurantisti" di un pensiero reazionario e clericale. 

Ma la simbolica della modernizzazione può essere criticata attraverso un'altra scappatoia, denunciando l'insensatezza paradossale della ragione capitalista stessa. Perché, in effetti, le metafore moderne della luce sanno di bruciato, di misticismo. Un aldilà, fonte della luce splendente, come lo rappresenta la ragione moderna, evoca la descrizione degli empirei degli angeli, illuminati dallo splendore divino o i sistemi religiosi dell'Estremo Oriente, da cui ci proviene il concetto della "illuminazione". Anche se la luce della ragione è ritenuta essere di quaggiù, ha comunque un carattere sacralmente trascendentale. Lo splendore celeste di un Dio del tutto semplicemente impenetrabile si è secolarizzato nella banalità mostruosa del fine in sé capitalista, la cui cabala della materia è l'accumulazione insensata del valore economico. Non si tratta qui della ragione, ma di un non senso superiore; e ciò che brilla è lo splendore di un'assurdità che ferisce gli occhi.

 

Eredi dell'Aufklärung

Karl Marx, anch'egli erede dei Lumi, aveva molto bene constatato che l'attività senza tregua della produzione capitalista era "smisurata". Questa dismisura non può in principio tollerare nessun tempo oscuro. Perché il tempo oscuro è anche quello del riposo, della passività e della contemplazione. Il capitalismo esige l'estensione della sua attività sino agli ultimi limiti fisici e biologici. Per quanto riguarda il tempo, questi limiti sono determinati dalla rotazione della terra su se stessa, dunque dalle 24 ore della giornata astronomica avente una parte chiara (faccia al sole) e una parte scura (contro il sole). La tendenza del capitalismo è di estendere la parte attiva alla giornata astronomica alla sua totalità. La parte notturna disturba questa tendenza. Così produzione, circolazione e distribuzione delle merci devono funzionare 24 ore su 24, perché "time is money". Il concetto di "lavoro astratto" [2]** nella produzione moderna delle merci non include soltanto la sua estensione assoluta, ma anche la sua astrazione astronomica: un processo analogo al cambiamento delle misure dello spazio.

 

Nuove misure per lo spazio e il tempo

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È questo tempo astratto che ha permesso di estendere la giornata del "lavoro astratto" alla notte e di erodere il tempo di riposo. Il tempo astratto poteva essere staccato dalle cose e dalle condizioni concrete. La maggior parte delle antiche misure di tempo, come le clessidre o gli orologi ad acqua, non dicevano "l'ora che era", ma erano regolate su dei processi concreti, per misurare la loro "durata". Si potrebbe paragonarli a quei piccoli gadget che suonano quando l'uovo è cotto. Qui la quantità del tempo non è astratta, ma orientata su una certa qualità. Il tempo astronomico del "lavoro astratto" è al contrario staccato da ogni totalità. La differenza diventa evidente quando, ad esempio, si legge nei documenti del Medioevo che il tempo di lavoro dei servi sui grandi possedimenti durava "dall'alba a mezzogiorno". Ciò significa che il tempo di lavoro non era soltanto più breve in assoluto, ma anche relativamente, perché esso variava secondo le stagioni ed era più breve in inverno che in estate. L'ora astronomica astratta, per contro, ha permesso di fissare l'inizio del lavoro "a sei ore", indipendentemente dalla stagione e dal ritmo biologico degli umani.


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Il tempo degli orologi

 

 Dormire meno?

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Sparassero sui quadranti per fermare il giorno.

Les lumières de l'Aufklärung. La symbolique de la modernité et l'élimination de la nuit

LINK ad altri articoli e saggi inerenti il filone della Wertkritik:

Cos'è la wertkritik?

Segnalazione libraria. Sesso, capitalismo e critica del valore. Pulsioni, dominazioni, sadismo sociale

Robert Kurz, Eutanasia economica

John Holloway, La Grecia ci mostra come protestare contro un sistema fallimentare

Gérard Brich, Dell'uomo considerato come un essere-per-il-voto

Anselm Jappe, Not in my name! (a proposito della domanda "Perché votare"?

Anselm Jappe, Il denaro è diventato obsoleto?

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  • : La Tradizione Libertaria
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  • : Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
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