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15 novembre 2012 4 15 /11 /novembre /2012 06:00

Poteri e potenze

leguin3.jpg nei mondi di Ursula Le Guin

di René Fugler
 

Dell'opera, ricca e in costante evoluzione, di Ursula Le Guin; i lettori che non sono particolarmente attratti dalla letteratura dell'immaginario hanno conservato soprattutto un romanzo, The Dispossessed [I Reietti dell'altro pianeta] [1]. Per interessante e ricca di idee che sia, questa storia di un uomo di scienza che intraprende le sue ricerche verso e contro tutto in una società anarchica che si sta sclerotizzando nel suo isolamento volontario non è forse l'ingresso più facile in un universo che offre molte altre attrazioni. E che, nella diversità dei racconti che ci fanno attraversare le società più sorprendenti, mette sempre in gioco il confronto di individui alla ricerca di libertà con dei poteri avidi di accrescersi pronti a precipitare un mondo intero nel caos. Ma non avrebbe senso leggere Le Guin alla ricerca di teorie politiche: la motivazione è inanzitutto nel piacere della lettura, nel piacere delle storie narrate. Se vi si ritrova materia su cui riflettere - e vi è materia su cui riflettere - è strada facendo, in una bella impresa di "decolonizzazione dell'immaginazione" e di apertura alla differenza.


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Questo piacere della lettura deve molto al fatto che Ursula Le Guin è una vera scrittrice [2], anche se ha scelto di esprimersi in generi che essa stessa considera a volte come minori, la fantascienza in particolare. Essa costruisce delle trame che tengono con il fiato sospeso in una lingua semplice e chiara. Il suo gusto per i dettagli nella descrizione degli ambienti sociali o naturali si atiene a qunto vi è di più significativo. La costruzione dei suoi romanzi, che possono sembrare di fattura tradizionale, è molto concertata nei suoi cambiamenti di prospettiva tra personaggi e nelle sue rotture cronologiche. Una fine sensibilità colora discretamente le relazioni che essa tesse tra i suoi personaggi e anche le sue evocazioni della natura, che restano sempre legate alla tonalità del racconto o alle peripezie dell'intrigo.


Storie del futuro

I Reietti dell'altro pianeta (1974) è il romanzo che apre ciò che è chiamato il "ciclo di Hain", la grande saga di fantascienza di Ursula Le Guin. Questa "ambigua utopia"- secondo i termini dell'autrice- ne costituisce anche il primo episodio, secondo la cronologia interna del ciclo, anche se, nell'ordine delle pubblicazioni, quattro romanzi e dei racconti sono già narrati degli ulteriori episodi. Secondo la cronologia proposta da Gérard Klein secondo uno studio americano, I Reietti si collocherebbe verso l'anno 2.300, mentre un romanzo precedente, La Mano sinistra delle tenebre (1969) ci porta al 4.870 [3]. Un altro tentativo di cronologia, tuttavia, non separa le due storie che di quattordici secoli [4]. Ursula Le Guin stessa si diverte di questi tentativi di sistematizzazione: il filo cronologico del ciclo, dice, "somiglia ciò che un gattino trae fuori dal cestino dei ferri da ricamo, e la sua storia è soprattutto costituita" [5].


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Il fatto è che la sua opera si sviluppa in modo... anarchico, acentrico secondo Gérard Klein. Le accade di partire da un racconto per sviluppare un tema in romanzo, di completare un romanzo con dei racconti che seguono o precedono la sua storia nel tempo. Con a volte delle discordanze, o anche una "riscrittura" della sua Storia-narrativa come lo si vedrà per il ciclo di Terramare, in funzione dell'evoluzione delle sue idee. Il che non guasta affatto il piacere del lettore scrupoloso o appassionato, felice di ritrovare i suoi i suoi personaggi o i suoi mondi in una "rete" che si amplifica incessantemente, e di scoprire nuovi chiarimenti, altre armoniche dei suoi temi.

Così in I reietti dell'altro pianeta, si vedrà il fisico Shevek inventare uno strumento di alta tecnologia, molto utile negli episodi pubblicati successivamente: "l'ansible" che permette la comunicazione istantanea tra sistemi stellari. È esso che renderà possibile in seguito la creazione della Lega di tutti i mondi, di cui I reietti dell'altro pianeta non presenta ancora che un abbozzo: Lo scambio di ambasciate tra la Terra, esaurita e sovrapopolata, il lussureggiante pianeta Urras – che i dissidenti anarchici hanno abbandonato per la sua "gemella" desertica Anarres - e Hain, che fu molto tempo fa la culla dell'umanità. La Lega si estenderà ad altri mondi prima di disloccarsi nei conflitti interni e e sotto le aggressioni di un nemico esterno.

Il pianeta Hain, che nessuna storia ci ha descritto sinora, non interviene nei romanzi che attraverso i suoi inviati o rappresentanti. Il suo ruolo non è per questo meno essenziale. Nel corso di più di un milione di anni, si è diffuso su un gran numero di mondi più o meno abitabili. Nella sua smisuratezza, si è dedicato a degli esperimenti biologici e sociologici che hanno moltiplicato le specie umane e le civiltà. Ha commesso degli abominii di cui non si possono dire grandi cose. Tranne che l'esperienza e il rimorso l'hanno portato ad una forma di saggezza che lo porta a tentare di stabilire nell'universo la pace e l'equilibrio, senza far ricorso alla forza. Dopo la dissoluzione della Lega, Hain sarà l'iniziatrice di una nuova forma di alleanza, l'Ecumene, i cui interventi, diretti o per influenza, si manifestano in seguito nel ciclo.

"È un popolo molto strano, quello degli Hainiani," dice a Shevek l'ambasciatrice di Terra. Più antico degli altri; infinitamente generoso. Sono altruisti. Agiscono a causa di un senso di colpa che non capiscono nemmeno, malgrado tutti i nostri crimini". Ritornando sul suo pianeta Anarres in una nave hainiana, Shevek avverte i membri dell'equipaggio come cortesi, premurosi, alquanto cupi. C'è poco spontaneità in essi. È anche un popolo che non si meraviglia di nulla. Istruiti da una storia così lunga, "essi non vedono nulla di nuovo sotto il sole, o non importa quale altro sole", secondo l'autrice stessa.

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Hanno visto anche delle società anarchiche. In La mano sinistra delle tenebre (1969), quando l'Ecumene comprende 83 pianeti, il suo inviato sul pianeta glaciale Gethen, popolato da androgini, lo presenta così: "L'Ecumene non è essenzialmente un governo - nient'affatto. [...] È un'unità sociale che possiede, almeno in potenza, una civiltà. È un'organizzazione educatrice; per questo aspetto è una vasta scuola - vasta come l'universo. Ha vocazione nel favorire la comunicazione e la cooperazione [...] Come entità politica l'Ecumene coordina, non ordina. Non ci sono leggi da fare eseguire; le sue decisioni sono prese in consiglio, per mutuo consenso, e non all'unanimità o attraverso ordini autoritari" [6]. Nella sua prefazione a The Birthday of the World [L'anniversario del mondo] del 2002, la scrittrice relativizza con umorismo: l'Ecumene è "un raggruppamento di mondi non direttivi, che fa circolare le informazioni, e che, all'occasione, infrange la sua direttiva di essere non direttrice" [7].

 

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Quando un nuovo mondo è scoperto o si manifesta, l'Ecumene invia degli osservatori (che restano discreti), poi un rappresentante provvisorio, un Mobile, incaricato di entrare in contatto con la popolazione o una delle sue società. Spesso, dei regimi differenti coesistono o si oppongono, e a volte delle specie umane o umanoidi diverse. Nessuno sbarco in forza, tutt'al più una nave che rimane distante. L'inviato è spesso un o una etnologo. Tutte le sue biografie precisano che Ursula Le Guin è la figlia dell'etnologo Alfred Kroeber, specialista delle lingue e usanze degli Indiani di California, e di Theodora Koebler che ha scritto due libri su Ishi, "l'ultimo indiano selvaggio", che ha avuto in Francia una certa popolarità [8]. Questa influenza familiare, e la sua frequentazione degli Indiani, la renderà sensibile alla differenza delle culture e alla necessità di rispettarle: è una delle fonti della sua opera.

 

L’etnofiction

L’etnologia diventa così il sostrato scientifico della sua fiction, completata dalla sua conoscenza di diverse mitologie e la sua riflessione sulla linguistica. Sembra inoltre più generalmente curiosa di informazioni scientifiche. Ciò che essa ammira soprattutto nella fantascienza, ha scritto, "è il tentativo di includere nell'arte - nella letteratura di immaginazione - un campo immenso, assolutamente e veramente nuovo, quello della scienza e della tecnologia moderna". Per le loro ripercussioni sull'umano, ovviamente.

"Abbiamo bisogno di capire, abbiamo bisogno di miti che ci appartengono... È per questo che difendo la fantascienza che edifica i miti del nostro nuovo mondo. Perché discerne già delle bellezze e i piaceri che le scoperte della scienza riservano all'artista: gli splendori estetici puri quanto una stella al neutronio, un'elica del DNA o il ciclo dei sogni di una notte d'uomo" [9].

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Nella presa di contatto dell'Ecumene e con un nuovo mondo, l'etnologo non è soltanto un osservatore, svolge il ruolo dell'intermediario. I suoi poteri sono limitati, non dispone che della sua cultura, della sua capacità di comprensione e dei suoi talenti diplomatici. La sua vita può essere in gioco nell'avventura, non soltanto in seguito all'ostilità delle popolazioni autoctone, ma a volte per colpa della volontà di conquista e di dominio di altri membri della spedizione o i dirigenti di una colonia già installata. Succede così che il mediatore, o il partner che egli ha trovato nell'altra cultura, sia sacrificato, ciò che Hélène Escudié interpreta come "un superamento dell'individuo per il meglio collettivo" [10] .

Il conflitto tra il riconoscimento dell'altro e il potere stabilito può rivelarsi particolarmente drammatico, come in Il mondo della foresta del 1972 [11]. L'azione può situarsi un secolo circa dopo I Reietti dell'altro pianeta. La Terra, che ha devastato la sua vegetazione e soffre per le carestie, ha impiantato su un pianeta ricoperto di foreste una colonia che la rifornisce di legno. Per la manodopera, i coloni hanno ridotto in schiavitù una parte della popolazione autoctona. Gli amministratori militari le nega ogni umanità a causa del suo aspetto fisico e della sua cultura che essi rifiutano di capire. Una parte del pianeta è già devastata, il che ha comportato anche la distruzione del popolo che la occupava e viveva in simbiosi con la foresta. Dagli studi dell'etnologo in missione, la gerarchia della colonia non considera che il carattere pacifico, dunque inoffensivo, degli indigeni, e i suoi rapporti sul loro maltrattamento sistematico non sono comunicati alla Terra. Lo può constatare quando un vascello terrestre arriva all'improvviso, con a bordo  due rappresentanti della Lega di tutti i mondi, di cui la colonia ignorava la recente creazione (18 anni...) a causa dei divari di trasmissione e di spostamento interstellare, che permetteva anche alla colonia di vivere in autarchia. Il famoso, il trasmettitore istantaneo che fa parte anch'esso del viaggio, informerà i coloni delle nuove disposizioni prese per i pianeti occupati. Ma è troppo tardi. Grazie soprattutto ai legami di amicizia stabiliti tra l'etnologo e uno degli autoctoni asserviti, quest'ultimi si sono adattati alla cultura dei coloni: rispondono oramai alla violenza con la violenza, al massacro con il massacro. Il sacrificio del mediatore tuttavia non sarà stato inutile: la Lega decide di rimpatriare i Terriani e di non permettere un nuovo contatto prima di un secolo.

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Secondo Ursula Le Guin stessa, questo romanzo nel modo della trasposizione e della metafora, è una reazione contro la guerra del Vietnam [12]. È senz'altro il suo libro più violento. In seguito, nel corso dei secoli, le leggi della Lega si faranno più restrittive per i coloni (la Lega era più autoritaria dell'Ecumene...). Quelli di Il Pianeta dell'esilio del 1966 [13], non sono autorizzati a utilizzare nelle loro relazioni con gli autoctoni una tecnologia superiore a quella di cui dispongono quest'ultimi... che non si sono dati ancora la pena di inventare la ruota. Seicento anni dopo il loro arrivo (essi vivono nell'anno 1465 della Lega), gli Oltre Terriani non formano più che una piccola città che si indebolisce, colpita dalla sterilità. Le popolazioni originarie evitano e disprezzano i "fuori-giunti" sospettati di stregoneria. Nessun vascello è venuto a portar loro nuove tecniche né informazioni; essi ignorano anche se la Lega esiste ancora (nel 1966, la scrittrice non ha ancora inventato l'ansible...). Un incontro amoroso susciterà infine gli indispensabili mediatori. Esso permetterà anche di constatare che, anche sul piano fisiologico, una felice evoluzione ha adattato i coloni al pianeta. Come l'amicizia, l'amore è presso la Le guin un efficace fattore di comunicazione.

le-guin-pianeta.jpegTorniamo all'etnologia, che fa sempre da trama nel tessuto dei suoi romanzi. Si tratta beninteso di etnologia fiction, di "etnofiction" fondata e sviluppata a partire dalle conoscenze effettive della scrittrice [14]. Ognuno dei suoi libri costituisce così una "esperienza di pensiero", in cui lei inventa con un evidente piacere e un'immaginazione sempre rinnovata delle istituzioni, delle strutture di parentela, dei modi di relazione amorosa, dei tipi di rapporti tra uomini e donne (gli uomini sono a volte il sesso dominato), delle tradizioni e delle mitologie, e anche delle lingue. Ricordando che immagina anche delle specie umane differenti... con le usanze sorprendenti che esse possono sviluppare.

Il racconto precisa a poco a poco questi dati, secondo il filo di avventure utilizzato. Le forme di potere politico sono sempre indicate, dal regime oligarchico o monarchico alla burocrazia, passando attraverso forme di democrazia o anche di anarchia. Esse si delineano nel corso della narrazione, determinando i comportamenti, i rischi corsi, le strategie da porre in opera. Le opposizioni e i conflitti, tra personaggi o gruppi sociali, si organizzano regolarmente tra due poli: la volontà di potere, la chiusura verso l'altro, l'ostinazione nell'isolamento da una parte, e dall'altra il desiderio di liberazione, il riconoscimento della differenza, la ricerca della connessione della cooperazione. Ma l'opposizione non resta schematica, ogni personaggio ha le sue ambiguità, ogni cultura il suo lato pericoloso o i suoi valori che meritano rispetto.

 

L'invenzione etnica

kropotkin colori

Non è senza ragione che Ursula Le Guin si riferisce a Kropotkin, e più generalmente all'anarchismo "così come esso è prefigurato nel pensiero taoista originario ed è stato sviluppato da Shelley e Kropotkin , Goldman e Goodman. Il bersaglio principale dell'anarchismo è lo Stato autoritario (capitalista o socialista); il suo tema principale, che rileva della morale applicata, è la cooperazione (solidarietà, assistenza reciproca). È la piùm idealista, e a mio avviso la più interessante, di tutte le teorie politiche" [15]. Il dominio, nel ciclo, prende raramente le forme brutali di Il mondo della foresta. È a volte più insidiosa, ma non meno mortale.

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Città delle illusioni [16], si basa sulla manipolazione degli spiriti e la menzogna. Siamo in un futuro più remoto [17], la Terra è rimboscata! ma in un situazione più catastrofica che mai. È essa stessa colonizzata da dodici secoli dal Nemico esterno, il Nemico sconosciuto giunto non si sa da dove, gli Shing. La Lega è dislocata, i voli interstellari sembrano fermi, l'umanità terriana sopravvive in piccole tribù disperse che si evitano o si ignorano. I suoi archivi sono distrutti, i documenti che restano sono forse falsificati, la tecnologia di cui dispone è ridotta agli usi domestici. Non esiste più nessun mezzo di comunicazione a distanza. Delle tecniche "psichiche" che erano state sviluppate dal tempo della Lega rimane la telepatia, ma non è più affidabile: essa trasmette certo la confusione e l'errore, ma non la menzogna; gli Shing hanno spezzato questo limite, riescono a diffondere dei pensieri falsi. Riescono anche a far credere che essi non esisitono. Impediscono ogni impresa di rilievo ed ogni raggruppamento, ma pretendono assicurare il benessere, la civiltà e la pace perche la lorolegge suprema, "il rispetto della vita", proibisce l'assassinio. Essi utilizzano per se stessi una tecnologia molto sviluppata.

È da Il pianeta dell'esilio che verrà l'imprevisto: la nuova specie umana che vi prospera, ibrido dei Terriani abbandonati e degli indigeni, ha ritrovato le vie del progresso... nel quadro di una società strettamente gerarchizzata. Una dualità di cultura salverà il suo inviato, ed il pianeta stesso nella stessa occasione: la sua formazione d'origine unita all'esperienza trasmessa dai Terriani lo preserverà dalle manipolazioni "psicotecniche" degli Shing.

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La distruzione della cultura e le difficoltà poste alla comunicazione (nel senso primario) così come la cooperazione ritornano regolarmente come metodi di dominio nell'opera di Le Guin. In La salvezza di Aka [18], il potere installato su un pianeta recentemente contattato dall'Ecumene ha intrapreso di sradicare la cultura che è stata da millenni quella delle società che esso governa. Per recuperare il ritardo scientifico e tecnico di questo mondo, la Corporazione che la dirige e che non si basa che sulla Scienza ha deciso di distruggere tutti i libri antichi, di sradicare tutte le narrazioni, leggende, poesie e musiche che costituivano la sua civiltà, compresa l'antica scrittura sotto tutte le sue forme. Un'Osservatrice dell'Ecumene, etnologa evidentemente, ha infine ricevuto l'autorizzazione di lasciare la capitale per recarsi in una remota regione montagnosa allo scopo di studiare la sua popolazione, nella quale si nasconderebbero gli ultimi praticanti di una religione proibita. È una terriana - un'Indiana formata in America - che la sua esperienza ha preparato a questa missione: la Terra è da poco uscita da un periodo in cui, in un fanatismo invrso a quello di Aka, degli integralisti religiosi si erano impadroniti del potere e avevano intrapreso di bruciare i libri. Il viaggio di studi non sarà senza pericoli, e anche qui un mediatore - dapprima poco collaboraticolonivo poi innamorato - sarà spezzato dal conflitto delle culture. Una volta ancora, la resistenza contro il potere oppressivo e distruttore assume la forma della rete (che copre come una tela di ragno l'intero pianeta) e della cooperazione.

 

L'universo narrativo

Inventato da Ursula Le Guin, "incontrato per caso" dice lei, non la lascia mai in pace, e i suoi mondi - "piccoli mondi fatti di parole" - le inviano incessantemente messaggi, interrogativi, proposte. Prosegue così i suoi "esperimenti di pensiero" su delle usanze immaginabili e le forme di potere che esse implicano in raccolte di racconti. Sette su otto, in L'anniversario del mondo (The Birthday of the World) [19] si collegano al ciclo dell'Ecumene. La loro tematica è essenzialmente quella delle relazioni amorose, includente sia l'omosessualità sia un complesso matrimonio a quattro. La scrittrice torna qui "divertendosi" sulla vita sessuale degli androgini del pianeta Nivose (in La Mano sinistra delle tenebre) e le istituzioni che la regolamentano. È in questa raccolta che si esplora un mondo dominato dalle donne - gli uomini, dediti ai tornei sportivi e alla procreazione, sono esclusi dall'università e dai lavori intellettuali - e una società fondata sulla schiavitù.

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La caratteristica essenziale della sua opera, secondo Gérard Klein, è che essa sceglie "di iscriversi in rottura e anche in contraddizione con il pessimismo acuto che impregna dalla metà degli anni sessanta la fantascienza anglosassone" [20]. Spesso devastata, lo abbiamo visto, la Terra rinasce sempre dalle sue ceneri, scopre altri mondi e crea alleanze con altre umanità non appena le riconosce in quanto tali e rinuncia a dominarle. L'universo della Le Guin non è l'universo della crisi, ma un universo in cui le crisi, costanti, sono superate. La molla della sua creazione sarebbe così l'invenzione etica, nella prospettiva di un umanesimo fondato sul riconoscimento della differenziazione dei gruppi umani e il progetto "di organizzare senza tregua dei sistemi di scambio tra unità differenziate".

 

La magia di Terramare

 

Potrà sembrare strano trovare un'invenzione etica che ci riguarda in un mondo in cui la magia occupa il posto della scienza... Nel ciclo di Terramare [21], siamo rinviato un orbita più lontani nell'ordine della trasposizione e ella metafora. Se la nostra immaginazione può esere stimolata da speculazioni che proiettano l'umanità in un avvenire lontano prolungando delle linee di evoluzione possibili della nostra società, il che fa spesso la fantascienza, come riconosceremo le nostre motivazioni e le nostre inquietudini in un mondo dai contorni medievali di cui tutte le coordinate sono immaginarie?

Di fatto, il lettore non è più disorientato che in un romanzo che prende come quadro il nostro XVII secolo o il Mediovo "reale". Una volta ammessi i postulati di partenza - in Le Guin, essi rimangono coerenti - i comportamenti dei personaggi, le loro emozioni ele loro motivazioni sono del tutto comprensibili e catturano facilmente la nostra adesione o la nostra riprovazione. E se le forme di potere prendono qui meno importanza, delle passioni come la volontà di potere e di dominio fanno parte degli elementi essenziali dell'intrigo.

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In questo ciclo, che attiene dunque al gener chiamato fantasy [22], due forme di potere coesistono, in alleanza o in opposizione: quello dei Re, principi, tiranni, signori della guerra o anche capi di pirati, e quello dei Maghi, stregoni e altri elementi del genere. Il primo può essere fondato sul diritto e la tradizione, o sulla forza e la violenza. In un caso come nell'altro, può cercare di appoggiarsi sui poteri dei Maghi e consorti. Quando un potere è "di diritto" - esiste come un "diritto naturale" che è in accordo con gli elementi magici di cui partecipano l'uomo e la natura - contribuisce all'equilibrio del mondo.

Equilibrio sempre instabile, perché certi depositari dei poteri magici sono tentati di abusarne per dominare la loro società e anche accedere all'immortalità. Per di più, dietro e sotto le potenze che possono mobilitare i maghi, e più antiche di esse, sussistono le Potenze innominabili, forze di caos e di morte che non aspettano che l'occasione di scatenarsi non appena le si invochi o le si provochi.

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Sulle innumerevoli isole che costituiscono l'arcipelago di Terramare, è dunque la magia ad occupare il posto della scienza e della tecnologia. Con delle forme e dei livelli di efficacità che mutano a secondo delle isole e la loro storia. Le sue applicazioni vanno dal semplice artigianato alla grande arte. Secondo i suoi doni - se non avete un talento innato, non sarete mai maghi - la sua formazione e la sua qualifica, lo stregone ripare o ritrova degli oggetti, conferisce impermeabilità alle navi e solidità alle mura, fa soffiare il vento nelle vele, si trasforma in sparviero, scatena o contiene i terremoti. Può guarire uomini e bestie; sono gli stregoni in generale che si occupano di questo compito, insieme ad altre attività "minori". Al più alto livello, queste scienze sono insegnate sull'isola di Roke da nove Maestri (un Arcimago è il loro capo eletto) in discipline ben specificate, secondo le conoscenze e le energie naturali mobilitate.

C'è, sotto tutte queste finzioni, una concezione poetica, simbolica, dell'universo, fondata su un accordo dell'uomo con gli elementi, la luce e le tenebre, le forze di vita e di morte.

È per questo, senza dubbio, che esse colpiscono il nostro immaginario oltre, o prima, del semplice racconto. C'è anche come economia, un'ecologia della magia: il vero mago non utilizza le energie se non per necessità, per non perturbare l'equilibrio del mondo. A fondamento di tutto agisce il Vero Linguaggio, l'Antico Linguaggio: per aver presa su un oggetto o un animale, bisogna conoscere il suo vero nome, per un umaqno, rivelare il proprio vero nome è dare presa su di sé. È anche la lingua parlata dai Draghi, che partecipano al contempo con le forze creatrici e le forze caotiche. "La loro bellezza era fatta di forza terribile e di ferocità totale, e anche dalla grazia della ragione".

I primi libri sono in senso preciso dei romanzi di formazione. Il giovane capraio Ged, il cui nome corrente è Sparviero (lo Stregone di Terramare), acquisisce il suo sapere attraverso una lunga serie di prove, di cui la peggiore sarà provocata dal suo orgoglio e la sua volontà di dominio. In una dimnostrazione di potenza che supera le sue capacità, egli libera dalle tenebre la sua ombra che lo bracherà per distruggerlo finché non deciderà di affrontarla e di perseguitarla a sua volta.

Per giungere infine a vincerla nominandola con il suo proprio nome. Nelle tombe di Atuan, la piccola Tenar, rapita ai suoi genitori e allevata come la reincarnazione, attraverso i secoli, dalla Prima sacerdotessa delle Potenze Antiche della Terra, delle Potenze Innominabili, esercita innanzitutto con soddisfazione il suo diritto di morte su dei prigionieri. Adolescente, essa tenterà di catturare e di uccidere Ged smarrito nel labirinto di queste Tombe alla ricerca dell'annello che ristabilirà l'equilibrio e la pace nelle isole.

Tutto questo girovagare nei sotteranei, in mezzo alle forze pericolose che le difendono, mostra inoltre i talenti di evocazione della Le Guin e gli echi che essa può svegliare tra le tenebre del lettore...

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È la formazione del giovane principe Arren che viene raccontata in La spiaggia più lontana [The Farthest Shore] del 1972. Egli è stato scelto come compagno di avventure da Ged, diventato arcimago ma sempre deciso a mettere in gioco i suoi poteri e la sua vita per affrontare le potenze malefiche. È alla ricerca questa volta di una forza sconosciuta che svuota a poco a poco l'arcipelago delle efficienze e anche dei saperi magici, così come dei canti e di ogni gioia di vivere. L'equilibrio, come scopriremo, è gravemente compromesso da un mago che, per imporre il suo dominio e accedere all'immortalità, ha aperto un varco tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi.

È la formazione del giovane principe Arren che viene raccontata in La spiaggia più lontana [The Farthest Shore] del 1972. Egli è stato scelto come compagno di avventure da Ged, diventato arcimago ma sempre deciso a mettere in gioco i suoi poteri e la sua vita per affrontare le potenze malefiche. È alla ricerca questa volta di una forza sconosciuta che svuota a poco a poco l'arcipelago delle efficienze e anche dei saperi magici, così come dei canti e di ogni gioia di vivere. L'equilibrio, come scopriremo, è gravemente compromesso da un mago che, per imporre il suo dominio e accedere all'immortalità, ha aperto un varco tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi. Alla fine di una lunga ricerca nei Lontani, sino alla contrada arida dove si trovano le città dei morti, il giovane principe tornerà a casa, provato e maturo, per essere consacrato Re delle Isole. Garante dell'armonia in un arcipelago che, privato del vero re da otto secoli, sprofondava nei disordini, la bramosia e la violenza.


Potre maschile, potere femminile

Il lettore convinto delle affinità libertarie di Le Guin cade qui in una perplessità giustificata. Senza dubbio, la figura del re rileva delle convenzioni di un genere che ci precipita in un universo pseudo-feudale. E il genere stesso confina cone le storie fiabesche, in cui il re simbolizza solitamente l'equilibrio raggiunto e l'autonomia [23]. Più remotamente, il re come simbolo di concordia e di fertilità interviene nelle mitologie e leggende, celtiche soprattutto. Ciò non di meno troviamo attraverso l'opera, ciclo di Hain compreso, delle simpatie della scrittrice per le figure aristocratiche [24]. Si tratta d'altronde spesso di perdenti, di emerginati che resistono con dignità e coraggio all'avversità. Si può osservare che ciò accade più spesso nei romanzi d'esordio, e che tramite quest'immagine è avvertibile anche un'evoluzione. Il re dell'ultimo romanzo non si comporta affatto come un monarca.

Sullo sfondo, è avvertibile che il tema con un sinologo dell'equilibrio dei contrari, così ricorrente quanto quello della connessione, entra qui in gioco: anche a proposito di I reietti dell'altro pianeta, Hélène Escudié elabora l'ipotesi di un equilibrio tra sistemi "archici" e "anarchici". Un'ambiguità riguarda anche il pensiero che è una delle principali fonti delle idee della scrittrice sull'armonia e sulla complementarità dei contrari: il taosimo che lei cita come uno dei suoi riferimenti tra alcuni autori libertari  [25]. Il principio del "non-agire", che orienta l'Ecumene nella sua politica di non-intervento, può rapportarsi alla stessa saggezza. Ursula Le Guin ha inoltre pubblicato lei stessa, in collaborazione con un sinologo, una traduzione del Tao Te Ching [26]. Le citazioni da questa raccolta di sentenze, sotto diversi appellativi, e anche delle citazioni o delle parafrasi, sono frequenti nei suoi libri.

laotzu-Tao-Te-Ching.jpgIl problema è che passa per essere molto difficile da tradurre, dunque facile da interpretare... Alcuni vi vedono una prima espressione dell'anarchismo, sotto i tratti di un individualismo radicale che preconizza la volontà d'impotenza e respinge il potere con i suoi prestigi, le sue costrizioni, i suoi saperi. Altri lo considerano, a secondo della data che gli attribuiscono, come un testo destinato ai principi per insegnar loro "l'arte di governare senza che i sudditi sappiano che egli li tiranneggia" [27]. Senza dimenticare che sulla filosofia taoista originale è attecchita una religione ricca in superstizione e rituali magici. Non sarò io a darvene la soluzione.

L'evoluzione delle idee di Ursula Le Guin è particolarmente notevole per quel che concerne il ruolo delle donne.

Più di venti anni dopo La spiaggia più lontana, ritorna nell'arcipelago per quel che considera allora a torto come l'ultimo libro di Terramare [28] Tenar, la giovane sacerdotessa che ha fuggito il deserto di Atuan con Ged, si è installata sull'isola natale di quest'ultimo. Al tempo del racconto, essa vi ha già trascorso venticinque anni. Ged, prima di ripartire per altre imprese, l'aveva affidata al suo primo maestro, affinché le insegnasse a nmettere in ordine e a sviluppare i poteri che essa traeva dalle Antiche Potenze. Lei vi ha rinunciato, non volendo più avere legami con le Tenebre. Sposata ad un fattore, ha avuto due figli, poi è diventata vedova.

È allora che ha salvato e adotatto una bimba battuta e gettata nel fuoco dai suoi propri genitori, dei nomadi di passaggio. Cura il suo occhio ustionato e la sua mano atrofizzata. Ged, che ha perso tutti i suoi poteri nel suo sforzo di chiudere il varco tra il mondo  dei vivi e quello dei morti, verrà a vivere con loro.

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Un buon numero di pagine sono dedicate a dei dialoghi sui poteri comparati degli uomini e delle donne, con Ged - che pensa che quello di mago sia un mestiere da uomini - e le streghe Edera, la rigorosa, e Schiuma, la lunatica, che esalta i doni delle donne: "Ho delle radici, delle radici più profonde di quest'isola. Più profonde del mare, più antiche dell'emersione delle terre. Affondo nelle tenebre".

Bisogna qui, ancora e sempre, giocare il gioco della scrittrice nella trasposizione e la metafora. Non attenersi parola per parola per ritrovare l'eco e l'influenza dei dibattiti femministi degli anni 70 e 80. Se andava da sé, nelle convenzioni dei primi libri di Terramare, che la magia delle donne non poteva esercitarsi che in compiti subalterni, discreditate nell'opinione ("Debole come la magia femminile, velenoso come la magia femminile"), si passa ora ad una riconsiderazione, prima di saltare una nuova tappa, ancora simbolica. Se il fondamento della magia è il Linguaggio, quello dei veri nomi, è accessibile alle donne. Tenar già con il suo istruttore, riconosceva le parole antiche come se le avesse sempre pronunciate. Ed ecco che Therru, la bruciata, salva ora i suoi genitori adottivi, prigionieri di un allievo del mago malefico, chiamando il drago Kalessin. Quest'ultimo la riconosce e la saluta come sua figlia. Anche lei conosceva il Linguaggio.

 

Simbolica di una "femminizzazione"

 

Con questa "presa di parola", dice Hélène Escudié, questo romanzo traduce anche uno stato intermedio nel pensiero della Le Guin. "Le donne non hanno ancora raggiunto tutta la loro misura". Dieci anni più tardi, i sortilegi di Terramare trasportano sempre la scrittrice, che in due libri compie la "femminizzazione" del ciclo attraverso una vera revisione della storia dell'arcipelago [29]. In I venti di Earthsea, dove quattro donne sono al centro dell'azione, la giovane figlia bruciata, che si chiama oramai Tehanu secondo il "vero nome" che le ha rivelato il drago e che è anche un nome di stella, è sollecitata dal nuovo re ad intervenire contro un pericolo che si abbatte sulle isole: da un po' di tempo, dei draghi bruciano le messi e le fattorie e disperdono le greggi. Tehanu, ancora poco sicura dei suoi poteri, accetta di servire da interpetre, più esattamente da intermediaria, tra gli umani e questi esseri temibili di cui lei condivide la natura. Essa ottiene innanzitutto una tregua, il tempo di scongiurare un altro pericolo che minaccia allo stesso tempo i draghi, gli uomini e l'equilibrio di tutte le cose, poi un patto di pace. Infine, ritroverà la sua propria integrità nello splendore di un corpo di drago e spiccherà il volo tra i venti di Earthsea.

venti-earthsea.jpg

I racconti di Terramare reinquadrano questa simbolica rivelandoci ciò che ignoriamo, o che non conosciamo che frammentariamente, delle storie e delle credenze dell'arcipelago. Ignoranza condivisa d'altronde dall'autrice, essa ci dice nella prefazione, e che la lasciano perplessa. "Il miglior mezzo per studiare un periodo storico che non esiste, è di raccontarlo e di scoprire ciò che è accaduto". Il primo dei racconti ci porta tre secoli in avanti rispetto al primo libro del ciclo, il secondo ci fa conoscere gli stregoni che hanno formato il maestro di Ged.

Un altro ci fa incontrare Ged al tempo in cui egli era arcimago. L'ultimo narra i disordini esistenti alla scuola dei maghi - che non ammette che gli uomini - da Libellula, una futura donna drago: quella stessa che assisterà efficacemente Tehanu nelle sue trattative con i suoi fratelli (e sorelle) favolose. Il tutto termina con una descrizione di Terramare, studio politico, storico, linguistico e naturalmente etnologico. In cui veniamo a sapere che in origine non soltanto le donne erano anch'esse maghe, ma che sono loro in maggioranza che hanno fondato la scuola di Roke, per istituire un insegnamento etico della magia e un controllo etico del suo esercizio. Nell'età oscura in cui si affrontavano principi, piccole isole, città-Stato e signori della guerra, in cui i maghi stessi mettevano la loro scienza al servizio dei predatori quando non miravano essi stessi ad un proprio potere personale, esse avevano cotituito, con degli uomini tuttavia, la Main, "una rete tenua ma solida di informazione, di comunicazione, di protezione e di sostegno".

sempre-la-valle-Always-Coming-Home.jpgGli uomini, in seguito (dunque nei primi libri del ciclo...) riuscirono a eliminare le donne, come insegnanti e come allieve, della Scuola. Ma quest'ultima, e l'ordine che essa garantiva, non sopravviveranno, come narra I venti di Earthsea, che per l'intervento di due giovani donne, mediatrici tra il mondo della ragione e il mondo delle forze vitali.

Lascio l'ultima parola ai miei due commentatori. Per Hélène Escudié, la rappresentazione ossessiva, nell'opera di Ursula Le Guin, delle reti - al contempo "figura fondamentale dell'an-archia" e "forma privilegiata della socializzazione delle donne" - traduce una visione femminile del mondo e della letteratura. Gérard Klein giunge ad una conclusione simile, sostenendo che essa propone un mondo "senza sistema unificatore, senza dominazione, perché è una donna  che come tale l'affermazione ossessiva della potenza del fallo la riguarda meno". "Forse vuole suggerire indirettamente così ciò che potrebbe essere una cultura delle donne, acentrica, tollerante, staccata infine dal modello ripetitivamente conquistatore della cultura degli uomini".

 

René Fugler

 

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

LINK al post originale:

Pouvoirs et puissances dans les mondes d'Ursula Le Guin

 

 

NOTE

 

[1] Robert Laffont, 1975; Tr. it.: I reietti dell'altro pianeta, Editrice Nord, Milano, 1976. Vedere su questo libro in "Réfractions" il commento critico di Finn Bowring, "La liberté les mains dans les poches" [La libertà con le mani in tasca], n° 3, inverno 1998-99, p. 25-44) e la risposta di René Furth, "La liberté rien dans les poches" [La libertà niente nelle tasche], n° 5, primavera 2000, p. 129-131). 

[2] Figlia del celebre antropologo Alfred Kroeber, si è aggiudicata cinque premi Hugo e sei premi Nebula, massimi riconoscimenti della letteratura fantastica. 

[3] "Cronologia galattica" presa da Gérard Klein nella sua prefazione ad una raccolta di racconti: Ursula Le Guin, le livre d’or de la science-fiction, Presses Pocket, 1978, p. 12-13.

[4] Hélène Escudié, Ursula K. Le Guin, une Alchimie de l’Ailleurs [Ursula K. Le Guin, un'Alchimia dell'Altrove], tesi sostenuta a Strasburgo nel 2004 sotto la direzione di André Bleikasten, p. 38 (non edita).

[5] Prefazione alla raccolta di racconti Il compleanno del mondo, Robert Laffont, ailleurs & demain, 2006.

[6] Robert Laffont. 1971, p.153.

[7] Troviamo una replica ironica, se non cinica, e secondo Gérard Klein "post-moderna" dell'Ecumene e di Hain nell'universo creato dall'autore britannico Iain M. Banks: la Cultura è una società galattica, libertari, pacifista, edonista, attaccata a diffondere i suoi ideali attravrso i mondi, ma che, quando i suoi valori sono posti in causa o uando incontra nella ua espanione dei sistemi oppressivi e combattivi, non esita a far intervenire il suo servizio degli Affari Speciali che non retrocede davanti ad alcuna manipolazione o colpo gobbo... Con dei brillanti agenti divisi tra il piacere dell'azione e lo scrupolo morale. Pubblicato da Laffont, L'impero di Azad [The plyer of games]; Pensa a Fleba [Consider Phlebas]; La guerra di Zakalwe [Use of Weapons], ecc. sono stati ripresi in Livre de poche/science-fiction. Prefazione di Gérard Klein. A volte ineguale e complicato, è un ciclo nell'insieme molto eccitante.

[8] Ishi – Testamento dell'ultimo Indiano selvaggio dell'America del Nord, Plon, 1968, collezione Terre humaine, (2002).

[9] La nébuleuse du Crabe, la paramécie et Tolstoï, prefazione al volume delle edizioni Opta (1972) che raccoglie i tre primi romanzi (secondo l'ordine di pubblicazione) del ciclo di Hain: Il mondo di Rocannon, Pianeta dell'esilio, Città delle illusioni.

[10] Tesi citata, p. 169.

[11] Robert Laffont, 1979, riedito nel 2000 dopo La salvezza di Aka, con un saggio di Gérard Klein, Malaise dans la science-fiction américaine [Malessere nella fantascienza americana].

[12] Durante una discussione nel quadro del primo Simposio internazionale sull'anarchismo organizzato da Pietro Ferrua a Portland nella primavera el 1980 (L’Arc n° 91/92, "Anarchies", 2° trimestre 1984, p. 19: Ursula Le Guin, "L'anarchisme: idéal nécessaire" [Anarchismo: ideale necessario].

[13] Riedito in Livre de poche (science-fiction) nel 2003.

[14] La prima edizione di Always Coming Home [Sempre la valle] del 1985 era anche accompagnata da una cassetta in cui erano registrate le musiche, poesie e canti rituali di un popolo che si ritiene vivrà tra 20.000 anni fa (Escudié, p. 211). Traduzione francese presso Actes Sud, con il titolo La Vallée de l’éternel retour [La valle dell'eterno ritorno], 1994.

[15] Citazione ripresa (senza riferimento) nella presentazione del racconto "Alla vigilia della rivoluzione", scritta dopo I reietti dell'altro pianeta per spiegare le origini del pensiero che ispirava i creatori della società libertaria di Anarres (nella raccolta citata sopra del Livre d’or de la science-fiction, p. 333). Il racconto è inoltre dedicato a Paul Goodman. In un'altra trascrizione, di Marianne Enckell, del convegno organizzato al Symposium di Portland, cita anche Murray Bookchin per quel che riguarda la tecnologia dolce ("Science-fiction et anarchie" in Agora n° 2 (Tolosa, estate 1980).

[16] Città delle illusioni, tr. it. di City of illusions, Opta, 1972.

[17] Verso il 4370, per attenermi alla cronologia utilizzata da G. Klein.

[18] 2000, tradotto lo stesso anno per Laffont, in Italia tradotto da Arnoldo Mondadori nel 2002 nella collana "Strade Blu".

[19] 2002.

[20] Le Livre d’or de la science-fiction, op. cit., p. 14.

[21] Robert Laffont, ailleurs & demain, ha ripubblicato nel 2001 la trilogia che forma la sua prima parte: Lo Stregone di Earthsea (1968), le Tombe di Atuan (1971), La spiaggia più lontana (1973).

 

[22] Il cui prototipo rimane Il Signore degli anelli di Tolkien (1954-1955).

[23] René Fugler, "L’autonomie au bout du conte... de fées" [L'autonomia in fin del racconto... fiabesco], Réfractions n° 16, maggio 2006.

[24] In Il Mondo di Rocannon (1966) soprattutto. In La Mano sinistra delle tenebre, il re, poco simpatico..., è manifestamente pazzo.

[25] Paul Goodman, citato tra questi autori, si riferisce anche al taoismo. Vi tornerò sopra a proposito di due libri dedicati all'anarchico americano (1911-1972), riediti in un unico volume: Présent au monde: Paul Goodman di Bernard Vincent, l’Exprimerie, Bordeaux, 2003.

[26] Il Libro della via e della Virtù, il cui autore presunto è Lao-Tsu scritto anche Laozi, che secondo i commentatori è vissuto in Cina durante il VI oppure III secolo a. C. Una celebre traduzione italiana è quella della casa editrice milane Adelphi.

[27] Etiemble nella sua prefazione alla traduzione del Tao tö king di Liou Kia-hway, Gallimard, 1967.

[28] Tehanu (1990) tradotto dalla editrice Robert Laffont, ailleurs & demain, 1991, [2002].

[29] Pubblicato negli Stati Uniti nel 2001 in quest'ordine: I Racconti di Earthsea e Il vento d'altrove sono stati tradotti dall'editrice Robert Laffont, ailleurs & demain, il medesimo anno.

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29 ottobre 2012 1 29 /10 /ottobre /2012 06:00

La "Lettera aperta al compagno Lenin"

di Herman Gorter: 1920.

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920

Dettagli e circostanze*

 

Serge Bricianer

 

otto-ruhleLa Rivoluzione d'ottobre travolse d'entusiasmo l'estrema sinistra tedesca (tra le altre), soprattutto i suoi elementi allora in via di rottura con le pratiche istituzionali. Certo, ad essa sembrava destinata al disastro se fosse rimasta isolata (Lenin di tanto in tanto lo diceva e ripeteva), ma essa confermava loro il carattere nefasto, per le azioni di massa, del "patto parlamentare con la borghesia)", e la necessità della costruzione di consigli - come indicava Otto Rühle nell'agosto del 1919 [1].

terza-InternazionaleEppure, due mesi più tardi, Rühle insorgeva contro le manovre scissioniste dei capi del KPD miranti, egli sosteneva, ad instaurare "una dittatura di partito (e non di "classe proletaria") come in Russia". All'origine di questo mutamento si trovava dunque una reazione a delle manipolazioni direttamente avvertite, piuttosto che ad una realtà remota e ancora poco nota. Un anno dopo, nel luglio del 1920, al suo ritorno da Mosca dove il KAPD lo aveva delegato per il II congresso dell'Internazionale Comunista, Rühle descriveva nel nuovo Stato russo, sorto da un "putsch pacifista", un "socialismo politico senza base economica" e sottoposto ad un "ipercentralismo di Partito", a una "burocrazia onnipotente", con "potere dei capi" e "culto della personalità" [2]. Secondo lui, questo primato del partitico era certamente giustificato nella Russia arretrata, ma non in Germania dove un proletariato più numeroso e più evoluto rendeva necessario "trasformare la nozione di partito in nozione di comunità federativa, nel senso dell'idea dei consigli" [3]. Questa era in quel momento, e tale rimase la tesi innanzitutto antistato e antipartito degli unitari dell'AAU-E.

