Storia e documentazione di movimenti, figure e teorie critiche dell'esistente storico e sociale che con le loro azioni e le loro analisi della realtà storico-politica hanno contribuito a denunciare l'oppressione sociale sollevando il velo di ideologie giustificanti l'oppressione e tentato di aprirsi una strada verso una società autenticamente libera.
La plebe. Degli infami e degli anonimi. Foucault libertario
/image%2F1456975%2F20250811%2Fob_b767dd_la-plebe.jpg)
È il carattere stesso della plebe, informale, protoplasmatico, nomade, che si traspone nel quadro del luogo d'azione. Quando si chiedeva a Foucault sino a qual punto il GIP era un gruppo, se aveva una «costituzione organica», egli rispondeva con chiarezza: «No, nessuna. Era un luogo di riunione. Il gruppo non era costituito...». L'accento posto sul desiderio di anonimato (paradossale in un gruppo che riunisce alcune celebrità del mondo letterario e universitario) va nello stesso senso. È un tratto distintivo della plebe quello di presentare volti e nomi incerti, intercambiabili, evanescenti - in contrasto con il popolo formale, rigorosamente identificato con i suoi capi, i suoi eroi e i suoi martiri.
Nel momento in cui Foucault si sforza così di definire i lineamenti di un'altra politica possibile, il modello leninista è ancora prospero nell'estrema sinistra - quello di una coorte politica di ferro, modellata sull'organizzazione militare, disciplinata, gerarchica, galvanizzata.
È al contempo contro questo modello che impregna sia la cultura politica radicale degli anni 70 sia contro della politica parlamentare (che sottopone i partiti alle condizioni dello Stato e dello statalismo): che è concepito questo esperimento di ispirazione libertaria: antiautoritario («niente capi, nessun ordine impartito»), egualitario («la parola è a disposizione di tutti») e molecolare (nessuna organizzazione). Da quando Foucault ha lanciato questi «incitamenti», il modello leninista è crollato nell'estrema sinistra formale e quest'ultima è in via di rapida conversione, anche se ancora non ammessa, alle condizioni dell'apparato parlamentare della politica. Chi dovrebbe stupirsi, allora, che le suggestioni foucaultiane incontrano sempre più distintamente delle pratiche, dei gesti, degli attori e, più in generale, un nuovo tono di politica radicale che ha in comune di ricusare quei rituali della politica che, tutti, ci riconducono a un'istituzione parlamentare e a un significante maggiore (la democrazia) il cui declino storico è sotto gli occhi di tutti?
Del resto, le questioni sulle quali si è cristallizzata in modo crescente la politica viva (extraparlamentare) nei paesi dell'Europa occidentale non sono precisamente quelle nel cuore delle quali compaiono degli attori e delle questioni plebee: i migranti senza documenti, i richiedenti asilo, i disoccupati di lunga durata, i giovani dei quartieri residenziali e delle periferie, i lavoratori occasionali dello spettacolo, i malati di AIDS, i disaffiliati e gli abbandonati, ecc.? Di colpo, il quadro della battaglia che imperversa cambia da cima a fondo: non più un fronte di lotta unico, una battaglia che contrappone meta-soggetti (proletariato contro borghesia, «rappresentati», dai rispettivi partiti), nella prospettiva di una finale resa dei conti, ma una moltitudine di teatri di scontro sparsi, di focolai decentrati, di resistenze frammentate, più o meno effimere o durature.
Coloro che non vedono in queste proliferazioni soltanto dispersione e perdita di sostanza, anomia, scomparsa di ogni forza suscettibile di contrastare il dominio, non capiscono semplicemente che siamo nel mezzo di un cambiamento d'epoca; la posta in gioco di quest'ultimo è niente meno che il passaggio da un regime clausewitziano della politica (la guerra di classe che parodia la guerra tra Stati nazionali e culminante nella grande battaglia che decide di ogni cosa - ma che non giunge mai, almeno non alle nostre latitudini) a un regime di proliferazioni e intensità nel quale la divisione si perpetua e si attesta sotto forma di una moltitudine di scontri eterogenei - solo che tutti convergono nei fatti non verso la nozione di un «miglioramento» del sistema, ma di una defezione generalizzata.
Ciò che richiede la lotta dei migranti senza documenti, non non è una «Fortezza Europa» un po' meno chiusa, dei ministri degli Interni un po' meno portati ai voli charter, ma un ritorno all'ospitalità; un ritorno che passa attraverso tanti movimenti di disconoscimento, tanti spostamenti