Herman GorterLe analisi kapdiste dovevano in fin dei conti approdare a dei risultati analoghi, ma su basi notevolmente diverse. Infatti, queste analisi non mettevano affatto in causa il principio del partito, nucleo di militanti sperimentati, selezionati nell'azione, piccola formazione di élite, così come Gorter espone nella Lettera aperta. Questo principio, egli ricordava un po' più tardi, non era comune "sin dal 1903" a Lenin e alle sinistre olandesi, che rifiutavano di confondere le masse (che "inglobano sia i contadini sia i piccolo borghesi") e il "partito di classe proletario", accanendosi a mantenere la "purezza" di quest'ultimo? Al contrario, egli faceva valere, un'organizzazione che di colpo si vuole partito di massa si apre a non importa quali elementi, contratta per ampliare fatali alleanze e finisce con l'abbandonarsi al governo di burocrati [4].

1917petrogradsoviet assemblyNon è privo di interesse abbozzare la traiettoria seguita da queste analisi su due punti essenziali:

1) La questione russa [5] la tattica di alleanza delle classi, che dà l'ascendente alla classe il cui peso sociale è il più alto, aveva avuto come effetto, nelle condizioni russe, di fare dei "contadini poveri", dei piccoli proprietari terrieri, un "fattore decisivo". Giudizio che giunse poco dopo a confortare, agli occhi di Gorter, l'insurrezione di Kronstadt, a dominante piccolo-contadina, e l'eliminazione del "comunismo di guerra" a vantaggio del capitalismo privato a cui i bolscevichi consentirono con la NEP. La rivoluzione russa, sostenevano allora i rappresentanti teorici del KAPD, aveva assunto un doppio carattere [6]: proletario, nella misura in cui aveva avuto come punto d'appoggio i consigli operai, ma anche borghese, perché portata a prendere delle "misure capitaliste-democratiche", essa approdava ora alla preponderanza nella vita sociale degli elementi extra-proletari - i contadini, innanzitutto, ma anche gli affaristi e i burocrati. Ma soprattutto, aggiungeva l'internazionalista Gorter, la "miglior prova" che la rivoluzione russa, malgrado la sua duplice natura, era stata "fondamentalmente non proletaria", era anche il rifiuto opposto dai suoi dirigenti "all'aiuto dei proletari europei" [7].

NEP.JPGDurante gli anni successivi si rinnovò, con le circostanze, un'analisi che nella sua fase finale  poneva l'accento sulla "forma economica della Russia, il capitalismo di Stato, che è coinvolto nell'ingranaggio dell'imperialismo internazionale", in ragione dei patti e obbligazioni che esso contrae con gli altri paesi capitalisti" [8]. In quanto al potere di Stato, questo "apparato parassitario" si era "reso indipendente dalle classi che l'hanno sostenuto", reggeva una "forma di produzione statale" fondata sull'estorsione del plusvalore (Helmut Wagner, tesi 57). Oramai, precisava il G.I.C. olandese, la classe dominante si manteneva mettendo sotto pressione di volta in volta gli operai e i contadini; esercitava "la funzione di gestore dei mezzi di produzione, di acquirente della forza lavoro e di proprietario dei prodotti del lavoro".

1917petrogradsoviet assemblyQuesto lento lavoro di chiarificazione porta sicuramente il segno del suo tempo, di un'epoca in cui i grandi tratti del regime nato dalla devitalizzazione dei soviet operai, rimanevano fluidi pur irrigidendosi a poco a poco. Per quanto imperfetto abbia potuto essere, si distingue tuttavia delle teorie che insistono ai nostri giorni a ritenere l'URSS un "paese socialista" o uno "Stato operaio degenerato", o anche un "ritorno" alle categorie classiche del capitale. Se ne distingue non soltanto per i suoi risultati, ma anche e soprattutto per il metodo che parte dalla situazione dei produttori immediati, e non da postulati che hanno come effetto o di travestire o di rimuovere il reale stato delle cose;

KAP-Plakat (1919)2) La questione del partito. All'inizio, il KAPD si definisce in modo indipendente, ma anche senza contraddire espressamente la definizione che l'I.C. dà al Partito comunista ("frazione più avanzata, più cosciente, (...) forza organizzatrice e politica che dirige, indirizza verso la giusta via il proletariato e il semi-proletariato") [9]. Se ne allontana tuttavia in quanto esorta gli operai a prendere essi stessi in mano la gestione delle loro lotte, inoltre a rompere con la "politica dei capi", che ricercano consensi elettorali a non importa quale prezzo. Da qui la nozione di "autocoscientizzazione del proletariato", e cioè lo sviluppo di una coscienza propria attraverso lotte selvagge a ripetizione, andanti sino al sollevamento armato, e che ha come agente le organizzazioni di fabbrica raggruppate in unioni extrasindacali [10]. In seguito il KAPD si considera come l'apparato organizzatore, il "punto di cristalizzazione in cui si compie il processo di conversione della conoscenza storica in volere militante"; intende così "creare le premesse soggettive della presa del potere politico da parte del proletariato" [11].

In questa prospettiva, le organizzazioni unioniste erano concepite come dei focolai di agitazione sottoposti all'apparato di partito. Da qui le frizioni e scissioni già menzionate, ed il loro ultimo frutto, la KAU. Quest'ultima, allo stesso tempo in cui diceva di rompere con "la teoria della lotta finale che trovava la sua espressione nel fatto che l'Unione rimaneva a margine della lotta concreta", si pronunciava per un intervento al contempo politico ed economico nei conflitti salariali [12]. Al contrario, il KAPD rimasto proclamava "La rivoluzione russa è stata scatenata dal partito bolscevico, non dai consigli operai" [13]. Detto in altro modo, nelle condizioni del momento "Non sono più le fabbriche che costituiscono i punti centrali della lotta di classe, ma gli uffici di collocamento per i disoccupati, le mense popolari, gli asili notturni (...). Bisogna imparare l'arte dell'insurrezione e militarizzare i militanti" [14]. All'interno stesso della KAU, alcuni rimanevano sostenitori di una "organizzazione capace di colpire forte senza la quale non ci può essere situazione rivoluzionaria, come lo dimostra la rivoluzione russa del 1917 e, in senso opposto, la rivoluzione tedesca del 1918" [15]. Ma a coloro che volevano "seminare disordini tra la borghesia e mantenere l'insicurezza dei suoi mezzi di oppressione" [16], altri ricordavano la cosa evidente che "La borghesia può sempre garantire la sua sicurezza attraverso dei mercenari; non è veramente posta in pericolo che per via di movimenti di massa [17]. Queste discussioni, a cui punta a volte l'ideologia dei marginali, non ricorda al lettore qualcosa della fine degli anni 70?

 

I "gruppi di affinità"

GIKH-1930A ragione di una differenza di situazione storica, ma anche e soprattutto di orientamento, il gruppo olandese dei "comunisti internazionali" (in opposizione al "nazional-comunismo" più che per segnare una filiazione con gli IKP di un tempo), il G.I.C., ignorava questo genere di dibattito. Secondo esso, il vero realismo consisteva non nel polemizzare sui mezzi per provocare la rivoluzione, ma ad interrogarsi sui suoi scopi concepibili: l'assunzione da parte dei lavoratori stessi della gestione della produzione e della distribuzione in funzione di regole generali, base dell'associazione di produttori liberi ed eguali [18]. Inoltre, si faceva notare, gli indispensabili comitati d'azione non sorgevano su commando o grazie a qualche trucco ma dall'iniziativa stessa degli operai coinvolti, come diversi esempi recenti (1934) l'indicavano una volta di più. Questi movimenti, è vero, rimanevano "ancora troppo legati alle antiche organizzazioni"; da qui l'imperiosa necessità di "gruppi di discussione e di propaganda", dei "gruppi di lavoro" ideologicamente omogenei ma dediti verso il dibattito con altri gruppi dello stesso tipo e che, senza evitare lo "studio del movimento delle forze sociali", sfuggirebbero alla tutela dei capi, degli intellettuali. La loro missione era di servire da "organi generali di pensiero" alla classe operaia. Compito colossale in verità, e di cui il preambolo non poteva essere che delle azioni di massa in rottura tendenziale con le vecchie prassi e idee, delle azioni che avrebbero come effetto naturale di moltiplicare questi "punti di irraggiamento dell'idea di autonomia" [19].

Il G.I.C. - gruppo a maggioranza di operai autodidatti - doveva dispiegare un'attività intensa tra il 1926 e il 1940 (riviste teoriche, opuscoli di propaganda, bollettini di informazioni operaie), e dare il primo posto alla discussione, tanto nelle riunioni pubbliche, nei mercati, negli uffici di collocamento che con i diversi gruppi tedeschi antagonisti (e il piccolo gruppo americano degli IWW di Chicago, Mattick e i suoi compagni). Malgrado una notorietà apprezzabile all'epoca [20], rimase isolato.
 

"Feticismo delle masse?"

Da quanto precede, emerge che in nessun momento i comunisti dei consigli siano approdati in quel "feticismo delle masse" che, da Zinoviev [21], i leninisti, ufficiali o non, bene o male in arnese, che usavano delle procedure inqualificabili, si compiacevano di denunciare. E anche che malgrado dei segni di settarismo, evidenti nella pretesa di svolgere le avanguardie dell'insurrezione così come nella propensione a confondere intransigenza e intolleranza, essi hanno saputo evolversi senza abbandonare il grande principio di base, proveniente dalla critica pratico-teorica del vecchio movimento operaio, e orientato in primissimo luogo sulla chiarificazione delle coscienze.

Questo sviluppo - per non parlare del corso generale della storia - rende sicuramente caduco ciò che, nella Lettera aperta di Gorter, riguarda e la questione russa e la questione del partito [22]. Bisogna anche sottolineare, a proposito di quest'ultima, che la problematica della "doppia organizzazione" può molto bene risorgere come tale (durante un'eventuale fase di disgregazione dello Stato e dei valori ricevuti, nel quadro di tensioni sociali esacerbate: non è inconcepibile in questo caso che interi settori dell'edificio sindacale passino, in un paese o in un altro, a un "unionismo" di nuovo genere.

Comunque sia, un punto essenziale rimane: "gli operai dovranno fare la rivoluzione da se stessi", "non hanno nulla da aspettarsi dalle altre classi", "più l'importanza della classe aumenta, più quella dei capi diminuisce", e altre formule che Gorter non si stanca di ripetere, nel corso della sua Lettera aperta.

Non si tratta qui di "operaismo": Gorter non esita a qualificare le masse operaie come schivi politici. In piena guerra, aveva già mostrato come "per sopravvivere" l'operaio, "finché non è veramente socialista", lega il suo destino a quello del "suo nemico, il capitale nazionale, che lo nutre, gli dà da mangiare", come arriva a credere che "l'interesse del capitale nazionale è il suo" e a battersi per esso. Come infine, in periodo di prosperità, il bisogno di riforma per una classe operaia ancora debole, ignorante e esposta a tutti i colpi della sorte, aveva comportato la continua crescita di una burocrazia incaricata di rappresentare e dirigere una massa ridotta alla passività anche su questo piano. "I capi," dice Gorter, "non facevano che rafforzare il desiderio di guadagni crescenti - non di rivoluzione -, i soli allora ad animare le masse, (...). Gli operai di tutti i paesi avevano la testa piena dei belli piani che i riformisti preparavano per essi. Assicurazioni sociali, imposta sulla ricchezza, riforme elettorali, pensioni, che essi vantavano di poter ottenere con il sostegno dei liberali. Anche se non si arrivava a tutto ciò, si ottenevano comunque dei piccoli progressi... e ora, l'eguaglianza, la democrazia, sì, si avevano, ma nella morte sui fronti di guerra" [23].

Questa analisi lucida, Gorter la riprese più tardi, ricordando allora che i proletari si erano trovati per anni armati sino ai denti senza pensare tuttavia a sollevarsi contro i loro padroni e che "quando nel 1918 il proletariato ebbe come mai prima la possibilità di sollevarsi, si mise in movimento ma soltanto per restituire il potere alla borghesia" [24].

E tuttavia, senza proletariato, nessuna sovversione sociale. E niente società comunista anche, perché quest'ultima suppone la regolazione generale della produzione e della distribuzione del prodotto sociale totale da parte dei lavoratori stessi. Non, come nei paesi dell'Est, un sistema in cui l'operaismo ufficiale consiste, almeno in un primo tempo, a riservare l'accesso alle funzioni dirigenti a degli operai o figli di operai, e a formare così una nuova élite del potere, ma l'abolizione di queste funzioni. E meno ancora, come fu il recente caso della Cambogia, l'abolizione del salariato e del denaro ai quali gli alti quadri del Partito-Stato sostituiscono la ripartizione dispotica di razioni alimentari (un "comunismo di guerra" 100% rurale, votato ad essere tanto provvisorio quanto il suo predecessore storico), ma la creazione di modalità di ripartizioni "non più arbitrariamente fissate e sulle quali i lavoratori non possono nulla", ma al contrario determinate da essi con l'aiuto soprattutto dello strumento contabile appropriato" [25].

Questa è già la visione egualitaria - benché ancora concepita in termini di potere politico esclusivamente, e dunque troppo improntata di centralismo - da cui parte il Gorter di Lettera aperta quando combatte la nozione di dittatura di partito. Ecco che implica l'emergenza e l'espansione continua di una presa di coscienza dei nuovi mezzi da impiegare. È per questo che Gorter, alla fine della sua Lettera, contesta la tesi oggettivista secondo la quale la crisi economica basterebbe da sola a scatenare una rivoluzione. Quest'ultima esige molto più di la trasformazione radicale dello "spirito, la mentalità delle masse", inconcepibile senza forme di organizzazione che lasciano agli interessati stessi la possibilità di sviluppare la loro iniziativa propria e di cui prima di tutto resta una rottura categorica con le condizioni del capitale e dunque con la tattica democratica borghese, parlamentare e sindacale, che ne deriva.

Il conflitto che mette allora alle prese con Mosca una minoranza di comunisti est-europei prende certamente la sua origine nella volontà di indipendenza di quest'ultimi (e dunque nel loro rifiuto di una fusione con l'apparato dell'USPD - deputati, direttori di giornali e altri bonzi). In questo senso, lo si può accostare con le differenza odierne tra gli eurocomunisti e i PC al potere. Ma nel 1920 si trattava di optare per un principio di base contro un altro, non di abbandonare dei frammenti di ideologia (stalinista) diventati obsoleti nell'era dell'economia mista, per meglio preservare il principio di base, il principio del dialogo tra le classi e tutto il resto.
 

I rapporti KAPD - III Internazionale

La storia di questi rapporti si trova posta sotto il doppio segno del disprezzo e della manipolazione. Disprezzo del KAPD dove si faceva propria la linea strettamente extra-istituzionale alla quale, si pensava, il partito bolscevico si era tenuto nel 1917, e dove si prendevano sul serio le tirate bolsceviche contro il Parlamento, i sindacati e l'USPD così come la costituzione detta Sovietica della Russia. Ma anche manipolazione nella misura in cui, malgrado un disincanto crescente, si cercava di beneficiare dell'immagine di prestigio dell'Ottobre rosso e, forse, dei sussidi della Terza Internazionale [27].

Disprezzo anche a Mosca dove non si riusciva a credere seriamente a un rifiuto durevole dell'uso elle possibilità legali [28], e dove, viste da lontano, le due linee avendo coabitato all'interno del KPD-S sembravano essere abbastanza vicine. Ma anche e ancor più manipolazioni nella misura in cui il KAPD e le sue azioni offensive permettevano di disporre di un mezzo di pressione utile nel quadro dei trattati tedeschi-russi (iniziati sin dal 1919 da Radek) sempre rafforzando in Russia anche l'immagine della rivoluzione mondiale in marcia.

Considerato retrospettivamente, il giudizio che ognuno dei campi presenti pronunciò sull'altro si è in fin dei conti rivelato fondato. "Ritorno puro e semplice alle pratiche socialdemocratiche" [29] dei PC nazionali burocratizzati e immobilisti; in Russia, crescita di un sistema nuovo di oppressione e di sfruttamento, rigorosa sottomissione delle sezioni della III Internazionale, agli interessi di Stato di questo sistema, si prediceva da una parte. Riduzione delle formazioni "estremiste" allo stato di sette politiche (nel senso di gruppuscoli "senza influenza"), e di cui la maggior parte dell'effettivo sarebbe stato recuperato presto o tardi, si diceva dall'altra. Sì, il pragmatico Lenin, come piegava uno storico (ex bonzo indipendente, poi KPD), "preferiva perdere i 50.000 operai del KAP piuttosto di accordarsi con esso e perdere così i 5 milioni di sostenitori dell'USPD" [30]. Ma, questi milioni, per farne cosa? Ahimè, ahimè! Delle pecore votate a sparire passivamente sotto il rullo compressore del nazismo.

Lo stato maggiore russo dell'I.C., l'Esecutivo di Mosca (e Karl Radek, suo missi dominici in Germania) aveva senz'altro favorito sottobanco le manovre scissioniste della cricca di Paul Levi (il capo del KPD-S), ma senza giungere sino ad approvarle pubblicamente. Meglio ancora, aveva senza reagire lasciato installarsi un "ufficio" (o "commissione") detta di Amsterdam, a maggioranza "estremiste", incaricato di coordinare le attività dei comunisti europei occidentali, un centro più virtuale che reale del resto, in ragione delle sue divisioni interne così come per la mancanza di risorse finanziarie.

Tuttavia, il putsch abortito del marzo del 1920, precipitò le cose: dopo diversi indugi, (a direzione del KPD-S garantita, in cambio di una promessa di "democratizzare la vita pubblica", una "opposizione leale" ad un "governo operaio", dichiarò di rinunciare con ciò "a ogni preparativo in vista di un'azione di forza" - mentre era in atto l'insurrezione dei minatori della Ruhr. Di colpo, le sezioni di città e i gruppi espulsi del partito in date diverse tennero un congresso si costituirono in KAPD (aprile 1920).

2intern-congrQuesta volta, L'Esecutivo reagisce tanto più vivamente in quanto la data fissata per il congresso dell'Internazionale, nel luglio del 1920, si avvicinava. La sua "Lettera aperta ai membri del KAP", pur lamentando le offerte legali della Lega di Spartaco (nome corrente all'epoca del KPD-S, pone i kapisti a diffidare di "sottomettersi senza discussioni, come va da sé, nelle risoluzioni del II Congresso". Alle unioni viene rimproverato di spingere "gli operai d'avanguardia" ad abbandonare i sindacati in via di radicalizzazione accelerata (e come prova, si porta, l'accesso a posti dirigenziali di indipendenti e di comunisti, e di disprezzare le elezioni ai comitati di impresa istituiti dalla legge (contro l'adozione della quale il KPD aveva chiamato inoltre ad una manifestazione repressa in un bagno di sangue). Che gli unionisti rientrino nei sindacati! È inoltre riaffermato la necessità del parlamentarismo, perché "la nuova epoca, quella della rivoluzione proletaria, formerà dei parlamentari di nuovo tipo". E le campagne elettorali mettono in grado i militanti in grado di "propagandare le loro idee" e di conquistare con le municipalità rurali, "una grande influenza tra la classe dei piccoli e medi contadini" [31]

Sin dal mese di aprile, l'Esecutivo aveva dichiarato: "Il mandato dell'ufficio olandese ha perso la sua validità", e ritirato "i poteri affidati ai compagni olandesi". È in questa occasione, tra l'altro, che Pannekoek redasse il testo [32] di cui Gorter riproduce nella sua Lettera aperta i passaggi fondamentali. Allo stesso tempo, Lenin in persona entrava in lizza con il suo sin troppo famoso opuscolo L'Estremisno, malattia infantile del comunismo, destinato a diventare sin dal quel momento la bibbia dei PC. Come faceva notare Pannekoek, L'Estremismo" non apportava grandi novità", i suoi argomenti essendo "perfettamente identici a quelli che altri utilizzavano da molto tempo". (Senza dubbio si sbagliava un bel po' quando aggiungeva "La novità, è che ora Lenin li mette sul suo conto" [33]. Non si trattava in definitiva dell'ideologia delle sinistre della III Internazionale di cui l'Olandese era stato, anch'egli, a modo suo, un rappresentante teorico?

 

La lettera aperta di Gorter

Il grande rimprovero che Lenin faceva agli "estremisti" del 1920 era di "negare la legittimità del compromesso". Per illustrarne la necessità, non contento di delineare la storia del Partito russo al rango di pietra di paragone politica universale, mobilitava anche la sua.

Una domenica di gennaio del 1919, la vettura nella quale circolava il nuovo padrone della Russia era stata fermata, nei dintorni di Mosca da dei banditi che fuggirono con l'auto dopo essersi impadroniti, del denaro e dei documenti dei suoi occupanti. "Questa è bella!" esclamò Lenin dopo l'incidente. Incredibile, degli uomini armati che si lasciano rubare la loro vettura. Che vergogna. Ma il suo autista, che raccontò in seguito la storia [34], gli fece osservare, per discolparsi, che uno scambio di armi da fuoco sarebbe stato troppo rischioso, e non tardò a convincerlo della bontà del proprio parere.

Quindici mesi più tardi, il padre fondatore del bolscevismo traeva argomento da questo compromesso molto particolare, legato a un rapporto di forze per natura contingente, per proclamare la necessità dei compromessi in generale) - dei "buoni" compromessi negoziati da istanze centrali, va da sé, nel quadro del dispositivo politico borghese [35].

Gorter procede in tutt'altro modo quando evoca anch'egli un ricordo personale per illustrare la sua visione della politica operaia. Questa volta, ci si trova non in un'automobile, ma ad un congresso del PS olandese. E Gorter testimonia quanto "persuasivo e logico" gli sembrava allora il leader del partito, Pieter Troelstra, mentre celebrava i meriti di compromessi e di alleanze destinate a sfruttare i dissensi interni del campo borghese, e anche quanto lui, Gorter, ne era stato disorientato prima di chiedersi se una simile politica era adatta a consolidare la coscienza di classe presso gli operai, e di rispondere negativamente. Argomenti semplici e diretti, ma tanto rivelatori quanto le asserzioni di Lenin.

Dopo tutto, quest'ultimo non faceva a modo suo quanto Bernstein aveva già fatto aveva fatto [36]: esprimere in termini cinici - "usare, in caso di necessità, ogni stratagemma, ricorrere all'astuzia, alle procedure d'azione clandestine, tacere, nascondere la verità" [37] - una linea di condotta seguita da lunga data - "in caso di necessità", e cioè sempre - dai capi socialpatrioti ma accuratamente ricoperta da declamazioni demagogiche?

Redatta in una lingua senza affettazione, calorosa  concreta, benché non esente da un trionfalismo ancora concepibile all'epoca, la Lettera aperta di Gorter era senza alcun dubbio in ritiro su alcune posizioni del KAPD (il KAP-Olanda non si costituì d'altronde ufficialmente che nel settembre del 1921). Apparve comunque a puntate nell'organo berlinese del giovane partito nell'agosto-settembre 1920 [38], ed in opuscolo durante il mese di novembre, dunque dopo il II congresso dell'I.C. Quest'ultimo aveva sottoposto l'ammissione dei partiti nell'Internazionale a ventuno condizioni che erigevano a principio l'entrismo nei sindacati, l'azione parlamentare e il centralismo democratico [39]. Aprendosi al contempo verso delle formazioni sino ad allora qualificate come opportuniste, al primo posto dei quali stavano gli Indipendentisti di Germania, il congresso diceva credere "possibile e desiderabile l'adesione all'I.C. "di organizzazioni come il KAPD, gli IWW nord americani e i comitati di base britannici (Shop Stewards Committees) che, per "inesperienza politica", non aderivano anora ai suoi principi [40] argomento burocratico per eccellenza [41], costantemente ripreso in seguito. Questo è il contesto immediato della Lettera aperta di Gorter.
 

Dopo la lettera aperta

 

Nel novembre del 1920, una missiva dell'Esecutivo venne una volta di più a mettere il KAPD nelle condizioni di dover aderire al KPD. Una delegazione Kapdista - Gorter, Schröder e Rasch (tesoriere dell'organizzazione) - parte per Mosca per spiegarsi davanti all'istanza suprema della III Internazionale.

Trotsky, incaricato di rispondere all'intervento di Gorter, che non è stato pubblicato, lo fa con il suo solito brio [42], in cui la canzonatura si coniuga al sofisma. Ostentando di non prendere in considerazione che la persona di Gorter, e non le concezioni del partito di cui quest'ultimo non era che un rappresentante, senz'altro il più prestigioso, gli rimprovera un "aristocratismo rivoluzionario" da "poeta" al quale "si trova immancabilmente associato il pessimismo" che lo conducevano a giudicare "imborghesite" le masse operaie d'Occidente. E anche ad adottare un punto di vista "geografico" che distingue tra colonizzati e coloni,senza tener conto del carattere universale della grande rivoluzione in corso, di dimenticare "il legame della rivoluzione proletaria all'Ovest con la rivoluzione nazional-agraria all'Est. Ora i kapisti, come si è visto, non contestavano affatto, al contrario, la necessità di questo "legame"; per essi, la "rivoluzione nazional-agraria" passava anche forzatamente attraverso lo stadio della dittatura di partito. Ciò che essi rifiutavano di ammettere, era l'estensione a Ovest industrializzato di questo modello, la creazione di una tattica democratico-borghese chiamata a sfociare un giorno su questa dittatura. Ai loro occhi, importava soprattutto il fattore della coscienza, della "emancipazione degli spiriti" (Gorter) sia per l'azione diretta che per la critica frontale dell'antico movimento operaio. E poiché le lotte di classi non si concepiscono senza forme d'organizzazione e di rappresentazione adattate al loro stadio di sviluppo storico, essi preconizzavano delle forme in rottura categorica con le antiche, dunque con il parlamentarismo, "strumento del primato dei capi", tattica inevitabile, sosteneva Pannekoek, finché "le masse si rivelano incapaci di decidere da se stesse", ma che "le bloccano nella passività, le vecchie abitudini di pensiero e le vecchie debolezze", un colossale fattore di integrazione all'universo borghese.

Trotsky si atteggiava anch'egli come critico acerrimo del parlamentarismo, ma per altre ragioni. Gli operai, accordava a Gorter, sopravvalutano il Parlamento, questo mezzo per ingannare le masse e farle addormentare, di propagare i pregiudizi, di rafforzare le illusioni della democrazia politica, ecc., ecc. Ma il parlamento è il solo rispetto a questo caso? I giornali, soprattutto quelli dei socialdemocratici, non distillano un veleno piccolo borghese? Dovremmo forse rinunciare alla stampa in quanto strumento dell'azione comunista sulle masse?". Strano ragionamento, si converrà, in bocca di qualcuno che, oltretutto, non cessava di burlarsi dell'insistenza di Gorter e dei suoi amici sulla necessità dell'azione di propaganda, la loro scelta risoluta a favore di un piccolo partito di agitatori selezionati che, Trotsky dixit, "lungi dal dedicarsi a dei compiti così volgari come le elezioni o la partecipazione alla vita sindacale, 'educherebbero' le masse a forza di discorsi e di articoli impeccabili". Aspettando la rivoluzione proletaria nell'Europa dell'Ovest, si doveva utilizzare la tribuna parlamentare per vincere "la superstizione degli operai verso il parlamentarismo e la democrazia borghese". Ma Gorter vi si rifiutava per un "timore delle masse" comparabile alla "loro paura di un personaggio virtuoso che non mettesse il naso fuori, nel timore di esporre la sua virtù a qualche sollecitazione". È con l'aiuto di un'immagine così del tutto traballante che egli rimproverava il suo avversario di "non vedere il nucleo del proletariato nascosto sotto la scorza del vertice burocratico privilegiato".

Pioggia di metafore che non rispondevano affatto alla questione di sapere se la riproduzione delle forme e comportamenti tradizionali, ma con una fraseologia da avanguardia, non induceva anch'essa un tipo di "educazione" determinata, in cui i "discorsi e articoli impeccabili" avevano del resto il loro posto ma anche il parlamentarismo e tutto ciò che genera di apatia  di sottomissione, tanto quanto la conversione delle organizzazioni in pedine del gioco politico istituzionale. L'argomento schiacciante di Trotsky era tuttavia che Gorter "parla a nome di un gruppo molto piccolo e sprovvisto di influenza" [43]. Linguaggio da arrivista della politica...

La delegazione ottiene tuttavia, con grande furore dei capi del KPD-S, l'"ammissione provvisoria" del KAPD nella III Internazionale, in "qualità di partito simpatizzante con voto consultivo" - e invito reiterato a entrare nel KPD-S. L'idea era di isolare dalla base kapdista i dirigenti che si era data.

Nel racconto che fece più tardi del loro viaggio comune, Schröder annota l'emozione dell'"Olandese" che camminava nella terra del comunismo, "Piangeva e non lo nascondeva". Ma, al momento di lasciare la Russia, il "vecchio" che "non ha ancora sessanta anni ne dimostrava ora ottanta" [44]. Come dire la profondità del trauma subito da quest'uomo di cuore e non soltanto di testa! Di ritorno a Berlino, Gorter scriveva a una delle sue compagne di partito "Sono rimasto stupito nel vedere che Lenin non aveva in testa che la Russia e considerava tutto il resto esclusivamente dal punto di vista russa. Non è ciò che mi sembrava un tempo cosa ovvia il leader della rivoluzione mondiale. È il Washington della Russia [45]".

Questo Gorter l'aveva già evidenziato nella sua Lettera aperta, ma la constatazione teorica, per definizione, non potrebbe avere lo spessore umano del contatto diretto.
 

"L'azione di marzo".
 

Il grande patronato così come le autorità socialdemocratiche si applicarono, dopo gli avvenimenti di marzo 1920, a perfezionare il "ritorno alla normalità". Le reti di informatori furono rafforzate, le disposizioni legali antisovversione completate, un corpo di soldataglia semi legale (l'Orgesch) fu distaccato su intere regioni. La polizia era instancabile; così le "organizzazioni di lotta" kapdiste, e i loro depositi di armi, furono smantellate a Berlino (autunno 1920), nella Ruhr (inizio marzo 1921). Al KAPD, colpito da arresti a catena, ci si dedicava ad un lavoro di agitazione intensa, spesso nel quadro di scioperi selvaggi, mentre degli elementi assimilati al KAPD si costituivano in "bande armate" [46], o anche si dedicavano nel far saltare in aria con la dinamite monumenti e edifici pubblici. Da una parte e dall'altra ci si aspettava una prova di forza.

Quest'ultima ebbe luogo nella Germania centrale, nei distretti rossi di Mansfeld et de Halle-Merseburg (bastioni elettorali del VKPD, scaturito dalla fusione USPD- KPD), dove la durezza delle condizioni di vita e delle esazioni dei servizi di sicurezza padronali raggiungevano delle proporzioni senza precedenti, aventi come effetti naturali sabotaggi, appropriazione di materiale e scioperi selvaggi a ripetizione. Tensioni accumulate che l'ingresso di brigate speciali di polizia (sotto autorità socialdemocratica), incaricate di "ristabilire l'ordine", avrebbero portato al punto di esplosione.

Il movimento ha come epicentro le fabbriche Leuna (22.000 lavoratori, unioniste al 40%). Il 21 marzo, un'assemblea generale a maggioranza unionista costituisce un comitato di sciopero (selvaggio) paritario KAPD-VKPD. Il giorno seguente, diciasette centurie composte da giovani operai armati occupano i luoghi, disarmano e espellono la milizia padronale (200 uomini); le unità di polizia locale non si muovono, nell'attesa di rinforzi che arrivano presto (23 centurie di polizia e una batteria da campagna). Coscienti di andare ad un massacro, la maggior parte degli operai evacuano le officine con il favore della notte. Ignorano che un importante distaccamento operaio arriva da Lipsia alla riscossa. Alcune ore appena dopo la loro partenza, questi uomini riescono a forzare i cordoni di polizia e a prendere posizione all'interno del complesso industriale. Il 29, dopo bombardamento d'artiglieria, le forze di polizia danno l'assalto e riprendono possesso di Leuna. Le operazioni di sostegno lanciate nella regione ("presa di potere" locale, interventi di bande armate) soffriranno anch'esse della mancanza di mezzi di trasmissioni affidabili. (Secondo una fonte "ben informata", vi saranno nel complesso della regione 145 vittime tra i civili e 35 tra la polizia; 3.470 persone incarcerate e 1.346 fucili sequestrati) [47].

Il 24, nel momento in cui a Leuna il movimento era al suo apogeo, il VKPD, seguendo un piano la cui esecuzione era prevista per più tardi, lanciava in accordo con il KAPD un appello allo sciopero generale, poco seguito a ragione del veto sindacale (tranne nei cantieri navali di Amburgo e nella Ruhr dove ebbero luogo degli scontri sanguinosi). Il 31, eliminava le sue consegne di sciopero e di azione nelle strade.
 

Le conseguenze dell'azione di marzo

La repressione giudiziaria che seguì aggravò il declino accelerato dall'estate precedente delle diverse organizzazioni kapidiste, unioniste e anarco-sindacaliste. (Benché più di un leader di queste ultime avessero condannato un sollevamento che essi dicevano ispirato dal governo sovietico). Non c'è affatto bisogno di spiegare per spiegare questo declino di invocare un "esercito di agenti pagati dai bolscevichi" [48]. In verità, il ritorno alla normalità della primavera 1920 era dovuto soprattutto alla rapida sparizione di formazioni che, rifiutando per principio le pratiche parlamentari e sindacali, non potevano aspettarsi una ripresa in quanto forze sociali reali che da un rovesciamento della situazione, che non si verificò, malgrado gli sforzi dei kapidisti e assimilati.

Per contro, come appare retrospettivamente, la forma di organizzazione tradizionale del VKPD, aureolata dall'investitura di Mosca ma radicata sulle istituzioni legali, trovava nella vita quotidiana e nell'arena elettorale di che alimentare un'attività che erigeva a regola il minimo sforzo nella lotta e agiva come fattore supplementare d'integrazione mentale degli operai al sistema vigente. Non senza per giunta un adattamento del partito a questo stesso sistema che, tuttavia, lo teneva a margine a al quale serviva utilmente da spauracchio. Più di qualunque altra dello stesso genere, l'Azione di marzo doveva infatti iniettare al mito del "complotto comunista internazionale" la dose di realtà di cui aveva bisogno per funzionare.

Il 16 marzo, il ministro dell'Interno, proclamava lo stato d'assedio "non militarizzato" nella Germania centrale, dichiarava anche di vedere nelle agitazioni la mano non del PC in quanto tale, ma di "criminali internazionali, forse anche di spie e di provocatori che si fanno passare per dei comunisti" [49], (tesi ripresa oggi mutatis mutandis nella Repubblica Democratica Tedesca i cui ricercatori di Stato incriminano i "putschisti settari del KAP", "operai momentaneamente ingannati" o "provocatori prezzolati"). Sul posto, alla base, il VKPD rimase nell'insieme passivo. Ma al vertice, era tutt'altra cosa. L'Esecutivo dell'I.C., benché diviso su questo soggetto, non per questo non appoggiava a fondo i "preparativi pianificati" d'insurrezione. Non avevano forse inviato in Germania tre "tecnici" di alto livello? Moltiplicato istruzioni, incoraggiamenti, spedizione di fondi? Approvato la campagna che toccava il suo culmine nella stampa del VKPD dall'inizio di febbraio? La sua responsabilità nel disastro, la sua volontà di rilanciare il movimento in Germania per far deviare le tensioni che investivano allora il regime, cioè di pesare sul corso delle trattative tedesche-russe, sono cose verificate.

Avevano trovato dei sostegni nei circoli dirigenti del VKPD, tra gli adepti della "teoria dell'offensiva". Una frazione del vertice, ma non la maggior parte della base e dei quadri intermedi. Il che Gorter spiegava così "Quando un partito che opta per il Parlamento e per i sindacati invece di erigere il proletariato in forza rivoluzionaria, e in tal modo mina questo e indebolisce quell'altro, poi (dopo questi bei preparativi!) passa di colpo all'attacco e decide una grande azione offensiva di quel proletariato, che ha egli stesso indebolito, è di un putsch bell'e buono che si tratta sin dall'inizio

Detto in altro modo, da una azione decretata dall'alto in basso, che non è scaturita dalle masse stesse, e votata sin dall'inizio alla sconfitta [51].

Ben diversa, sottolineavano i suoi rappresentanti, era la tattica del KAPD. Per essi, la lotta in fabbrica mirava a "creare il clima necessario allo scatenamento di azioni di massa". Quest'ultime a loro volta dovevano portare all'occupazione dei luoghi di lavoro e, poi, sfociare in insurrezione armata. "Che il corso delle lotte si conformi esattamente a questo schema, è dubbio. Ma è sicuro che senza lotta diretta per le fabbriche, la rivoluzione non vincerà in Germania". La direzione del VKPD (tranne Levi e la sua banda) aveva visto nel sollevamento operaio "l'occasione di montare un'azione ad ogni costo", un "tentativo fittizio" di conquistare il potere politico. L'influenza del SPD e dei sindacati aveva mantenuto le "grandi masse" nella neutralità, persino ostili, verso "l'avanguardia militante". Ma era "vano volere spezzare questa influenza sul suo proprio terreno, quello delle azioni bidone parlamentari sindacali; Una lotta efficace non è possibile che alla radice del male, sul terreno delle fabbriche [52]. Questa era la tattica che Gorter (e i kapidisti) [53] intendevano con le parole "propaganda" e "educazione" [54] non gli esercizi di teorico solitario da camera ai quali Trotsky (e tutti quanti) si sforzava di ridurlo.

Naturalmente, i vertici burocratici dell'Internazionale, una volta verificatasi la sconfitta, ne diedero la responsabilità al capo (Paul Levi) del VKPD e alla sua banda), eppure avversario frenetico dell'Azione di marzo. Conformemente alla linea che gli fissava già una "lettera aperta" dell'Esecutivo (gennaio 1921), il che non ne costituì mai una contraddizione, il partito unificato tornò alla tattica di preparazione di un fronte unito con gli elementi del SPD che vi si mostravano disposti. Delle aperture in questo senso furono allora tentate ma invano, a livelli regionali. (Esse non diedero frutti che nel 1923 con gli effimeri uffici unitari di Sassonia e di Turingia).

Scrive a tal proposito Pannekoek, "così i comunisti del parlamento tedesco si apprestano a cooperare con i partiti socialisti. Così come la fusione della lega di Spartaco con gli Indipendenti ha necessitato di un adattamento al programma di quest'ultimi, allo stesso modo la cooperazione in corso di preparazione con i socialdemocratici acquisiti esigerà un adattamento e uno slittamento a destra [55]".

Come è ben noto, le cose andarono proprio in tal modo. Anche se l'SPD integrato a tutti i livelli dell'apparato di Stato declinò con costanza e disprezzo ognuno delle offerte di alleanza dei suoi rivali comunisti, anche se le concessioni fatte da quest'ultimi comportavano delle ondate di siluramenti e di espulsioni, sino al giorno in cui il KPD si trovò senza anima né energia, integralmente stalinizzato. Storia sinistra, storia destinata a ripetersi mutatis mutandis un po' ovunque nelle sezioni dell'Europa occidentale della III Internazionale.
 

Il III Congresso dell'Internazionale comunista
 

Il III congresso doveva porre fine al dialogo da sordi, iniziato dal 1919. All'improvviso, infatti, Zinoviev, pontefice supremo dell'l.C., fece sapere che l'Internazionale non tollerava l'esistenza di due partiti comunisti in un solo paese. Inoltre, equiparò i kapdisti e gli indipendentisti perché non allineati al VKPD. Gli altri portavoce bolscevichi abbondarono nello stesso senso, ma nel disordine dei "semi-anarchici" diceva Lenin (trattato come tale un tempo dai menscevichi), dei "menscevichi" rincaravano la dose su Trotsky (trattato come tale un tempo dai bolscevichi), ecc. ecc. Il tutto in mezzo ad un'ilarità comandata presso i congressisti e con grande uso di manipolazioni dell'ordine del giorno o di tante parole e altri vecchi trucchi. In queste condizioni, gli interventi appassionati ma sobri dei delegati kapdisti [56] apparivano soprattutto come un tentativo disperato.

Essi non ebbero più successo in quanto all'altro oggetto della loro presenza al congresso: "Il raggruppamento delle tendenze dell'opposizione all'interno dell'internazionale". I delegati della CNT spagnola e quelli dell'IWW nord americani trovavano che c'era c'erano a casa loro troppi partiti e non abbastanza sindacati. E i diversi gruppi dell'Opposizione operaia russa non si preoccupavano affatto, senz'altro, di fare causa comune con degli appestati, numericamente deboli per giunta. Da parte della KAP, la maggioranza dei militanti ritenevano che i contatti con le persone dell'Opposizione avevano dovuto aver luogo in segreto, nel cuore della notte: "Ecco", si diceva, "ciò che dà un'idea della sua forza reale" quando "la disciplina carceraria che regna in Russia" [57]. Così ci persuademmo che l'Opposizione operaia non poteva fare di meglio della "burocrazia bolscevica", visto "il rapporto di forze tra una enorme massa contadina e un debole proletariato", anche se si approvava di esigere l'attivazione delle masse" [58]. E poi come non infrangere quel principio della non-ingerenza che si chiedeva al partito russo di rispettare nell'Europa occidentale?

Vana discrezione, lo abbiamo visto. Nell'ottobre 1921, per l'ultima volta, il Comitato esecutivo allargato dell'I.C. esortava i kapdisti a rinunciare al loro "settarismo, causa di dispersione delle forze" e gli unionisti a raggiungere i sindacati per "sottrarli all'influenza dei socialdemocratici". Terminava proclamando che era falso vedere, alla maniera dei "teorici del KAPD, teste infantili in politica [nell'Internazionale] uno strumento della politica dei Soviet". E l'Esecutivo rilanciava a proposito: "La Russia è il più potente degli avamposti dell'l.C." [59]. La famosa ideologia dell'"internazionalismo proletario, di già.

Da parte sua, il Comitato centrale del KAPD, nelle mani degli "intellettuali" del partito, decideva sin da luglio di rompere con l'I.C. (decisione ratificata dal congresso successivo di settembre) e lanciava la parola d'ordine di costituzione di una "Internazionale operaia comunista" (KAI). Quest'ultima era chiamata a "svilupparsi in modo graduale e organico, come ha fatto il KAPD"; sarebbe stata una "creazione della base", non del vertice [60]. Cosa contestata dalla maggior parte dei kapdisti, il futuro KAP-Berlino. In una situazione che non era realmente rivoluzionaria, essi sostenevano, i pochi gruppuscoli - bulgari, olandesi, inglesi - che essi erano in grado di riunire e che avrebbero formato una "Internazionale delle illusioni, non dell'azione"; sarebbe stata una "Internazionale dei capi", di "politicanti rapaci" preoccupati di abbellire l'immagine del loro marchio [61]. Denigrazione ad oltranza, molto in sintonia nelle polemiche dell'epoca, molto spesso più feroci verso i propri simili che nei confronti di nemici dichiarati. Ma anche la nuova "Internazionale" non visse in fin dei conti che sulla carta e finì con il corrispondere soltanto con l'indirizzo di una libreria di Amsterdam...

Gli unionisti, in quanto ad essi, e contrariamente agli anarco-sindacalisti, non ebbero mai dei contatti diretti con il Consiglio internazionale delle associazioni di mestiere e delle industrie, la cui costituzione (Mosca, estate 1920) fu il preludio a quella dell'Internazionale sindacale rossa (Mosca, luglio 1921). Vide la la loro opposizione di principio alla Zellentaktik, la formazione di "frazioni sindacali" interamente subordinate al Partito, ma vie anche una situazione fluttuante all'estremo, di numerose unioni e associazioni industriale variante nella loro affiliazione a questa o quella centrale (le più forti finirono tuttavia con l'allinearsi a Mosca).
 

A mo' di conclusione

A cosa serve epilogare - forse si dirà - sugli avvenimenti sopra schematicamente evocati? La prima - e la sola ancora sino ad oggi - convulsione rivoluzionaria proletaria in un paese sviluppato non è stata quasi subito svuotata della sua sostanza dagli sforzi congiunti del Capitale in armi e del Lavoro organizzato, le grandi masse rimanendo nel mezzo in riserbo, nel peggiore dei casi attivamente ostili? E i suoi sviluppi, per forza di cose più teorici che pratici, non sono scomparsi nelle nebbie della storia?

Ma, d'altronde, quella storia, la storia contemporanea non ha dimostrato anche che l'azione parlamentare e/o sindacale, per inerente che essa sia al capitalismo di mercato, era per matura fuori dalla possibilità di realizzare nei paesi sviluppati il suo progetto iniziale, la sua versione specifica del socialismo: l'abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di scambio? E anche altrettanto chiaramente che, nei paesi meno sviluppati, questa stessa abolizione si accompagnava con la creazione di un nuovo sistema di oppressione e di sfruttamento non appena l'attività propria delle masse veniva ad essere soffocata con le buone o le cattive.

Sin da allora, e finché non si può adattarsi al mondo così come va ed alle sue istituzioni, non è meglio impegnarsi in cause più limitate senz'altro rispetto al progetto dei consigli operai, ma anche più realisti di esso? Più realisti, parliamone! Per limitarsi a questo, la lotta anti-imperialista extraparlamentare nelle metropoli non è sfociata, nella stretta misura in cui affrettò la fine delle guerre coloniali, ad un recupero finale da parte dei poteri di Stato coinvolti? Così come d'altronde ad un disinteressamento, ad un'indifferenza passiva, una volta acquisito il risultato almeno apparentemente?

È la stessa cosa, secondo modalità diverse, per altre cause prese in sé ma anch'esse fondate sin dall'inizio - le donne, i diritti democratici, la difesa dell'ambiente, ecc. Ed accade la stessa cosa, lo abbiamo visto, per la causa del Lavoro, finquando assume dei canali analoghi, le vie del dialogo interclassista. Non senza evidenti differenze quantitative e qualitative, la più piccola di quest'ultime non è altro che la lotta operaia racchiusa nel suo interno di ben altre virtualità. Non ha essa come spazio naturale il luogo di produzione, base stessa della vita sociale, e, per questo motivo, base della sua eventuale ricostruzione?

Anche piccole, le lotte operaie, che aprono delle nuove prospettive non sorgono che in quei rari momenti in cui i lavoratori, superando i loro vecchi riflessi di passività e di timore, si ribellano alla cieca contro se stessi, e cioè contro le organizzazioni, contro i capi che essi si sono dati, per prendere in mano, in modo certamente frammentario e provvisorio, la gestione dello sforzo comune, unitario. Allo stesso modo, ad una scala altrimenti più elevata, le fasi di affondamento parziale dei poteri esistenti, così come lo hanno rivelato più di una volta nel corso di questo secolo delle azioni din forza massicce e spontanee, approdano in forme di organizzazione e di rappresentazione di natura da permettere, nella loro tendenza, l'autodterminazione operaia, condizione necessaria dell'istituzione di un mondo infine retto da regole di produzion e di distribuzione egualitarie.

Qualunque esse siano, queste lotte dette autonome non avvengono, per lo meno prima del ritorno alla normalità, senza distaccare le masse dai valori di sottomissione e di rassegnazione che i movimenti del capitale e le pressioni dei suoi agenti coscienti o non, hanno come effetto di interiorizzare in esse. Allora, è un germogliare di iniziative, di confronti di idee, d'inventiva organizzativa. Uno stadio che è stato già più di una volta raggiunto, in piccolo così come in grande. Però mai superato e di cui nessuno, seriamente, non potrebbe pretendere che lo sarà un giorno.

Nessuna potenza al mondo potrebbe creare, con qualsiasi mezzo, "lo spirito generalizzatore e la passione rivoluzionaria" di cui Marx faceva già dei componenti indispensabili della "rivoluzione sociale" nei paesi sviluppati [62] - è capace di generarli soltanto una lotta accanita senza tener conto di nulla, diffusa in tutto un periodo storico, così come lo testimonia lo sviluppo di tutte le grandi rivoluzioni del passato.

Quindi, l'attesa passiva, fosse anche sotto l'aspetto positivista di testimonianze vissute o di descrizioni formali, non porta che alla sottomissione al reale immediato. Allo stesso modo, in certe condizioni, l'intervento pratico delle masse diventa una virtualità di sviluppo - anche se, nel caso in cui esso si concretizzasse, i suoi risultati rimanessero imprevedibili. E l'intervento teorico ne è indissociabile, se si vuole cosciente, pur situandosi fatalmente, in una provvisorietà che dura, a monte della pratica. Il che Gorter esprimeva nel seguente modo: "Non possiamo contare sulle condizioni materiali: dobbiamo stimolare l'autocoscientizzazione del proletariato. Per le cause materiali non possiamo fare molto, nemmeno attraverso il sabotaggio. Ma per le cause psicologiche, possiamo fare molto" [63]. Giudizio non troppo ottimista, il futuro doveva dimostrarlo, ma senza invalidarne la validità generale.

"L'uomo in generale è innanzitutto un essere pratico e finché può sopravvivere per mezzo di soluzioni pratiche, non ha bisogno di teorie sovversive per il futuro. Quando le lotte sono molto dure e restano malgrado tutto infruttuose, si è portati a ricercare le cause della sconfitta, il carattere degli ostacoli. Si fanno delle teorie" [64], diceva Canne Meijer, che a volte è stato chiamato "l'anima" del G.I.C. Ora il lungo periodo di crescita continua delle forze produttive e del progresso capitalisti, che sta volgendo al termine, era per definizione inadatto al necessario rinnovamento della teoria operaia, che analizza e generalizza delle pratiche, non sempre immediate senz'altro, prima di venire a sua volta a stimolare, orientare gli spiriti. Dato questo vuoto, e senza dimenticare il primato naturale del presente, conviene confrontarsi alle grandi azioni operaie del passato.

Certo, sarebbe assurdo voler restaurare la tradizione del comunismo dei consigli, morta con il periodo che l'ha generato. Ma alcune delle nozioni elaborate da questo movimento conservano malgrado tutto un potere di chiarimento tanto più prezioso in quanto la possibilità di rivedere uno scontro di grandi proporzioni tra il nuovo e il vecchio non è affatto escluso nel periodo storico che si apre ai nostri giorni. In questo senso, e anche se i mezzi di diffondere queste nozioni rimangono irrisori, la Lettera aperta di Gorter, i suoi dettagli e le sue circostanze, permettono di gettare uno sguardo diverso sulle modalità e finalità concepibili di lotte operaie che lascerebbero infine il terreno della difensiva, inerente alle condizioni del Capitale, per occupare quello dell'offensiva.

 

Nota sul movimento "di base" in Gran Bretagna

 

All'origine dell'interesse per il movimento inglese provato dal Lenin di L'Estremismo, malattia infantile del comunismo dal Gorter di Lettera aperta al compagno Lenin, si trova non l'importanza pratica di questo movimento, ma il carattere chiave che allora si prestava all'Impero britannico e alla sua potenza industriale. Durante la guerra, soprattutto negli arsenali scozzesi e nelle miniere gallesi,si era sviluppato un movimento "di base", il Rank-and-File Movement, le cui forme organizzative - comitati di delegati di officina (Shop Stewards Committees), comitati di fabbrica (Shop Committees), comitati operai ed altri - erano di un tipo vicino alle organizzazioni di fabbrica, cari agli unionisti tedeschi. Altra parentela dei basiti inglesi, eretti contro le pratiche laburiste, intendevano "pensare da se stessi, sfuggire alle regole dell'obbedienza passiva, per riattivare il movimento operaio". Ma, nel loro spirito, i comitati dovevano essere "innanzitutto degli organi di lotta  di controllo sulle condizioni quotidiane del lavoro" [65], e dunque perseguire gli obiettivi grosso modo cogestionari, centrati sulle questioni di salari, norme, assunzioni, ecc... in vista di superare le carenze dei sindacati di mestiere (e di Unione sacra). Finita la guerra, il Movimento deperisce rapidamente, insieme alle circostanze che l'avevano fatto nascere. Caduto sotto l'influenza del PC, sostenitore dell'entrismo nei sindacati, sparisce sin dal 1922.

Infatti di PC inglesi, ve ne furono due in origine. Il primo, investito da Mosca, proveniva soprattutto da un gruppuscolo socialista di sinistra (il BSP), vicino per linea politica e per ideologia agli indipendenti tedeschi; insieme ad alcuni altri gruppi, si costituì in PC il 1° agosto 1920 e si pronunciò allora, malgrado le esortazioni dell'Ufficio di Amsterdam (marzo 1920), per il parlamentarismo e per una domanda di affiliazione al partito laburista. L'altro partito, fondato il 9 giugno precedente (e di cui Gorter esalta qui sopra la creazione), combatteva a fondo questa linea; detto anche "PC oppositore", proveniva da un piccolissimo gruppo di suffragette, per la maggior parte dalle operaie dell'East End londinese [66]. Sosteneva delle lotte di quartiere e di officina e, inoltre, si trovava in contatto con Gorter e il KAPD.

La sua figura preminente era quella di Sylvia Pankhurst (1882-1960), ardente femminista a cui il suo attivismo durante la guerra e dopo aveva valso più di una condanna per "incitamento alla rivolta". Avendo incontrato Lenin a Mosca, nel luglio del 1920, si allineò alle sue concezioni e raggiunse con il suo gruppo il PC ufficiale [67]. Ma avendo rifiutato di sottoporre il suo giornale alla censura del comitato centrale, "che pretende," diceva lei, "di essere la dittatura del proletariato, mentre esso non ha alcun potere e che il proletariato rimane indifferente", fu esclusa dal partito. Senza per questo scoraggiarsi, Sylvia Pankhurst militò in comitati di disoccupati, mentre il suo gruppo, ancora ridotto, serviva da sezione fantasma alla KAI, prima di sparire del tutto allo stesso tempo del suo organo di stampa nel 1924 [68].

 

 

Serge Bricianer

 

* Herman Gorter, Réponse à Lenin. Lettre ouverte au camarade Lénin, Introduzione di Serge Bricianer, Spartacus René Lefeuvre, Paris, 1979.

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

 

NOTE

 

[1] Citato da G. Mergner, Arbeiterbewegung und Intelligenz, Starnberg, 1973, p. 133-134

[2] Ibid. p. 145.

[3] Ibid. p.154-156.

[4] Cfr. Herman Gorter "Partei, Klasse und Masse", Proletarier, 4, febbraio-marzo, 1921.

[5] Documenti tradotti in francese: Herman Gorter: L'internationale ouvrière communiste (1922), Invariance, VII, 5, 1974; H. Wagner:  Thèses sur le bolchevisme  (1934), in: Korsch, Mattick et al.: La Contre-révolution bureaucratique [La controrivoluzione burocratica], coll. 10/18, n° 760, 1973; Position du G.I.C.l'internationale, IV, 27 et 28, aprile e maggio 1937; A. Pannekoek: Lénine Philosophe  (1938), collezione Spartacus, série B, n° 34, giugno 1970, e antologia citata, III parte.

[6] Otto Rühle sosteneva, in quanto a lui ( Von der bürgerlichen zur proletarischen Revolution, Dresda 1924, p. 17), che "viste le sue condizioni storiche, la rivoluzione russa non poteva essere sin dall'inizio che una rivoluzione borghese". Da ciò la tendenza anche di alcuni settori dell'AAU-E a vedere nei consigli operai lo strumento della rivoluzione borghese. Non rimaneva che aspettare... lo "scatenamento delle energie assopite di tutti gli sfruttati" (Die Revolution, Heidenau, 4, 1926).

[7] Hermann Gorter: Die Internationale und die WeltrevolutionDie Aktion, XIV, 12, 1924, p. 324-325.

[8] Cfr.  Sowjetrussland, die Wirtschaftkrise und die RevolutionProletarier (Amsterdam), I, 1, febbraio 1933.

[9] Cfr. Risoluzione del II congresso dell'I. C. sul ruolo dei PC, in: Thèses, manifestes et résolutions de l'I.C., Parigi, 1934.

[10] Programme du KAPD [Programma del KAPD], (1920), in: La Gauche allemande, p. 6 e seguenti.

[11] Programm und Organisations-Statut der KAPD, Berlin, 1924, p. 19 e 13), "Conoscenza storica" designa qui, in primo luogo la teoria della "crisi mortale" imminente del sistema capitalista.

[12] Citato da H. M. Bock: Geschichte des "linken Radikalismus", in: Deutschland, Suhrkamp Verlag, n° 645, p. 145.

[13] Citato da Pannekoek in un articolo (maggio 1932) in cui, affermando ancora una volta che la presa del potere da parte di un PC (e la "dittatura dei grossi papaveri" che ne conseguiva) era concepibile in un paese a borghesia e proletariato deboli, non nell'Occidente industrializzato, riprendeva la nozione di "gruppi d'opinione"; Anton Pannekoek Partij raden, revolutie (J. Kloostermann), Amsterdam, 1970, p. 56 seg.

[14] Cfr. Desarmes (uno pseudonimo espressivo) "Unser Kampf gestern und heute", Proletarier (Berlin; ciclostilato clandestinamnt), 1, 1933.

[15] Cfr. Rätekorrespondenz (id. 2, nov. 1932).

[16] Zur Frage des individuellen Terrors; ibid.

[17] Ibid., 2.

[18] Cfr. H. Canne Meijer, Fondements de l'économie communiste, nel numero già citato di Informations Correspondance Ouvrières.

[19] Cfr. H. Canne Meijer: "Das Werden einer neuen Arbeiterbewegung" (1935), raccolta Mergner, p. 139-167, p. 160 seguenti. Per un'altra versione, più astratta di queste concezioni, cfr. Anton Pannekoek "Parti et classe ouvrière" (1936), antologia citata, p. 259 seguenti. Per i gruppi americani, vedere P. Mattick: "Les groupes communistes de conseils" (1939), in Intégration capitaliste et rupture ouvrière, EDI, Paris, 1972, p. 63 seguenti.

[20] Nel fantasma borghese, il gruppo dei radencommunisten appariva sia come una banda di utopisti litigiosi alla maniera di Marx (cfr. F. Kool Die Linke gegen die Parteiherrschaft, Friburgo, 1970), sia come un covo di terroristi (cfr. H. Schulze Wilde, in l'Express, 27-2-1958).

[21] Parlando dell'opuscolo di Pannekoek (1920), Zinoviev dichiarava "Vi troverete le masse erette in un feticcio che si tenta di opporre al partito in quanto tale" (cfr. Il Congrès de la III Int. comm., Pétrograd, 1921, p. 67).

[22] Si lascerà da parte qui la tesi troppo superficiale del "capitale finanziario" come agente unificatore del capitale che Gorter, seguendo Hilferding, professa al pari di Lenin (e di Kautsky).

[23] Vedere il capitolo "Le cause del nazionalismo all'interno del proletariato", in H. Gorter, Der Imperialismus, der Weltkrieg und die Sozialdemokratie, Amsterdam, 1915, p. 54-72.

[24] Hermann Gorter (discorso al congresso del KAPD), in Kommunistiche Arbeiter-Zeitung, n° 232 (24-9-1921).

[25] Su questa discussione, che non ha nulla di nuovo, vedere soprattutto H. Canne Meyer: "Le mouvement pour les conseils...", op. cit., p. 21 e seguenti.

[26] Cfr. P. Mattick "Interview à Lotta continua", Spartacus, 11, ottobre 1978, p. 4, e "PCF et dictature", nel mio articolo, ibid., 6 juin 1977, p. 23.

[27] Secondo un rapporto di polizia riguardante il periodo di gennaio-marzo 1921, e citato (c0on le riserve d'uso) da H. M. Bock Syndikalismus und Linkskommunismus von 1918-1923 (tesi), Meisenheim/Glan, 1969, p. 259.

[28] Lénine (10-10-1919), in Oeuvres, t. 30, p. 51, aggiungendo tra parentesi questo riferimento significativo sulle condizioni della Russia zarista: "Come si esprimevano i bolscevichi nel 1910-1913".

[29] Cfr. Collectif KAPD, Der Weg des Dr Levi, der Weg der KPD, s.l.n.d. (1921), p. 26-28.

[30] Arthur Rosenberg Histoire du bolchevisme Paris, 1936, p. 190; [Tr. it.: Storia del bolscevismo, Leonardo, Roma, 1932].

[31] Cfr. la lettera dell'Esecutivo del 2 giugno 1920, in l'internationale communiste, 11 (juin 1920), p. 1909-1921.

[32] Cfr. Anton Pannekoek, Révolution mondiale et tactique communiste, (marzo-aprile 1920).

[33] Ibid, p. 200.

[34] Cfr. S.K. Guil, in Lénine tel qu'il fut, t. II, Mosca, 1959, p. 241-242.

[35] Cfr. Lenin, La Maladie infantile du communisme, le "gauchisme", Paris, 1968, p. 23-24; [Tr. it.: L'Estremismo, malattia infantile del comunismo, Opere scelte, vol. VI, Editori Riuniti, Roma-Mosca, 1975].

[36] Cfr. a proposito Kark Korsch, "L'orthodoxie marxiste", Marxisme et contre-révolution... (S. Bricianer éd.), Paris, 1975, p. 130-132.

(37) Lenin, op. cit.

[38] Kommunistische Arbeiter-Zeitung, n° 121 e seguenti In quel momento (inzi d'agosto), l'armata rossa, avendo cacciato i Polacchi dall'Ucraina, raggiunse la Vistola (prima di dover ripiegare in mancanza di mezzi logistici e di rinforzi). Il KAPD aveva tentato di sostenerla preparando una campagna di propaganda e d'azione (sabotaggi e operazioni di commando) che denunciata dall'USPD et le KPD dovevafermarsi bruscamente.

[39] Cfr. Thèses et manifestes de l'l.C., op. cit., p. 39 e seguenti.

[40] Ibid., p. 47

[41] Al V congresso dei sindacati tedeschi (1905), ad esempio, i propagandisti dello "sciopero generale" si facevano trattare come "anarchici e gente senza la minima esperienza".

[42] Cfr. Leone Trotsky: "Sur la politique du KAPD", l'internationale communiste, 17 (mai 1921). Traduco dall'edizione tedesca, pp. 4211-4224; Tr. it.: Trotsky, Risposta a Gorter, in: Dibattito sull'estremismo, Samona e Savelli, Roma, 1976.

[43] Di fatto, Trotsky designava così il picolo partito socialdemocratico olandese (costituito come PC sin dal 1918, nato dalla scissione del 1909, la cui causa immediata era stata la "questione agraria", e a quella di Lenin (cfr. Collected Works, t. 16, p. 140-144) era stata all'epoca applaudita sonoramente (contrariamente a Rosa Luxemburg, preoccupata a non "perdere il contatto con le masse").

[44] K. Schröder: Die Geschichte Jan Beeks, Berlino, 1929, p. 163 e 166.

[45] Citato da J. Clinge Doorenbos: Wisselend Getij, Amsterdam, 1964, p. 52.

[46] Vedere Allegato I, notizia "Plättner" e "Prenzlow".

[47] Cfr. Drobnig: Der mitteldeutsche Aufstand 1921, Lubecca, 1929.

[48] Cfr. Otto Rülhe: Fascisme brun, Fascisme rouge (1939), Ed. Spartacus 1975, pp. 36-37.

[49] Citato da H.M. Mayer: Die politischen Hintergründe des Mitteldeutschen Aufstandes von 1921, Berlino, 1935, p. 64.

[50] Vedere ad esempio: Kämpfendes Leuna (1915-1945), t. I, Berlino-Est, 1961, p. 242 e seguenti.

[51] H. Gorter: "Les leçons de l'Action de mars. Postface à la "Lettre ouverte à Lénine", in D. Authier et J. Barrot: op. cit. p. 323.

[52] Collettivo KAPD: op. cit., p. 31-32, 18 (note) e 25.

[53] "Ciò che diciamo," dichiarava al III Congresso dell'I. C., il kapidista Appel rispondendo alle affermazioni di Radek, "non è nato in Olanda, nel cervello e nell'alambicco del compagno Gorter, ma attraverso le esperienze della lotta che abbiamo condotto dal 1919", (cfr. raccolta Authier, p. 32; e così lo stesso Schwab rispondendo a Bucharin, ibid., p. 521.

[54] Assegnandosi come ruolo "un lavoro di educazione rivoluzionario su vasta scala", il KAPD si rifiutava a "rendere le masse operaie più limitate di quanto già non fossero" riprendendo per loro conto, così come sono, delle rivendicazioni parziali. Lungi da ciò, esso intendeva "allargare dei movimenti di questo genere con degli appelli alla solidarietà e esacerbarli di modo a far loro assumere delle forme rivoluzionarie e se possibile politiche" (cfr. le "Tesi 10 e 11 sul ruolo del Partito...," sottoposte al III Congresso, in Invariance, n° 8).

[55] A. Pannekoek, in De Nieuwe Tijd, 1921, p. 441; cfr. anche l'antologia citata, p. 219 seguenti.

[56] Si troveranno questi interventi nella raccolta Authier, La Gauche allemande, op. cit.; cfr. anche Invariance, 7 e 8.

[57] Cfr. l'unionista Wülfrath, in Ausserordentlicher offentlicher Parteitag des KAPD (11-13 sett. 1921); il comitato centrale del KAPD, che aveva le sue ragioni, vedeva al contrario nella Opposizione operaia un movimento di massa (cfr. Invariance, 7, p. 98, e soprattutto Adolf Dethmann ampiamente citato (senza nome dell'autore) in Soep : "Une IV Internationale ou une réplique de la III?" [Una IV Internazionale o una replica della III?], Bilan, giugno 1934).

 

 

 

 

 

(58) Collectif KAPD : "Vier Führer", Proletarier, I, 8, août 1921. Ce texte de réflexion sur le congrès focalise de manière caractéristique sur le point suivant : "Le discours des chefs russes ne traitait que des forces matérielles, économiques, mais passait sous silence les forces vivantes", "l'esprit et le coeur des ouvriers paralysés par leurs organisations, partis et syndicats".

(59) Cfr. An die Mitglieder der KAPD, Offener Brief der EKKI, Hambourg, 1921.

(60) Voir les extraits d'un manifeste de la KAI, in Invariance, 7, p. 95-101 (ici p. 101).

(61) Cfr. Die KAI. Räte-Internationale oder Führer-Internationale?, Berlin, 1922.

(62) K. Marx, Circulaire du Conseil général de l'AIT (janv. 1870).

(63) H. Gorter; discours cité plus haut, note 24.

(64) H. Canne Meijer: "Le problème du socialisme", Internationalisme (Paris, 40, déc. 1948, p. 41.)

(65) Cfr. J.T. Murphy: The Workers' Committee, Sheffield, 1918.

(66) Cfr. J. Klugmann : History of the CP of G.B., Londres, 1964, t. 1.

(67) D'où la note navrée que Gorter consacre à l'affaire dans la Lettre ouverte.

(68) Voir l'émouvante biographie qu'en a donné David Mitchell: Les Pankhurst. L'ascension du féminisme, Genève, 1971.

 

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25 ottobre 2012 4 25 /10 /ottobre /2012 13:00

Traiettorie del capitalismo decrescita07

Dal "soggetto automata" all'automazione della produzione 

 

 

di Anselm Jappe 

 

Conferenza pronunciata il 30 novembre 2011 alla École nationale supérieure d’architecture Paris-Malaquais al colloquio "Politique computationnelle et architecture: De la Digital philosophy à la fin du travail" [Politica computazionale e architettura: dalla Digital Philosophy alla fine del lavoro].

  

È una banalità dire che viviamo in un'epoca di grandi cambiamenti nel campo delle tecnologie, e che si sta progredendo sempre più verso la miniaturizzazione e la rapidità. Ma ciò che distingue un'epoca storica dall'altra, non sono soltanto le sue tecnologie, ma soprattutto i suoi rapporti sociali. E da questo punto di vista, siamo pressappoco nella stessa situazione del XIX secolo, quando Karl Marx elaborò la sua critica del capitalismo.

Soprattutto, se non intendiamo i rapporti sociali soltanto nel senso del dominio manifesto di una classe di persone - i proprietari dei mezzi di produzione - sugli altri gruppi sociali costretti a vendere la loro forza lavoro, ma, intendiamo con rapporto sociale, anche e soprattutto le categorie di base della società capitalista: il lavoro e il valore, la merce e il denaro. Esse sono delle forme storicamente specifiche che considerano l'attività produttiva umana. Esse non sono naturali e non si trovano in tutte le forme di società, tutt'altro. Dopo una lunga gestazione a partire dalle loro forme embrionali, il lavoro e il valore, la merce e il denaro, il survalore (o plusvalore) e il capitale si sono imposti al centro della vita sociale con la Rivoluzione industriale, e da più di 250 anni queste categorie continuano a estendersi in campi sempre più ampi della vita umana, sia in senso geografico sia all'interno delle società capitaliste, sino allo stadio contemporaneo, in cui non vi è più nessun aspetto della vita che non sia determinato dal lavoro, il valore, la merce, il denaro o le loro forme derivate.

 

Qual è l'aspetto più importante dell'analisi della merce proposto da Marx?

 

Nella società moderna basata sulla produzione di merci, il lavoro ha un doppio aspetto: è allo stesso tempo lavoro astratto e lavoro concreto. Tuttavia, essi non sono due tipi diversi di lavoro, e il lavoro astratto non ha nulla a che vedere con il lavoro immateriale: è una confusione terminologica sistematicamente mantenuta da alcuni autori. Ogni lavoro, indipendentemente dal suo contenuto, ha un lato astratto, e cioè costituisce un dispendio di energia umana misurata dal tempo. Il valore di una merce, come ha dimostrato Marx, non dipende dalla sua utilità, né dal desiderio che essa suscita, ma dalla quantità di lavoro indifferenziato, da lavoro astratto da essa rappresentato. Attraverso gli scambi delle merci, questo valore trova la sua espressione in una merce particolare: il denaro. Nella società capitalista, la produzione dei beni d'uso non è che un fattore certo indispensabile, ma sempre subordinato alla produzione della merce che è la sola finalità di tutto il processo produttivo: il denaro. Ben prima della questione della distribuzione del plusvalore tra i diversi attori della produzione, la società di mercato si caratterizza attraverso questo processo anonimo e automatico di trasformazione di ogni attività concreta in una qualità di valore e denaro.

 

Siamo attualmente in grado di uscire dalla società del lavoro, a causa della tecnologia e dell'automazione che riducono il lavoro a delle parti sempre più ridotte?

 

La risposta è sì e no. Sì sul piano tecnico, no sul piano sociale. Il capitalismo è indissociabile dalla rivoluzione industriale. Dai suoi inizi, si è sostituito il lavoro vivo  con le tecnologie, le macchine. È il meccanismo della concorrenza che spinge, sotto pena dell'eliminazione, i proprietari di capitale a far lavorare i loro operai su delle macchine sempre più efficienti, in modo da poter vendere i prodotti  al prezzi competitivi. Da una parte, questo rinnovamento tecnologico incessante non avvantaggia i lavoratori e la società nel suo insieme. Il filosofo inglese John Stuart Mill, generalmente considerato come un cantore del capitalismo, ammette già, verso la metà del XIX secolo, che nessuna invenzione fatta per risparmiare del lavoro, ha mai permesso a nessuno di lavorare meno - ma soltanto di produrre di produrre di più nella stessa unità di tempo. Anche la riduzione del tempo di lavoro durante gli ultimi due secoli non ha costituito una riduzione del lavoro effettivo, perché si accompagnava generalmente con una intensificazione del lavoro - Henry Ford aveva introdotto per primo la giornata di otto ore nella sua fabbrica, verso il 1914, ma soltanto dopo che gli studi dell'ingegnere Taylor gli ebbero dimostrato che con l'organizzazione scientifica del lavoro si poteva far lavorare di più gli operai in otto ore che in precedenza con dieci.

Ma, in un modo abbastanza paradossale, questa diminuzione del lavoro necessario alla produzione di ogni merce grazie alla tecnologia, se è stata il grande motore dello sviluppo del capitalismo e l'arma con la quale quest'ultimo ha conquistato in estensione e in profondità, è stata anche, sin dall'inizio, il fattore che lo mette più in crisi. Infatti, non è che il lavoro vivo che crea valore. Le macchine non fanno che trasmettere il loro valore, determinato dal tempo necessario alla loro costruzione. La tecnologia non crea nuovo valore. Ogni capitalista, impiegando nuove tecnologie, realizza un profitto supplementare per se stesso, ma contribuisce a far diminuire la massa di valore globale, e dunque a minare il sistema capitalista in quanto tale. È vero che l'aumento della quantità della produzione, così come altri fattori, hanno potuto compensare questa caduta della massa (e non soltanto dei tassi) di valore e di plusvalore; ma la tendenza continua ad operare e i meccanismi di compensazione funzionano sempre più difficilmente. Secondo la scienza economica borghese, il lavoro si disloca semplicemente, e la diminuzione del lavoro nell'industria sarebbe compensata dall'enorme aumento del lavoro nei servizi. Tuttavia, non tutto il lavoro è produttivo, nel senso di contribuire a riprodurre il capitale investito. Seguendo le indicazioni di Marx, si può dimostrare che una gran parte dei servizi, come l'educazione e la sanità, e in generale i servizi pubblici e le attività dello Stato, inclusa la creazione e la manutenzione delle infrastrutture, non aumentano la massa del valore globale, anche se degli attori economici privati possono trarvi del profitto. Questa diminuzione del valore (e del plusvalore) globale non è una semplice deduzione teorica, ma costituisce anche la sola spiegazione possibile del decollo dei mercati finanziari e del credito a partire dal anni 70 del XX secolo, quando la simulazione e il consumo anticipato dei guadagni futuri previsti ha sostituito un'accumulazione reale sempre più assente.


Non è un caso che gli anni '70 abbiano anche visto l'inizio dello sviluppo della microelettronica e della "terza rivoluzione industriale", basata sull'informatizzazione. Allo stesso modo, la riduzione del lavoro vivo su scala globale ha conosciuto un'accelerazione notevole; in molte merci, come i software riproducibili quasi senza sforzo in un numero quasi illimitato di esemplari, la quantità di lavoro "contenuto" è scesa a dosi "omeopatiche". L'affermazione secondo cui il settore terziario sarebbe stato in grado di assorbire la forza lavoro "razionalizzata," diventata superflua nei settori industriali e materiali, è confutata ogni giorno dai tagli massicci dei servizi da parte delle politiche di austerità neoliberali, e più in generale da un tasso di disoccupazione "reale" intorno al 20%. La riduzione del lavoro causata dalla microelettronica non è stata affatto compensata da nuovi prodotti la cui produzione richieda lavoro vivo (come fu il caso dell'industria automobilistica).

Se stiamo assistendo dunque ad un'uscita dalla società del lavoro, questa non è affatto un'uscita pacifica, ma piuttosto un dramma. Eppure l'idea era bella: le macchine avrebbero lavorato al nostro posto. Nella realtà, la forza lavoro è diventata una merce estremamente difficile da collocare sul mercato, ed è ancora più difficile ottenere per essa un prezzo conveniente. E allo stesso tempo, il successo di questa vendita rimane una condizione preliminare per essere un vero membro della società, per essere altro dall'oggetto di una carità pubblica che d'altronde sempre più ristretta. Tocchiamo qui il problema di fondo: nella società capitalistica, il lavoro, indipendentemente dal suo ruolo reale nella produzione, rimane la "mediazione sociale" principale. Il lavoro è ciò che unisce gli individui che, altrimenti sono separati, e definisce il posto di ognuno nella società. Così, la costante diminuzione del lavoro necessario necessario alla produzione di ciò che serve alla vita individuale e collettiva, diminuzione che potrebbe essere una buona notizia, getta invece nella crisi e nel caos il capitalismo, ma sfortunatamente, vi getta con essa anche tutti gli esseri umani che vivono sul pianeta interamente modellato dalla dinamica cieca, distruttrice e autodistruttiva del capitale.

 

Quali conseguenze trarne? 


Non è più possibile, oggi, immaginare una ribellione dal punto di vista del lavoro vivo e dei suoi portatori, nemmeno sostituendo il proletariato classico, dalle mani callose, con il lavoratore informatico o immateriale. In verità, è sempre stato paradossale fare una critica del capitalismo dal punto di vista del lavoro, perché il lavoro è una parte integrante di questo sistema, e non esiste se non là dove esistono il valore e la merce. Presso lo stesso Marx, la critica del lavoro e la critica dal punto di vista del lavoro coesistono in un certo modo, e non senza contraddizioni. Naturalmente, occorre un'attività umana per ottenere dalla natura ciò che è necessario all'uomo, o ciò che egli desidera. Ma nelle società precapitaliste, non esisteva una separazione generalizzata tra ciò che chiamiamo lavoro e le altre attività, come il gioco, il rituale, l'affermazione della comunità. Anche la parola non esisteva. E soprattutto, ogni attività era peculiare al suo scopo. Non è che nella società moderna, capitalista e industriale, che tutte le attività sono considerate senza considerazione per il loro contenuto, per misurarne soltanto il tempo necessario alla loro produzione, e che si vede dunque in un giocattolo e in una bomba soltanto due diverse quantità della stessa sostanza indifferenziata: la sostanza-lavoro che dà il valore. 

 Ciò che è diverso nella società capitalista, è il ruolo sociale del lavoro: esso non è più sottoposto, in quanto mezzo, alle decisioni prese in altre sfere sociali, come il potere politico o la tradizione. È il lavoro stesso a diventare la mediazione sociale universale. Ciò è visibile nel ruolo dell'economia: quest'ultima si emancipa dalla società in seno al quale è nata come sua serva, per mettere, al contrario, tutta la società al suo servizio.

L'antropologo Karl Polanyi ha chiamato questo processo lo "sradicamento" (disembedding) dell'economia. Ciò che noi vediamo attualmente- gli Stati e le popolazioni che guardano ansiosamente le "reazioni dei mercati finanziari", come i segni di collera di una divinità capricciosa ed esigente - non è il risultato di una cospirazione di avidi banchieri che agiscono in collusione con i politici corrotti, ma costituisce lo stadio più o meno finale di questo sradicamento dell'economia di mercato. Uno sradicamento che è tuttavia consustanziale, coestensivo all'economia di mercato stessa e non può essere opposto ad un improbabile "ritorno alla politica" che sarebbe capace di imporre "una maggiore regolamentazione". La politica contemporanea è totalmente impotente se essa non ha dei mezzi finanziari a sua disposizione. Si può immaginare una rottura con l'economia di mercato stessa, ma non si può immaginare di darle una forma molto diversa da quella attuale. Il suo attuale carattere estremamente predatorio, sino all'autodistruzione, deriva dal fatto che essa ha già esaurito tutte le sue altre possibilità di funzionamento.

Difendere il punto di vista del lavoro non significa dunque nient'altro che prendere partito, per quanto concerne la lotta intorno alla distribuzione dei frutti della produzione di valore, per una delle parti che contribuiscono alla creazione di valore. Questa causa può essere moralmente giustificata, perché coloro che vivono della vendita della loro forza lavoro sono in generale più numerosi, e perché traggono un vantaggio minore dalla loro partecipazione a questa creazione. Ma questo conflitto, conosciuto nelle sue forme più antagoniste con il nome di lotta di classe, non conduce, in quanto tale, oltre il sistema basato sul lavoro astratto e valore, merce e denaro, ed ha anche costituito spesso uno dei motori del suo sviluppo.

Si assiste, da almeno due decenni, ad un forte sviluppo di diverse forme di una critica del lavoro. Per molto tempo, promossa soltanto da piccoli gruppi, soprattutto in ambienti artistici, ma odiata da tutti i marxismi tradizionali, ed anche dagli anarchici e dall'estrema sinistra, la critica del lavoro si è diffusa mentre allo stesso tempo si sviluppava in strati sempre più ampi della popolazione, l'opinione di essere diventati veramente "superflui", dal punto di vista dell'economia capitalista. Si possono distinguere due tendenze principali all'interno della critica del lavoro [1].

La prima tendenza mette l'accento soprattutto sul carattere sgradevole della grande maggioranza dei lavori che si è obbligati ad effettuare oggi e afferma che le tecnologie potrebbero liberarci. Si tratta spesso di una specie di elogio della pigrizia o dell'ozio. Si presenta allora frequentemente il ricorso allo Stato sociale come alternativa individuale al lavoro, ad esempio il film Attention, danger travail di Pierre Carles. La valorizzazione morale del lavoro - la sua vera santificazione - ha accompagnato tutta la storia del capitalismo, a partire dall'"etica protestante" e dall'opposizione dei borghesi alle classi oziose degli aristocratici e dei sacerdoti. Ed era spesso portata al suo colmo dal "movimento operaio". La dissoluzione della tradizionale morale del lavoro ha fatto dei progressi stupefacenti negli ultimi anni, presso un vasto pubblico, come dimostra, ad esempio, il successo di un libro come Bonjour paresse [2]. Anche la difesa delle 35 ore e della pensione a 60 anni indica che numerose persone pensano che si può fare di mglio nella vita che lavorare! Più specificamente, nell'universovariegato degli hacker è molto diffusa l'idea che grazie alla tecnologia digitale e alla riproducibilità quasi infinita dei prodotti informatici, si possa accedere ad un'epoca di abbondanza; se questa possibilità non è stata ancora tradotto in realtà, sostengono, ciò è dovuto al dominio politico dei proprietari del capitale - che allora in verità non sarebbero che dei percettori di rendita improduttivi.

In questi ambienti, si ama evocare, riferendosi a un passaggio dei Grundrisse di Marx, un "general intellect", che si troverebbe già oltre la logica del mercato sul piano tecnico e che non aspetterebbe che un intervento politico per emanciparsi dallo strato "parassita" costituito dai proprietari dei mezzi di produzione. Malgrado tutte le sue arie iper-moderne, questa concezione non fa che riprendere gli schemi del marxismo degli inizi del secolo scorso [3]. Vi si trova sempre la stessa fiducia nei benefici del progresso dell'evoluzione delle forze produttive - una fiducia che lascia perplessi. Quanto gli esseri umani non sono più in grado di fare - e cioè, giungere ad un'organizzazione consciente della vita sociale - lo si vuole affidare alle macchine. La rivoluzione digitale è giudicata come in grado di condurre gli uomini verso l'uscita dal capitalismo. In verità, essa ha spinto all'estremo la logica del capitalismo e, soprattutto, ha potentemente posto in crisi la produzione di valore e l'accumulazione di capitale. Ma la crisi non è identica all'emancipazione sociale, e il mondo digitale non costituisce, in quanto tale, un oltre della logica capitalista. Il computer, come strumento tecnico, sostiene tanto poco l'emancipazione sociale quanto la ruota o la stampa. Non è possibile superare il capitalismo in un solo settore, definito dalla sua tecnologia.

Le speranze riposte nella rivoluzione digitale spesso fanno ricorso al concetto di "appropriazione", a cui si associa da un po' di tempo il concetto di "commons", di "bene comune". È vero che tutta la storia, e preistoria, del capitalismo è stata la storia della privatizzazione delle risorse che in precedenza erano comuni, con il caso esemplare delle "enclosures" (recinzioni) in Inghilterra. Secondo una prospettiva ampiamente diffusa, almeno negli ambienti informatici stessi, la lotta per la gratuità, l'accesso illimitato alle risorse digitali è una battaglia che ha la stessa importanza storica - ed essa sarebbe, dopo secoli, la prima battaglia vinta dai sostenitori del la gratuità e dell'uso comune delle risorse.

Tuttavia, questo ragionamento presenta diversi difetti. Innanzitutto, i beni digitali non sono mai dei beni essenziali. Disporre sempre gratuitamente dell'ultima musica o videoclip può essere simpatico - ma il cibo, il riscaldamento e l'alloggio non sono scaricabili, e sono al contrario soggetti a diventare rari e ad una commercializzazione sempre più crescente. Il file-sharing può sembrare una pratica interessante, esso costituisce non di meno che un epifenomeno in relazione alla scarsità dell'acqua potabile nel mondo o al riscaldamento climatico. Si rimane alla fin fine nel quadro di un progetto tecnocratico, paragonabile al ruolo positivo, persino emancipatore che alcuni volevano attribuire negli anni '60 alla cibernetica in quanto pretesa regolatrice dei sistemi sociali, con la promessa di liberarci così dal dominio e dall'arbitrio umani. La proposta di rimettere la regolamentazione dei problemi sociali direttamente alle macchine contiene almeno questa verità involontaria: rende evidente il carattere sistemico e anonimo del dominio nella società di mercato. Una borsa in cui gli scambi sarebbero completamente decisi dai software, e i traders con le loro braccia alzate per aria sarebbero ridotti al livello di accessori folcloristici, e con tutte le catastrofi per gli uomini reali che deriverebbero da queste decisioni automatiche, sarebbe anche l'immagine perfetta del "soggetto automatico" di cui parla Marx per descrivere il valore di mercato.

Per quanto si spingano i limiti scientifici all'espansione del capitalismo sino agli estremi (ad esempio, con gli scambi in borsa alla velocità della luce), si finisce con il cozzare sempre contro dei vecchi limiti: le stesse strutture "metafisiche" della merce, il "feticismo della merce" di cui parla Marx e che fa sì che abbiamo proiettato le nostre forze sociali su degli oggetti da noi prodotti, ma da cui crediamo di dipendere.

L'altra forma di critica del lavoro pone soprattutto il problema del suo ruolo nella società. Non si tratta tanto di sostituire il lavoro vivo con la tecnologia per permetterci di passare il nostro tempo a controllare le macchine ed i computer. Il ruolo stesso della tecnologia nella società non dipende soltanto dalla struttura tecnologica stessa, ma anche dalla società che la crea. Finché esiste la duplice natura del lavoro - concreto e astratto - si lavorerà sempre non per produrre delle cose utili o desiderabili, ma soltanto per aumentare la massa di valore. Si continuerà dunque a produrre non importa cosa, non importa come, come non importa con quali conseguenze, purché ciò possa trasformarsi sul mercato in una somma di denaro. E si lavorerà necessariamente sempre troppo. Mentre è sicuro che le nuove tecnologie possono servire notevolmente per difendere il sistema capitalista contro le conseguenze di anomia che esso stesso produce - basta pensare al rapporto tra le nanotecnologie e la sorveglianza -, nessuna tecnologia può dispensarci dal compito di organizzare in modo diverso la nostra vita sociale.

Non si vuole battere il capitalismo sul terreno della tecnologia. Il filosofo tedesco Günther Anders aveva già parlato, più di mezzo secolo fa, di "obsolescenza dell'uomo": l'immaginazione dell'uomo e la sua capacità di capire le conseguenze delle sue invenzioni non possono evolversi alla stessa velocità degli apparati da esso creati. Anders non aveva ancora visto niente. Ora abbiamo a che fare con delle tecnologie che superano infinitamente la nostra capacità di immaginare concretamente il loro funzionamento e le loro conseguenze. Forse sarebbe meglio lasciar perdere gli apparati che evidentemte non possiamo mai padroneggiare. In compenso, il nostro modo di vivere insieme, di produrre e di distribuire i prodotti, è qualcosa che è del tutto alla nostra portata - ma sembra stranamente essere più lontano dal nostro potere del nanosecondo o il superamento della velocità della luce...

 

 

 

Anselme Jappe

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 


 

NOTE

 

[1] Le Manifeste contre le travail, publicato la prima volta nel 1999 in tedesco dal gruppo Krisis,

 

 

 

 

 

 

en en traduction française en 2002 (Lignes & Manifestes, ensuite en collection 10/18), se trouvait, d’une certaine manière, à la lisière des deux approches. La scission ultérieure du groupe a, d’une certaine manière, approfondi les contradictions déjà contenues dans ce pamphlet.


[2] Corinne Maier : Bonjour paresse. De l’art et de la nécessité d’en faire le moins possible en entreprise, Michalon 2004.


[3] Anselm Jappe / Robert Kurz : Les Habits neufs de l’Empire. Remarques sur Negri, Hardt et Rufin, Lignes & Manifestes 2003.  

 

 

 

 

LINK al post originale:

Trajectoires du capitalisme: du "sujet automate" à l’automation de la production

 

 

LINK a numerosi saggi pertinenti alla tematica trattata:

Marxismo critico. Wertkritik

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21 ottobre 2012 7 21 /10 /ottobre /2012 19:00

Si può leggere nell'ultimo numero di Grognard  [1] un colloquio tra il vostro servitore e Henri Viltard a proposito del disegnatore Jossot, così come un magnifico testo di Jossot: "En dehors du troupeau" [Al di fuori del gregge]. Henri ha lavorato su Jossot per la sua tesi [2 ] e gli dedica un sito internet ben fatto: Goutte à Goutte.

Questo colloquio è stato realizzato un po' di tempo fa e lo avevo destinato all'inzio per il blog. Vi si parla poco di Jossot disegnatore, ma piuttosto della dimensione filosofica del personaggio. Jossot ha potuto essere considerato come anarchico, nella misura in cui i suoi disegni prendevano vivamente come bersaglio la borghesia, la polizia, la chiesa, l'esercito, ecc. Tuttavia, un po' come Ryner, non ha mai rivendicato quest'etichetta.

 

 

 

peu comme Ryner, il n'a jamais vraiment revendiqué cette étiquette. Plus déroutant, il va se convertir à l'islam, peut-être autant par anticolonialisme (il habitait en Tunisie) que par recherche mystique. Il semble cependant que cet épisode musulman ait été plutôt éphémère. Mais vous lirez tout cela dans Le Grognard (ou sur ce blog quand je mettrai le texte en ligne, ce qui arrivera bien un jour ou l'autre).

On peut quand même donner tout de suite quelques informations sur les relations entre Jossot et Han Ryner, d'autant que nous disposons depuis peu d'éléments nouveaux.

*

Il y a des convergences indéniables entre les deux hommes : ce sont tous les deux des individualistes, des « en-dehors » ; aucun des deux n'est tombé pendant la guerre dans le piège de l'« union sacrée » ; tous deux sont antidogmatiques y compris par rapport à d'éventuels dogmes révolutionnaires ; tous deux sont anticléricaux tout en restant attirés par la quête métaphysique, le mystère au sens spirituel... Et ils ont été collègues de plume au moins dans deux périodiques, Le Bonnet rouge et Le Journal du Peuple.

On ne sait pas s'ils se sont rencontrés, mais ils ont correspondu, au moins épisodiquement, à la fin des années 20, début des années 30.

Le point de départ de leurs échanges a probablement été l'envoi par Jossot à Ryner de sa brochure Le Sentier d'Allah, publiée à compte d'auteur en 1927 et dans laquelle il raconte sa conversion à l'islam et son initiation au soufisme. Henri Viltard a en effet retrouvé un exemplaire de l'ouvrage dédicacé ainsi à Ryner :

A Han Ryner / dont la pensée, malgré les apparences, / est sœur de la mienne. / Abdou-l'-Karim Jossot.
Document aimablement communiqué par Henri Viltard

Cet envoi devait être accompagné d'une lettre dans laquelle Jossot évoquait son intention de publier un nouveau texte, L'Evangile de l'inaction.

Ryner lui a alors proposé de parler de ce texte à José Almira, le directeur des éditions Radot (3). Nous en avons l'assurance par une lettre de Jossot à Ryner, dénichée par Henri (voir ici) et datée du 4 avril 1927. Jossot écrit :

Pardon de vous assommer avec ma prose, mais l'offre que vous me faites de parler de mon évangile de l'inaction à monsieur Almira est trop aimable pour que je ne vous en remercie pas.

Il précise :

Cette brochure, toute différente du Sentier d’Allah, peut sembler un ramassis de paradoxes ; en mon esprit elle est une protestation contre l’agitation moderne.

Notons que la même lettre se termine par ces mots :

Encore une fois tous mes remerciements et mes regrets de ne pas être entré en relation avec vous plus tôt, alors que j'habitais encore Paris.

Tout cela nous conforte dans l'idée que l'envoi du Sentier d'Allah marque le début des relations entre Jossot et Ryner.

Au dos de la lettre, figure quelques notes fort peu lisibles de la main de Ryner, desquelles il ressort qu'il a effectivement dû proposer à Almira le texte de Jossot, ainsi que d'autres manuscrits d'amis (Louis Prat et Ludovic Réhault). Ces démarches ont sans doute été suivies d'effets pour Prat et Réhault que l'on retrouve au catalogue de Radot, mais ce ne fut pas le cas pour le texte de Jossot (4).

« L'Evangile de l'inaction », bientôt rebaptisé « L'Evangile de la paresse », figurera finalement dans Le Fœtus récalcitrant, édité lui aussi à compte d'auteur, en 1939 seulement.

La lettre du 4 avril 1927 apporte des précisions concernant ce texte:

En notre époque où l’on ne songe qu’à gagner de l’argent elle sera considérée comme l’élucubration d’un vieux fou. Tant mieux : lorsque les agités nous décernent un brevet de folie c’est que nous sommes près de la sagesse. Nous vivons en une époque où les penseurs sont obligés de se replier sur eux-mêmes et où ceux qui aiment l’Humanité ne savent pas si leur amour est plus fort que leur dégoût.

Dans l'entretien du Grognard, Henri nous donne un extrait de l'opuscule :

Quelle folie que l’agitation ! Quelle erreur de la considérer comme la Panacée qui guérira le monde ! Toujours et partout nous nous heurtons à cette horripilante manie ; elle nous interdit de vivre la vie naturelle, le doux état primitif où l’on avait qu’à cueillir les fruits pour se nourrir.

Il est vrai que ce geste constitue un effort ; mais ce n’est pas un effort pénible, non plus que construire une cabane pour s’abriter ou tisser des étoffes pour se vêtir.

Ces « travaux » si tu tiens à les dénommer ainsi, feraient partie intégrante de notre existence : ils seraient une distraction, un repos pour l’esprit. Avec joie, avec amour nous les accomplirions ; mais nous laisser abrutir par des besognes fastidieuses, inutiles, avilissantes, malsaines ou dangereuses, cela c’est le mal : nous devons nous y soustraire.

Ce n’est pas facile, je le reconnais, en la charmante civilisation dont nous jouissons ; mais plus on se détache des besoins qu’elle nous a créés, plus on peut se passer d’argent.

Les mets succulents, les vêtements à la dernière mode, les autos confortables, les appartements luxueux ne constituent pas une richesse : en les possédant tu restes un pauvre bougre, tandis que si tu limites tes besoins au strict nécessaire, tu deviens plus riche que Crésus.

On voit bien la convergence avec la sagesse épicuro-stoïcienne exposée par Ryner, dans le Petit manuel individualiste notamment :

Quand nous serons capables de mépriser pratiquement tout ce qui n'est pas nécessaire à la vie ; quand nous dédaignerons le luxe et le confortable ; quand nous savourerons la volupté physique qui sort des nourritures et des boissons simples ; quand notre corps saura aussi bien que notre âme la bonté du pain et de l'eau : nous pourrons avancer davantage [vers le bonheur].

On retrouve d'ailleurs dans un article de Jossot récemment mis en ligne par Henri des formulations extrêmement proches de celles qu'utilise Ryner dans le Petit manuel :

Elle nous dicte certains devoirs, entr’autres celui d’aimer tous les êtres vivants : elle nous apprend aussi à supporter les horreurs de la civilisation avec stoïcisme et indifférence, car ces horreurs appartiennent au-dehors et ne doivent pas affecter notre raison.

L’individualisme nous montre que l’humanité ne progresse pas moralement et que les progrès matériels qu’elle a réalisés n’ont servi jusqu’ici qu’à nous rendre l’existence plus difficile en nous créant des besoins nouveaux.

[...]

Le sage n’attache aucune importance aux formes gouvernementales et ne fait point appel au pouvoir pour obtenir des adoucissements à sa vie non plus qu’à celle de ses semblables : il sait que l’injustice sociale est indestructible ; mais il s’efforce, autant que cela lui est possible, de réparer les injustices particulières.

S’il constate son impuissance devant la tyrannie, il s’interdit, du moins, d’être un tyran et refuse d’exercer certaines fonctions rétribuées par le gouvernement et qui l’obligeraient à emprisonner, à condamner ou à tuer.

L'article date de 1930, et on a vraiment l'impression d'une paraphrase ou d'un résumé, peut-être un peu brutal, du Petit manuel. Je pense qu'il y a au moins chez Jossot réminiscence.

En tout cas, l'on comprend bien pourquoi Jossot écrit encore à Ryner dans la lettre du 4 avril 1927 :

Etre compris par vous seul me dédommagerait amplement d’être vilipendé par la foule.

*

Tout ce que je viens d'exposer, nous le savions au moment où l'entretien a été réalisé. En revanche nous ignorions si la correspondance entre Ryner et Jossot s'était arrêtée là, ou avait pu se poursuivre.

Daniel Lérault et moi avons pu retrouver récemment deux nouvelles lettres de Jossot, datant de 1930.

La première est datée du 15 décembre 1930. Elle commence par « Cher ami », alors que l'épistole du 4 avril 1927 débutait par « Cher monsieur ». On peut donc supposer que les relations Jossot/Ryner n'ont pas été nulles pendant les quelques années qui séparent les deux envois, et qu'au contraire elles se sont approfondies.

Jossot propose à Ryner de collaborer à une revue nommée L'Appel au cœur qu'il compte créer. J'ai demandé à Henri s'il avait des informations sur cette revue, mais il en ignorait jusqu'à présent l'existence. Sur ce projet, réalisé ou non, voici donc ce que Jossot en dit lui-même 

Je veux essayer d'élever les individus au-dessus de la haine en leur montrant le Beau, le Bon, le Vrai. Utopie, n'est-ce pas ? mais ça vaut mieux qu'aller au dancing. En tout cas cet essai de compréhension et de fraternisation est à tenter en ce pays où sévissent, plus que partout ailleurs, la haine et la discorde. (haine de races, conflits d'intérêts, etc. etc.)

De ma revue seront rigoureusement bannis les sujets qui divisent les hommes (politique, religion, etc.) mais les articles de philosophie, sociologie, littérature, etc. seront accueillis avec gratitude surtout s'ils sont imprégnés de bonté et de fraternité.

Coll. Archives des Amis de Han Ryner

Par la seconde lettre, datée du 25 décembre 1930, on apprend que Ryner a décliné l'offre mais autorise la reprise de ses textes :

Je regrette que vos travaux ne vous permettent pas de collaborer à « l'appel au cœur ». Je compte profiter de votre autorisation pour donner quelques coups de ciseaux dans votre œuvre.

Je ne me fais aucune illusion en entreprenant mon apostolat : je sais que les brutes ne sont pas transformables ; mais quelques consciences sont égarées parmi elles et c'est à ces consciences que je m'adresserai.

Jossot remercie également Ryner pour l'envoi de son dernier ouvrage, Crépuscules, et témoigne de son admiration pour Elisée Reclus, qui est l'un des personnages dont Ryner romance la mort dans ce livre. Il indique enfin qu'il a lu des ouvrages de Louis Prat.

Au sujet de Crépuscules, il écrit 

j'y ai retrouvé votre philosophie souriante que devraient posséder tous ceux qui, comme nous, approchent du trou-terminus.

On retrouve l'emploi de ce terme de « trou-terminus » par Jossot dans l'extrait de ses mémoires, Goutte à Goutte, que l'on peut lire sur le site d'Henri. Jossot, né en 1866, arriva au trou-terminus en 1951. Ryner le précéda de 13 ans, mais nous ne savons pas quelles ont pu être leurs relations entre 1930 et 1938.

*

En dehors de la reproduction de la lettre du 15 décembre 1930 et de la dédicace du Sentier d'Allah, les autres images sont reprises du site d'Henri Viltard, dont je vous recommande à nouveau la visite.

Henri a préparé une édition annotée de la correspondance de Jossot, édition qui n'attend... qu'un éditeur. En attendant, on peut en lire quelques extraits ici.

En revanche, un ouvrage sur Jossot (signé Henri Viltard, of course) devrait être publié en 2010, et la même année nous pourrons visiter une exposition à lui consacrée !

 

 

Notes

(1) Ce numéro du Grognard contient par ailleurs et entre autres un conte féroce et jouissif de Fabrice Petit ("Dessus, Dessous") et un article de Guyseika qui m'a bien plu : "Vive la mort !" — rien à voir avec le délicat slogan franquiste, heureusement, il s'agit là d'une réflexion autour des promesses biotechnologiques de prolonger radicalement la durée de la vie des individus.

(2) Jossot et l’Epure décorative (1866-1951). Caricature entre anarchisme et islam, thèse d'Histoire de l'art, soutenue à l'EHESS le 10 décembre 2005) — cf. ici.

(3) La Vie éternelle et L'Amour plural ont été édités chez Radot. Et Ryner a préfacé un livre de José Almira : Rires de marbre.

(4) En consultant le catalogue de la BNF, on s'aperçoit que l'activité des éditions Radot est presque toute entière concentrée sur les années 1926-1928. Peut-être la publication du texte de Jossot a-t-elle été envisagée, mais n'a pu aboutir du fait des difficultés de l'éditeur.

 

 

LINK al post originale:

http://hanryner.over-blog.fr/article-jossot-et-han-ryner-37927653.html

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10 ottobre 2012 3 10 /10 /ottobre /2012 05:00
Storia della bandiera rossa
bandiera-rossa.jpg

di Pierre Souyri


Maurice DOMMANGET, Histoire du drapeau rouge des origines à la guerre de 1939 [Storia della bandiera rossa dalle origini alla guerra del 1939], Parigi, 1967, Librairie de l’Étoile, 502 pp.


Il libro di Dommanget è il risultato di molto lavoro; perché non era un piccolo compito quello di rintracciare, attraverso migliaia di manifestazioni e di scioperi, la storia dell'adozione dello stendardo rosso da parte del movimento operaio. Esistevano su questo argomento degli studi parziali, di cui alcuni sono dovuti allo stesso Dommanget, ma non anche degli studi sistematici e generali; e Dommanget avrà l'occasione di rettificare non pochi errori di dettaglio commessi dai suoi predecessori.

Dommanget non si è limitato di fare, con molta erudizione, un vasto censimento degli episodi e degli eventi nel corso dei quali la bandiera rossa compare e a mostrare che quest'ultimo, nel corso delle fasi di radicalizzazione del movimento operaio, tende a far scomparire le bandiere nazionali che riappaiono, al contrario, nelle manifestazioni operaie, quando gli antagonismi sociali si affievoliscono. Ha mostrato - ed è senz'altro l'aspetto più interessante del suo libro - che lo stesso significato della bandiera rossa ha una storia.

È inutile tentare di far risalire l'origine della bandiera rossa all'insurrezione di Spartaco o alle sollevazioni contadine (jacqueries) del XIV secolo. È nella Rivoluzione francese che si trovano le sue vere origini: un drappo rosso è allora issato dalle autorità municipali - in applicazione di una legge del 21 ottobre 1789 - per ingiungere ai raggruppamenti popolari di dover disperdersi quando l'ordine sociale è giudicato minacciato. Lo stendardo rosso che è allora odiato dagli strati popolari come il simbolo della repressione borghese, comincia a cambiare di campo dopo il 10 agosto 1792: in certi ambienti rivoluzionari l'idea appare, per un momento, di aborrirla come segno di repressione delle misure contro-rivoluzionarie. Ma è soltanto più tardi che, lentamente, tra il 1830 e il 1848, è adottata dalle società rivoluzionarie e le classi lavoratrici, non più per significare una volontà di terrorizzare l'avversario e di tornare al 1793, come crede la borghesia, ma come segno della potenza popolare e delle aspirazioni alla giustizia sociale e alla riconciliazione dei popoli. Lo sviluppo del movimento operaio in Europa poi negli altri continenti, la formazione delle internazionali socialiste e le prime rivoluzioni nproletarie ne faranno altro che precisare la simbolica dello stendardo rosso, di cui l'essenziale era già stabilito nel 1848. 

A mano a mano che si è popolarizzata, la bandiera rossa, si è tuttavia caricata di un'enorme potenza emotiva. Suscita presso la borghesia, che non smetterà mai di vedervi un simbolo sinistro di sangue e di caos, dei sentimenti di orrore e di odio, e occorreranno innumerevoli polemiche affinché i manifestanti operai possano assicurarsi il diritto di dispiegarla senza esporsi a delle persecuzioni giudiziarie. All'opposto, lo stendardo rosso, e il colore rosso stesso, suscitano presso i militanti socialisti dei sentimenti che vanno a volte sino ad una adorazione feticistica. Non esistono soltanto le pagine ditirambiche, di Vallès e di Gorki ad esempio, sulla bandiera rossa e degli inni che le sono state dedicate in alcuni paesi, e di cui Dommanget fornisce la traduzione in appendice al suo libro... l'idolatria del rosso ha assunto a volte degli aspetti sbalorditivi, come testimoniano alcuni banchetti in cui erano rossi anche la tovaglia, i tovaglioli, i piatti, i boccali di vino, i pomodori, i gamberi, i filetti al sangue, ecc. È evidente che il movimento operaio ha spesso assorbito delle mentalità e dei comportamenti ripresi dal campo religioso e dai nazionalismi: lo stile delle cerimonie organizzate dallo Stato sovietico lo mostra chiaramente.

Ma come mai in fin dei conti, il proletariato ha adotatto la bandiera rossa preferendola ad ogni altra e soprattutto alla bandiera nera che, sin dalla monarchia di luglio, è apparsa nella regione di Reims, poi a Lione, come emblema della rivolta operaia, per non più essistere infine che unita al rosso negli stendardi dell'anarco-sindacalismo spagnolo, e non del P.O.U.M. come sostiene, erroneamente, Dommanget? La simbolica dei colori fornisce i primi elementi di una risposta: il colore dei lutti e delal disperazione, il nero, non poteva senz'altro non espriemere tanto quanto il rosso ciò che il movimento operaio teso all'avvenire portava in sé di ottimismo e di volontà costruttiva. Ma si dovrebbe anche, per conseguire una vera spiegazione, riuscire a render conto di questa simbolica dei colori stessa e per questo, come suggerisce Dommanget, procedere ad una esplorazione, che resta da intraprendere, dell'inconscio collettivo delel masse popolari.

 

 

Pierre Souyri

 

 

[Traduzione di Ario Libert] 

 

 

LINK al post originale:

Histoire du drapeau rouge

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5 ottobre 2012 5 05 /10 /ottobre /2012 09:00

Valentin Gonzalez "El Campesino"

campesino1.jpgL'uomo che vinse la morte in Spagna e in URSS


Introduzione di Julian Gorkin a La Vie et la mort en U.R.S.S. [La vita e la morte in URSS], Parigi, 1950. Il libro è disponibile in rete in formato PDF in inglese.

 

Un uomo, uno Spagnolo da leggenda, è riuscito in questa doppia impresa: sopravvivere alle peggiori persecuzioni nella Russia stalinista e evadere, dopo un primo tentativo senza risultato, da ciò che egli ha chiamato "la più vasta e infernale prigione totalitaria del mondo". Quest'uomo è Valentin Gonzalez, conosciuto con il nome di El Campesino, primo commandante comunista durante la guerra di Spagna.


Immagino che tutti coloro nel mondo intero - in primo luogo i comunisti e i vecchi combattenti delle Brigate internazionali - che lo credono morto e sepolto da molto tempo, saranno sorpresi nell'apprendere che egli è ancora in vita. Soltanto un uomo come lui, di una resistenza fisica e morale a tutta prova, di una risoluzione indomabile, poteva riuscire in quest'impresa. Soltanto l'uomo che, per due volte, seppe vincere la morte in Spagna, morte annunciata ufficialmente due volte, poteva vincerla una terza volta in URSS in condizioni ancora più difficili. Io che conosco oggi tutti i dettagli di quell'evasione, posso affermare che è questo un caso unico in un'epoca eppure così ricca di vite prodigiosamente drammatiche.

Avrei potuto annunciare la notizia di quest'evasione alcuni mesi fa, ma ho aspettato a farlo che egli fosse al sicuro. Coloro che conoscono i mezzi di cui dispone e i metodi impiegati dalla sinistra GPU- ieri N.K.V.D., oggi M.V.D. – per sbarazzarsi dei suoi avversari di rilievo (ci si ricordi come essa soppresse Ignace Reiss, Krivitsky e Trotsky) capiranno le precauzioni che occorreva prendere.

Prima di lasciargli la parola, credo necessario abbozzare rapidamente la sua biografia. Ne circolano numerose, piene di inesattezze: una dello scrittore americano Hemingway e un'altra, del tutto fantasiosa e adatta alle necessità della propaganda comunista, di Ilya Ehrenburg, senza contare quelle scritte dai franchisti, di cui era la bestia nera. Non si tratta per me, che fui suo avversario e rischiai di essere anche sua vittima [1], di discolparlo dai suoi errori passati, cosa che egli d'altronde non accetterebbe, ma di presentarlo così come è: una delle figure più bizzarre della nostra epoca.

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L'eterno ribelle

 

L'Estremadura è una delle regioni più arretrate della Spagna; votata quasi del tutto all'agricoltura e all'allevamento; essa conta quasi il 65% di analfabeti. Comprende vasti terreni e territori incolti, dove vivono masse di contadini senza terra e a volte anche senza pane, il che spiega il loro tradizionale spirito di ribellione. La dura lotta lotta quotidiana contro una terra ingrata, di cui una gran parte è occupata da montagne brulle, semi selvagge, creata da uomini rudi, energici, risoluti e ostinati. I contadini dell'Estremadura non sanno né leggere né scrivere, ma possiedono in generale una forte personalità. Hernán Cortés, che conquistò il Messico, era originario dell'Estremadura, così come Pizarro, il conquistatore del Perù. Ed è ancora nell'Estremadura che è nato Valentin Gonzalez, in un villaggio sperduto e da una famiglia molto umile. Al tempo della conquista, sarebbe stato senza alcun dubbio un capitano avventuroso, capace di grandi imprese. Nato nel primo decennio di questo secolo, è stato un grande ribelle e uno dei più audaci comandanti della geurra civile. Uomo senza grande cultura, possiede tuttavia una viva intelligenza naturale, una memoria stupefacente, uno spirito di decisione e un'astuzia straordinaria. Senza questi doni eccezionali, una tale vita sarebbe stata inconcepibile.

Suo padre, di origine contadina, lavorò alla costruzione di strade e, più tardi, nelle miniere di Peñarroya. Più per convinzione dottrinale o filosofica, era anarchico per istinto; era in realtà un ribelle nato. Questo tipo di anarchico abbonda in Spagna, soprattutto negli ambienti operai della Catalogna e tra i contadini dell'Andalusia e dell'Estremadura. Tipo primario e anche primitivo, avido d'azione diretta, ma animato da un ardente desiderio di giustizia e da uno spirito di sacrificio e di solidarietà a tutta prova. Durante l aguerra civile, doveva essere uno dei capi dei guerriglieri dell'Estremadura. Fatto prigioniero con una delle sue figlie, i falangisti li impiccano senza processo. Per un'intera settimana i loro cadaveri rimasero l'uno accanto all'altro con dei cartelli che li segnalavano come il padre e la sorella di El Campesino.

È all'età di quindici anni che Valentin Gonzalez comminciò la sua attività sindacale. Arrestato per aver preso, durante il corso di uno sciopero, la difesa dei contadini, la polizia lo soprannominò El Campesino, che significa "il contadino". Non è esatto, come è stato detto, che questo soprannome gli fu dato dagli agenti russi all'inizio della guerra civile allo scopo di guadagnargli la simpatia dei contadini. Nel 1925, all'età di 16 anni, durante uno sciopero dei minatori a Peñarroya, lanciò una bomba su una stazione della polizia, uccidendo quattro guardie civili. Bisogna conoscere il profondo odio del popolo spagnolo nei confronti di questa istituzione poliziesca per spiegarsi un fatto del genere. Suo padre gli aveva detto: "Se un giorno ti dovrai nascondere, va in montagna. Il denaro, la civiltà, le donne ti tradiranno, la montagna mai". È sulla montagna che un tempo si nascondevano i banditi d'onore. È sulla montagna che andò a nascondersi Valentin Gonzalez in compagnia di un altro giovane terrorista; essi vi vissero come dei banditi per alcuni mesi. Arrestati durante una loro discesa a valle e sottoposti ad atroci torture, il suo compagno perì, ma lui, più forte e più risoluto, sopravvisse. Per alcuni mesi, rimase incarcerato alla prigione di Fuenteojuna, il villaggio immortalato da Lope de Vega. Gli anarchici detenuti con lui contribuirono alla sua formazione politica, mentre i contadini della regione gli portavano dei viveri in prigione. Quando ne uscì, andò a vivere illegalmente a Peñarroya, come capo di un gruppo di pistoleros.

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El Campesino alla guida delle sue truppe alla battaglia di Brunete


Il popolo spagnolo, che doveva lottare durante i trentadue mesi della guerra civile contro la reazione interna sostenuta dal nazi-fascismo europeo, era violentemente ostile all'esercito della monarchia, ed è per questo, che sin dall'inizio della guerra el Marocco, esso adottò nei suoi confronti un atteggiamento di opposizione. Giunto in età di servizio militare, non è strano che El Campesino manifestasse lui stesso le sue opinioni antimilitariste. Appena arruolato,disertò. Arrestato e condotto a Siviglia in compagnia di altri disertori, evase di nuovo. Ripreso, fu imbarcato, manette alle mani, per Ceuta, da cui fu condotto a Larache. Un sergente che lo aveva schiaffeggiato davanti agli altri soldati, quest'ufficiale, noto per la sua brutalità, fu ritrovato morto alcuni giorni dopo. A Larache, fece conoscenza con un soldato comunista che lo convertì alle sue idee. Si mise sin da allora a rubare dei prodotti all'intendenza, la cui vendita gli servì per sostenere la pubblicazione di un foglio antimilitarista. Disertò una terza volta e visse tra i Berberi fin quando un'amnistia gli permise di tornare a Madrid, dove, nel 1929, aderì ufficialmente al partito comunista.

 

La morte nelle mani

 

È a Mosca che Lister e Modesto, gli altri due principali comandanti comunisti della guerra civile, avevano fatto la loro formazione politica e militare. El Campesino, lui, era una creazione diretta del popolo spagnolo: si comportò più come un capo guerrigliero che come un militare disciplinato. Sin dall'inizio della guerra civile, organizzò di sua propria iniziativa un battaglione di miliziani, i cui effettivi crebbero rapidamente sino a formare una brigada, poi una divisione, la famosa 46a divisione d'urto, che doveva portare durante tutta la guerra il nome del suo creatore. Quando Mosca decise, due mesi dopo lo scatenamento delle ostilità, di intervenire negli affari della Spagna, i suoi agenti e i suoi esperti militari, consci del valore di questo guerrigliero e dell'influenza che egli esercitava sui suoi uomini, lo riconobbero come uno dei principali capi militari, malgrado il suo carattere anarchico e i suoi ripetuti atti di indisciplina. Essi vedevano in lui lo Ciapaiev della guerra civile spagnola. Se fosse vissuto in Messico, all'epoca della rivoluzione anti-porfirista, avrebbe svolto il ruolo di un Zapata o di un Pancho Villa. Ha, infatti, con questi ultimi molti più punti comuni che con il famoso capo dei partigiani russi. Ma, desiderosi di di nascondere l'aiuto generoso e disinteressato del Messico e di combattere i sentimenti di amicizia che provava il popolo spagnolo per quest'ultimo paese, gli agenti di Mosca crearono intorno a lui la leggenda di uno Ciapaiev spagnolo.

Se si dovesse fare eccezione del fronte del Nord, El Campesino combatté su tutti i fronti della guerra civile. Lo si vedeva comparire dappertutto dove c'era da realizzare un'operazione difficile o ristabilire una situazione disperata. Dava l'impressione di un pazzo eroico; si salvava dai peggiori pericoli quasi per miracolo, senza lasciarsi fermare da nulla e senza esitare sul prezzo da pagare. Acquistò così una fama quasi sinistra, non soltanto presso il nemico, ma tra i settori del campo repubblicano ostili allo stalinismo. E mi spiega oggi con un gesto d'amarezza: "L'Ufficio politico e gli agenti di Mosca che controllavano del tutto il famoso Quinto reggimento, commisero e fecero commettere le peggiori atrocità, di cui in seguito facevano ricadere su di me la responsabilità. Si voleva circondarmi di un aureola di terrore, non soltanto sul fronte, ma anche dietro. Sapevano che avevo spalle forti e che potevo sopportare di tutto".

È esatto. Non è meno vero che trascinato dalla sua passione e dal suo fanatismo, commise egli stesso numerosi eccessi. Tutti coloro che hanno assistito o partecipato ad una guerra civile sanno quanto sia facile uccidere e farsi uccidere durante queste epoche in cui la passione collettiva - una specie di follia demoniaca che non conosce freni - domina tutto. Fu il caso della Spagna  forse come in nessun altra parte. Lo Spagnolo è per natura allegro, cordiale, generoso, ospitale, e tuttavia ha in se stesso, come nessun altro popolo, il sentimento tragico della vita e il disprezzo della morte. Si scambia ciò per una fanfaronata, ma è qualcosa di molto più profondo. Questo popolo ha abitudine di dare tutto, di rischiare tutto, di sacrificare tutto con una generosità e un disinteresse assoluto. Quando la sua passione si scatena, è capace di tutto. El Campesino è il prototipo per eccellenza di questo popolo. Per tutta la guerra civile, portò letteralmente la morte tra le sue mani. In tali epoche si direbbe che sono le mani stesse che, senza l'intervento della coscienza, prendono l'abitudine di uccidere. El Campesino era il solo in questo caso? Ve n'erano altri come lui, che, in tempi normali non sarebbero stati capaci di uccidere nemmeno una mosca. A vederlo, ci si meraviglia quasi che abbia potuto svolgere un ruolo sanguinario. Egli è infatti semplice, bonario, e dà anche a volte l'impressione di un timido. I responsabili del grande dramma non furono coloro che scatenarono la tormenta contro la legge e la giustizia? I crimini da loro commessi non superarono in orrore tutto quanto fu fatto in campo repubblicano? I crimini del franchismo non possono essere paragonati che a quelli commessi dallo stalinismo in nome di una politica estranea agli interessi e aspirazioni del popolo spagnolo. È questo che capì più tardi, in URSS, El Campesino. E è questo ora il suo grande dramma personale.

Le imprese militari di El Campesino sono legate alle principali operazioni della guerra civile. Conquistò il famoso Cerro de los Angeles, il che impedì al nemico di conquistare Madrid. La stampa comunista attribuì questa impresa a Lister. Ma quest'ultimo, in realtà, perse la posizione e si ritirò a Perales de Tajuna, dove si consolò della sua sconfitta con un'orgia. El Campesino combatté a Somosierra, a Segovia, a Caravita, a Guadalajara, in Andalusia, in Estremadura, sul fronte di Levante, in Aragona, sull'Ebro, in Catalogna... Fu a Madrid quando Miaja credeva che tutto era perso. Dormìn al palazzo d'Oriente nel letto di Alfonso XIII. Installò il suo posto di comando all'Escorial, poi al Pardo, la residenza attuale di Franco. Con un piccolo gruppo di fanatici, si impegno in un colpo di mano audace su Lerida, dove fece prigioniero un colonnello franchista e il suo stato maggiore. Fu ferito undici volte e più di una volta gravemente. Dopo al presa, poi la perdita di Teruel, vi rimase chiuso per cinque giorni. Poiché i soldati franchisti gridavano ai soldati repubblicani che El Campesino era stato ucciso, egli accorse immediatamente sulla linea di fuoco, salì in cima ad una casa in rovina e, a corpo scoperto, gridò ai soldati di Franco che potevano sincerarsi da sé che era ancora ben in vita. Essi lo guardarono ipnotizzati, e nessuno di loro ebbe la prontezza di spirito di sparargli. Infine, riuscì a sfuggire, non senza perdere il suo aiutante in campo e più di mille uomini, dopo un corpo a corpo accanito che durò più di cinque ore. Tutti lo credevano perso. Franco annunciò che lo teneva prigioniero e presentò ai giornalisti il suo mantello coperto di sangue. Era in realtà quello del suo aiutante in campo, mortalmente ferito, che egli aveva portato sulle sue spalle nella speranza di salvarlo. Il governo repubblicano inviò un telegramma a sua moglia in cui le annunciava ufficialmente la morte di suo marito... Quando in piena notte, El Campesino chiamò per telefono Prieto, allora ministro ella Difesa nazionale, quest'ultimo poté a malapena credere alle sue orecchie.

Come sempre, al dramma si unì un elemento comico. El Campesino e il suo amico, il colonnello Francisco Galan, avevano giurato durante i primi giorni della guerra civile che non avrebbero rimosso un solo pelo della loro barba sino al giorno del loro ingresso a Burgos, capitale dei franchisti. Vedendo quest'evento rinculare in una prospettiva sempre più lontana, Galan decise infine di radersi. El Campesino vollel imitarlo. Egli fu però convocato all'Ufficio politico del partito comunista spagnolo, dove, in presenza dei delegati di Mosca, glielo si impedì formalmente. Era una barba leggendaria, gli dissero; è con questo ornamento che lo si conosceva in Spagna e nel mondo intero; toglierla sarebbe stato tradire. Uno dei delegati russi gli disse anche: "Questa barba non ti appartiene; essa appartiene al popolo spagnolo, alla rivoluzione e all'Internazionale comunista. Tu devi conservarla per disciplina". E per disciplina egli la conservò. Si voleva manifestamente far nascere la credenza che la sua forza risiedeva nella sua barba, come quella di Sansone nella sua capigliatura.

Fu l'ultimo a lasciare la Spagna, quando era già, dopo la sconfitta del fronte del Centro, interamente nelle mani dei franchisti. Tutti i capi comunisti erano fuggiti con gli aerei tenuti pronti per l'evenienza. Gli aiutanti di campo di El Campesino, che si trovavano con lui  a Valencia, capirono che tutto era perso e che la resistenza alla quale voleva impegnarsi il loro capo non sarebbe stato che un eroico ma vano suicidio. Essi si gettarono su di lui, lo legarono ad una poltrono e gli tagliarono la barba, che essi nascosero sotto un tetto promettendo do tornare a cercarla un giorno. Armati sino ai denti, essi riuscirono ad uscire da Valencia in una potente automobile e ad attraversare tutte le province del Levante e una parte della Spagna del Sud, sino a un piccolo porto di pesca situato tra Almeria e Malaga, non senza lasciare sul loro passaggio alcuni cadaveri di falangisti.

Sia a causa della sua poca importanza, sia in seguito alla confuzione che regnava allora, il villaggio era ancora amministrato da un commissario socialista che si chiamava Benavente. Quest'ultimo li nascose in casa sua. La notte stessa che seguì il loro arrivo, i franchisti presero possesso del villaggio e della casa dove si tenevano nascosti i fuggischi. Non potevano sospettare che, in una stanza attigua alla loro, si trovavano il famoso El Campesino e i suoi intendenti di campo. Tuttavia la loro presenza nella regione era segnalata dalla radio franchista, che inviava senza sosta degli ordini affinché fossero catturati ad ogni costo. Questi ordini giungevano alle orecchie dei fuggiaschi, così come i commenti del commissario franchista 

 

 

 


du commissaire franquiste, de sa femme et de ses collaborateurs. À un moment donné, ils sortirent de leur cachette, tuèrent tous ceux qui se trouvaient dans l’appartement et gagnèrent le port, où ils s’emparèrent du meilleur canot automobile. Au cours de cette fuite, la femme de Benavente fut tuée. Plusieurs canots furent lancés à la poursuite des fugitifs, qui se sauvèrent en direction de Melilla; en cours de route, ils rencontrèrent une barque de pêche, dont ils réquisitionnèrent le combustible, et, longeant la côte de l’Afrique du Nord, parvinrent jusqu’à Oran. Pour la deuxième fois, El Campesino échappait à une mort déjà annoncée dans le monde entier.

«J’ai défié la mort à chaque pas, d’abord en Espagne, puis en U. R. S. S. C’est sans doute à cela que je dois le miracle de vivre et celui, plus extraordinaire encore, de m’être évadé de l’enfer soviétique. »

Il a dit cela avec orgueil, avec énergie. J’ai rarement vu des yeux comme les siens: aussi lumineux, aussi acérés et pleins de résolution. Ses cheveux sont noirs, crépus, et ses sourcils touffus lui donnent un air d’obstination. Ses traits, typiquement espagnols, accusent son origine arabe. Il est de taille normale, plutôt au-dessous de la moyenne. Son corps n’est pas vigoureux, mais bien proportionné, et il semble avoir dés nerfs d’acier. Quelle extraordinaire vitalité que la sienne! C’est une vraie force de la nature, un produit typique dé la terre espagnole. J’ai fait un long-voyage pour passer quinze jours avec lui. Quand il s’évada, il était faible et amaigri, mais sa vitalité a repris le dessus et il s’est rétabli rapidement. Les trois premiers jours, je l’ai laissé parler presque sans l’interrompre; il y avait si longtemps qu’il n’avait pu s’exprimer dans sa langue maternelle, se confier à quelqu’un ! Il ne peut presque pas tenir en place ; il va et vient nerveusement, gesticule et explose en imprécations indignées; on dirait qu’il a besoin de casser quelque chose.

Enfin il se rassied et poursuit: "J’ai payé terriblement cher ma liberté : mon père et ma sœur pendus quelques mois après le commencement de la guerre civile; mon frère cadet, qui s’était battu comme un lion, fusillé à la fin de la guerre. Je ne comprends pas comment, étant mon frère, il a pu se laisser prendre vivant. Ma compagne et mes trois fils perdus dans l’Espagne de Franco. Ma nouvelle compagne et une fille perdus maintenant dans la Russie de Staline. Qu’on ne croie pas cependant que je vais abandonner la lutte. Je me sens aujourd’hui plus fort que jamais. Mourir eût été pour moi le plus facile; si j’ai mis une telle obstination à vivre, malgré tout, c’est que je voulais faire connaître au monde la vérité sur l’enfer soviétique et continuer la lutte pour la liberté des hommes et des peuples. »

 

JULIAN GORKIN

 

[Traduzione di Ario Libert]


NOTE

[1] Emprisonné à Madrid par la N.K.V.D., c’était El Campesino qui devait me faire fusiller. Pour mon bonheur, il était retenu sur le front d’Estremadure, et le gouvernement républicain me fit transférer en toute hâte et sous bonne escorte à Valence (nota di Julien Gorkin).

 

 

LINK al post originale:
"El Campesino": l'homme qui vainquit la mort en Espagne et en U.R.S.S.

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26 settembre 2012 3 26 /09 /settembre /2012 05:00
La feccia dell'umanità

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di Paul Mattick

 

Questo articolo è stato scritto durante la crisi del 29, quando la disoccupazione negli USA, Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali raggiunse e in alcuni casi superò il 30%. La versione originale, titolata “The scum of humanity”, comparve sulla rivista International Council Correspondence nel marzo del 1935. Nella versione originale l'articolo compare senza firma. Sia per il contenuto come per lo stile il testo è chiaramente attribuibile a Paul Mattick, editore della rivista. Di fatto l'articolo è presente come tale nella bibliografia di Paul Mattick preparata con la collaborazione di Paul Mattick figlio. Nell'originale le distinte parti del testo erano semplicemente numerate.

Una persona poco abituata a problemi politici che assista a riunioni di lavoratori, eccettuate quelle dei disoccupati, probabilmente rimarrà sorpresa dal fatto che la maggior parte dei presenti non fa parte degli strati più poveri del proletariato. I lavoratori meglio organizzati sono infatti gli appartenenti alla cosiddetta "aristocrazia operaia", che copre una posizione sociale che si trova fra le classi medie e il proletariato in senso stretto. Le organizzazioni sindacali di questi strati difendono gli interessi fondamentali dei propri membri, proporzionando loro vantaggi immediati, e non sono capaci di politicizzare i propri aderenti in una direzione socialista, ma d'altronde neppure ci provano. D'altra parte, il movimento operaio radicale può solo offrire ai propri aderenti soddisfazioni ideologiche, non vantaggi materiali.

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È precisamente per questo motivo  che è incapace di raggiungere gli strati veramente impoveriti del proletariato. Questa parte per la sua stessa condizione di miseria si vede obbligata a preoccuparsi solamente dei propri interessi più incalzanti e diretti se non vuole lasciare la vita stessa. Per questo motivo i movimenti politici radicali della classe operaia oscillano fra due poli della popolazione lavoratrice, l'aristocrazia operaia e il lumpenproletariato. Il peso dell'organizzazione viene portato da elementi che pur non facendosi illusioni di un'impossibile avanzamento personale nell'attuale società, mantengono un livello di vita tale che gli permette di dedicare denaro, tempo ed energie a sforzi i cui frutti, in forma di miglioramento materiale delle proprie condizioni, rimangono differiti a un futuro incerto. Questi militanti si confrontano alla società attuale a partire dal riconoscimento del suo necessario cambiamento, pur risultando loro possibile viverci dentro. L'attività del movimento operaio radicale in tempi non rivoluzionari è diretta fondamentalmente alla trasformazione dell'ideologia dominante. L'agitazione e la propaganda esigono sacrifici materiali ma in cambio non proporzionano vantaggi materiali. I membri attivi delle organizzazioni operaie devono avere del tempo a propria disposizione. Sono militanti che confidano in un trasformazione in senso rivoluzionario delle masse, ma che nel frattempo fanno il possibile per avvicinare il giorno del cambiamento e si dedicano ad educare, discutere, filosofare.

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Gli elementi della classe operaia che simpatizzano con queste idee ma che per le proprie condizioni vitali non hanno la possibilità di aspettare, si vedono continuamente rifiutati da queste organizzazioni. Le fluttuazioni della militanza nel movimento radicale non sono il risultato di false politiche o di mancanza di tatto della burocrazia nei rapporti con i membri non ancora ideologicamente stabili. Sono il risultato anche della crescente pressione di uno strato sempre maggiore di lavoratori impoveriti a "limitare le proprie mire". Le attività del movimento dal quale si aspettano aiuto possono solo proporzionargli parole e un qualcosa in cui perder tempo. Non solo non li aiuta ma rende più difficoltosa la lotta individuale per la sopravvivenza, una lotta che si fa ogni giorno più difficile, che richiede sempre più tempo e più sforzi psicologici quanto più si estende la miseria nella società e quanto più l'individuo vi affonda. Indipendentemente da quanta propaganda socialista abbiano assorbito, le proprie condizioni di esistenza li spingono ad agire in maniera opposta alle proprie convinzioni e come risultato di questo agire si ha che prima o poi queste convinzioni si dissolvono, perché si rivelano "inutili nella pratica". Questa è una delle ragioni per cui il movimento politico della classe operaia si spezza nei periodi di recessione e funziona meglio in tempi di riattivazione economica. Perciò, a partire dalla propria "esperienza", una gran parte del movimento operaio ha preso una posizione apertamente ostile contro l'idea che l'impoverimento delle masse è sinonimo di diffusione delle idee rivoluzionarie.

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A chi sostiene la teoria dell'impoverimento si segnala ripetutamente e appassionatamente l'esistenza del lumpenproletariato come prova che l'impoverimento rende le masse apatiche e non rivoluzionarie e che le mette in contrapposizione al proletariato piuttosto che in disposizione di servirlo, in quanto la classe dominante spesso si serve del lumpen per le proprie necessità. Il movimento operaio di conseguenza si adopera con grande zelo nel migliorare la condizione economica dei lavoratori, considerando che in questo modo si eleva la coscienza di classe del proletariato. Di fatto, nel periodo di crescita della società capitalista il miglioramento del livello di vita del proletariato è stata parallela alla crescita dei sindacati e delle organizzazioni politiche operaie e dal rafforzamento della coscienza politica dei lavoratori. Ma questa coscienza, come le organizzazioni stesse, non erano rivoluzionarie. Per questo motivo, la teoria dell'aumento del livello di vita del proletariato come mezzo per l'avanzata rivoluzionaria è stata smentita tanto quanto la teoria della pauperizzazione. La difficoltà fu risolta mediante l'assurda argomentazione che l'attitudine reazionaria dei lavoratori organizzati era il risultato delle sue direzioni reazionarie. La contraddizione che implica il combattere l'impoverimento e al tempo stesso considerarlo necessario si considerava lesiva per l'esistenza dell'organizzazione. Le masse non possono essere attratte dall'organizzazione se non ricevono alcuna promessa.

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La convinzione, basata in una lettura superficiale dei fenomeni, che l'impoverimento rende le masse reazionarie invece che rivoluzionarie, e la ripugnanza verso il lumpenproletariato visto come manifestazione vivente di questa “verità” è stata durante molto tempo la caratteristica comune del movimento politico della classe operaia e ancor oggi compare nel dibattito politico quando si tratta di spiegare l'aiuto che la classe dominante riesce a reclutare nel campo del proletariato. Lo scarso grado di organizzazione e il sottosviluppo della coscienza di classe nei disoccupati tende in apparenza a smentire la teoria dell'impoverimento. Lo stesso accade con la funzione che compie il lumpen nella società. Certo, è questa “feccia dell'umanità” che, in alleanza con la piccola borghesia e agli ordini del capitale monopolista che gremisce le file del fascismo. Gli elementi che il movimento fascista attrae dalla cerchia della classe operaia si aspettano e ottengono vantaggi che in ogni caso sono immediati, per quanto siano piccoli. Questi elementi non si legano a nessun movimento per motivi ideologici, che sorpassano di molto le loro ambizioni e possibilità. Che i vantaggi siano di carattere puramente temporale non preoccupa affatto questi elementi che, come è ovvio, vivono  “alla giornata”. Rimproverarli con l'accusa di tradimento verso la propria classe è semplicemente attribuirgli la possibilità di una coscienza e di un insieme di convinzioni che costituiscono un lusso escluso dalla loro stessa forma di vita. Essi agiscono per i propri interessi più immediati, e a questo proposito, perfino la maggior parte dei lavoratori accettano in gran parte il fascismo, passivamente o attivamente, per non pregiudicare se stessi. Chi passerà prima o dopo nel campo del nemico di classe viene determinato dal grado di impoverimento di ogni individuo. Tralasciando tutto ciò, la ricerca delle scienze sociali in quasi tutti i paesi dimostra che la forma delle tendenze rivoluzionarie è legata all'impoverimento generale delle masse. Queste ricerche si concentrano esclusivamente sugli ultimi anni e per questo motivo l'unica cosa che indicano è che inizialmente l'impoverimento si associa con il regresso delle tendenze rivoluzionarie.

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Lumpenproletariato e organizzazioni operaie

Il concetto di lumpenproletariato non è in nessun modo un concetto chiaramente delimitato. I gruppi comunisti a sinistra del movimento operaio ufficiale parlamentarista e sindacalista hanno dato a questo concetto una tale ampiezza da farlo diventare praticamente un insulto per qualificare tutti gli elementi che in virtù della propria situazione di classe dovrebbero naturalmente essere definiti come proletariato, ma che svolgono un qualche servizio per la classe dominante. In questa concezione, l'elemento lumpen non è composto tanto dalla “feccia dell'umanità” quanto dai “fiori e panna”, vale a dire, dalla burocrazia del movimento operaio. In questo tipo di definizione si riflette l'odio diretto verso i venduti e coscientemente si tralascia che il tradimento è più il prodotto dello sviluppo storico che frutto dell'interesse personale dei leaders corrotti.
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Ma secondo l'idea più estesa nel movimento operaio, il termine lumpenproletariato include i molti elementi che stanno alla base della società attuale e che sono messi in lotta direttamente contro i lavoratori; ad esempio guardie giurate e vigilanti, provocatori, spie, crumiri, etc. Nonostante questo, per il movimento operaio riformista che lotta per ottenere il potere nell'attuale società questi elementi perdono il proprio carattere di lumpenproletariato non appena la burocrazia riformista riesce a partecipare del governo. Le guardie diventano così “compagni in uniforme”; gli agenti della polizia segreta degni cittadini che proteggono il paese dalla minacciosa anarchia; e i crumiri, “lavoratori, tecnici dell’emergenza”. Un cambio di governo è sufficiente per cancellare da questi elementi l'etichetta di lumpen.
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I teppisti e i repressori della società esistente o di qualunque altra società di classi contrapposte non possono essere inclusi propriamente nel concetto di lumpenproletariato, in quanto risultano completamente necessari alla pratica sociale. Questo ragionamento non è applicabile ai crumiri, ma in realtà andrebbero esclusi anche questi dai lumpen in quanto, come diceva Jack London, “con rare eccezioni, siamo tutti crumiri”. Di fatto, il crumiro può essere criticato solo dal punto di vista di un ordine sociale che ancora non esiste. Per il momento si comporta in totale accordo con la pratica sociale, che pur avendo convertito la produzione in un processo intensamente sociale, non ammette altra regola se non la ricerca dell'interesse privato. Il crumiro non ha ancora compreso né sperimentato abbastanza nella pratica che sono precisamente le sue necessità individuali quelle che dovrebbero portarlo all'azione collettiva. Non è ancora abbastanza disilluso dell'improduttività degli sforzi destinati a “trovarsi un posto al sole” a partire dalle basi della società presente. Spera di assicurarsi dei privilegi per la sua maggior capacità di adattamento alla pratica sociale e solamente dall'inutilità dei suoi sforzi potrà convincersi che in realtà sta rimanendo ai margini della società, per quanto si sforzi di farsi giustizia. Anche se i lavoratori si vedono costretti a lottare contro i crumiri, questi non possono essere considerati lumpenproletariato.

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Siccome le relazioni di produzione capitaliste servono per far avanzare lo sviluppo generale umano per un certo periodo storico, questi “elementi basici della società” appartenenti alla classe operaia devono essere considerati elementi produttivi, al di là del loro parassitismo e della loro ostilità con i lavoratori. Se la capacità produttiva della società si moltiplica ad un ritmo vertiginoso per le relazioni di mercato e di competizione, i mezzi per salvaguardare e promuovere queste relazioni devono essere considerati strumenti produttivi. E si può opporre a questi mezzi solo chi si oppone alla società stessa. La funzione di entrambi i gruppi del proletariato, quello direttamente produttivo e quello indirettamente produttivo, che garantiscono la sicurezza della società, differiscono nella forma ma non nel principio, servono gli stessi scopi. Il rovesciamento della società esistente mostrerebbe una volta per tutte che il concetto di lumpentroletariato è applicabile solamente agli emarginati della società che sono accettati dalla nuova società come i resti della vecchia: i girovaghi e i delinquenti che pur essendo frutto dell'attuale società che costantemente li nega e li utilizza, dovranno essere combattuti anche nella nuova società. Questi elementi non sono altri se non quelli abitualmente considerati come “feccia dell'umanità”: vagabondi, “sanguisughe”, prostitute, profittatori, delatori, ladri, truffatori, ecc.


Lumpenproletariato e capitalismo

Quando ancora si poteva negare che la disoccupazione è un fenomeno sociale normale perchè le temporanee riprese occultavano il fatto che questo fenomeno è inseparabile dall'attuale sistema, una gran parte della criminologia borghese sosteneva che le attività e le tendenze delittuose negli strati inferiori della popolazione erano dovute innanzitutto all'oziosità. Questa visione era diffusa anche in alcuni circoli operai e dei lavoratori organizzati che avendo introiti relativamente regolari guardavano con non poco disprezzo gli accattoni che vagano per le città e per le strade. L'origine di questa “oziosità”, se questo termine può realmente servire a descrivere qualcosa, non era motivo di preoccupazione per chi dava questi giudizi. Il movimento socialista, ovviamente, ne attribuiva la responsabilità all'attuale società. Nonostante ciò, quando i socialisti avevano l'opportunità pratica di combattere questo fenomeno, non sapevano far altro che utilizzare il codice penale del diritto borghese.

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La miseria, il lumpentroletariato e la delinquenza non sono il risultato delle crisi capitaliste. Le crisi possono spiegare solo il grande aumento di questi fenomeni. La disoccupazione accompagna tutto lo sviluppo del capitalismo ed è necessario nell'attuale sistema produttivo per mantenere i salari e le condizioni di lavoro a livelli bassi corrispondenti alle esigenze di un'economia che genera profitti. Anche se la disoccupazione di per se non spiega l'egemonia del capitale sui lavoratori, spiega invece il rafforzamento di quell'egemonia. Indipendentemente dall'effetto provvidenziale che ha l'esercito industriale di riserva sul tasso di guadagno ottenuto dalle diverse aziende, l'esistenza stessa di questo esercito ha le sue motivazioni nelle leggi economiche che determinano il funzionamento della società capitalista. La tendenza dell'accumulazione di capitalista che da un lato produce capitale superfluo e un eccesso di popolazione dall'altro si è convertita in una dolorosa realtà. Essendo questo il suo funzionamento bisogna per forza ammettere, seppur anche solo a denti stretti, che la disoccupazione non potrà mai essere eliminata del tutto. Così gli sforzi vengono diretti poco a combatterla e più a diminuire i pericoli che implica per la società. Perciò assistiamo alle vigorose discussioni sulla riforma del sistema penale, che sono riflesso dei cambiamenti verificabili nel mercato del lavoro.

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Addirittura H. L. Menken, in un recente numero di Liberty ha proposto di introdurre nel sistema penale statunitense pratiche simili a quelle presenti in Cina, vale a dire l'eliminazione fisica senza limitazioni dei delinquenti con o senza prova di colpevolezza, una forma di giustizia abituale nei paesi dove esiste un sovrapopolamento cronico. In Germania si discute di reintrodurre le punizioni corporali, già in voga durante il Medioevo, in quanto le prigioni non sono più efficaci come strumenti di dissuasione e la forza-lavoro gratuita dei detenuti non può più essere utilizzata. La maggiore povertà risultante dalle crisi persistenti e dalla disoccupazione su grande scala toglie terreno al castigo, perché la vita in carcere non è molto peggiore dell'esistenza fuori da essa. I delinquenti sono sempre di più, fatto che aumenta ulteriormente la brutalità dei castighi e rende impossibile una riforma degli interni delle prigioni. Come ha detto George Bernard Shaw, “quando si guarda agli strati più poveri e oppressi della nostra società si trovano condizioni di vita tanto miserabili che risulta impossibile amministrare una prigione umanamente senza rendere la vita del delinquente migliore di quella di molti cittadini liberi. Se la prigione non è peggiore dei quartieri malfamati in quanto a degrado umano, questi quartieri si svuoteranno e si riempiranno le carceri.” Di modo che il castigo legale non è solo barbaro e si vede spinto verso una maggiore brutalità, ma le sue stesse istituzioni si convertono in nidi di delinquenza, come provano le statistiche che dimostrano come la maggior parte delle persone che sono state in prigione vengono dopo la conclusione della pena nuovamente incarcerate.
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In ogni modo, l'imbestialimento degli esseri umani, fenomeno legato allo sviluppo della società capitalista e che ha la sua massima espressione nella crescita del lumpenproletariato, non trova le sue origini solamente nella disoccupazione e nell'impoverimento di massa. Come diceva Marx, l'accumulazione di ricchezza in un polo della società non implica solamente la miseria nel polo opposto, ma l'accumulazione di fatiche, schiavitù, ignoranza, brutalità e degrado morale. Nelle condizioni lavorative del capitalismo, il lavoro si converte in puro e semplice lavoro forzato, indipendentemente da quanto “liberi” possano essere i lavoratori per altri aspetti. Anche fuori dall'ambito lavorativo, il lavoratore non appartiene a se stesso, ma semplicemente recupera la propria capacità di lavoro per il giorno seguente. Vive in libertà puramente per rimanere in condizioni di realizzare i propri lavori forzati e arriva così a deumanizzarsi completamente, a non avere alcuna relazione volontaria col proprio lavoro che diventa mero oggetto, pura appendice del meccanismo produttivo. Sperare che questi lavoratori, in queste condizioni, ottengano qualche tipo di piacere dal proprio lavoro è completamente illusorio. Ciò che cercheranno di fare è tutto il possibile per uscire da queste condizioni per affermarsi come esseri umani. A lungo andare, queste circostanze tendono ad “animalizzarli”.
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Con un potere esterno, mezzi coercitivi e semplice uso della forza è impossibile liberarsi del lumpenproletariato od ottenere una diminuzione della criminalità. La questione centrale è mantenere o creare negli esseri umani la disposizione psichica per occupare il posto che gli corrisponde nella società e il proprio stile di vita e questo si fa via via meno possibile. La mancanza di coscienza sociale e di adattabilità sociale da parte dei delinquenti è suscettibile di altre spiegazioni, che vanno oltre la “pigrizia”. Certo, esistono una gran quantità di teorie secondo le quali i difetti fisici e mentali sarebbero le ragioni fondamentali per le azioni criminali degli esseri umani. È innegabile che i fattori psicobiologici devono essere tenuti in considerazione per capire le inclinazioni criminali. Risulta ovvio però che la teoria che ha più da offrire in quanto a comprensione di questo fenomeno è la teoria politica e socioeconomica. I fattori biologici e psicologici contribuiscono a determinare le azioni coscienti e incoscienti degli esseri umani ma gli effetti di questi fattori risultano completamente modificati quantitativamente e qualitativamente a causa dei loro effetti sociali. Gli impulsi degli individui sono soggetti tanto alla situazione socioeconomica come alla situazione di classe a cui appartengono. In una società che garantisce una maggiore importanza ai ricchi e ai proprietari, gli impulsi narcisisti, ad esempio (come ha dimostrato lo psicologo Erich Fromm) devono portare ad un'enorme intensificazione del desiderio di possesso. E se nel contesto dell'attuale società queste tendenze non possono essere soddisfatte per vie “normali”, cercheranno la propria soddisfazione nella delinquenza. Anche se questi impulsi appaiono associati a difetti fisici o psichici, questi possono essere spiegati solo in connessione con la società e con il contesto di classe esistente. La delinquenza, in maggior parte diretta contro le leggi della proprietà, può essere compresa solo prendendo in considerazione la totalità del processo sociale. Anche gli altri tipi di delitti sono determinati se non direttamente, indirettamente dalla situazione sociale e politica. Deduciamo così che potranno essere modificati sostanzialmente o essere totalmente eliminati solamente con un cambiamento della società in cui avvengono.
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Non c'è prova più concreta dell'importanza del fattore economico per spiegare la delinquenza che il suo enorme aumento in epoca di crisi economiche. Come conseguenza delle depressioni i più deboli mentalmente e fisicamente fra i poveri si ritrovano a percorrere la strada della delinquenza. Di fatto, molte volte non rimane loro altra possibilità. Che il fattore socioeconomico risulti essenziale si evince pure dal fatto che ad esempio gli abusi sessuali su minori risultano molto più frequenti nelle famiglie di disoccupati rispetto alle famiglie con una vita economica stabile. Come si può spiegare la decadenza della famiglia o altri fattori di incremento della criminalità nella società attuale a partire da fattori biologici o psicologici? E il veloce aumento della prostituzione durante le crisi? Negli USA, le ricerche sull'influenza dell'ambiente di vita nella delinquenza, hanno dimostrato che la maggior parte dei soggetti provengono da quartieri degradati delle città e da famiglie che vivono “alla giornata”. La ricerca ha mostrato anche che la maggior parte dei delitti viene commessa contro la proprietà e che la maggior parte dei delinquenti sono “di intelligenza normale”. I giovani che vagano senza meta e senza obiettivi attraverso gli Stati del paese e per le strade sono in condizioni ideali per deviare verso il lumpenproletariato e integrarvisi permanentemente. Non hanno opportunità e nella loro disillusione decidono di trovare soddisfazioni vitali con qualunque mezzo, vale a dire, con i mezzi delittivi che costituiscono ancora una via aperta. “Ci riprenderemo ciò che è nostro”, dicono a se stessi. E i loro eroi non sono gli eroi rispettabili dell'attuale società, ma i Dillinger [1]. Jack London volle caratterizzare i vagabondi come lavoratori demoralizzati, ma la maggior parte di questi giovani non ha mai lavorato. La demoralizzazione precede il loro ingresso nel mondo del lavoro e quanto più rimangono disoccupati più perdono la capacità di adattarsi al ritmo della vita sociale.
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Come aveva compreso William Petty molto tempo fa, “è meglio per la società bruciare il lavoro di mille persone che permettere che queste mille persone perdano la propria capacità lavorativa per inattività”. Ma non solo dal punto di vista dei guadagni ma anche dal punto di vista della sicurezza sociale, il sistema attuale divora se stesso quando, anche contro la propria volontà, nega ai lavoratori la possibilità di mantenersi occupati. Solo attraverso la vendita della propria forza-lavoro i lavoratori possono esistere come tali. Tutta la loro vita dipende dalle volubili oscillazioni del mercato del lavoro. Liberarsi dalle costrizioni e dalle possibilità del mercato è possibile solo nel caso in cui si esca dalle fila della classe lavoratrice. A chi viene meno la possibilità del salto alla classe media, possibilità che è sempre stata eccezionale e che oggi è praticamente inesistente, non rimane altra possibilità che l'integrazione nel lumpenproletariato, opzione che solo in casi contati è scelta volontaria ma che risulta inevitabile a segmenti sempre maggiori della classe operaia. Anche se ci fosse la volontà di farlo, non è fattibile dare ai disoccupati condizioni di vita adatte a degli esseri umani, come nemmeno è possibile darle ai delinquenti in quanto altrimenti la pressione per lavorare perderebbe gran parte della propria forza e aumenterebbe il potere dei lavoratori per resistere nella lotta salariale, e consideriamo pure che spesso anche lavoratori che ricevono assistenza sociale cercano di migliorare i propri mezzi di sussistenza attraverso la delinquenza. In ogni caso, anche nei paesi con sussidi di disoccupazione una porzione maggiore o minore dei lavoratori permane esclusa da questa compensazione non può evitare, anche se gradualmente, di cadere nel lumpenproletariato.
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Chiunque risulti emarginato dal processo lavorativo perde la propria capacità e possibilità di lavorare di nuovo. Si consideri ad esempio il caso di qualcuno che sia stato disoccupato per tre o quattro anni. Per questa persona risulterà estremamente difficile occupare di nuovo il proprio posto nella vita economica. Data la crescente razionalizzazione del processo produttivo, non solo psicologica ma anche fisicamente sarà difficile che possa resistere alla maggior domanda di rendimento. Per questo motivo gli imprenditori rifiutano quasi sempre i lavoratori che siano stati disoccupati per vari anni, verso i quali hanno un'attitudine scettica, alla quale contribuisce l'aspetto miserabile e trasandato del richiedente. Una volta raggiunto un certo livello di miseria, non c'è possibile ritorno alla routine del lavoro giornaliero. Rimane allora solo la possibilità di sotto-nutrirsi attraverso l'elemosina e il lento deterioramento nelle strade delle grandi città. Rimane solo l'ubriachezza per cercare di cancellare il non senso della propria esistenza; o il salto nelle fila del sotto-mondo, che porta inevitabilmente alla prigione e alla morte violenta.

Impoverimento e rivoluzione

Se l'impoverimento che ha luogo fra le masse nel corso dello sviluppo capitalista fosse uniforme e riguardasse l'insieme della classe operaia in modo omogeneo, il risultato sarebbe lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria delle masse. I lumpenproletari sarebbero così tanti che l'esistenza stessa del lumpenproletariato sarebbe impossibile. Le attività lumpen degli individui si manifesterebbero solo in modo collettivo. L'esistenza individuale parassitaria o l'espropriazione individuale si eliminerebbero da se stesse, visto che non è possibile che una maggioranza viva di sotterfugi o di furto senza spezzare completamente le basi stesse della società. Il fatto che il lumpenproletariato sia possibile solo come minoranza è uno dei segni del suo carattere tragico. Come risultato dell'esistenza minoritaria rimane ai lumpenproletari solo la possibilità di vivere di sotterfugi o di delinquenza. In paesi in guerra, ad esempio, dove anche a scapito delle differenze salariali o di introiti la scarsità di beni di prima necessità come gli alimenti produce un livello di vita più o meno uniforme nella massa della popolazione, è più probabile che si produca una situazione rivoluzionaria che in tempi e situazioni dove l'impoverimento ha luogo per tappe o mediante salti bruschi. Fin tanto che il lumpenproletariato si origina non solo indiretta ma anche direttamente dalle relazioni esistenti, il fattore predominante all'impoverimento va ricercato nelle leggi cieche che lo fanno sorgere.
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Il lumpenproletariato prende forma dall'impoverimento inizialmente associato all'espansione del sistema economico e la fine di questa espansione lo condanna a rimanere minoranza, anche se può essere minoranza in crescita, per molto tempo. Siccome la fase di auge sociale è molto rapida e il suo declino molto lento, una parte della popolazione lavoratrice risulta esposta a condizioni di impoverimento alle quali può rispondere solo in forma lumpen e alle quali si deve piegare. Sono queste “vittime” di un lento processo di declassamento sociale che inizialmente non spinge gli individui a trasformarsi in rivoluzionari ma in forze principalmente negative. Al posto di soluzioni rivoluzionarie le vie d'uscita che appaiono possibili sono individuali e necessariamente antisociali. Di modo che il lumpenproletariato può liberarsi da se stesso dalla propria situazione solo attraverso la propria crescita, che è allo stesso tempo indice del processo di avanzamento rivoluzionario che si diffonde nella società. La forma di vita del lumpenproletariato deve diventare modo di vita di una parte dell'umanità tanto grande da non permettere all'individuo nessun tipo di vita, nemmeno all'interno del lumpenproletariato.
Come si è detto, l'apparenza superficiale sembra smentire la teoria dell'impoverimento. Considerando semplicemente l'attitudine psicologica dei disoccupati, per non parlare già di lumpen, produce orrore la penuria spiritale di questi elementi (a meno che l'osservatore si autoinganni, fenomeno che spesso viene considerato adeguato a effetti agitatori). Liberati dalla fatica che imbruttisce, risultano ancora più incapaci di prima di sviluppare una coscienza rivoluzionaria. Le loro conversazioni si limitano agli argomenti più elementari quali il successo e sport e non hanno relazione alcuna con la propria situazione. Scansano quasi con timore il riconoscimento della propria situazione e delle sue conseguenze politiche.
L'effetto che ha l'impoverimento sui disoccupati si può dividere in due tipi. Una piccola percentuale non si abbatte di fronte alla nuova situazione. Non sono ancora stati lontani dal lavoro per abbastanza tempo o risultano protetti dall'abisso da alcuni risparmi. Si elevano sopra se stessi, si impegnano nel trovare un impiego e hanno ancora speranze nel futuro dal quale si aspettano un miglioramento della propria condizione. L'intensità con la quale si sforzano di non sprofondare esclude questo gruppo più o meno completamente dall'attività politica. La loro principale attività è obbligatoriamente quella della salvaguardia dei propri interessi più immediati, non hanno la possibilità di dedicare le proprie energie a più ambiti simultaneamente. Allo stesso tempo, la gran massa dei disoccupati (che come conseguenza del tempo in cui sono rimasti senza lavoro hanno abbandonato il primo tipo) vive nel più profondo stato di rassegnazione e mancanza di energia. Non si aspettano nulla dalla vita. Neppure la fantasia gli permette di avere qualche speranza. Niente suscita il loro interesse e non sono capaci di applicarsi in qualche attività. Hanno lasciato da parte le caratteristiche dell'umanità vivente, vegetano e sono coscienti che piano piano stanno affondando. Da quest'enorme massa grigia sorge la piccola percentuale dei completamente disperati che si integrano ai lumpen o in poco tempo lasciano la vita. La disperazione e l'amarezza confinano con la pazzia e le vittime o si trascinano o si imbarcano in furiose liti come animali terrorizzati. Tanto velocemente la società si libera di loro, ecco che i posti rimasti vacanti vengono occupati da elementi che nascono dalla massa grigia dei rassegnati che a loro volta vengono sostituiti da elementi dei gruppi ancora integri.

Indipendentemente da cosa si possa dire sulla teoria dell'impoverimento, tutte le argomentazioni cadono di fronte all'impoverimento reale che attualmente si sta manifestando e al quale non si può mettere freno nel contesto della società attuale. Se la teoria dell'impoverimento è falsa, anche la rivoluzione è improbabile. Nonostante ciò, è ancora molto probabile che l'impoverimento sia rimasto finora senza conseguenze rivoluzionarie visibili solo perché ha riguardato sempre solo minoranze. Una grande massa di impoveriti per la sua stessa ampiezza deve svilupparsi in una forza rivoluzionaria. In questo, l'abolizione del proletariato in quanto tale, è al tempo stesso la fine del lumpenproletariato, anche se questa scomparsa non è mai immediata. Risulta eliminato solo il terreno per il suo sviluppo. L'ideologia lumpen sorge come risutato della vita lumpen e si manifesterà ancora per molto tempo come una delle eredità indesiderabili del proletariato, fino a quando le nuove relazioni abbiano cambiato l'umanità al punto che le tradizioni ideologiche si trovino solo nei libri di storia e non nella testa degli esseri umani.

Alla luce di tutto ciò bisogna affermare che l'impoverimento è una condizione necessaria per la rottura rivoluzionaria e allo stesso tempo va combattuto giorno per giorno nella pratica. Questo non è contraddittorio, perché sono proprio i tentativi dentro i confini del capitalismo di diminuire la povertà ad avere in realtà l'effetto di aumentarla. Entrare in questo paradosso però ci porterebbe al campo dell'economia. Rimaniamo semplicemente con l'affermazione che nel lumpenproletariato i lavoratori possono vedere solo il ritratto del loro futuro, a meno che i loro sforzi per cambiare le relazioni di produzione esistenti procedano ad un ritmo maggiore. Solo la visione ristretta della piccola borghesia può guardare con disprezzo il lumpenproletariato. Per gli stessi lavoratori, la “feccia dell'umanità” non è altro che l'altra faccia della medaglia che si suole ammirare e chiamare civilizzazione capitalista. Solo la fine di questa porterà con se l'altra.

PAUL MATTICK
[A cura di Ario Libert]

 

 

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La feccia dell'umanità

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16 settembre 2012 7 16 /09 /settembre /2012 05:00

RISPOSTA A LENIN

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920

Copertina dell'edizione originale di Lettera al compagno Lenin, di Herman Gorter, il cui sottotitolo recita: Una risposta all'opuscolo di Lenin L'Estremismo malattia infantile del comunismo. Uno dei vertici critici e autenticamente libertari della tradizione marxista contro la pseudo interpretazione totalitaria leninista del mutamento sociale e storico, centrata sul ruolo onnipotente del partito messianico e dell'intervento provvidenziale e "scientifico" dello Stato.

 

di HERMAN GORTER

 

Il parlamentarismo

 

 

Resta ancora da difendere la sinistra sulla questione del parlamentarismo [10]. La linea di sinistra, anche in questa questione, si basa sulle stesse considerazioni generali e teoriche prese in esame nella questione sindacale: isolamento del proletariato, enorme potenza del nemico, necessità per la massa di elevarsi all'altezza dei suoi compiti, di non fidarsi, inanzitutto, che di se stessa, ecc. Non ho bisogno di esporre un'altra volta tutte queste ragioni.

Ma ce ne sono altre ancora più importanti di quelle addotte per la questione sindacale.

Innanzitutto: gli operai, e in generale, le masse lavoratrici dell'Europa occidentale sono completamente sotto l'influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo e del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese. E questo a un livello molto più alto rispetto agli operai dell'Europa orientale. Da noi l'ideologia borghese si è impadronita dell'intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. E' all'interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi.

Il compagno Pannekoek descrive molto correttamente questa situazione nella rivista "kommunismus" di Vienna.

"L'esperienza tedesca si colloca di fronte al grande problema della rivoluzione nell'Europa occidentale. In questi paesi il modo di produzione borghese e la secolare cultura altamente sviluppata che gli è legata hanno inciso profondamente sul modo di sentire e di pensare delle masse popolari. In tal modo il loro carattere intimo e spirituale è completamente diverso da quello degli operai delle regioni orientali che non hanno mai conosciuto il dominio borghese. Ed è qui che risiede, inanzitutto, la differenza del corso rivoluzionario dell'Est, rispetto all'Ovest dell'Europa. In Inghilterra, Francia, Olanda, Scandinavia, Italia, Germania, fioriva, fin dal Medioevo, una forte borghesia sulla base d'una produzione piccolo-borghese e di capitalismo primitivo. E quando il feudalesimo fu rovesciato, si sviluppò anche nelle campagne una forte ed indipendente classe di contadini, la quale fu anche padrona della sua piccola economia. Su tale base si è sviluppata la vita spirituale borghese, in una solida cultura nazionale. Accadde così innanzitutto negli Stati marittimi come l'Inghilterra, la Francia, che marciarono alla testa dello sviluppo capitalistico. Il capitalismo, mediante l'assoggettamento dell'intera economia alla sua direzione, legando anche le fattorie più sperdute al campo dell'economia mondiale, nel corsi del XIX secolo, ha elevato il livello di questa cultura nazionale, l'ha migliorato, e con le sue armi spirituali di propaganda - la stampa, la scuola e la chiesa - ha forgiato su tale modello il cervello popolare, sia che si tratti della masse proletarizzate da esso attierate nella città sia che si tratti di quelle lanciate nelle campagne.

"Queste considerazioni sono valide non soltanto per i paesi in cui il capitalismo è nato, ma anche, benché con forme un pò diverse, per l'Australia e l'America, dove gli europei hanno fondato nuovi Stati, così come per i paesi dell'Europa centrale quali la Germania, l'Austria e l'Italia, dove il nuovo sviluppo capitalistico ha potuto innestarsi sulla vecchia economia arretrata e sulla cultura piccolo-borghese. Il capitalismo trovò, penetrando nei paesi dell'Europa orientale, un materiale tutto diverso e di altre tradizioni. In Russia, in Polonia, in Ungheria e nei paesi a est dell'Elba, non c'era una classe borghese abbastanza forte da dominare, per tradizione, la vita spirituale. La situazione agraria - grande proprietà fondiaria, feudalesimo patriarcale, comunismo di villaggio - dava il tono all'ideologia".

In questo brano il compagno Pannekoek, posto di fronte al problema ideologico, ha colpito il bersaglio giusto. Molto meglio di quanto noi avessimo mai fatto, egli faceva emergere sul terreno ideologico la differenza tra l'Europa orientale e quella occidentale, e ha dato, da questo punto di vista, la chiave di una tattica rivoluzionaria per l'Europa occidentale.

Se si stabilisce il legame tra tutto ciò e la causa materiale della potenza nemica, e cioè con il capitale finanziario, allora l'intera tattica diventa chiara.

Ma si può dire di più a proposito del problema ideologico. La libertà borghese, la potenza del parlamento, sono state, nell’Europa occidentale, una conquista delle generazioni precedenti, degli antenati nelle loro lotta liberatrice; conquiste utilizzate dai possidenti ma realizzate dal popolo. Il ricordo di queste lotte costituisce ancora una tradizione profondamente radicata nel sangue del popolo. Una rivoluzione, in effetti, è il ricordo più profondo di un popolo. La convinzione che l'essere rappresentati in parlamento costituisce una vittoria, è inconsciamente qualcosa come una forza immensa e tranquilla. Questo è vero in particolare nei paesi più vecchi della borghesia in cui hanno avuto luogo lotte lunghe e frequenti per la libertà; in Inghilterra, in Olanda e in Francia. E anche, ma in misura minore, in Germania, in Belgio e nei paesi scandinavi. Un abitante dei paesi dell'Est non può probabilmente immaginarsi quale forza può avere questa convinzione.

Per di più gli operai qui hanno lottato, spesso per molti anni, per il suffragio universale e lo hanno conquistato nella lotta; o direttamente o indirettamente. Questa vittoria ai suoi tempi ebbe dei risultati. Si pensa e si sente generalmente che avere dei rappresentanti nel parlamento borghese delegare ad essi i propri interessi, costituisca un progresso e una vittoria. Non bisogna sottovalutare la forza di questa ideologia.

E, infine, la classe operaia dell'Europa occidentale è caduta, con il riformismo, sotto i colpi dei parlamentari che l'hanno portata alla guerra, all'alleanza con il capitalismo. Questa influenza del riformismo è anch'essa colossale Per tutte questa cause l'operaio è diventato lo schiavo del parlamento al quale delega ogni cosa. In prima persona non agisce più [11].

Viene la rivoluzione. Ora l'operaio deve fare tutto in prima persona. Deve lottare da solo con la sua classe contro il formidabile nemico,deve condurre la lotta più terribile che si sia vista al mondo. Nessuna tattica da capi può aiutarlo. Tutte le classi formano una barriera compatta davanti a lui, e nessuna è dalla sua parte. Se invece si fa rappresentare in parlamento dai suoi capi o da altre classi, è minacciato dal grande pericolo di ricadere nella sua vecchia debolezza lasciando agire i capi, delegando tutto al parlamento, confinandosi nella finzione secondo la quale altri possono fare la rivoluzione al suo posto, perseguendo delle illusioni e restando bloccato nell'ideologia borghese.

Questo atteggiamento delle masse di fronte ai capi è anch'esso molto ben descritto dal compagno Pannekoek: "Il parlamentarismo è la forza tipica della lotta con uno strumento da capi, che fa giocare alle masse un ruolo secondario. La sua pratica consiste nel fatto che dei deputati, delle personalità particolari, conducano una lotta fondamentale. Essi devono, di conseguenza, destare nelle masse l'illusione che altri possono sostenere la lotta al loro posto. Una volta si credeva che i capi avrebbero potuto ottenere delle riforme importanti per gli operai attraverso la via parlamentare, e aveva anche corso l'illusione che i parlamentari avrebbero potuto realizzare la rivoluzione socialista con misure legislative. Oggi che il parlamentarismo ha un aspetto più modesto, si mette avanti l'argomento che i deputati possono fare una forte propaganda per il comunismo in parlamento. ma sempre l'importanza decisiva è attribuita ai capi. Naturalmente in questa situazione sono i funzionari che dirigono la politica, magari sotto la mascheratura democratica delle discussioni e risoluzioni dei congressi. La storia della socialdemocrazia è, da questo punto di vista, una lezione degli sforzi iniziali fatti affinché i membri del partito determinano da soli la linea politica. Laddove il proletariato lotta sulla via parlamentare, tutto ciò è inevitabile fino a quando le masse non avranno creato delle organizzazioni adatte ala loro azione, vale a dire laddove la rivoluzione deve ancora arrivare. Ma non appena le masse entrano in scena in prima persona, per decidere e per agire, i misfatti del parlamentarismo sovraccaricano la bilancia.

"Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone le forze. Tutto ciò che rafforza nuovamente la concezioni tradizionali è nocivo. Il lato più solido, più tenace, di questa mentalità è proprio costituito dallo stato di dipendenza nei confronti dei dirigenti ai quali gli operai delegano la soluzione di tutte le questioni generali, la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo inevitabilmente tende a paralizzare l'azione delle masse necessarie per la rivoluzione.

"Che si pronuncino dei bei discorsi per ridestare l'attenzione rivoluzionaria! L'attività rivoluzionaria non trae il suo alimento da frasi simili, ma soltanto dalla necessità dura e difficile e quando non c'è altra via d'uscita.

"La rivoluzione inoltre esige qualcosa di più della lotta delle masse che rovescia un sistema governativo, di una battaglia che sappiamo non poter essere artificialmente provocata ma soltanto originata dai bisogni profondi delle masse. La rivoluzione esige che il proletariato prenda nelle sue mani le grandi questioni della ricostruzione sociale, le più difficili decisioni, che il proletariato entri al completo nel movimento creativo. E ciò è impossibile, se innanzitutto l'avanguardia, poi masse sempre più larghe, non prendano le cose nelle loro mani, non si considerino responsabili, non si mettano a studiare, a fare propaganda, a lottare, a pensare, a osare ed eseguire fino in fondo. Ma tutto ciò è difficile e penso; fino a che la classe operaia è portata a credere alla possibilità di una strada più facile in cui altri agiscono al suo posto conducendo l'agitazione da una tribuna altolocata, prendendo decisioni, dando il segnale per l'azione, facendo leggi, fino ad allora essa esiterà e resterà passiva, sotto il peso della vecchia mentalità e delle vecchie debolezze".

Gli operai dell'Europa occidentale devono agire innanzitutto in prima persona e non soltanto sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico: occorre ripetere questo mille volte e, se è necessario, anche centomila, un milione di volte (e chi non ha compreso e non ha tratto questa lezione degli avvenimenti seguiti al novembre del 1918 è un cieco anche se si tratta di voi, compagno). Giacché essi sono soli e nessuna astuzia dei capi potrebbe aiutarli. E' da loro stessi che deve uscire la massima forza d'impulso. Qui, per la prima volta a un livello più elevato che non in Russia, l'emancipazione della classe operaia sarà opera degli operai stessi. E' per questo che i compagni della sinistra hanno ragione quando dicono ai compagni tedeschi: non partecipate alla elezioni, boicottate il parlamento; occorre che voi stessi facciate ogni cosa sul piano politico; voi operai non vincerete fino a che non agirete in questo modo; vincerete soltanto se agirete così per due, cinque, dieci anni e se vi sforzerete uno ad uno, gruppo a gruppo, di città in città, di provincia in provincia, e infine in tutto il paese, come partito, come unione, come consigli di fabbrica, come massa, come classe. Attraverso l'esempio e la lotta sempre rinnovata, attraverso le disfatte, succederà che la grande maggioranza di voi formerà un blocco e dopo aver frequentato questa scuola, potrebbe formare una massa grande e omogenea.

Ma i compagni, gli estremisti della KAPD avrebbero commesso un grosso sbaglio se avessero sostenuto questa linea soltanto a parole, come propaganda. In questa questione politica la lotta e l'esempio sono ancora più importanti che nella questione sindacale.

I compagni della KAPD erano nel loro pieno diritto e obbedivano ad una necessità storica quando si separarono dalla Spartakusbund, scindendosi da essa o meglio dalla sua Centrale nel momento in cui quest'ultima non voleva più tollerare quel tipo di propaganda. In effetti il proletariato tedesco e gli operai dell'Europa occidentale avevano bisogno, innanzitutto di schiavi politici, che in questo mondo di oppressi dell'Europa occidentale, sorgesse un gruppo che fosse di esempio, un gruppo di liberi lottatori, senza capi, vale a dire senza capi del vecchio tipo. Senza deputati in parlamento.

E ciò ancora una volta non perché sia bello o buono di per sé, o perché è eroico è meraviglioso, ma perché il popolo lavoratore tedesco e occidentale è solo in questa terribile lotta e non può sperare in alcun aiuto dalle altre classi o dall'intelligenza dei capi. Una sola cosa può sostenerlo: la volontà e la decisione delle masse, uomo per uomo, donna per donna, insieme.

A questa tattica fondata su ragioni così profonde, si oppone la partecipazione al parlamento che può solo nuocere a questa giusta linea; e il danno è infinitamente maggiore del piccolo vantaggio della propaganda (attraverso la tribuna parlamentare). E a causa di ciò la sinistra respinge il parlamentarismo.

Voi dite che il compagno Liebknecht potrebbe, se fosse vivo, fare un lavoro meraviglioso nel Reichstag. Noi lo neghiamo. Non potrebbe manovrare politicamente laddove i partiti della grande e piccola borghesia formano un blocco contro di noi. E neanche conquisterebbe, per questa via, le masse meglio di quanto potrebbe fare stando fuori del parlamento. Al contrario, una grandissima parte della massa sarebbe soddisfatta dei discorsi e la sua presenza in parlamento sarebbe quindi nociva [12].

Senza dubbio un lavoro simile della sinistra durerà anni e le persone che, per qualsiasi ragione, desiderano successi immediati, cifre più alte di aderenti e di voti, grandi partiti e una Internazionale potente (in apparenza), dovranno aspettare ancora per molto tempo. Ma quelli che comprendono che la vittoria della rivoluzione in Germania e nell'Europa occidentale sarà una realtà soltanto se la massa degli operai comincerà a riporre la sua fiducia in se stessa, saranno soddisfatti di questa tattica.

Compagno, conoscete tutto l'individualismo borghese dell'Inghilterra, la sua libertà borghese, la sua democrazia parlamentare, cosi come si sono sviluppate durante sei o sette secoli? Cosi come sono: infinitamente differenti dalla situazione russa? Sapete come queste idee siano profondamente radicate in ogni individuo, ivi compresi i proletari, in Inghilterra e nelle sue colonie? Conoscete questa struttura unificata in un immenso complesso? La sua importanza generale nella vita sociale e personale? Io credo che nessun russo, nessun europeo dell'Est, le conosce. Se voi le conoscete, ammirerete allora quegli operai inglesi che osano porsi radicalmente contro questo immenso edificio, contro la più grande costruzione politica del capitalismo nel mondo intero.

Per arrivare a questa altezza, se questa è pienamente cosciente, non occorre forse un senso rivoluzionario altrettanto sviluppato di quello di chi ha rotto per primo con lo zarismo? Questa rottura con tutta la democrazia inglese significa già la rivoluzione inglese in embrione.

Infatti questa azione viene compiuta con la massima decisione cosi come deve essere in questa Inghilterra forte di un passato storico gigantesco e di potenti tradizioni. Proprio perché rappresenta la forza maggiore (è proporzionalmente il più forte del mondo) il proletariato inglese si erge all'improvviso davanti alla borghesia più forte del mondo, si erge con tutta la sua forza e respinge subito l'intera democrazia inglese benché nel suo paese non sia ancora giunta la rivoluzione.

Tutto questo è stato già realizzato dalla sua avanguardia, dalla sinistra, cosi come in Germania dall'avanguardia tedesca, la KAPD. E perché lo ha fatto? Perché sa che la classe operaia inglese è isolata, che nessuna classe in tutta l'Inghilterra l'aiuterà e che il proletariato, in prima persona innanzitutto, e non attraverso i suoi capi, deve lottare e vincere con la sua avanguardia [13].

Il proletariato inglese mostra, con l'esempio della sua avanguardia, in che modo vuole lottate: da solo contro tutte le classi dell'Inghilterra e delle sue colonie.

E ancora come l'avanguardia tedesca: dando l'esempio. Creando un partito comunista che respinga il parlamento, grida a tutta la classe operaia dell'Inghilterra: rompete con il parlamento, simbolo della potenza capitalista. Formate il vostro partito e le vostre organizzazioni di fabbrica. Basatevi soltanto sulle vostre forze.

Questo doveva infine venir prodotto in Inghilterra, questa fierezza e questo orgoglio operaio nati all'interno del capitalismo più sviluppato, E ora che questa azione è iniziata, diventa un blocco di granito.

Fu una giornata storica, compagni, quella in cui, nell'assemblea del mese di giugno, fu fondato il primo partito comunista che ruppe con tutta la costituzione e l'organizzazione dello Stato in vigore da oltre sette secoli. Avrei voluto che Marx ed Engels fossero presenti. Credo che avrebbero provato un immenso piacere se avessero potuto vedere questi operai inglesi respingere lo Stato inglese, prototipo di tutti gli Stati borghesi del mondo, centro e fortezza del capitale mondiale già da molti secoli, dominatore di un terzo dell'umanità; se avessero potuto vedere gli operai respingere questo Stato e il suo parlamento.

Costituisce una ragione di più per l'applicazione di questa tattica in Inghillterra il fatto che il capitalismo inglese è pronto a sostenere il capitalismo in tutti gli altri paesi e che non esiterà certamente a far affluire da tutte le patti del mondo le truppe d'intervento contro qualsiasi proletariato straniero e, in particolare, contro il suo, La lotta del proletariato inglese è dunque una lotta contro il capitale mondiale. Ragione di più perché il capitalismo inglese dia l'esempio più alto e più chiaro, perché sostenga in modo esemplare la causa del proletariato mondiale con la lotta e con l'esempio [14].

Dovrebbe sempre esistere un gruppo che trae tutte le conseguenze della sua posizione nella lotta. I gruppi di questo tipo sono il sale dell'umanità.

Ma ora, dopo aver difeso sul piano teorico l'antiparlamentarismo, devo occuparmi nei dettagli della vostra difesa del parlamentarismo. Vai lo difendete per l'Inghilterra e la Germania. Ma la vostra argomentazione è applicabile soltanto alla Russia (e a rigore a qualche altro paese dell'Europa orientale), ma non all'Europa occidentale. E su questo punto, come ho già detto, che commettete sbagli. A causa di questa falsa concezione, voi vi trasformate da capo marxista in capo opportunista. A causa di questa concezione, voi, capo marxista radicale per la Russia e probabilmente per qualche altro paese dell'Europa orientale, cadete nell'opportunismo quando c'è di mezzo l'Europa occidentale. E la vostra tattica spingerebbe l'intero Occidente alla sconfitta se venisse accettata. E quello che voglio dimostrare respingendo nei dettagli la vostra argomentazione.

Compagno, mentre leggevo lo sviluppo dei vostri argomenti, ero costantemente perseguitato da un ricordo.

Mi sembrava di essere tornato al congresso del vecchio partito socialpatriota olandese e di ascoltarvi un discorso di Troelstra. Quando costui dipingeva agli operai i grandi vantaggi della politica riformista, quando parlava degli operai che non erano socialdemocratici e che avremmo dovuto portare a noi mediante compromessi. Quando parlava delle alleanze che potevamo fare (transitoriamente beninteso...) con i partiti di questi operai; quando parlava delle «divisioni» tra i partiti borghesi che bisognava utilizzare. E’ più o meno cosi, anzi esattamente così, parola per parola, che voi, compagno Lenin, parlate a noi dell'Europa occidentale!!!

Dovetti spesso prendere la parola a nome dell'opposizione durante gli anni che hanno preceduto il 1909, anno della nostra espulsione.

E mi ricordo come noi, i compagni marxisti, fossimo seduti in fondo alla sala, in piccolo numero, quattro o cinque: Henriette Roland-Holst, Pannekok e alcuni altri. Troelstra si espresse come fate voi, fu persuasivo, trascinante. E mi ricordo anche come in mezzo al tuono degli applausi, delle brillanti frasi riformiste e delle calunnie contro i marxisti, gli operai della sala si girarono per contemplare questi « idioti », questi asini e questi imbecilli infantili, cosi come li aveva qualificati Troelstra, e cosi come fate voi parola più parola meno. E in questo modo che, probabilmente, sono andate le cose al congresso dell'Internazionale di Mosca, quando voi avete parlato contro i marxisti «di sinistra». Lui, Troelstra — alla pari di voi — espose le sue idee con tanta persuasione, tanta logica, che io stesso pensai per un momento che forse aveva ragione.

noMa sapete quello che pensai allora ascoltando quando cominciavo a dubitare di me stesso? Avevo un mezzo che non mi ingannava mai. Si trattava d'un punto del programma del partito: Tu devi sempre agire e parlare in modo da destare e fortificare la coscienza di classe degli operai. Mi chiesi allora la coscienza di classe degli operai viene rafforzata da quello che dice quest'uomo oppure no? E capii subito che la risposta era negativa e che, di conseguenza, avevo ragione io.

Ho provato la stessa cosa leggendo il vostro opuscolo. Ascoltavo i vostri argomenti opportunisti a favore dell'alleanza con i partiti non comunisti, del compromesso con i borghesi. Mi sentivo trascinato. Tutto sembrava cosi brillante, cosi chiaro e bello, e cosi logico nella vostra esposizione. Ma poi mi sono ripetuto, come una volta, la domanda che da qualche tempo ho imparato ad opporre agli opportunisti del comunismo: quello che dice questo compagno è fatto per stimolare la volontà delle masse verso l'azione, verso la rivoluzione, quella vera, nell'Europa occidentale, si o no? E la mia testa e il mio cuore hanno risposto contemporaneamente di no al vostro opuscolo.

Allora, compagno Lenin, ho saputo immediatamente, con tutta la certezza che un uomo può avere, che voi avete torto.

Penso di raccomandare questo mezzo ai compagni della sinistra. Compagni, in tutte le lotte difficili contro i comunisti opportunisti, lotte che ci attendono in tutti i paesi (qui in Olanda durano già da tre anni), se volete sapere se avete ragione e perché, ponetevi la domanda che io mi sono posto.

Voi, compagno, vi servite nella vostra lotta contro di noi soltanto di tre argomenti, che appaiono sempre o isolati o mischiati gli uni agli altri, nel vostro opuscolo. Eccoli;

1) utilità della propaganda nel parlamento per la conquista degli operai e degli elementi piccolo-borghesi;

2) utilità dell'azione parlamentare per lo sfruttamento delle «divisioni» tra i partiti e per il compromesso con questi o quelli;

3) esempio della Russia in cui questa propaganda e questi compromessi hanno dato cosi eccellenti risultati.

Altri argomenti non ne avete. Mi accingo ora a rispondere ai tre punti, nell'ordine.

Esaminiamo il primo argomento, quello della propaganda in parlamento. Questo argomento è di peso assai scarso. Infatti gli operai non comunisti, e cioè i socialdemocratici, i cristiani e i sostenitori di altre tendenze borghesi, di solito non sanno nulla attraverso i loro giornali di quelli che possono essere i nostri interventi parlamentari. Noi li tocchiamo soltanto con le nostre riunioni, i nostri opuscoli e i nostri giornali.

Noialtri — parlo spesso a nome della KAPD — li influenziamo soprattutto con l'azione (in tempi di rivoluzione, cioè in tempi come quelli che stiamo vivendo). In tutte le città e in tutti i villaggi di qualche importanza, essi ci vedono al lavoro. Vedono i nostri scioperi, le nostre battaglie di strada, i nostri Consigli. Capiscono le nostre parole d'ordine. Ci vedono marciare all’avanguardia. Ecco la migliore propaganda, quella decisiva per eccellenza. Ma essa non si fa in parlamento,

Gli operai non comunisti, gli elementi piccolo-borghesi e piccolo-contadini possono dunque essere agevolmente raggiunti, senza ricorrere alla lezione parlamentare. Qui devo confutare in modo particolare un brano dell'opuscolo sulla «malattia infantile» che dimostra chiaramente fino a dove, compagno, vi conduce l'opportunismo.

Secondo voi il fatto che gli operai passino in massa al partito degli indipendenti e non al partito comunista, è la conseguenza dell'atteggiamento negativo dei comunisti di fronte al parlamento. Cosi le masse operaie di Berlino sarebbero state pressoché conquistate alla rivoluzione con la morte dei nostri compagni Liebknecht e Rosa Luxemburg, e con gli scioperi coscienti e le battaglie di strada dei comunisti. Non sarebbe mancato altro che un discorso del compagno Levi in parlamento! Se costui avesse pronunciato tale discorso, gli operai sarebbero passati dalla nostra parte e non nel campo equivoco degli indipendenti!! No, compagno, questo non è vero; gli operai sono andati inizialmente verso l'equivoco perché temevano ancora la rivoluzione, quella che non ammette equivoci. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà procede con esitazione.

Siate prudente, compagno. Guardate dove già vi conduce l'opportunismo.

Il vostro primo argomento è senza valore.

E se noi riteniamo che la partecipazione al parlamento (durante la rivoluzione in Germania, in Inghilterra e in tutta l'Europa occidentale), rafforza negli operai l'idea che i capi ci sapranno fare, e indebolisce l'idea che gli operai stessi devono fare tutto da soli, vediamo come questo argomento non solo non significa nulla di buono, ma è, addirittura, molto dannoso.

Passiamo al secondo argomento; l'utilità dell'azione parlamentare (in periodo rivoluzionario) per approfittare delle divisioni tra i partiti e fare compromessi con questo o quel partito.

Per confutare questo argomento (in particolare per quanto riguarda l'Inghilterra e la Germania, ma anche, in generale per l'intera Europa occidentale), devo entrare nei dettagli un po' più di quanto non ho fatto per la prima questione. Una cosa del genere mi rimane difficile di fronte a voi, compagno Lenin; e tuttavia occorre farla. L'intera questione dell'opportunismo rivoluzionario (giacché si tratta qui non più dell'opportunismo nel riformismo ma nella rivoluzione) è per noi dell'Europa occidentale una questione di vita o di morte. In se stessa la confutazione è facile. Abbiamo criticato già cento volte questo argomento quando Troelstra, Henderson, Bernstein, Legien, Renaudel, Vandervelde, ecc..., in una parola, tutti i socialpatrioti se ne servivano. Già Kautsky, quando era ancora Kautsky, l'aveva confutato. Si trattava dell'argomento fondamentale dei riformisti. E mai avremmo pensato di doverlo combattere in voi. E tuttavia dobbiamo tarlo. Cosi sia!

Il vantaggio conferito dall'utilizzazione parlamentare delle «divisioni» è insignificante cosi come sono state insignificanti, dopo molti anni e decine di anni, queste stesse «divisioni». Tra i partiti della grande borghesia, come in quelli della piccola borghesia, ci sono soltanto divisioni insignificanti. E’ cosi in Germania e in Inghilterra. Questa realtà non data dalla rivoluzione, ma risale a molto tempo prima, all'epoca dello sviluppo lento. Tutti i partiti, ivi compresi quelli della piccola borghesia e dei piccoli contadini, si sono schierati già da molto tempo contro gli operai.

Le divergenze che hanno sull'atteggiamento da assumere verso gli operai (e a causa di cio verso altre questioni) sono diventate minime, sono spesso addirittura scomparse.

Ciò è innegabile, in teoria e in pratica. E’ cosi in Europa occidentale, in Germania e in Inghilterra.

La teoria ci insegna che il capitale è concentrato nelle banche, nei trust e nei monopoli in modo formidabile.

In effetti, in occidente e particolarmente in Inghilterra e in Germania, queste banche, trust e cartelli hanno integrato quasi tutto il capitale dei diversi rami dell'industria, del commercio, dei trasporti, e perfino in gran parte dell'agricoltura. A causa di ciò l'intera industria, piccola o grande, tutti i trasporti, piccoli o grandi, l'intero commercio, piccolo o grande, e la maggior parte dell'agricoltura, di quella grande e di quella piccola, sono diventati completamente dipendenti dal grande capitale. E si incorporano in esso.

Il compagno Lenin dice che il piccolo commercio, il piccolo trasporto, la piccola industria e l'agricoltura oscillano tra il capitale e gli operai. Ciò è falso. Era vero nel caso della Russia e una volta anche da noi. Ora però nell'Europa occidentale, in Germania e in Inghilterra essi dipendono cosi completamente dal grande capitale che non oscillano più. Il piccolo bottegaio, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, sono del tutto subordinati alla potenza dei trust, dei monopoli, delle banche. Questi ultimi li riforniscono di merci e di crediti. Perfino il piccolo contadino dipende, con la sua cooperativa e le ipoteche, dai trust, dai monopoli e dalle banche.

Compagno, questa parte della mia dimostrazione della va-lidità della linea di sinistra è la più importante; da essa dipende qualsiasi tattica per quanto riguarda l'Europa e l'America.

Compagno, di quali parti sono composti questi strati inferiori che si trovano vicini al proletariato? Da negozianti, artigiani, impiegati subalterni e piccoli contadini.

Esaminiamoli dunque nell'Europa occidentale. Venite con me, compagno, non soltanto in un grande magazzino — qui la dipendenza dal grande capitale è evidente — ma in una modesta bottega dell'Europa occidentale, in mezzo ad un quartiere di proletari poveri. Che cosa vedete? Tutte o quasi tutte queste merci, abiti, generi alimentari, attrezzi, combustibili, ecc. non soltanto sono prodotti della grande industria, ma molto spesso sono distribuiti dai trust. E questo non è vero soltanto per le città ma anche nella campagna. I piccoli commercianti sono, già ora per la maggior parte, dei depositari del grande capitale. In particolare del capitale finanziario.

Chi sono gli impiegati subalterni? Nell'Europa occidentale sono per la maggior parte dei servitori del grande capitale o dello Stato e degli enti locali i quali ultimi dipendono, a loro volta, dal grande capitale e, dunque, in ultima analisi, dalle banche. La percentuale degli impiegati dello strato più vicino al proletariato, posto direttamente alle dipendenze del grande capitale, è molto grande nell'insieme dell'Europa occidentale, enorme in Germania e in Inghilterra, cosi come negli Stati Uniti e nelle colonie inglesi.

Gli interessi di questi strati sono dunque legati agli interessi del grande capitale, e quindi, delle banche.

Ho già parlato dei contadini poveri e abbiamo visto che per il momento non sono suscettibili di essere conquistati dal comunismo per via dei motivi che ho già ricordato e anche per il fatto che essi sono alle dipendenze del grande capitale per quanto riguarda i loro macchinari, le loro vendite e le loro ipoteche.

Che cosa ne consegue, compagno? Che la società e lo Stato moderno europeo-occidentale (e americano) formano un grosso complesso strutturato fino alle sue branche e ai suoi rami più lontani, e che è dominato, messo in movimento, e regolato interamente dal capitale finanziario; che la società è qui un corpo organizzato, organizzato sul modello capitalista ma pur tuttavia organizzato; che il capitale finanziario è il sangue di questo corpo che scorre in tutti i membri e li nutre; che questo corpo è un tutto organico e che tutte le sue parti devono a questa unità la loro estrema vitalità in modo che tutte gli restano attaccate fitto alla morte reale. Tutte eccetto il proletariato che è quello che crea il sangue, il plusvalore.

A causa di questa dipendenza di tutte le classi dal capitale finanziario e dalla potenza formidabile di cui dispone, tutte le classi sono ostili alla rivoluzione e il proletariato è solo.

E poiché il capitale finanziario è la potenza più elastica e duttile del mondo, e sa centuplicare ulteriormente la sua influenza con il credito, riesce a tenere legati la classe, la società e lo Stato capitalistici, anche dopo questa terribile guerra, dopo la perdita di migliaia di miliardi, e in una situazione che ci appare già come la sua bancarotta.

Esso, al contrario, riesce a unire più strettamente tutte le classi attorno a sé (con l'eccezione del proletariato) e organizza la loro lotta comune contro il proletariato. Questa potenza, questa elasticità questo mutuo sostegno di tutte le classi, sono capaci di sussistere ancora per molto tempo dopo lo scoppio della rivoluzione.

Certamente il capitale è terribilmente indebolito. La crisi arriva e, con essa, la rivoluzione. E io credo che la rivoluzione sarà vittoriosa. Ma esistono due cause che mantengono ancora la solidità del capitalismo: sono la schiavitù spirituale delle masse e il capitale finanziario.

La nostra tattica deve dunque prendere per base l'importanza decisiva di questi fattori.

Esiste infine un'altra causa grazie alla quale il capitale finanziario organizzato realizza l'unione di tutte le classi della società di fronte alla rivoluzione. Si tratta del gran numero dei proletari. Tutte le classi pensano che se potessero ottenere dagli operai (che in Germania sono più di venti milioni) giornate lavorative di dieci, dodici e quattordici ore, sarebbe ancora possibile uscire dalla crisi. Anche su questo terreno formano un fronte unico.

Questa è la situazione economica dell'Europa occidentale.

In Russia il capitale finanziario non raggiungeva questo livello di potenza e, di conseguenza, le classi borghesi e piccolo-borghesi non erano solidali. Esistevano divisioni al loro interno. E per questo che là il proletariato non era solo.

In queste cause economiche risiede la base dei fatti politici. E per questi motivi che nell'Europa occidentale le classi inferiori di cui abbiamo parlato, votano come schiavi sottomessi per i loro padroni, per i partiti della grande borghesia e aderiscono a questi partiti. I ceti medi non hanno, per cosi dire, dei loro partiti in Germania e in Inghilterra, né ce li hanno, in generale, nell'Europa occidentale.

Le cose erano già andate molto avanti, in questa direzione, prima della rivoluzione e prima della guerra. Ma la guerra ha accentuato questa tendenza in una misura formidabile con lo sciovinismo e l'union sacrée. Ma soprattutto con la gigantesca concentrazione di tutte le forze economiche. E la rivoluzione ha cominciato a imprimere a questo sviluppo una estrema intensità: raggruppamento di tutti i partiti della grande borghesia e avvicinamento alla loro politica di tutti gli elementi piccolo-borghesi e piccolo-contadini (la rivoluzione russa non è scoppiata per nulla: ora si sa ovunque quello che c'è da aspettarsi).

Riassumendo: grande borghesia, agrari, classe media, contadini medi, strati inferiori della borghesia e dei contadini, formano tutti insieme un blocco contro gli operai in Europa occidentale, e soprattutto in Germania e in Inghilterra. Grazie al monopolismo, alle banche, ai trust, all'imperialismo, alla guerra e alla rivoluzione, tutti si sono accordati su questo terreno. La proletarizzazione, è vero, ha fatto dei progressi enormi per via della guerra. Ma tutto (quasi tutto) ciò che non è proletario, si aggrappa con forza ancora maggiore al capitalismo, lo difende con le armi alla mano se occorre e combatte il comunismo.

Compagno, devo ripetere qui l'osservazione già fatta a proposito della questione contadina (primo capitolo). Io so molto bene che non dipende da voi ma dai poveri uomini del nostro partito il fatto di non avere la forza di orientare la tattica derivante dalle linee generali, di subordinarla a piccole manovre particolari, e di concentrare l'attenzione sui frammenti degli strati in questione che ancora sfuggono alla dominazione, alla malia del grande capitale.

Non contesto che esistano tali frammenti, ma dico che la verità concreta, la tendenza generale nell'Europa occidentale, consiste nell'integrazione di questi strati nella sfera del grande capitale, Ed è su questa verità generale che deve fondarsi la nostra tattica!

Io non contesto neanche che possano ancora verificarsi delle divisioni. Affermo soltanto questo: la tendenza è, e resterà ancora per molto tempo durante la rivoluzione, quel a dell'union sacrée e pretendo che sia meglio, per gli operai dell'Europa occidentale, concentrare la loro attenzione più su questo blocco delle classi nemiche che sulle loro divisioni. Infatti qui spetta a loro, agli operai, in primo luogo, il compito di fare la rivoluzione e non ai loro capi e ai loro delegati nei parlamenti.

Non dico neanche, qualunque sia l'uso che i poveri di spirito possano fare delle mie parole, che ci sia identità tra gli interessi reali di queste classi inferiori e quelli del grande capitale. So bene che le prime sono oppresse da quest'ultimo. Affermo solo questo: queste classi si legano ancora più fortemente di prima al grande capitale perché anche esse vedono ora la rivoluzione proletaria prospettarsi come un pericolo.

Per esse il dominio del capitale significa una certa sicurezza, la possibilità di avanzare, di migliorare la loro situazione, o quantomeno, la fede in questa possibilità. Oggi il caos minaccia tutto ciò, ma la rivoluzione significa innanzitutto un caos ancora più completo. E’ per questo che stanno dalla parte del capitale nel suo tentativo di mettere fine al caos con tutti i mezzi, di aumentare la produzione, di obbligare gli operai ad accrescere il lavoro e a subire pazientemente una vita di privazioni. Per queste classi la rivoluzione proletaria nell'Europa occidentale è il rovesciamento e la distruzione di ogni ordine, di ogni sicurezza della vita, per quanto modesta possa essere. A causa di ciò esse sono tutte dalla parte del capitale e ci resteranno ancora per molto tempo, anche durante la rivoluzione.

Devo infatti far notare ancora una volta che sto parlando della tattica da seguire durante l'inizio e il corso della rivoluzione. So che alla fine della rivoluzione, quando la vittoria sarà vicina e il capitalismo frantumato, le classi di cui parlo verranno verso di noi. Ma noi dobbiamo stabilire la nostra tattica per l'inizio e per la durata della rivoluzione e non per la sua fine.

Dunque, secondo la teoria, tutto quanto ho detto finora, non poteva essere diverso. Secondo la teoria queste classi dovevano restare unite. Questo è certo dal punto di vista teorico. Lo è anche nella pratica: ecco quello che sto ora per dimostrare.

Già da molti anni tutta la borghesia, tutti i partiti della borghesia nell'Europa occidentale, ivi compresi quelli di cui fanno parte i piccolo-borghesi e i piccolo-contadini, hanno smesso di fare alcunché a favore degli operai. Essi si sono tutti schierati come nemici del movimento operaio, a favore dell'imperialismo e della guerra.

Già da molti anni non esisteva più alcun partito in Inghilterra, in Germania, nell'Europa occidentale, utile alla causa operaia. Tutti combattevano questa classe e in ogni questione [15].

La legislazione del lavoro era abrogata, la regolamentazione peggiorata. Venivano promulgate leggi antisciopero e approvate imposte sempre più alte.

L'imperialismo, il colonialismo, il navalismo e il militarismo erano sostenuti da tutti i partiti borghesi, compresi quelli piccolo-borghesi. Le differenze tra liberale e clericale, conservatore e progressista, grande e piccolo borghese, andavano sparendo.

Tutto quello che i socialpatrioti e i riformisti dicevano dei disaccordi tra i partiti, delle divisioni utilizzabili — un piatto che voi, Lenin, riscaldate oggi — era già una barzelletta. Era una barzelletta in tutti i paesi dell'Europa occidentale. E lo si è ben visto nel luglio-agosto del 1914.

Fin da allora essi erano tutti d' accordo. E in pratica sono diventati ancora più uniti per via della rivoluzione.

Uniti contro la rivoluzione e, per questo, in ultima analisi, contro gli operai, perché soltanto la rivoluzione può recare un miglioramento reale a tutti gli operai. Contro la rivoluzione tutti i partiti si mettono d' accordo senza divisioni.

E poiché in seguito alla guerra, alla crisi e alla rivoluzione, tutte le questioni sociali è politiche sono praticamente legate con quella della rivoluzione, queste classi sono finalmente d'accordo su tutte le questioni, e si erigono contro il proletariato su tutti i terreni, nell’Europa occidentale.

In breve, anche praticamente, il trust, il monopolio, la grande banca, l'imperialismo, la guerra, la rivoluzione, hanno saldato tutte le classi di grandi e piccoli borghesi e tutte le classi contadine dell'Europa occidentale, in un blocco antioperaio [16].

Si tratta dunque di una certezza, nella pratica cosi come nella teoria. Nella rivoluzione nell'Europa occidentale, e soprattutto in Inghilterra e in Germania, non c'è da fare affidamento sull'esistenza di «divisioni» di qualche importanza tra le classi in questione.

Devo qui aggiungere qualche cosa di personale. Voi criticate il Bureau di Amsterdam; citate un tesi del Bureau. Tra parentesi tutto quello che ne dite è inesatto. Ma voi dite anche che prima di condannare il parlamentarismo il Bureau di Amsterdam aveva il dovere di fare un'analisi dei rapporti di classe e dei partiti politici in modo da giustificare questa condanna. Scusatemi, compagno, ma questo non rientrava nei doveri del Bureau. Il fatto su cui si basa la nostra tesi, il fatto cioè che tutti i partiti borghesi, dentro e fuori del parlamento, sono da molto tempo e continuano a restare i nemici unanimi degli operai, che essi non manifestano divisioni interne su questo punto, è già da lunga data una cosa provata e generalmente ammessa dai marxisti, almeno in Europa occidentale. Non dovevamo perciò metterci ad analizzare una cosa del genere.

Al contrario: spettava a voi il compito di provare che esistono "divisioni" importanti e tra questi partiti politici, a voi che volete portarci all'opportunismo.

Volete portarci a fare dei compromessi nell'Europa occidentale. Quello che Troelstra, Henderson, Scheidemann, Turati ecc., non hanno realizzato ai tempi dell'evoluzione, voi volete farlo nell'epoca della rivoluzione. Siete voi che dovete provare che ciò è possibile.

Dovete dare non delle prove russe, cosa che in verità è troppo comoda, ma prove europeo-occidentali. Voi avete soddisfatto questo dovere nella maniera più penosa. Nulla di sorprendente giacché avete assimilato, quasi esclusivamente, la esperienza della Russia, cioè di un paese molto arretrato, e non l'esperienza moderna europeo-occidentale.

Non trovo in tutto il vostro opuscolo, che ha per contenuto proprio la questione della tattica, oltre agli esempi russi dei quali mi occuperò presto, che due esempi europeo-occidentali: il putsch di Kapp in Germania, e, in Inghilterra, il governo di Lloyd George-Churchill con l'opposizione di Asquith.

Pochissimi esempi e tra i più penosi, veramente, quando si tratta di dimostrare che esistono realmente delle divisioni tra i partiti borghesi, e in particolare tra i partiti socialdemocratici.

Se ci fosse mai stato bisogno di dimostrare che non esistono divisioni importanti tra i partiti borghesi (qui si tratta anche dei partiti socialdemocratici) di fronte agli operai, dutante la rivoluzione, il putsch di Kapp darebbe questa dimostrazione. I kappisti si guardarono bene dal compiere rappresaglie, dall'uccidere o imprigionare i democratici, i centristi e i socialdemocratici. E quando costoro tornarono al potere, si astennero rigorosamente dal castigare, uccidere o imprigionare i kappisti, I due partiti anzi rivaleggiarono in ardore nell'uccidere i comunisti.

Il comunismo allora era ancora troppo debole: solo per questo i due partiti non organizzarono un dittatura comune. La prossima volta, quando il comunismo sarà più forte, essi organizzeranno una dittatura comune.

Spettava o spetta ancora a voi, compagno Lenin, di dimostrare come i comunisti avrebbero potuto utilizzare le divisioni (?) in parlamento: naturalmente in modo da procurare vantaggi agli operai. Era vostro dovere indicare che cosa i deputati comunisti avrebbero dovuto dire per mostrare questa divisione agli operai e per utilizzarla; naturalmente con lo scopo di non fortificare i partiti borghesi. Voi non potete farlo perché non esiste alcuna seria divisione tra questi partiti durante la rivoluzione. Ora è proprio di questo che stiamo parlando. Ed era vostro dovere dimostrare che, se si fossero manifestate divisioni del genere in casi particolari, sarebbe stato più vantaggioso attirare l'attenzione degli operai su di esse anziché sulla tendenza generale all'union sacrée.

Era ed è vostro compito, compagno, prima di dirigerci, di dirigere noi nell'Europa occidentale, dimostrare dove sono queste «divisioni» in Inghilterra, nell'Europa occidentale.Neanche que

sto potete fare. Parlate di una «divisione» tra Churchill, Lloyd George ed Asquith, che gli operai dovrebbero utilizzare. Ciò è completamente penoso. Non voglio neanche discuterne con voi. Perché ognuno sa che da quando il proletariato industriale ha una qualche forza in Inghilterra, le «divisioni» di questo genere sono state e sono quotidianamente provocate artificiosamente dai partiti e dai capi della borghesia per ingannare gli operai, per attirarli da una parte all'altra e viceversa, all'infinito, mantenendoli cosi eternamente deboli e subordinati. A tale fine qualche volta fanno addirittura entrare due avversari (?) nello stesso governo. Lloyd George e Churchill. E il compagno Lenin si lascia catturare in questa trappola quasi centenaria! Vuole persuadere gli operai inglesi a basare la loro tattica su questo inganno! All'epoca della rivoluzione! ... Ma domani i Churchill, Asquith e Lloyd George si uniranno contro la rivoluzione e allora voi, compagno, avrete ingannato e indebolito il proletariato inglese con una illusione. Voi, compagno, avevate il dovere di dimostrare, non con un linguaggio generico, magnifico e brillante (come fate nel vostro ultimo capitolo), ma esattamente, concretamente, con degli esempi, con fatti molto dettagliati e molto chiari quali sono in fin dei conti i conflitti e le differenziazioni -non russi, né insignificanti o artificiali- ma reali, importanti, europeo-occidentali. Questo non lo fate in nessun punto del vostro opuscolo. Fino a quando non ci darete queste prove noi non vi crederemo.

Quando ce le darete, vi risponderemo. Fino a quel momento vi diremo: si tratta di pure illusioni che servono soltanto a ingannare gli operai e a portarli su una strada sbagliata. La verità è, compagno, che voi sbagliate nel porre sullo stesso piano la rivoluzione russa e la rivoluzione nell'Europa occidentale. A vantaggio di chi? E dimenticando che esiste negli Stati moderni, vale a dire europeo-occidentali (e nordamericani), una potenza che è al di sopra delle diverse categorie di capitalisti— proprietari fondiari, industriali e commercianti — il capitale finanziario. Questa potenza, che è identica all'imperialismo, unisce in un sol blocco tutti i capitalisti e con essi i piccolo borghesi e i contadini.

Ciononostante vi resta ancora qualcosa da rispondere. Voi dite: «Esistono divisioni tra i partiti operai e i partiti borghesi. E da queste noi possiamo trarre profitto». Ciò è esatto.

Bisogna innanzitutto riconoscere che le divisioni tra socialdemocratici e borghesi erano ridotte quasi a zero durante la guerra e la rivoluzione, tanto che, generalmente, sono scomparse. Ciò detto, è e resta possibile l'esistenza di una divisione del genere. E forse si presenterà ancora. Dobbiamo perciò parlarne. Tanto più che a questo proposito voi invocate il governo inglese «puramente» operaio Tomas-Henderson-Clynes, ecc., contro Sylvia Pankhurst in Inghilterra, e il governo eventuale «puramente socialista» di Ebert-Scheidemann-Noske-Hilferding-Crispien-Cohn contro il Partito comunista operaio tedesco [17].

Voi dite che la vostra tattica, che valorizza agli occhi dei proletari i governi operai e che stimola la loro formazione, è la tattica chiara e vantaggiosa, mentre la nostra che si oppone alla loro formazione è la tattica dannosa.

No, compagno! La nostra posizione di fronte all'eventualità di un governo «puramente» operaio, oppure del governo di coalizione tra partiti operai e borghesi — lo spiraglio si allarga in crepa — è anch' essa molto chiara e molto vantaggiosa per la rivoluzione.

E’ possibile che noi lasceremmo in piedi un governo del genere per qualche tempo. Ciò potrebbe essere necessario e costituire un progresso del movimento. In questo caso, se non ci è ancora possibile andare oltre, noi lo lasceremo sopravvivere, lo criticheremo col massimo di severità e lo rovesceremo, non appena possibile, per sostituirlo con un governo comunista.

Ma non collaboreremo a instaurare un simile governo con l'azione parlamentare ed elettorale, non lo faremo proprio noi, nell'Europa occidentale e in piena rivoluzione.

Non collaboreremo con un governo del genere perché nell'Europa occidentale gli operai sono soli nella rivoluzione. per questo che tutto -  ascoltate bene - tutto, dipende qui dalla volontà d'azione degli operai, e dalla loro chiarezza di idee. Ora la vostra tattica, questo compromesso a favore degli Scheidemann, degli Henderson, Crispien, e di questi o di quelli dei vostri amici — che si tratti di un indipendente inglese, di un comunista opportunista dello Spartakusbund o di un membro del British Socialist Party, fa lo stesso — la vostra tattica nel parlamento, e fuori del parlamento, è buona soltanto a confondere le idee degli operai facendo loro eleggere qualcuno che essi sanno già in anticipo essere un furbo; al contrario, la nostra tattica li illumina indicando il nemico come nemico. E per questo che nell'Europa occidentale, nella nostra situazione, noi adottiamo questa tattica e respingiamo la vostra, anche se dovessimo, a causa di ciò, passare nell'illegalità, perdere la rappresentanza in parlamento e sacrificare per una volta la possibilità di utilizzare le "divisioni"esita (nel parlamento?!).

Il vostro consiglio è ancora uno di quei consigli che provocano confusioni e determinano illusioni.

Ma allora, e i membri dei partiti socialdemocratici? Degli Indipendenti? Del Labour Party? Dell'Indipendente Labour Party? Non bisogna cercare di conquistarli?

Ebbene gli operai e i membri piccolo-borghesi di questi partiti noi, la sinistra, vogliamo conquistarli (nell’Europa occidentale) con la nostra propaganda, le nostre riunioni e la nostra stampa; e, più ancora, col nostro esempio, le nostre parole d'ordine e la nostra azione nelle aziende. Ciò nel corso della rivoluzione. Quelli che non saranno conquistati in questo modo, attraverso Ia stampa, l'azione, la rivoluzione, sono perduti fin da ora, in qualsiasi modo e devono soltanto andare al diavolo.

Questi partiti socialdemocratici, partiti indipendenti, partiti laburisti e simili, in Inghilterra e in Germania sono formati da operai e da piccolo-borghesi. Noi possiamo far venire dalla nostra parte i primi, conquistare poco a poco tutti gli operai. Ma non avremo che un numero ristretto di piccolo-borghesi, e i piccolo-borghesi, al contrario dei piccolo-contadini, non hanno una grande importanza economica. Quei pochi che verranno a noi, saranno stati conquistati con la propaganda, ecc...

Ma il maggior numero — ed è su questo che si basano Noske e consorti — è parte integrante del capitalismo e si stringe sempre di più attorno ad esso a mano a mano che la rivoluzione avanza. Siamo divisi dai partiti operai, dagli indipendenti, dai socialdemocratici, dal Labour Party, ecc., abbiamo spezzato il contatto con essi, perché non li sosteniamo alle elezioni? No, al contrario; cerchiamo di stabilire un contatto con questi partiti ogni volta che sia possibile. Ad ogni occasione li invitiamo all'azione comune: allo sciopero, al boicottaggio, all'insurrezione, alle battaglie di strada e soprattutto alla formazione di consigli operai, di organizzazioni di fabbrica. Li cerchiamo ovunque. Ma non più, come accadeva prima, sul terreno parlamentare. Quest'ultima tattica appartiene, nell'Europa occidentale, ad un'epoca superata. Noi li cerchiamo nell’officina, nelle organizzazioni e nella strada. E là che li si può oggi raggiungere; è là che noi conquistiamo gli operai. Questa è la nuova tattica che succede alla pratica socialdemocratica. E’ la pratica comunista.

Voi, compagni, pretendete di spingere i socialdemocratici, gli indipendenti ed altri nel parlamento e nel governo per dimostrare che sono dei furbi. Volete utilizzare il parlamento per dimostrare che esso non è buono a nulla.

Ciascuno alla sua maniera: voi prendete gli operai con un modo pieno di malizia; li spingete verso il nodo scorsoio e li lasciate impiccare. La nostra maniera, invece, è quella che li aiuta ad evitare la corda. Facciamo questo perché qui è possibile farlo. Voi seguite la tattica dei popoli contadini, noi quella dei popoli industriali. Non c'è in queste parole alcuna ironia, né sarcasmo. Io ammetto che la vostra via è stata corretta da voi. Ma soltanto voi non dovete imporci — sia nelle piccole questioni, sia in quelle grandi come le questioni dei sindacati e del parlamentarismo — l'applicazione di ciò che è buono in Russia ma disastroso qui. Devo infine farvi un'altra critica: voi dite e sostenete ad ogni occasione che la rivoluzione nell'Europa occidentale è impossibile fino a quando le classi inferiori vicine al proletariato non saranno state sufficientemente scosse, neutralizzate o conquistate. Poiché ho ora dimostrato che esse non possono essere scosse, neutralizzate o conquistate nella prima fase della rivoluzione, quest'ultima risulterebbe impossibile, se si ammettesse che la vostra tesi è corretta (questa osservazione mi è già stata rivolta da parte vostra e, tra gli altri, dal compagno Zinov'ev). Ma per fortuna la vostra affermazione in questa questione di estrema importanza — in questa alternativa che decide della rivoluzione — non si basa su alcunché di serio. Prova soltanto, una volta di più, che voi vedete ogni cosa con gli occhi dell'Europa dell'est. Dimostrerò questo nell'ultimo capitolo.

Credo di aver cosi dimostrato che il vostro secondo argomento a favore del parlamentarismo scaturisce in massima parte dall'ingegno opportunista e che da questo punto di vista anche il parlamentarismo deve essere sostituito con un'altra forma di lotta, sprovvista di certi inconvenienti e dotata dei massimi vantaggi.

Ammetto infatti che la vostra tattica possa dare qualche vantaggio. Il governo operaio può recare qualcosa di buono, e anche una maggiore chiarezza. Anche in un regime di illegalità la vostra tattica, può risultare vantaggiosa. Lo riconosciamo. Ma cosi come un tempo dicevamo ai revisionisti e ai riformisti: -Mettiamo lo sviluppo della coscienza degli operai al di sopra di ogni altra cosa, anche al di sopra dei vantaggi immediati-, oggi diciamo a voi, Lenin, e ai vostri compagni e alla destra: -Mettiamo al di sopra di ogni altra cosa la crescita delle masse nella volontà d'azione-. E’ a questo fine, come un tempo a quell'altro, che tutto deve essere indirizzato nell'Europa occidentale. E guardiamo allora se ha ragione la sinistra... o Lenin! Non ho alcun dubbio. Noi avremo la meglio su di voi e, al tempo stesso, dei Troelstra, Henderson, Reandel e Legien.

Mi occupo ora del vostro terzo argomento: gli esempi russi. Li citate varie volte. Un tempo li ho ammirati. Sono sempre stato con voi, fin dal 1903. Anche quando non conoscevo i vostri obiettivi precisi — le comunicazioni erano impedite — come al tempo della pace di Brest-Litovsk, vi ho difeso con i vostri argomenti. La vostra tattica fu certamente notevole per quanto riguarda la Russia ed è grazie ad essa che i russi hanno vinto. Ma ciò significa qualcosa per l'Europa occidentale? Nulla, o molto poco, secondo me. Siamo d'accordo per quel che riguarda i soviet, la dittatura del proletariato, come strumenti per la rivoluzione e l'edificazione. E anche la vostra tattica verso gli Stati stranieri è stata — almeno fino ad oggi — un esempio per noi. Ma diverso è il discorso per la vostra tattica nei paesi europeo-occidentali. E ciò è naturale.

Come potrebbero essere mai identiche la tattica da applicare nell'Europa orientale e quella per l'Europa occidentale? La Russia è un paese provvisto di una agricoltura largamente preponderante, di un capitalismo industriale che solo in parte è altamente sviluppato e che, nel suo insieme, resta relativamente molto piccolo. Per giunta era in gran parte alimentato dal capitale straniero. Nell’Eurapa occidentale, soprattutto in Germania e in Inghilterra, è vero il contrario. Da voi le vecchie forme del capitale sussistono sulla base del capitale usurario; da noi si registra la preponderanza quasi esclusiva del capitale finanziario altamente sviluppato. Da voi: residui feudali, vestigia addirittura dell'epoca delle tribù e della barbarie. Da noi, soprattutto in Inghilterra e in Germania: un insieme — agricoltura, commercio, trasporti, industria — diretto dal capitalismo più avanzato, Da voi: enormi sopravvivenze della schiavitù, contadini poveri, classe rurale media pauperizzata. Da noi: relazioni dirette dei contadini poveri con la produzione moderna, con i trasporti, la tecnica e gli scambi; classi medie della città e della campagna — anche negli strati più bassi — in contatto diretto con i grandi capitalisti

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4 settembre 2012 2 04 /09 /settembre /2012 05:00

van-der-lindenPubblichiamo, la traduzione di una breve presentazione del movimento del Comunismo dei consigli di Marcel van der Linden, storico dei movimenti sociali all'Università di Amsterdam. La versione inglese di questo saggio è apparsa nella rivista “Historical Materialism” vol. 12: 4 nel 2004, disponibile sul sito Kurasje.

Il Comunismo dei consigli, a volte chiamato anche sinistra comunista o ultra sinistra- con qualche sfumatura di senso-, è la dimenticata della storia ufficiale del secolo precedente. I motivi di questa rimozione appaiono in modo evidente quando si capisce che è stato, sin dalla sua origine, irriducibile ad ogni integrazione riformista, sinonimo di disintegrazione del progetto rivoluzionario, e critico sin dalla prima ora del capitalismo burocratico della malfamata Unione Sovietica. 

La presentazione che segue è chiara e concisa. Essa non è completa evidentemente, ma ci sembra una buona introduzione. Rimane un documento elaborato da un professore accademico, con ciò che comporta di obliquo nella stessa procedura. Soprattutto una certa sterilizzazione del movimento trasformandolo in oggetto. Ciò appare chiaramente dalla non conoscenza da parte dell'autore dell'attualità delle forze e dei gruppi eredi del pensiero e delle pratiche del movimento Comunista dei consigli.

A proposito della prima parte storica, dobbiamo anche sottolineare che van der Linden passa sotto silenzio il ruolo, nel divorzio tra Comunisti dei consigli e Bolscevichi, degli echi diretti e indiretti denuncianti la controrivoluzione, intorno al 1920 che represse i soviet in Russia, di cui il massacro dei marinai di Kronstadt diretto da Trotzki fu l'apogeo.

Non chiarisce nemmeno l'esistenza del movimento precedente a questo scontro. Menziona, appena che la Sinistra comunista era vicina ai Bolscevichi prima del 1917. Era soprattutto per la loro critica comune del riformismo parlamentare ed il loro rifiuto all'adesione della "sinistra" guerrafondaia, illustrata dalla conferenza di Zimmerwald. Né lo stretto legame tra i principali attori del movimento ed il tentativo di rivoluzione tedesca detta Spartachista. Ancor più sorprendente, lo storico passa sotto silenzio le insurrezioni consiliari in Germania dell'Est del 1953 ed in Ungheria nel 1956.

La seconda parte del testo presenta alcune delle polemiche che hanno animato il movimento consiliare sulla base del suo rifiuto del riformismo, compreso del capitalismo centralizzato russo. Una delle questioni presentate è la portata della famosa caduta tendenziale del tasso di profitto, sottolineata da Marx in Il Capitale, e le conseguenze che si devono trarre per analizzare il capitalismo. Un tema sempre di attualità, nel momento in cui il sistema di sfruttamento si ritrova in crisi, e che molto 'critici' si attardano ad una denuncia del capitale finanziario, senza afferrare che dietro questo fumo molto denso, il fuoco cova nei luoghi fondamentali della produzione capitalista.

Un altro tema, declinato in alcune questioni, concerne le condizioni favorevoli alla rivoluzione, sia sotto l'angolazione della coscienza soggettiva, la spontaneità sia dell'azione isolata. Infine, questione raramente affrontata frontalmente, van der Linden evoca la riflessione effettuata per immaginare dei principi di un modo di produzione comunista nel movimento. Le polemiche brevemente presentate qui non sono morte e si sono evolute, mischiandosi ad altre correnti di pensiero, e si ritrova oggi, ad esempio e tra altri, nel concetto pratico della socializzazione. Mostrando sullo sfondo, se ve ne è bisogno, che l'aspirazione comunista rimane ben viva, sotto forma di discussioni e di lotte.

 

SUL COMUNISMO DEI CONSIGLI

 

Marcel van der Linden  

 

Ascesa e declino

korsch-karl
Poiché la società Russa rivoluzionaria diventava sempre più dura nella sua nuova forma durante gli anni successivi al 1918 ed il potere politico era sempre più accentrato - ciò in parte per la violenza della guerra e della crisi economica- nelle mani di una elite burocratica, i movimenti di opposizione sono emersi di continuo, contemporaneamente all'interno della Russia ed all'esterno, cercando di invertire il senso della marea [1]. Karl Korsch in Germania, Amadeo Bordiga in Italia e Timofei Sapronov in Russia hanno tentato e fallito nel formare una nuova internazionale nel 1926, ad esempio [2]. Durante il 1930, l'opposizione "Bucharinista" (Heinrich Brandler, Jay Lovestone, M. N. Roy ed altri) ha effettuato un tentativo simile. L'opposizione della sinistra internazionale di Trotsky, che si forma nel 1930, che avrebbe portato in seguito alla base della Quarta Internazionale nel 1938, è diventata il più conosciuto di questi progetti.
otto-ruhle.jpgUna protesta contro le tendenze in Russia si è espressa molto presto in Olanda ed in Germania da parte di vecchi simpatizzanti dei Bolscevichi che diventeranno più tardi noti con il nome di "comunisti dei consigli" - un termine che è stato probabilmente utilizzato a partire del 1921 [3]. I più carismatici oratori di questa protesta erano l'educatore tedesco Otto Rühle (1874-1943) e due Olandesi; il poeta classico Herman Gorter (1864-1927) e l'astronomo Anton(ie) Pannekoek (1873-1960). Questi intellettuali erano stati inizialmente degli ammiratori entusiasti degli sviluppi in Russia. Gorter, ad  esempio, ha dedicato il suo opuscolo del 1918 La rivoluzione mondiale "a Lenin", il rivoluzionario che, "si è elevato al di sopra di tutti gli altri condottieri del proletariato" e secondo cui "Marx è il solo pari". Un anno dopo, Pannekoek affermava sempre, "In Russia, il comunismo è stato messo in pratica da due anni" [4].

Herman_Gorter.gifMa la loro opinione è rapidamente cambiata. Il motivo più importante del loro cambiamento è stato lo sforzo dell'Internazionale Comunista fondata nel 1919 per promuovere l'esempio Bolscevico come modello internazionale. Nel 1920, Pannekoek pubblica il suo opuscolo La rivoluzione mondiale e le tattiche comuniste, in cui sostiene che i rivoluzionari in Europa occidentale dovrebbero impiegare una tattica molto differente rispetto ai loro compagni di Russia. In Europa occidentale, l'influenza di una vecchia e sperimentata borghesia ha incatenato ogni livello della società. In Russia e nell'Europa dell'Est, in compenso, la borghesia era ancora giovane e relativamente debole. Per questa ragione, gli operai dell'Europa dell'est subivano pochi pregiudizi ideologici ed erano più ricettivi alle idee marxiste. Di conseguenza, la lotta contro le istituzioni borghesi come i parlamenti ed i sindacati dovevano essere centrali in Occidente.
PannekoeckNel suo libello
L'Estremismo, malattia infantile del comunismo, Lenin ha rifiutato le posizioni delle ali sinistre comuniste olandesi e tedesche [5]. Ha considerato che Pannekoek (alias K. Horner) ed i pensatori vicino a lui creavano confusione. Mentre riconosceva che c'era una "enorme differenza" tra "la Russia arretrata" e "i paesi avanzati dell'Europa occidentale", ha considerato il significato universale dell'esperienza russa ben più importante: "È il modello russo che indica a tutti i paesi qualcosa- e qualcosa di altamente significativo- sul loro futuro  prossimo ed inevitabile" [6]. Focalizzando in modo centrale, "la validità internazionale" di "alcuni dispositivi fondamentali della nostra rivoluzione", Lenin ha accentuato le contraddizioni fondamentali all'interno del movimento comunista internazionale. Delle discussioni intense sono sorte all'interno dei partiti comunisti dell'Europa occidentale.
rosa luxemburgNel partito comunista tedesco (KPD), questo conflitto è stato aggravato da un altro sviluppo. La gestione dell'organizzazione, diretta da Paul Levi, un associato di lunga data della recentemente assassinata Rosa Luxemburg, prende la decisione al suo congresso di ottobre del 1919, che tutti i membri devono partecipare alle elezioni parlamentari e combattere la burocrazia dei sindacati dall'interno dei sindacati. Questa nuova linea equivaleva, in pratica, a dichiarare una scissione, perché l'ala sinistra non poteva in alcun modo accettarla. Il risultato, in ogni caso, è stato che il KPD ha perso circa la metà dei suoi centomila membri in pochi mesi. In alcune zone, come Berlino, il Nord-Ovest (Amburgo e Brema), la Bassa Sassonia (Hannover) e l'Est Sassonia (Dresda), l'organizzazione è stata quasi del tutto eliminata.
KAP-Plakat (1919)All'inizio, l'opposizione espulsa non ha voluto fondare un nuovo partito da sé. Ma, quando la direzione del KPD ha agito in modo esitante nei primi tempi del tentativo di putch dell'estrema destra di Kapp nel marzo del 1920, ed è sembrata isolata nelle sezioni militanti della classe operaia, la decisione di istituire un'organizzazione rivale, è stata presa. I giorni 4 e 5 del mese di aprile del 1920, il Partito degli operai comunisti di Germania (KAPD) è stato di conseguenza fondato. Al suo inizio, aveva 38.000 membri. Dal febbraio 1920, il Sindacato Generale Operaio (AAUD) veniva fondato, un'organizzazione che possiede in una certa misura la stessa struttura dell'Industrial Workers of the World (IWW) degli USA, che molti hanno visto come una federazione sindacale legata al KAPD. Il KAPD è svanito velocemente. Il suo apogeo si situa probabilmente nel agosto del 1920, quando ebbe circa 40.000 membri [7].
AAUD-du-sollst-nicht-waehlen.jpgDa allora, il partito è stato decimato da una serie di scissioni e di gruppi dissidenti. Il colpo di grazia è venuto nel marzo del 1922, con la divisione tra la "corrente di Berlino" ed una "corrente di Essen" [8]. Verso la fine del 1924, i due gruppi insieme non avevano più che 27.000 membri. Il KAPD ha funzionato all'inizio sulla pretesa che il movimento comunista internazionale poteva ancora essere riformato. Ma, quando i tentativi della delegazione del KAPD al terzo congresso del Comintern a Mosca (giugno-luglio 1921) di formare un'opposizione di sinistra internazionale sono falliti, è stata immediatamente presa la decisione di costruire una nuova Internazionale degli operai comunisti (KAI, a volte designata con il nome di quarta internazionale), benché una grande tendenza nel partito (che diventerà più tardi la "corrente di Berlino") abbia considerato questa iniziativa prematura. A livello programmatico, la KAI ha preso come punto di partenza le affermazioni di Herman Gorter nelle sua recente Lettera aperta al compagno Lenin, che era, di fatto, principalmente una ripetizione degli argomenti di Pannekoek. Fuori della Germania, la KAI è stata soprattutto sostenuta da gruppi politici molto ristretti, come l'organizzazione sorella olandese KAPN, un gruppo britannico intorno a Sylvia Pankhurst ed il Partito operaio comunista Bulgaro intorno al giornale "Rabotchnik Iskra".
Zetkin_Kollontaj_Comintern.jpgNel movimento comunista dei consigli - che si è un po' alla volta diversificato in ragione della disintegrazione del KAPD- la critica della Russia è diventata rapidamente più intensa. Il rappresentante della Sassonia orientale, Otto Rühle fu forse il primo a concludere che i Bolscevichi non stavano edificando il socialismo. Rühle era stato un delegato del KAPD al secondo congresso del Comintern nelle metà del 1920, ma l'aveva abbandonato protestando prima ancora che il congresso fosse cominciato. Una volta di ritorno in Germania, aveva consegnato la sua costernazione. I Bolscevichi tentavano di saltare un'intera epoca con un balzo diretto dal feudalesimo al socialismo. L'aggiornamento della rivoluzione mondiale aveva condannato questo tentativo ad uno scacco. I risultati erano stati "una delusione spaventosa" [10]. I Bolscevichi avevano istituito un ultra-centralismo che corrispondeva completamente al carattere borghese della loro rivoluzione.
"Il centralismo è il principio di organizzazione dell'epoca borghese capitalista. Con questi mezzi, uno stato borghese ed un'economia capitalista possono essere costruiti. Uno stato proletario e un'economia socialista non possono tuttavia esserlo. Essi richiedono il sistema dei consigli", Otto Rühle [11].

spartachismo, assemblea operai e soldati a Berlino, novembr

In poco tempo, quest'opinione di Rühle era generalmente accettata nei circoli del KAPD. Nel corso del 1921, il movimento comunista dei consigli ha così cominciato a differenziarsi chiaramente dal comunismo ufficiale. I punti di partenza del movimento possono essere ricapitolati semplicemente. In primo luogo, il capitalismo è in regressione e dovrebbe essere soppresso immediatamente. In secondo luogo, la sola alternativa al capitalismo è una democrazia dei consigli operai, basata su un'economia controllata dalla classe operaia. In terzo luogo, la borghesia ed i suoi alleati socialdemocratici tentano di salvare il capitalismo dal suo destino per mezzo della manipolazione "democratica" della classe operaia. In quarto luogo, allo scopo di accelerare l'instaurazione di una democrazia dei consigli, è necessario resistere in modo consistente a questa manipolazione. Il che significa, da una parte, boicottare tutte le elezioni parlamentari e, dall'altra, sistematicamente lottare contro i vecchi sindacati (che sono degli organi di gestione comune del capitalismo). In conclusione, le società di tipo sovietico non sono un'alternativa al capitalismo ma, piuttosto, una nuova forma di capitalismo.

canne-meijer-1948.jpgQuesti cinque punti di partenza sono i parametri dentro i quali le discussioni hanno avuto luogo tra i comunisti dei consigli nel corso degli ultimi 80 anni. Vi è un posto notevole per delle divergenze di vedute fondamentali dentro questi parametri. Le differenze sono state anche sostenute dal continuo declino del movimento, che ha portato i comunisti dei consigli rimanenti a dei piccoli gruppi. In questi gruppi, la discussione teorica interna è stata spesso più importante del lavoro politico pratico.
Il comunismo dei consigli organizzato è sparito dalla scena in Germania dopo la presa del potere di Hitler nel 1933, benché i gruppi siano rimasti attivi durante la resistenza [12]. In Olanda, alcuni piccoli gruppi si sono sviluppati, uno di essi, il Gruppo dei comunisti internazionali (GIC), ha continuato a servire da centro coordinato alle discussioni internazionali sino alla fine degli anni 30 e, tra le altre cose, ha pubblicato un giornale (Rätekorrespondenz, 1934-7) sino alla sua scomparsa. Alcuni testi, apparsi nei primi numeri di questo periodico, hanno funto più tardi più o meno come piattaforma sostanziale del movimento internazionale. Il primo di questi testi era "L'esordio di un nuovo movimento del lavoro" dell'educatore olandese  
Henk Canne-Meijer  (1890-1962), che può essere visto a giusto titolo come "l'anima" del GIC [13]. Canne Meijer ha spiegato che il ruolo storico della totalità del vecchio movimento del lavoro (composto dai partiti, dai sindacati e dalle cooperative) si è esaurito e che un nuovo movimento del lavoro stava sorgendo  nel presente, basato interamente su un'attività proletaria autonoma [14].
Un secondo testo importante è stato 
Tesi sul Bolscevismo del giornalista e professore tedesco Helmut Wagner  (1904-89). Wagner ha caratterizzato l'Unione Sovietica come un capitalismo di Stato senza borghesia, oscillante costantemente tra gli interessi degli operai e dei contadini. I piani quinquennali e la collettivizzazione obbligatoria non erano nient'altro che dei tentativi di conservare la contraddizione tra queste due classi sotto i controllo della forza [15]. Wagner supponeva sempre che i Bolscevichi avevano seguito delle politiche sbagliate nello sforzo di stabilire il socialismo. Anton Pannekoek è giunto alcuni anni dopo ad una conclusione diversa, quella secondo cui i Bolscevichi avevano effettuato una rivoluzione borghese, di modo che, invece di seguire delle politiche sbagliate, essi avevano seguito le sole politiche possibili. Il loro solo "errore" era stato di immaginare che esse erano il socialismo concreto invece del capitalismo.
mattick01Un vecchio membro del KAPD, emigrato negli Stati Uniti nel 1926, l'operaio metalmeccmatanico 
Paul Mattick (1904-81), ha cominciato a costituire delle iniziative da solo a Chicago all'inizio degli anni 30 [16]. Fu, tra l'altro, il promotore del giornale "International Council Correspondence" [17]. In Australia, J. A. Dawson (1889-1958) pubblica il " Southern Advocate of Workers' Councils" per molti anni sin dopo la seconda guerra mondiale [18], mentre Diez pubblica i testi dei comunisti dei consigli in Cile. Ogni tanto, un pensatore marxista indipendente si volge in direzione del comunismo dei consigli, sull'esempio del giurista e filosofo ex comunista Karl Korsch (1886-1961) a partire dagli anni 30.
cajo-brendel.jpgIl comunismo dei consigli ha beneficiato per qualche anno delle luci della ribalta durante il fervido movimento studentesco degli anni 60, in particolare in Germania, Italia e Francia. Dei testi classici sono stati ripubblicati ed i "veterani" come
Mattick ed il giornalista olandese Cajo Brendel  (nato nel 1915 e forse l'ultimo vero discepolo di Pannekoek) erano degli oratori e degli autori popolari. Il "vecchio" comunismo dei consigli è stato spesso integrato in modo più o meno eclettico in una "nuova" teoria o visione del mondo. Era evidente nel libro di Daniel e Gabriel Cohn-Bendit, L'estremismo: rimedio alla malattia senile del comunismo [19]. Con il declino dei "movimenti del 68", il comunismo dei consigli sparì ancora in gran parte un'altra volta, benché dei gruppi siano sempre in attività in diversi luoghi dell'Europa occidentale e nell'America del Nord [20].

Discussioni

Vi sono state numerose discussioni interne tra i comunisti dei consigli dopo gli anni 20. Qui, mi limito ad un accenno delle polemiche più importanti.

1. Caratterizzazione del periodo storico


luxemburg-Accumulazione-capitale.jpgCosa significa esattamente l'affermazione che il capitalismo è in regresso? Negli anni 20 e 30, molti marxisti (dei comunisti dei consigli ed altri) hanno pensato che il capitalismo era molto vicino alla fine della sua era. Quest'opinione  è stata spesso sostenuta con dei riferimenti alla teoria di Rosa Luxemburg secondo la quale, avendo conquistato l'intero pianeta, il capitalismo aveva raggiunto il suo limite storico. Verso la fine degli anni 20, una seconda teoria è stata aggiunta all'argomento, basata sul libro di Henryk Grossman Il crollo del capitalismo [21]. Grossman ha impiegato gli schemi di riproduzione di Marx per provare che il rialzo della composizione organica del capitale conduce automaticamente all'arresto del processo di accumulazione, e che il capitalismo ha dunque un limite interno oggettivo. L'opinione di Grossman era il soggetto di discussioni feroci tra i comunisti dei consigli all'inizio degli anni 30. Korsch e Pannekoek, tra gli altri,  respingevano Grossmann, mentre Mattick difendeva i suoi punti chiave [22].

Grossman.jpgPannekoek ha dedotto da ciò che il socialismo sarebbe sorto, non perché il capitalismo sarebbe crollato costringendo in tal modo gli operai a formare nuove organizzazioni, ma, piuttosto, perché il capitalismo sarebbe diventato sempre più insopportabile per gli operai e li avrebbe incitati così a formare le nuove organizzazioni che avrebbero affondato il capitalismo. Mattick, in compenso, ha stimato che l'argomentazione di Pannekoek era un sofisma, perché il crollo capitalismo e la lotta di classe rivoluzionaria sono due facce della stessa medaglia: la concentrazione continua del capitale condurrebbe alla miseria prolungata per gli operai, trasformando la loro lotta economica in lotta rivoluzionaria. Dire che il crollo del capitalismo era inevitabile era così identico a dire che la rivoluzione era inevitabile.
mattick-marx-keynesTali discussioni sono naturalmente sembrate molto meno pressanti durante il lungo boom del secondo dopoguerra mondiale. A quest'epoca, la questione centrale è diventata come interpretare il boom. Nessun comunista dei consigli ha creduto che il capitalismo avesse trovato infine un modo di tenere le proprie contraddizioni fondamentali sotto controllo. Erano tutti convinti, invece, che "gli anni d'oro" significavano soltanto un aggiornamento della resa dei conti. La sfida teorica e politica era soprattutto di analizzare il boom come un fenomeno provvisorio, Paul Mattick, in particolare, si è assunto questo compito. Sin dagli anni 30, ha cominciato a sviluppare una critica di John Maynard Keynes, sfociante nel 1969 nel suo magnum opus Marx e Keynes. Secondo Mattick, Marx non aveva previsto che si sarebbe verificato un periodo keynesiano di intervento economico dello Stato (tuttavia la teoria di Marx non ha affatto eliminato una tale possibilità). Il keynesismo "ha silenziosamente accettato" l'opinione di Marx a proposito delle crisi immanenti del capitalismo, e, allo stesso tempo, ha offerto un rimedio sotto forma di interferenza cosciente con il meccanismo di mercato [23].
keynes.jpgQuesto rimedio non può probabilmente risolvere il problema strutturale dell'accumulazione del capitale, tuttavia, perché l'accresciuto intervento dello Stato ha condotto ad una produzione più inutile (armi e così via) e a dei lavori pubblici. Anche se nuovi mercati sono stati creati per il capitale in questo modo, "i prodotti finiti della produzione indotta dal governo, risultando da una lunga catena di processi di fabbricazione intermediarie, non hanno la forma di un prodotto che potrebbe essere venduto con profitto sul mercato" [24]. La spesa del deficit pubblico è dunque "non una parte della domanda globale reale, ma una politica deliberata di produzione al di là di essa" [25]. Questa politica, basata su un aumento continuo del debito nazionale (e, di conseguenza, un deprezzamento regolare dei redditi e dei debiti), è costretta a raggiungere un vicolo cieco ad un certo punto. Malgrado la lunga durata delle condizioni piuttosto "prospere" nei paesi industriali avanzati, non vi è nessun terreno per pretendere che la produzione capitalista ha superato le sue contraddizioni interne attraverso gli interventi dello Stato nell'economia [26].

ecologia-ecocidio.jpg

Mattick era anche attento ad alcune conseguenze non economiche possibili del capitalismo del dopoguerra, per via dell'attenzione che ha dedicato, molto prima di tanti altri autori marxisti, alle questioni ecologiche. Nel 1976, ha dedicato un saggio alla "distruzione continua dell'ambiente". Egli ha arguito dal fatto che le minacce per l'habitat umano non erano il risultato dello sviluppo delle forze produttive, ma piuttosto, delle relazioni capitaliste di produzione e del loro "mostruoso spreco della forza lavoro umana e delle risorse naturali". Allo stesso tempo, Mattick non ha escluso la possibilità che il capitalismo trova una soluzione a questa minaccia da se stesso: "Per il modo in cui la marcia del mondo è determinata dal profitto, i capitalisti stessi possono finire con il preoccuparsi dei problemi ecologici, nient'altro che perché hanno un impatto sui benefici. I capitalisti non hanno alcun interesse particolare a distruggere il mondo; se  si verifica che preservare il mondo può anche generare dei profitti, allora la protezione del mondo diventerà anche un business" [27].
 

2. Intervento rivoluzionario nelle lotte degli operai

2intern-congr.jpgLa differenza più importante tra i comunisti dei consigli riguarda probabilmente l'intervento rivoluzionario nelle lotte degli operai. I partiti politici del "vecchio" movimento operaio avevano fallito. Quando è stato possibile migliorare le condizioni degli operai nel quadro del capitalismo, il movimento operaio, dapprima radicale, si è trasformato in istituzione che fornisce un appoggio addizionale allo status quo sociale [28]. Questa cooptazione del "vecchio" movimento significava anche che il concetto stesso di partito operaio rivoluzionario era diventato obsoleto? Un partito rivoluzionario può mostrarsi utile istruendo il proletariato per l'attività autonoma, o tutti i partiti politici senza eccezione erano delle organizzazioni borghesi che dovevano essere combattute?

gorter-1923.pngDurante gli anni 20, tre posizioni diverse si sono gradualmente cristallizzate. Dapprima, vi erano dei comunisti dei consigli che hanno creduto che il "vecchio" movimento operaio aveva soltanto gettato discredito su un certo tipo di partito, ma non l'idea di partito in sé. Il nuovo partito rivoluzionario non sarebbe dovuto essere separato dalla classe operaia, ma doveva dialetticamente fondersi con essa. Questa posizione è stata difesa, soprattutto da Herman Gorter, che ha ricapitolato l'argomentazione vigorosamente in tre punti. Innanzitutto, il raggruppamento di tutti gli operai, della grande maggioranza del proletariato nel sindacato [rivoluzionario]; in secondo luogo, il raggruppamento degli operai più coscienti in partito; in terzo luogo, unità del sindacato e del partito [29].
otto-Ruhle-ritratto-di-Diego-Rivera1940.jpgI difensori delle "organizzazioni unitarie" hanno avuto una seconda posizione. Il teorico più importante di questa posizione intermedia era Otto Rühle, che aveva già dichiarato nel 1920 che
la rivoluzione non è affare di partito [Die Revolution ist keine Parteisache]. Agli occhi di Rühle, la ripartizione dei compiti tra partito e sindacato era un eredità del capitalismo. L'organizzazione unitaria, che gli operai potevano utilizzare per difendere i loro interessi su tutti i fronti e promuovere la democrazia dei consigli, dovrebbe sostituirli entrambi. Il punto di partenza dell'addestramento rivoluzionario degli operai si trovava dove essi producevano il plusvalore, e cioè, il luogo di lavoro. Là dovevano organizzare la loro lotta essi stessi. Attraverso la lotta economica, si sarebbero istruiti e avrebbero raggiunto una coscienza più elevata e politica. Questi addestramenti avrebbero trovato la loro espressione organizzativa nelle federazioni delle organizzazioni del luogo di lavoro, che avrebbero condotto simultaneamente la lotta economica e politica. Questo punto di vista era praticamente identico al sindacalismo rivoluzionario [30].
I comunisti dei consigli più radicali erano coloro che si sono categoricamente rifiutati di intervenire nel movimento operaio. Anton Pannekoek, benché non essendone il creatore, era il rappresentante più avanzato di questo punto di vista. Egli presenta la sua logica nelle sue memorie: "[Sotto l'influenza di Henk Canne Meijer e di altri] nuovi principi sono diventati poco alla volta più chiari. Quest'ultimo in particolare: le masse lavoratrici devono esse stesse prendere le decisioni riguardanti le loro lotte, ed esse stesse effettuarle e condurle. Ciò sembra un assurdità banale; ma significa che non c'è alcun posto per dei capi in quanto tali. Mi ricordo aver una volta riflettuto durante una grande sciopero su ciò che gli operai avrebbero dovuto fare, e non potevo rappresentarmi quali dei due diversi comportamenti doveva essere preso; e cosa dire se si deve dare il proprio parere o dei consigli in un articolo o un giornale? Alla fine, grazie ad un articolo di Henk, ho visto di colpo la semplice soluzione: non me la devo rappresentare; gli operai devono rappresentarsela essi stessi ed essi stessi se ne assumono la piena responsabilità" [31].
Il compito dei comunisti dei consigli, secondo quest'approccio, era esclusivamente di studiare ed analizzare il capitalismo e le lotte degli operai. Questo punto di vista, che è ancora sostenuto oggi da Cajo Brendel ed alcuni associati, ha valso ai suoi difensori l'appellativo di "monaci di clausura del marxismo" [32].

 

3. Fattori soggettivi

Le polemiche sulla costruzione del partito sono legate ad un'altra discussione. Se in effetti, "le condizioni oggettive" nei paesi capitalisti avanzati sono mature per la rivoluzione, quali sono "i fattori soggettivi" che impediscono alla classe operaia di fondare una nuova società? Rühle è giunto alla conclusione, intorno al 1920, che la causa più profonda della sconfitta della rivoluzione tedesca del 1918-19 si origina non negli errori di questa o quella organizzazione rivoluzionaria, ma, piuttosto, nella mentalità della classe operaia. La rivoluzione sarebbe possibile soltanto nei paesi industrializzati quando la classe operaia ha abbastanza fiducia in se stessa e volontà per assumere il controllo dei veri luoghi del potere, i luoghi di lavoro, e porre nelle mani delle organizzazioni unitarie il potere politico ed economico. Il fatto che la classe operaia non abbia agito nel 1918-19 era il risultato della sua mentalità subalterna. Rühle scrive nel 1925: "Ciò che oggi è più necessario è lo smantellamento progressivo dell'autorità presso le persone stesse, nel loro modo di attività psichica, nella pratica generale e quotidiana della vita nella società. Lo smantellamento dell'autorità nell'apparato organizzativo è importante. Il suo smantellamento nella teoria e nella tattica della lotta di classe è più importante ancora. Ma la cosa di tutte la più importante è lo smantellamento dell'autorità nell'anima umana, perché senza quest'ultima è impossibile sopprimere l'autorità nell'organizzazione o la tattica e la teoria" [33].
Mentre Rühle preconizzava così un ampio approccio pedagogico rivoluzionario, la maggior parte dei comunisti dei consigli hanno considerato che non era necessario cambiare completamente la psicologia della classe operaia, ma lottare soltanto contro le idee politiche sbagliate. La loro pretesa fondamentale era che l'ideologia borghese degli operai ha loro impedito di stabilire una democrazia dei consigli. Come disse Pannekoek: "Ciò che ostacola [gli operai] è soprattutto la potenza delle idee ereditate ed infuse, la potenza spirituale formidabile del mondo della classe media, che avvolge i loro spiriti in una spessa nube di credenza e ideologia, dividendoli, e rendendoli incerti e confusi. Il processo di comprensione, di chiarire e di vincere questo mondo di vecchie idee e di ideologie è il processo essenziale per stabilire il potere della classe operaia, è il progresso della rivoluzione" [34].

lenin-materialismo-empiriocriticismo53.pngLa filosofia marxista ha avuto un ruolo centrale nello spiegare e nel combattere “la densa nube della credenza e delle ideologie”. È per questo che Pannekoek, in particolare, ha passato un tempo considerevole nel criticare ciò che egli ha considerato come il pensiero borghese all'interno del movimento operaio. Nel 1938, egli pubblica una critica di Lenin, soprattutto del suo libro Materialismo ed Empiriocriticismo del 1909 [35].
lenin-materialismo-empirioc-russo.pngPannekoek ha tentato di dimostrare che Lenin ha fallito nella sua critica dei discepoli machiani russi Bogdanov e Lunacharsky e di Ernst Mach stesso e di essere tornato al materialismo dell'età dei Lumi del XVIII secolo. Lenin ha ricondotto la “materia” alla materia fisica, mentre il materialismo storico ha un concetto molto più ampio della materia, e cioè il concetto di “realtà oggettiva”, o “dell'intera realtà osservata”, compreso “lo spirito e le fantasie” (Eugen Dietzgen) [36]. Lenin ha condiviso la sua tendenza verso il “materialismo della classe media”, secondo Pannekoek, con il suo mentore filosofico Gregorii Plekhanov. Il loro pensiero era in entrambi i casi il prodotto “delle condizioni sociali russe”:

PlekhanovIn Russia... la lotta contro lo Zarismo era analoga all'antica lotta contro l'assolutismo in Europa. Anche in Russia, la chiesa e la religione erano i sostegni più forti del sistema governativo. La lotta contro la religione era qui una necessità sociale fondamentale... Così la lotta della classe proletaria in Russia era allo stesso tempo una lotta contro l'assolutismo zarista, sotto la bandiera del socialismo. Così il marxismo in Russia... ha necessariamente assunto un altro carattere che nell'Europa occidentale. Era sempre la teoria di una classe operaia di lotta; ma questa classe ha dovuto lottare in primo luogo per ciò che nell'Europa occidentale era stata la funzione della borghesia, con gli intellettuali in quanto suoi associati. Così gli intellettuali russi, adattando questa teoria a questo compito locale, hanno dovuto trovare una forma di marxismo nella quale la critica della religione è stata posta in primo piano. Essi l'hanno trovata in un accostamento delle forme più antiche del materialismo, e nei primi scritti di Marx [37].
Secondo Pannekoek, Lenin portava avanti una battaglia già persa in Europa occidentale. Le idee di Lenin erano inutili per le persone che vivevano sotto il capitalismo sviluppato, e rendevano soltanto l'auto-emancipazione della classe operaia più difficile [38].

 

4. Il ruolo delle azioni individuali

max-holz.jpgUn'altra polemica, sul ruolo delle diverse azioni, era anch'esso legato alla discussione sul partito. I comunisti dei consigli coscienti dovevano effettuare “delle azioni esemplari” allo scopo di far uscire il proletariato dal suo letargo? O era assolutamente la cosa da non fare, perché distraevano le masse dalla loro auto-emancipazione? Questa non era in alcun modo una questione puramente scolastica.

Karl-Plattner.pngI comunisti dei Consigli con delle posizioni "attiviste" hanno cercato di agire in modo “esemplare” diverse volte durante gli anni 20 e gli anni 30. Negli anni tempestosi della rivoluzione tedesca, dapprima l'agrimensore Max Hölz (1899-1933) e, un po' più tardi, il vecchio tornitore diventato invalido Karl Plättner (1893-1945) hanno costituito dei gruppi armati, che, tra l'altro, hanno svaligiato delle banche e saccheggiato case di campagna allo scopo di distribuire il bottino tra i poveri. Essi speravano in tal modo di mostrare la vulnerabilità delle istituzioni esistenti e ispirare altri operai in simili azioni [39].
Marinus-van-der-Lubbe.gifUn altro difensore dell'azione esemplare, comunista dei consigli, l'operaio edilizio olandese portatore di handicap Marinus van der Lubbe (1909-34), ha ottenuto una fama mondiale dopo aver incendiato il Reichstag di Berlino il 27 febbraio 1933, perché, come egli dichiarò più tardi alla polizia: "Ho visto che gli operai non facevano nulla da sé [contro il nazionalsocialismo]". Van der Lubbe era stato un membro in Olanda dell'opposizione di sinistra degli operai di Eduard Sirach (1895-1937), un gruppo comunista dei consigli di Rotterdam [40].
Le diverse reazioni dei comunisti dei consigli all'atto di Van der Lubbe hanno dimostrato la diversità di opinioni a proposito dell'azione esemplare. Anton Pannekoek (che era vicino agli 'anti-attivisti' del Gruppo dei comunisti internazionalisti (GIC) ha criticato con forza l'azione di Van der Lubbe e l'ha giudicato "senza alcun valore". Eduard Sirach, in compenso, ha pubblicato un opuscolo che terminava con le seguenti considerazioni: "Appiccare il fuoco all'edificio del Reichstag era l'atto di un rivoluzionario proletario... Mentre il fumo si sollevava da questa casa della delusione democratica, nella quale le masse tedesche sono state vendute al capitalismo per quindici anni, le illusioni nella Democrazia Parlamentare che avevano mantenuto gli operai tedeschi incatenati al capitalismo sono andate in fumo anch'esse. La sete di azione e lo spirito di devozione che ha ispirato Van der Lubbe deve ispirare anche le masse lavoratrici se consistono nel voler porre un termine al capitalismo criminale!! È per questo che siamo solidali con lui!" [41].

5. L'economia post-capitalista


karl-polanyi.pngSotto l'impatto degli avvenimenti in Russia / Unione Sovietica, soprattutto degli autori filo-liberisti (Ludwig von Mises ed altri) avevano arguito, negli anni dopo il 1917, che un'economia a pianificazione centralizzata era impossibile per principio. Soltanto alcuni socialisti radicali avevano accettato la sfida allora per cercare di provare il contrario. Le eccezioni positive più importanti erano probabilmente l'Austro-marxista Otto Leichter e Karl Polanyi, che è stato ispirato dalle idee del “socialismo corporativo” [42].
Appel.jpgL'operaio metallurgico tedesco Jan Appel (1890-1985), che aveva rappresentato il KAPD al secondo e terzo congresso del Comintern ed era emigrato illegalmente in Olanda nel 1926, ha cercato di sviluppare un'alternativa comunista dei consigli al capitalismo. Il suo punto di partenza era che una società comunista sviluppata non avrebbe alcun mercato, nessuna concorrenza, nessun denaro e nessun prezzo. Non vi sarebbe così soltanto che un'economia naturale, nella quale la produzione e la distribuzione sarebbero regolate democraticamente.
GIKH-1930.jpg
Appel ha contrastato la critica di Von Mises e dei suoi co-pensatori che un'economia ragionevole era impensabile in tali circostanze data la mancanza di un'unità di contabilità (come il valore) proponendo il tempo di lavoro socialmente necessario come base per una tale unità di contabilità. Appel ha lavorato su quest'idea in un manoscritto che è stato discusso e sviluppato successivamente nei gruppi comunisti internazionali. Il risultato è stato pubblicato nel 1930 come “lavoro collettivo” con il titolo Principi fondamentali della produzione e della distribuzione comunista [43]. Il testo sarebbe rimasto argomento di discussione e subire una serie di revisioni gli anni successivi [44].
I Principi fondamentali contengono abbondanti analisi, affrontando un ventaglio di problemi di organizzazione economica comunista: il ruolo dei piccoli e medi contadini, ad esempio, e di priorità per l'impiego delle risorse in differenti fasi di sviluppo. Ma il centro della sua analisi è la questione dei meccanismi di distribuzione. I Principi dividono l'economia comunista in due settori: da una parte “Gli stabilimenti produttivi” che forniscono i beni ed i servizi per i quali essi ricevono le loro retribuzioni, e d'altra parte “gli stabilimenti di utilità sociale generale” (GSU), che non sono retribuiti per i loro prodotti. Una fabbrica di calzature, ad esempio, è uno stabilimento produttivo, un ospedale uno stabilimento di GSU. I due settori si compongono di unità autonome nelle quali gli occupati hanno la libertà completa di decisione. “Il coordinamento orizzontale” tra le diverse unità risulta dal flusso dei prodotti tra di loro (sotto forma di mezzi di produzione e beni di consumo) [45].
Il principio “secondo i bisogni” è realizzato dal settore di GSU, ma non nell'altro settore. In altri termini, il consumo totale da parte della popolazione può essere diviso in parti individuali (prodotti del settore produttivi) e parti collettive (prodotti del settore di GSU). In entrambi, i mezzi di produzione fissi e circolanti (P) sono trattati attraverso il lavoro (L) allo scopo di fabbricare dei prodotti. Tutte le componenti del processo di fabbricazione contengono delle quantità specifiche di tempi di produzione sociale media. Dei produttori sono ricompensati per i loro sforzi con dei certificati di lavoro, in valore ad esempio “un'ora di tempo di produzione sociale medio” [46]. Ma le ore lavorate non sono tutte convertite in certificati di lavoro. Un esempio può chiarire questo punto. Lasciateci supporre che tutti gli stabilimenti produttivi in generale in un dato paese dato consumino 700 milioni di ore di lavoro di P e 600 milioni di ore di lavoro di L, e fabbricano dei prodotti per un valore di 1.300 milioni di ore di lavoro. Allora, i bisogni produttivi del settore (P) ha bisogno di 700 milioni di ore di lavoro allo scopo di riprodursi, lasciando 600 milioni di ore di lavoro per il resto della società. Lasciateci supporre ancora, che il settore di GSU consumi 58 milioni di ore di P e 50 milioni di ore di lavoro di L (con un risultato di 108 milioni di ore di lavoro), di modo che questo settore abbia bisogno di 58 milioni di ore di lavoro (P) per riprodursi. Ciò significa che l'entrata totale sotto forma di lavoro (L) nella società è di 650 milioni, mentre 600-58= 542 milioni di ore di lavoro sono lasciate per il consumo individuale. Il cosiddetto “fattore di remunerazione” o il “fattore del consumo individuale” (FIC) è allora 542/650= 0.83. Se un operaio lavora 40 ore alla settimana, riceve così soltanto i certificati di lavoro equivalenti a 0.83x40= 33.2 ore di lavoro [47].

Durante lo sviluppo della società comunista, la parte relativa del settore di GSU aumenta, di modo che, in seguito, dei settori come gli approvvigionamenti alimentari, il trasporto, l'alloggio, ecc. sono anch'essi incorporati ad essi [48]. Malgrado questa tendenza verso la crescita, tuttavia, il settore di GSU non potrà mai includere la società intera, ed il FIC non sarà mai ridotto a zero.
Soltanto quegli stabilimenti produttivi che assicurano il soddisfacimento dei bisogni generali di beni saranno trasformabili in stabilimenti del tipo di GSU. Una piccola riflessione rivelerà che non sarà mai possibile includere nel sistema la totalità della distribuzione socializzata, agli articoli e beni numerosi e variegati che riflettono i gusti speciali dettati da diversi interessi umani in modo speciale [49].
L’idea centrale dei Principi è sembrata ricevere il potente appoggio dei Grundrisse di Marx alla loro pubblicazione nel 1939, soprattutto in questo passaggio: "L'economia del tempo, è a ciò che tutta l'economia si riduce infine... Così, l'economia del tempo, con la distribuzione pianificata del tempo di lavoro tra i diversi settori produttivi, rimane la prima legge economica sulla base della produzione comune. Ciò diventa legge, qui, a un grado ancora più elevato. Tuttavia, è essenzialmente diverso da una misura dei valori di scambio (lavoro o prodotti) attraverso il tempo di lavoro” [50].
I Principi fondamentali hanno svolto un ruolo nel corso delle discussioni dei comunisti dei consigli sino agli 70, ma la maggior parte delle volte come testo di fondo, poiché gli autori gli hanno [emprunté] delle idee senza menzionare la loro fonte [51].

Ricerca erudita

Lo studio della storia, della teoria e della pratica del comunismo dei consigli si è sviluppata in modo molto ineguale [52]. I ricercatori hanno mostrato dell'interesse soprattutto per gli scritti e le biografie dei teorici che hanno svolto un ruolo nel comunismo dei consigli. Abbiamo almeno tre monografia su Anton Pannekoek, più una tesi di laurea non pubblicata [53]. Herman Gorter è stato oggetto prima di una biografia parziale e poi completa [54]. Nessuno ha ancora scritto sulla vita di Otto Rühle, ma esistono tre studi che analizzano bene il suo sviluppo politico e teorico [55]. Dei lavori sono stati anche pubblicati su alcuni comunisti dei consigli meno di recente (come quelli di Sylvia Pankhurst e Jim Dawson). Tuttavia, non vi è ancora nessuna monografia completa su Mattick [56]. Alcune antologie di scritti di teorici comunisti dei Consigli, in particolare di Pannekoek e Gorter, ma anche di Rühle, Mattick e Willi Huhn, sono state edite sin dalla fine degli anni 60 [57]. Anche le ampie memorie di Pannekoek sono disponibili sotto forma di libro [58], mentre più recenti comunisti dei consigli scrivono le loro memorie o sono soggetti di lunghe interviste [59]. Dei lavori di Appel, Gorter, Pannekoek e altri sono stati ristampati. Un'edizione completa degli scritti e della corrispondenza di Karl Korsch, che attribuisce una considerevole attenzione alle sue tendenze comuniste dei consigli, è a uno stadio avanzato [60]. Delle buove vedute d'insieme bibliografiche sono state complilate per un certo numero importante dei comunisti dei consigli [61].
Ad oggi, siamo ben provvisti di lavori di storia descrittiva del comunismo dei consigli come movimento. La storia delle delle organizzazioni tedesche è stata studiata da Hans Manfred Bock, che ha non soltanto scritto un'opera di riferimento dei tumultuosi avvenimenti del 1918-23 [62], ma ha anche ricostruito l'ultimo sviluppo del movimento sino agli inizi degli anni 70 [63].  Philippe Bourrinet ha descritto dettagliatamente lo sviluppo del movimento olandese (e della sua interazione con il movimento tedesco) [64]. Mark Shipway ha studiato l'influenza comunista dei consigli in Gran Bretagna (Sylvia Pankhurst, Guy Aldred e altri) [65].
Mentre oggi è conosciuto un buon numero di studi riguardo al comunismo dei consigli, vi è sempre una penuria di analisi complete. Una certa attenzione è stata prestata alle opinioni dei comunisti dei consigli sulla crisi capitalista e il sistema dei consigli, ma i loro contributi teorici meritano uno studio più serio [66]. I Principi fondamentali, ad esempio, sono stati sinora appena oggetto di una qualche discussione. In secondo luogo, l'analisi materialista storica della corrente è ancora alla sua fase iniziale. L'applicazione dell'analisi marxista al marxismo stesso, già preconizzata da Karl Korsch, è troppo sottosviluippato a questo riguardo. Anche i blocchi funzionali di base per un'analisi mancano ancora. Non c'è, ad esempio, ancora nessuna buona veduta d'insieme della storia del KAPD dalla sua creazione alla sua scomparsa. Su questo punto, dobbiamo accontentarci di frammenti [67]. Praticamente nulla è noto a proposito del funzionamento pratico e dell'organizzazione del KAPD, delle sue organizzazioni sorelle e dei suoi successori. Sappiamo anche poco a riguardo del suo radicamente sociale e della sociologia dei suoi difensori [68]. La mia impressione è, ad esempio, che i disoccupati sono stati surrapresentanti tra i comunisti dei consigli degli anni 20 e degli anni 30, ma non c'è nessun mezzo per valutare questa ipotesi empiricamente. Uno studio storico comparativo che spieghi perché il comunismo dei consigli è diventato influente soprattutto in Germania, mentre gli intellettuali olandesi che erano marginali nel loro proprio paese acquistavano un peso politico così sproporzionato nel movimento, è anch'esso in attesa.

Risultati

I discepoli stretti delle dottrine comuniste dei consigli sono poco numerosi oggi. È difficile elaborare un bilancio. Il comunismo dei consigli è stato per breve tempo un fenomeno di massa agli inizi degli anni 20, e ha veramente assunto la sua propria identità distintiva soltanto quando il KAPD era già in regresso- lo si potrebbe considerare come un prodotto della sconfitta della rivoluzione tedesca. L'esordio del nazismo è stato il colpo di grazia per un movimento già molto debole. Dopo la seconda guerra mondiale, il comunismo dei consilgli è rimasto una corrente molto marginale tra gli intellettuali di sinistra per numerosi anni, benché abbia acquisito una certa influenza nei movimenti di protesta internazionali della fine degli anni 60 e degli anni 70.

L'influenza durevole del comunismo dei consigli mi sembra essere indiretta. Da una parte, il movimento ha apportato un vero contributo a partire da una prospettiva non-anarchica al sospetto sistematico contro tutti i “burocrati” nel movimento operaio. D'altra parte, ha mostrato il modo sistematico che forme autonome e organizzate di resistenza degli operai si manifestano continuamente. La sua influenza è stata evidente, ad esempio, nel gruppo Socialisme ou Barbarie di Cornelius Castoriadis, Claude Lefort e altri, e anche nelle correnti che non hanno avuto una valutazione positiva del pensiero orientato consiliarista, come l'operaismo di Sergio Bologna, Antonio Negri, Karl Heinz Roth e altri.
Ciò che resta del comunismo dei consigli concretamente sono soprattutto i testi - dei testi che sembrano spesso dogmatici e unilaterali, con una polarizzazione maschile definita e un fulcro eurocentrico. Malgrado ciò questi testi contengono tuttavia dei chiarimenti e degli avvertimenti che non dovremmo dimenticare [69].

 

Marcel van der Linden


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Sur le communisme des conseils

 

[Traduzione di Ario Libert]

 

NOTE

[1] Ringraziamenti a Cajo Brendel, Götz Langkau e ai redattori di questo giornale per i loro commenti per le versioni precedenti di questo documento.
[2] Vedere Riechers 1973, Montaldi 1975, Prat 1984.
[3] Kool 1970, p. 575.
[4] Horner 1919, p. 495.
[5] Herman Gorter ha risposto a Lenin nella sua Lettera aperta al compagno Lenin (Gorter 1989 [1920]). Vedere anche De Liagre Böhl 1978.
[6] Lenin,
L'Estremismo, malattia infantile del comunismo , 1920.
[7] Bock 1993, p. 239.
[8] La questione delle rivendicazioni salariali ha svolto un ruolo centrale nella scissione. La corrente di Essen ha concluso dal fatto che era contro-rivoluzionario continuare ad esigere dei salari più elevati. Poiché il capitalismo era sul suo letto di morte, le domande economiche potrebbero soltanto ritardare la fine della vecchia sociatrà, era tempo di lottare per una conquista completa del potere, per il controllo della società nel suo insieme. La corrente di Berlino ha continuato, in compenso, a sottolineare l'importanza delle rivendicazioni salariali, perché gli operaio avevano bisogno di salari più elevati in un momento di forte inflazione.
[9] Bock 1993, pp. 319-20.
[10] Rühle 1920a.
[11] Rühle 1920b.
[12] Vedere Ihlau 1969.
[13] Brendel 1974, p. 259.
[14] Canne Meijer 1934; [Tr. it:
L'ascesa del nuovo movimento operaio].

[15] Wagner 1934. Nel 1936-37, in esilio in Svizzera, Wagner ha aumentato le sue “tesi” in un manoscritto non pubblicato “Le basi delle politiche della forza armata Bolscevica: Un contributo a una sociologia del Bolscevismo”. Ha pubblicato delle parti del suo manoscritto con lo pseudonimo di Rudolf Sprenger. Vedere, ad esempio, Sprenger 1940.
[16] Bonacchi 1977, Dingel 1981.
[17] Questa pubblicazione ha iniziato nel 1934, in origina principalmente versione in lingua inglese della rivista Rätekorrespondenz del GIC. È stata reintitolata Living marxism nel 1938 ppo New Essays nel 1942. La sua pubblicazione ha cessato nel 1943. Nel 1970, Greenwood press ha pubblicato una ristampa in facsimile.
[18] Wright 1980.
[19] Edito a Parigi da Seuil nel 1968.
[20] Il comunista veterano dei consigli olandesi Cajo Brendel mi ha scritto (il 12 dicembre del 2001): “Questi cinque ultimi anni, sono stato testimone della comparsa di gruppi di consigli con i loro propri giornali a Berlino, Lubecca, Amburgo, Friburgo, Salzungen, Colonia, Duisburg e a Oberhausen.... Inoltre, vi sono anche dei gruppi comunisti consiliaristi in Francia, negli USA e in Canada. Senza contare la Spagna, l'Italia e la Grecia”. Inoltre, dovrei menzionare Courant Communiste International [Corrente Comunista Internazionale], una tendenza internazionale molto piccola di origine francese, che non è propriamente parlando comunista consiliare, ma che ha un'ampia affiliazione.
[21] Grossman 1929.
[22] Bonacchi 1977, pp. 57-64.
[23] Mattick 1969, p. 130.
[24] Mattick 1969, p. 154 ; vedere anche p. 118.
[25] Mattick 1969, p. 160.
[26] Mattick 1976, pp. 232-3.
[27] Mattick 1976, p. 237.
[28] Mattick 1969, p. 131.
[29] Gorter 1978, p. 170.
[30] Bock 1990.
[31] Pannekoek 1982, p. 215.
[32] Kool 1978. L'espressione ha iniziato con il leader sindacalista e parlamentare olandese Henk Sneevliet (1883-1942).
[33] Rühle 1975, p. 141. In parte in ragione dell'influenza di sua moglie Alice Gerstel, Rühle ha visto un legame logico tra il marxismo pedagogico che ha divulgato e Individualpsychologie di Alfred Adler, in cui la ricerca per la coscienza integrale dell'individuo era anch'essa centrale. Rühle ha dedicato una gran parte del resto della sua vita a sviluppare quest'idea. Vedere Kutz 1991 e Schoch 1995. Molti comunisti dei consigli hanno avuto poca considerazione per l'orientamento pedagogico di Rühle. Il giudizio di Mattick era: “Questa parte dell'attività di Rühle, se si valuta francamente o negativamente, ha ben poco, se nulla, a che fare con i problemi che riguardano il proletariato tedesco” (Mattick 1978, pp. 110-11).

[34] Pannekoek 1948, p. 77.
[35] Il libro di Lenin era stato pubblicato nel 1909 in russo. La prima traduzione in tedesco è stata pubblicata nel 1927.
[36] Pannekoek 1948, p. 61. Gorter e Pannekoek hanno visto il libro Das Wesen der menschlichen Kopfarbeit (1869) del filosofo tratto dalla classe operaia tedesca Eugen Dietzgen (1818-88) come un contributo cruciale allo sviluppo della teoria marxista. Brendel 1970, pp. 140-2; Bock 1992; De Liagre Böhl 1996, pp. 252-4.
[37] Pannekoek 1948, pp. 68-9.
[38] Korsch (1938) era più o meno vicino a Pannekoek. Una reazione critica (che prende di mira tra l'altro 'il legame meccanico' che Pannekoek fa tra la filosofia materialista e la pratica rivoluzionaria) può essere trovata presso lui [Bourrinet 2001, pp. 256-65].
[39] Hölz è stato arrestato nel 1921, Plättner all'inizio del 1922. Hölz ha presto raggiunto il comunismo “ortodosso”; è morto nel 1933 in Unione Sovietica in circostanze che destano sospetti. Plättner è morto in un campo di concentramento tedesco poco prima che gli alleati lo liberassero. Bock 1993, pp. 308-18 e pp. 328-33, Gebhardt 1983, Giersich e Kramer 2000, Ullrich 2000, Berghauer 2001.

[40] Karasek 1980, Jassies 2000.
[41] Sirach 1933, p. 16.
[42] Leichter 1923, Polänyi 1922.
[43] Appel 1990. Sulla biografia di Appel, vedere Van den Berg 2001.
[44] Non tutti i comunisti dei consigli erano entusiasti a proposito dei "Principi fondamentali". Anton Pannekoek lo trovava “piuttosto utopista, irreale” (Pannekoek, 1982, p. 215).
[45] Appel 1990, p. 147.
[46] I Principi tengono conto della possibilità che “nei primi tempi della società comunista, può forse dapprima essere necessario che alcuni mestieri intellettuali siano remunerati a un livello più alto; ad esempio , che 40 ore di lavoro diano diritto a 80 o 120 ore di prodotto. All'inizio della forma comunista della società, ciò potrebbe infatti essere una misura giusta, se ad esempio i mezzi di una educazione più elevata non fossero disponibili ad ognuno gratuitamente, perché la società non ha ancora organizzato sufficientemente la nuova base in modo completo. Non appena, tuttavia, queste questioni saranno regolate, non potrà più essere questione di dare alle professioni intellettuali una più grande parte del prodotto sociale”, Appel 1990, pp. 56-7.

[47] Appel 1990, pp. 94-5.
[48] Appel 1990, pp. 97-8.
[49] Appel 1990, p. 100.
[50] Marx 1973, p. 173.
[51] Vedere, ad esempio, Mattick 1968, nel capitolo “Valore e socialismo”, o Castoriadis 1984, p. 330: "[Il calcolo economico in una società autonoma] deve essere effettuato sulla base del funzionamento speso attraverso il tempo". Castoriadis ha difeso questa posizione sin dal 1957, dopo che era stato in contatto con i comunisti dei consigli olandesi per un certo numero di anni. Vedere anche Seifert 1983.
[52] Degli archivi della maggior parte dei comunisti dei consigli importanti possono essere trovati all'Istituto internazionale di storia sociale ad Amsterdam, compresi, soprattutto, le carte di Canne Meijer, Huhn, Korsch, Mattick, Pannekoek, Pankhurst e Rühle.
[53] Brendel 1970, Malandrino 1987, Gerber 1989, Boekelman 1980.
[54] Di Liagre Böhl 1973, 1996.

[55] Franck 1951, Herrmann 1972-3, Mergner 1973, Jacoby e Herbst 1985.
[56] Su Dawson, vedere Wright 1980. Molto è stato scritto a proposito dei cambiamenti e delle svolte nella vita di Pankhurst. I lavori più utili per i nostri scopi sembrano essere Franchini 1980, Winslow 1996.
[57] Bock 1969, Bricianer 1969/1978, Huhn 1973, Kool 1970, Mattick 1978, Mergner 1971, Rademakers 1970, Pannekoek 1972, Rühle 1971a, 1971b, Smart 1978. Molti testi sono ora anche disponibili su Internet.
[58] Pannekoek 1976.
[59] Brendel 1974b, Jacoby 1982, Buckmiller 1976.
[60] Korsch 1980ff.
[61] Buckmiller 1973, 1981; Provedi 1978; Boekelman 1980, pp. 368-484; Herbst e Klemm 1986.
[62] Bock 1993.
[63] Bock 1976.
[64] Bourrinet 2001. D'altronde, questa edizione pirata del libro contiene molti errori e inesattezze minori. Una nuova edizione “autorizzata” corretta e aggiornata è stata edita nel 2005 nella serie Historical Materialism book della Brill Academic Press.

[65] Shipway 1988.
[66] Marramao 1975-6, 1976, Pelino 1976, Villari 1977. Vedere anche Glaser 1997.
[67] Reichenbach 1928, 1994, Rutigliano 1974, Bock 1977.
[68] Ma vedere Bock 1976, pp. 93-8.
[69] Oltre alla letteratura già citata, vorrei riferirmi ad esempio, alle pubblicazioni di Willi Huhn a proposito del movimento operaio tedesco (Huhn 1952) e a quelle di Cajo Brendel L'Espagne des années 30 aux années 70 [La Spagna dagli anni 30 agli anni 70] e Des luttes de classe autonomes en Angleterre, 1945-1972 [Delle lotte di classe autonome in Inghilterra, 1945-1972], Brendel 1974a, 1977.

 

 

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1 settembre 2012 6 01 /09 /settembre /2012 05:00

RISPOSTA A LENIN

GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920.gifCopertina dell'edizione originale di Lettera al compagno Lenin, di Herman Gorter, il cui sottotitolo recita: Una risposta all'opuscolo di Lenin L'Estremismo malattia infantile del comunismo. Uno dei vertici critici e autenticamente libertari della tradizione marxista contro la pseudo interpretazione totalitaria leninista del mutamento sociale e storico, centrata sul ruolo onnipotente del partito messianico e dell'intervento provvidenziale e "scientifico" dello Stato.

 

 

HERMAN GORTER

 

 

II - La questione sindacale

 

Dopo aver fissato queste basi teoriche generali voglio ora tentare di dimostrare anche nell'applicazione alle questioni particolari che la sinistra in Germania e in Inghilterra ha, generalmente, ragione. In particolare nelle questioni sindacale e parlamentare.

Innanzitutto vediamo la questione dei sindacati.

"Così come il parlamentarismo esprime il potere intellettuale dei capi sulle masse operaie. Il movimento sindacale incarna il loro dominio materiale. I sindacati costituiscono, in regime capitalista, le organizzazioni naturali per l'unificazione del proletariato, e a tale titolo Marx, fin dall'inizio, ha fatto emergere la loro importanza. Nel capitalismo sviluppato e a maggior ragione nell'epoca imperialista, i sindacati sono diventati sempre di più delle associazioni gigantesche che rivelano la stessa tendenza di sviluppo mostrato in altri tempi dall'apparato statale borghese. In quest'ultimo si è formata una classe di impiegati, una burocrazia che dispone di tutti gli strumenti di governo dell'organizzazione (denaro, stampa, designazione dei sottoposti); spesso le prerogative dei funzionari si estendono ancora più oltre in modo che, da servitori della collettività, essi diventano i padroni e s'identificano con l'organizzazione. I sindacati convergono anch'essi con lo Stato e con la sua burocrazia in quanto, malgrado la democrazia che dovrebbe regnarvi, pongono i loro membri in una situazione in cui non possono far prevalere la loro volontà contro il funzionarismo; contro l'apparato abilmente allestito con regolamenti e statuti, qualsiasi ribellione si spezza prima che possa distruggere le alte sfere.

"È soltanto con una lunga perseveranza, a tutta prova, che un'organizzazione perviene qualche volta, dopo anni, a un relativo successo, dovuto generalmente a un cambiamento di persone. In questi ultimi anni, prima della guerra e dopo, si è così arrivati - in Inghilterra, in Germania, in America - a delle rivolte di militanti che fanno degli scioperi di loro propria iniziativa, contro la volontà dei capi e contro le risoluzioni dell'associazione stessa. Che una cosa del genere possa succedere del tutto naturalmente, e apparire come tale, dimostra che l'organizzazione, lungi dall'essere la collettività dei membri, si presenta come un qualcosa di completamente estraneo. Gli operai non sono sovrani nella loro associazione, ma sono da essa dominati come da una forza estranea contro cui possono ribellarsi, benché questa forza estranea sia uscita da loro stessi. Ecco un altro punto in comune con lo Stato. Poi, quando la ribellione si calma, la vecchia direzione torna in sella e sa mantenersi nonostante l'odio e l'amarezza impotente delle masse perché si appoggia sull'indifferenza e sulla mancanza di chiaroveggenza, di volontà omogenea e di perseveranza di queste masse, e perché si basa sulla necessità intrinseca di un sindacato come unico mezzo che hanno gli operai di trovare, nell'unificazione, le forze per battersi contro il capitale.

"Lottando contro il capitale, contro le tendenze del capitale assolutiste e generatrici di miseria, limitando queste tendenze e rendendo di conseguenza possibile l'esistenza della classe operaia, il movimento sindacale ha scelto di adempiere ad un compito nel capitalismo ed è diventato lui stesso, per questa via, un elemento della società capitalistica. Ma dal momento che la rivoluzione ha inizio, il proletariato in quanto da membro della società capitalistica si tramuta nel suo distruttore, cozza contro il sindacato come contro un ostacolo.

"Quello che Marx e Lenin hanno detto a proposito dello Stato: e cioè che la sua organizzazione, con tutto quel che può contenere di democrazia formale, lo rende inidoneo a servire come strumento per la rivoluzione proletaria, vale dunque anche per le organizzazioni sindacali. La loro potenza controrivoluzionaria non può essere annientata, Né attenuata con un cambiamento di persone, con la sostituzione dei capi reazionari con uomini di sinitra o con rivoluzionari.

"È la stessa forma organizzativa che rende le masse pressocché impotenti e che non consente loro di fare del sindacato uno strumento obbediente alla loro volontà. La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questo organismo, vale a dire rovesciando da cima a fondo questa forma organizzativa affinché ne esca qualcosa di completamente diverso.

"Il sistema del consigli, con il suo specifico sviluppo, è capace di sradicare e non soltanto di far sparire la burocrazia statale, ma anche la burocrazia sindacale, non soltanto di formare i nuovi organi politici del proletariato contro il capitalismo, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Durante le discussioni nel partito in Germania, si è voluto prendere in giro chi affermava che una forma di organizzazione possa essere rivoluzionaria col pretesto che tutto dipendeva soltanto dalla coscienza  rivoluzionaria degli uomini, degli aderenti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani la direzione dei loro affari, la direzione della società e della produzione, occorre conseguentemente dire che qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva; per questa ragione deve essere sostituta con un'altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto! (Anton Pannekoek).

I sindacati, per loro natura, non sono armi buone per la rivoluzione nell'Europa occidentale. Anche se non fossero diventati strumenti del capitalismo, se non fossero nelle mani dei traditori e se - nelle mani di qualunque capo si preferisca - non fossero, per loro natura, destinati a fare dei loro membri degli schiavi e degli strumenti passivi, essi, cionondimeno, sarebbero inutilizzabili.

I sindacati sono troppo deboli per la lotta, per la rivoluzione contro il capitale organizzato al livello più alto quale è quello dell'Europa occidentale, e contro il suo Stato. L'uno e l'altro sono ancora troppo potenti per i sindacati. I sindacati sono ancora in parte delle associazioni di mestiere e basterebbe questo fatto a impedire loro di fare la rivoluzione. E nella misura in cui sono associazioni di categoria, non si appoggiano direttamente sulle fabbriche, sulle officine, e ciò provoca la loro debolezza. Infine, sono più delle società di mutuo soccorso - prodotto dell'epoca piccolo-borghese - che dei raggruppamenti di lotta.

La loro organizzazione era già sufficiente per la lotta prima che la rivoluzione non fosse alle porte; per la rivoluzione nell'Europa occidentale tale organizzazione è inidonea a qualsiasi servizio. Infatti le fabbriche, gli operai delle fabbriche, non fanno la rivoluzione nelle associazioni di mestiere o di categoria, ma nelle officine. Per giunta i sindacati sono organi dal lavoro lento, estremamente complicati, buoni soltanto per i periodi di evoluzione . Ed è con questi miserabili sindacati i quali, come si è visto, devono in ogni caso essere distrutti, che si vuol fare la rivoluzione... Gli operai hanno bisogno di armi per la rivoluzione in Europa occidentale. Le sole armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale sono le organizzazioni di fabbrica. Le organizzazioni di fabbrica unite in una grande unione.

Gli operai europeo-occidentali hanno bisogno delle armi migliori. Dal momento che sono soli e perché non ricevono alcun aiuto. E per questo hanno bisogno di organizzazionidi fabbrica. In Germania e in Inghilterra, immediatamente, perché là la rivoluzione è più imminente. E anche negli altri paesi al più presto possibile, non appena potremo ottenerle.

Non vi serve a nulla dire, compagno Lenin, che in Russia avete agito in questo o quel modo. Infatti, innanzitutto non avevate in Russia organizzazioni così cattive come sono molti sindacati da noi. Voi avevate delle organizzazioni di fabbrica. In secondo luogo lo spirito degli operai era più rivoluzionario. In terzo luogo l'organizzazione dei capitalisti era debole. E così lo Stato. Infine, cosa fondamentale da cui tutto dipende, voi potevate ricevere un aiuto. Non avevate dunque bisogno delle armi migliori tra le migliori. Noi siamo soli e abbiamo perciò bisogno di tutte le armi migliori. Senza di esse non vinceremo e subiremo una disfatta dopo l'altra.

Ma ci sono altre basi, morali e materiali, che dimostrano che noi abbiamo ragione.

Immaginatevi, compagno, la situazione esistente in Germania prima della guerra e durante la guerra: i sindacati, unici e troppo deboli strumenti, sono completamente nelle mani dei capi come delle macchine inerti; e questi capi li sfruttano a vantaggio del capitalismo. Poi viene la rivoluzione. I sindacati sono utilizzati dai capi e dalla massa dei membri come un'arma contro la rivoluzione. È con il loro aiuto, con il loro appoggio, con l'azione dei loro capi e in parte anche con quella dei loro membri, che la rivoluzione è assassinata. I comunisti vedono i loro fratelli fucilati con l'aiuto dei sindacati. Gli scioperi a favore della rivoluzione sono psezzati. Credete, compagno, che sia possibile agli operai rivoluzionari di continuare a restare in organizzazioni simili? Se per giunta sono anche  degli oggetti troppo deboli per servire la rivoluzione! Mi sembra che sia psicologicamente impossibile. Che cosa avreste fatto voi come membro di un partito politico, del partito menscevico, per esempio, se questo si fosse comportato in quel modo nella rivoluzione? Sicuramente avreste fatto la scissione (se non l'avevate fatta prima)... Ma voi direte: si trattava di un partito politico, per un sindacato la cosa è diversa. Io credo che vi sbagliate. Nella rivoluzione, fino a quando dura la rivoluzione, ogni sindacato, perfino ogni gruppo operaio, gioca un ruolo da partito politico per o contro la rivoluzione.

Ma, direte ancora - e lo dite nel vostro opuscolo - che questi moti sentimentali devono essere superati a vantaggio dell'unità e della propaganda comunista. Vi dimostrerò che ciò era impossibile in Germania, durante la rivoluzione. Con esempi concreti. Infatti dobbiamo considerare la questione anche da un punto di vista concreto e unilaterale... Supponiamo che ci fossero in Germania 100.000 portuali, 100.000 metallurgici e 100.000 minatori veramente rivoluzionari. Essi vogliono scioperare, battersi, morire per la rivoluzione. Gli altri milioni, no. Che cosa devono fare i 300.000? Innanzitutto unirsi tra loro, formare una lega per la battaglia. Voi siete d'accordo su questo: gli operai non possono far nulla senza organizzazione. Ma una nuova lega in presenza delle vecchie associazioni equivale a una scissione reale se non formale. Anche nel caso in cui i sostenitori del nuovo raggruppamento dovessero restare membri delle vecchie organizzazioni. Ma ecco poi che i membri della nuova organizzazione hanno bisogno di una stampa, di riunioni, di locali, di funzionari retribuiti. Tutto ciò costa molto denaro. E gli operai tedeschi non possiedono quasi nulla. Per far vivere la nuova associazione essi sono obbligati, anche se non ne avessero voglia, ad abbandonare la vecchia. Considerando dunque le cose in modo concreto, quello che voi prescrivete, caro compagno, è impossibile.

Ma esistono altre e migliori ragioni materiali. Gli operai tedeschi che sono usciti dai sindacati, che vogliono distruggere i sindacati, che hanno creato le organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia, si sono trovati in piena rivoluzione. Bisogna lottare immediatamente. La rivoluzione  era arrivata. I sindacati non vollero lottare. A che, dunque, in un momento simile mettersi a dire: restate nei sindacati, propagandate le vostre idee, perché così diventerete sicuramente i più forti e avrete la maggioranza. Tutto ciò sarebbe molto carino se non si tenesse conto che il soffocamento delle minoranze è una regola (cosa questa che la sinistra non domanderebbe di meglio che di dimostrare se soltanto ne avesse il tempo). Ma non c'era tempo da perdere. C'era la rivoluzione, e c'è ancora.

Gli operai non possono sopportare sempre di essere fucilati dai sindacati e hanno bisogno di lottare.

A causa di ciò i sinistri hanno creato l'Unione generale operaia. E poiché ritengono che la rivoluzione in Germania non sia ancora finita e che, anzi, andrà molto più lontano, fino alla vittoria, essi tengono duro.

Compagno Lenin! Se nel movimento operaio si formano  due tendenze opposte, può esistere una scelta diversa dalla lotta? E se questi orientamenti sono molto diversi, opposti  l'uno all'altro, si può forse evitare la scissione? Conoscete forse un'altra via d'uscita? Esiste qualcosa di più contraddittorio della rivoluzione rispetto alla controrivoluzione?

Per questi motivi il KAPD e l'Unione generale operaia hanno pienamente ragione.

In ultima analisi, compagno, queste scissioni, queste chiarificazioni non sono sempre state delle buone cose per il proletariato? E non ci si accorge di ciò sempre in un secondo tempo? In questo campo io ho qualche esperienza. Quando eravamo ancora nel partito socialpatriota non avevamo alcuna influenza. Quando ne siamo stati espulsi avevamo, all'inizio, poca influenza. Ma dopo cominciammo ad avere molta influenza e poi, rapidamente, moltissima influenza. E voi, voi bolscevichi, come vi siete trovati, compagno, dopo la scissione? Molto bene mi sembra. Accadde così: prima in pochi, poi in molti. Il fatto che un gruppo, inizialmente piccolo finché si vuole, si trasformi in qualcosa di grande, dipende completamente dallo sviluppo politico ed economico. Se la rivoluzione continuerà in Germania, si può sperare che l'importanza e l'influenza dell'Unione operaia diventeranno preminenti. L'Unione operaia non deve lasciarsi intimidire dai rapporti numerici: 70.000 contro 7.000.000. Gruppi più piccoli di questo sono poi diventati i più forti. E i bolscevichi sono tra questi!

Perché le organizzazioni di fabbrica e dei luoghi di lavoro, e l'Unione operaia che si basa su questa rete organizzativa e che è formata dai suoi membri, sono certamente delle armi eccellenti, insieme ai partiti comunisti? Perché sono le sole buone armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale?

Perché in esse gli operai sono infinitamente più attivi che non nei vecchi sindacati; perché in esse gli operai hanno in mano i dirigenti e, quindi la linea politica; e perché gli operai controllano l'organizzazione di fabbrica, e, attraverso di essa, l'intera nazione.

Ogni fabbrica, ogni luogo di lavoro costituisce una unità. Nella fabbrica gli operai eleggono i loro uomini di fiducia. Le organizzazioni di fabbrica sono divise in distretti economici. Attraverso i distretti si possono ancora eleggere uomini di fiducia. E i distretti eleggono a loro volta la Direzione generale dell'Unione per l'intero Stato.

Così tutte le organizzazioni di fabbrica, senza badare a quale industria appartengono, formano insieme una sola unione operaia.

Si tratta, come si vede, di una organizzazione completamente orientata verso la rivoluzione.

Si può constatare anche che in questo caso l'operaio, ogni operaio, ha in mano un potere. Infatti egli elegge nel suo luogo di lavoro i suoi uomini di fiducia e ha, attraverso costoro, un'influenza diretta sul distretto e sull'unione su scala nazionale. C'è una centralizzazione forte ma senza eccessi. L'individuo, con la sua organizzazione diretta, l'organizzazione di fabbrica, ha una grande potenza. Egli può revocare in qualsiasi momento i suoi uomini di fiducia, sostituirli e costringerli a sostituire immediatamente le istanze più alte. C'è individualismo ma non troppo.

Infatti le istanze centrali, i consigli regionali e il consiglio nazionale hanno una grande autorità. Individuo e direzione hanno proprio la qualità di potere che è necessario e possibile avere nell'Europa centrale, nell'attuale periodo che è quello dell'esplosione della rivoluzione.

Marx scrisse che, in regime capitalistico, il cittadino è, di fronte allo Stato, un'astrazione, una cifra. La stessa cosa può dirsi per le vecchie organizzazioni sindacali. La burocrazia, l'intera essenza dell'organizzazione, forma un universo superiore che sfugge all'operaio passandogli sulla testa come una nuvola nel cielo. L'operaio, di fronte ad essa, è una cifra, un'astrazione. Per essa l'operaio non è neanche l'uomo nella fabbrica; non è un essere vivente che vuole e che lotta. Sostituite, nei vecchi sindacati, una burocrazia consolidata con personale nuovo e in poco tempo vedrete anche quest'ultimo acquisire lo stesso carattere che lo innalzerà, lo allontanerà, lo distaccherà dalla massa. Novantanove su cento saranno dei tiranni schierati a fianco della borghesia. Questo scaturisce dalla natura stessa dell'organizzazione.

Come è diverso nelle organizzazioni di fabbrica! Qui, è l'operaio stesso che decide della tattica e dell'orientamento della sua lotta, e che fa intervenire immediatamente la sua autorità se i suoi capi non fanno quello che lui vuole. Egli è permanentemente al centro della lotta perché la fabbrica, l'officina, sono anche la sua base di organizzazione.

Egli è anche, nella misura in cui una cosa del genere è possibile in regime capitalistico, l'artefice e il padrone del suo destino, e poiché ciò vale per tutti, la massa scatena e dirige la sua lotta. Molto di più, infinitamente di più, in ogni caso, di quanto non fosse possibile nelle vecchie organizzazioni economiche sia riformiste che sindacaliste [4].

Poiché fanno degli individui e, di conseguenza, delle masse, gli agenti diretti della lotta, i suoi dirigenti e i suoi sostenitori, le nuove organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia sono veramente le armi migliori per la rivoluzione, le armi di cui abbiamo bisogno nell'Europa occidentale, per rovesciare, senza ricevere aiuti, il capitalismo più potente di tutto il mondo.

Ma, compagno, questi sono ancora dei deboli argomenti in confronto all'ultima e fondamentale questione che è legata strettamente ai principi cui ho alluso all'inizio. Questa ragione è decisiva per il KAPD e per il partito di opposizione in Inghilterra: questi partiti vogliono elevare di molto il livello di coscienza delle masse e degli individui in Germania e in Inghilterra.

Secondo loro per fare questo c'è un solo mezzo. E io vorrei chiedervi ancora una volta se voi conoscete un metodo diverso nel movimento operaio. Questo mezzo consiste nella formazione, nell'educazione di un gruppo che dimostra nella lotta quello che deve diventare la massa. Indicatemi, compagno, un altro mezzo se lo conoscete. Io, per quel che mi riguarda, non ne conosco altri.

Nel movimento operaio, e soprattutto nella rivoluzione, secondo me, non può esserci che una sola verifica: quella dell'esempio e dell'azione.

I compagni della sinistra credono possibile, con il loro piccolo gruppo in lotta contro il capitalismo e i sindacati, condurre i sindacati dalla loro parte o perlomeno, giacché la cosa non è impossibile, spostarli a poco a poco su posizioni migliori.

Una cosa del genere può essere realizzata soltanto con l'esempio. Per elevare il livello rivoluzionario degli operai tedeschi, queste nuove formazioni - le organizzazioni di fabbrica - sono dunque assolutamente indispensabili.

Come i partiti comunisti si erigono davanti ai partiti socialpatrioti, così anche la nuova formazione, l'Unione operaia, deve schierarsi di fronte al sindacato [5].

Per trasformare le masse asservite al riformismo e al socialpatriottismo, soltanto l'esempio può servire.

Mi occupo ora dell'inghilterra, della sinistra inglese. L'Inghilterra è dopo la Germania il paese più vicino alla rivoluzione. Non perché la situazione sia là già rivoluzionaria, ma perché il proletariato inglese è particolarmente numeroso e la situazione economica del capitalismo è sviluppata al massimo livello. Là c'è bisogno soltanto di un forte impulso per far cominciare la battaglia che può concludersi soltanto con una vittoria. È questo quello che pensano, che sanno quasi istintivamente gli operai più avanzati dell'Inghilterra (così come anche noi lo sentiamo); e dal momento che avvertono tutto ciò essi hanno fondato là, come in Germania, un nuovo movimento... che si delinea e procede per tentativi, proprio come in Germania: il movimento Rank and File, delle masse autodirette, senza capi o quasi [6].

Questi movimenti assomigliano molto all'Unione operaia tedesca con le sue organizzazioni di fabbrica.

Avete notato, compagno, che questo movimento è sorto soltanto nei due paesi più avanzati? E all'interno della classe operaia stessa? E in diverse località? [7]. Ciò costituisce di per sé la prova di una spontaneità irresistibile.

In Inghilterra questo movimento, questa lotta contro i sindacati è quasi più necessaria che in Germania. Le Trade Unions inglesi non sono soltanto strumenti nelle mani dei dirigenti per sostenere il capitalismo, ma sono attrezzi ancora più inutilizzabili, ai fini rivoluzionari, dei sindacati tedeschi. La loro formazione risale ai tempi della piccola guerra, ciascuno per sé, spesso fino all'inizio del XIX secolo o anche fino al XVIII secolo. In Inghilterra non esistono forse delle industrie che comprendono  venticinque unioni sindacali, che si dispuno accanitamente i loro aderenti?

Organizzazioni di questo genere bisogna evitare di combatterle, di scinderle, di annientarle? Se si è contro le unioni operaie, si deve essere anche contro gli Shop Stewards, gli Shop Committees e le Industrial Unions. Se si è a favore di quest'ultimi lo si deve essere anche per le prime giacché i comunisti hanno in entrambi gli stessi scopi.

Questa nuova corrente nel movimento trade-unionistico potrà essere utile alla sinistra comunista in Inghilterra per annientare i sindacati inglesi, quali sono oggi, e per sostituirli con nuovi strumenti della lotta di classe utilizzabili nella rivoluzione. Le stesse ragioni che abbiamo portato per il movimento tedesco, sono valide anche in questo caso.

Ho letto nella lettera del Comitato esecutivo della Terza Internazionale al KAPD che l'esecutivo è a favore degli IWW d'America a condizione che questa organizzazione non sia ostile alla politica e all'adesione al partito comunista. E questi IWW non sono obbligati ad entrare nei sindacati americani! Tuttavia l'esecutivo è contro l'Unione operaia in Germania, e la vuole costringere a fondersi con i sindacati benché essa sia comunista  e collabori con il partito  politico.

E voi compagno Lenin, voi siete a favore del Rank and File in Inghilterra (il quale, tuttavia, provoca già una scissione e organizza molti comunisti che vogliono la distruzione dei sindacati!), ma siete invece ostile all'Unione operaia in Germania.

Io non posso non vedere l'opportunismo nel vostro atteggiamento e in quello del Comitato Esecutivo. E quel che è peggio, un opportunismo sbagliata.

Naturalmente la sinistra comunista in Inghilterra, poiché la rivoluzione non ce l'ha ancora davanti, non può spingersi tanto lontano quanto la sinistra in Germania. Non può ancora organizzare il Rank and File Movement in tutto il paese con basi di massa e con finalità immediatamente rivoluzionarie. Ma la sinistra inglese prepare tutto questo. E non appena la rivoluzione  sarà arrivata gli operai abbandoneranno in massa le vecchie organizzazioni inidonee allal rivolzuione e affluiranno nelle organizzazioni di fabbrica e d'industria.

Essi vi affluiranno per il fatto stesso che la sinistra comunista si sviluppa innanzitutto nel movimento nella misura in cui si sforza di propagandare le idee comuniste. Sul suo esempio  molti operai si sono già innalzati a un livello superiore [8]. E qauesto è, come in Germania, lo scopo essenziale.

L'Unione generale operaia (AAU) e il Rank and File Movement, appoggiandosi entrambi sulle fabbriche, sui luoghi di lavoro, e soltanto su di essi, sono i precursori dei consigli operai, dei soviet. La rivoluzione nell'Europa occidentale sarà molto più difficile e per il fatto stesso che si svilupperà con lentezza, conoscerà un lunghissimo periodo di transizione in cui i sindacati saranno fuori servizio e in cui i soviet non saranno ancora pronti. Questo periodo di transizione sarà caratterizzato dalla lotta contro i sindacati attraverso la loro trasformazione e la loro sostituzione con organizzazioni migliori. Voi non avrete di che essere inquieto su questo punto: noi avremo il tempo per fare questo!

Insisto nel dire che ciò non accadrà perché noi estremisti lo vogliamo ma perché la rivoluzione esige questa nuova forma organizzativa senza la quale non può vincere.

Coraggio, dunque, Rank and File Movement in Inghilterra e Unione operaia in Germania! Voi siete i precursori dei soviet in Europa. Coraggio! Voi siete le prime organizzazioni adatte a condurre la lotta insieme ai partiti comunisti, contro il capitalismo nell'Europa occidentale, la lotta della rivoluzione!

Compagno Lenin voi volete obbligarci, volete obbligare noi dell'Europa occidentale - noi che siamo privi di alleati di fronte ad un capitalismo tuttora potente, estremamente organizzato (organizzato in tutte le branche e in tutti i sensi) e bene armato, un capitalismo che può essere battuto solo con le armi migliori - a utilizzare armi cattive. Volete imporre i miserabili sindacati proprio a noi che vogliamo organizzare la rivoluzione nelle fabbriche e sulla base delle fabbriche. La rivoluzione in Occidente non può essere organizzata che sulla base delle fabbriche e nelle fabbriche, deve per forza essere così perché è nelle fabbriche che il capitalismo è tanto organizzato in tutti i sensi, economicamente e politicamente, e perché gli operai non hanno (al di fuori del partito comunista) alcuna solida arma (i russi erano armati e avevano con loro i contadini poveri. Quello che le armi e i contadini poveri erano per i russi devono esserlo per noi, al momento attuale, la tattica e l'organizzazione). E in un momento del genere voi siete a favore dei sindacati. Mentre noi siamo obbligati, per mitivi psicologici e materiali, in piena rivoluzione, a lottare contro i sindacati, voi volete impedirci di condurre tale lotta. Noi siamo costretti a lottare con la scissione e voi ci ostacolate. Noi vogliamo formare dei gruppi capaci di dare l'esempio come unico metodo per dimostrare al proletariato che cosa vogliamo, e voi ci proibite di dare l'esempio. Noi vogliamo elevare il livello del proletariato occidentale e voi, ci mettete i bastoni tra le ruote.

Non volete la scissione né altre organizzazioni, né, di conseguenza, l'elevazione a un livello superiore.

E perché?

Perché volete avere nella Terza Internazionale i grandi sindacati e i grandi partiti.

Tutto ciò ci appare opportunismo, come opportunismo della peggiore specie [9].

Vi comportate ora, nella Terza Internazionale, in modo completamente diverso da quanto facevate nel partito boslcevico. Quest'ultimo fu conservato molto "puro" e forse lo è ancora. Invece nell'Internazionale bisogna accogliere, secondo voi, in tutta fretta quelli che sono comunisti per metà, per un quarto o anche per un ottavo.

È una maledizione che pesa sul movimento operaio: non appena ha ottenuto un certo "potere" esso tende ad aumentarlo con mezzi contrari ai principi. Anche la socialdemocrazia era "pura" all'inizio in quasi tutti i poaesi. La maggior parte degli attuali socialtraditori erano dei veri marxisti. Le masse furono conquistate con la propaganda marxista. Ma subito dopo aver raggiunto una certa potenza, i capi abbandonarono le masse.

Attualmente voi e la Terza Internazionale vi comportate come un tempo fece la socialdemocrazia. Naturalmente oggi la cosa non avviene più nei limiti nazionali ma su scala internazionale. La rivoluzione russa ha vinto per la "purezza", per la fermezza nei principi. Attualmente il proletariato dispone di un certo "potere". Occorerebbe ora estendere questo potere su tutta l'Europa. Ed ecco che si abbandona la vecchia tattica!

Invece di applicare ora a tutti gli altri paesi questa tattica sperimentata, e di rafforzare così dall'interno la Terza Internazionale, si compie un voltafaccia e, alla pari della socialdemocrazia di una volta, si passa all'opportunismo. Ecco che si fa passare tutto: i sindacati, gli indipendenti, il centro francese, una porzione del Labour Party.

Per salvare le apparenze del marxismo si pongono delle condizioni da sottoscrivere! Kautsky, Hilferding, Thomas ecc. vengono messi all'indice. Ma le grandi masse, il quadro medio, sono accettati, e tutti i mezzi sono buoni per spingerli ad entrare nell'Internazionale. Per rafforzare ulteriormente il centro si escludono gli "estremisti", a meno che non vogliano passare al centro! I migliori rivoluzionari, quali il KAPD, sono così esclusi!

E una volta unita la grande massa con una linea centrista, ci si sbrana tutti insieme sotto la disciplina di ferro, sotto capi messi alla prova in un modo tanto straordinario.

Per andare dove? Nel baratro.

A che cosa servono i principi obbligatori, le brillanti tesi della Terza Internazionale se, nella pratica, si è opportunisti?

Anche la Seconda Internazionale aveva i più bei principi ma è spronfondata nella pratica.

Noi estremisti non vogliamo che questo accada. Vogliamo innanzitutto formare nell'Europa occidentale, così come fecero un tempo i bolscevichi in Russia, dei nuclei solidissimi, molto coscienti e fortissimi (anche se inizialmente molto piccoli). E quando li avremo formati, li ingrandiremo. Ma su un terreno sempre più solido, sempre più forte, sempre più "puro". Soltanto in questa maniera possiamo vincere nell'Europa occidentale. È per questo che respingiamo tutta la vostra tattica, compagno Lenin.

Voi dite, compagno, che noialtri membri della Commissione di Amsterdam abbiamo dimenticato o non abbiamo imparato le lezioni delle rivoluzioni precedenti. Ebbene! compagno, io mi ricordo benissimo di un fatto che ha caratterizzato le rivoluzioni del passato. È il seguente: i partiti di "estrema sinistra" vi hanno sempre giocato un ruolo eminente, di primo piano. Si ricordino la rivoluzione olandese contro la Spagna, la rivoluzione inglese, quella francese, quella della Comune e le due rivoluzioni russe.

Attualmente nello sviluppo del movimento operaio si presentano, nella fase rivoluzionaria europeo-occidentale, due correnti: quella radicale e quella opportunista. Non possono pervebire a una buona tattica, all'unità, se non con la lotta reciproca. Ma la corrente radicale è di gran lunga la migliore anche se in qualche faccenda di secondo piano si spinge troppo oltre. E voi, compagno Lenin, sostenete la corrente opportunista!

E non è tutto! L'esecutivo di Mosca, i capi russi di una rivoluzione che ha vinto con l'aiuto di un esercito di milioni di contadini poveri, vogliono imporre la loro tattica al proletariatio dell'Europa occidentale che invece è solo.

E per far questo essi, così come voi, spezzano la migliore corrente dell'Europa occidentale!

Quale stupidità bestiale, e soprattutto quale dialettica! Quando la rivoluzione scoppierà nell'Occidente europeo voi vedrete che cosa ne sarà della vostra tattica onirica! Ma il proletariatao ne farà allora le spese.

Voi, compagno, e l'esecutivo di Mosca, sapete che i sindacati sono delle potenze controrivoluzioanrie. Ciò risulta chiaramente dalle vostre tesi. Ciononostante volete conservarli. Sapete anche che l'Unione operaia, e cioè le organizzazioni di fabbrica, il Rank and File Movement sono organizzazioni rivoluzionarie. Dite voi stesso, nelle vostre tesi, che le organizzazioni di fabbrica devono essere e sono il nostro scopo. Ciononostante volete soffocarle. Volete soffocare le organizzazioni nelle quali gli operai, ogni operaio, e di conseguenza la massa, può sviluppare forze e potenza, e volete conservare le organizzazioni in cui la massa è uno strumento passivo nelle mani dei capi. In questo modo volete prendere il controllo dei sindacati, metterli sotto il controllo della Terza Internazionale.

Perché volete questo? Perché seguite questa cattiva tattica? Perché volete avere le masse attorno a voi, quali esse siano e prima di ogni altra cosa. Perché voi ritenete che soltanto alla condizione di avere le masse sottomesse con una disciplina ferma e centralizzata (in modo comunista, semicomunista o per nulla comunista...) voi stessi, cioè i capi, arriverete alla vittoria.

In breve: perché conducete una politica da capo.

La politica da capo non è la politica che vuole capi e centralizzazione (senza dei quali non si può ottenere nulla così come  non si può ottenere nulla senza il partito), ma è la politica che riunisce le masse senza consultarle per sentire le loro convinzioni e le loro opinioni, e che pensa che i capi possono vincere soltanto se hanno le grandi masse attorno a loro.

Ma questa politica, che voi e l'esecutivo attualmente portate avanti nella questione sindacale, non avrà successo nell'Occidente europeo. Infatti il capitalismo è ancora troppo potente e il proletariato è troppo ridotto alle sue sole forze. Tale politica fallirà come quella della Seconda Internazionale.

Qui gli operai devono diventare potenti innanzitutto da soli, e solo in seguito grazie a voi capi. Qui il male, la politica da capo, deve essere distrutto alle radici.

Con la vostra tattica nella questione sindacale, voi e l'esecutivo di Mosca, avete dimostrato con successo che se non cambiate, la tattica stessa, non potrete dirigere la rivoluzione nell'Europa occidentale.

Voi dite che la sinistra quando pretende di applicare la sua tattica sa soltanto far chiacchiere. Ebbene, compagno, la sinistra ha finora avuto poche o nessuna occasione di agire in altri paesi. Ma osservate soltanto la Germania, considerate la tattica e l'attività del KAPD al momento del putsch di Kapp e di fronte alla rivoluzione recalcitrante, e sarete obbligato a ritirare le vostre parole.

 

 

NOTE

 

[4] Naturalmente occorre comprendere che questo nuovo rapporto tra individualismo e centralismo non è dato come un fatto pienamente realizzato, ma come una realtà in formazione, un processo che si potrà sviluppare e completare soltanto attraverso la lotta.

[5] La vostra osservazione sarcastica sull'Unione operaia che non può essere neanch'essa senza macchia, non ci fa un grande effetto perché è giusta solo in quanto l'Unione operaia deve lottare per ottenere miglioramenti in regime capitalistico mentre non è giusta per quanto riguarda la lotta rivoluzionaria dell'Unione.

[6] Gli Shop Committees, Shop Stewards e, in modo particolare nel Galles le Industrial Unions.

[7] Dire che in Germania questo movimento è stato provocato "dall'alto" è una calunnia.

[8] Voi ci propinate a questo punto compagno, alla pari di altri che l'hanno fatto tanto spesso, il solito argomento in base al quale i comunisti abbandonando i sindacati perdono il contatto con le masse. Ma il contatto migliore non si realizza forse tutti i giorni nelle fabbriche? E tutte le fabbriche non sono già ora diventate già qualcosa di più di un luogo di contatto, ma qualcosa di simile a un centro decisionale? In che modo, agendo in questo modo, gli "estremisti" potrebbero perdere il contatto con le masse?

[9] Il seguente esempio può dare un'idea del caos in cui questo opportunismo ci porta: esistono dei paesi in cui a fianco dei sindacati riformisti, essitono delle organizzazioni sindacali che, pur essendo cattive, lottano meglio dei sindacati stessi. Le tesi di Mosca chiedono l'entrata di queste organizzazioni sindacaliste nelle grandi organizzazioni riformiste. In tal modo obbligano spesso i comunisti a trasformarsi in "pompieri", come per esempio in Olanda. Ma c'è di più: l'Unione operaia tedesca è condannata perché si pone sul terreno della scissione. Ma che cosa fa l'internazionale? Essa fonda una nuova Internazionale sindacale...

 

[A cura di Ario Libert]

 

 

LINK della presente opera di Gorter in varie lingue:

 

olandese:

Open brief aan partijgenoot Lenin

spagnolo:

Carta abierta al camarada Lenin

inglese:

Open Letter to Comrade Lenin

tedesco:

Offener Brief an den Genossen Lenin

francese:

Lettre ouverte au camarade Lénine

 

 

 

LINK pertinenti alla tematica consiliarista: 

Paul Mattick, La leggenda di Lenin, 1935

Charles Reeve, Paul Mattick

Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?

Rosa Luxemburg, Discorso sul programma

Lelio Basso, Introduzione a: "Rosa Luxemburg, una vita per il socialismo", 1973

Martine-Lisa Rieselfeld, B. Traven

(C.L.E.A), La guerra dei socialismi

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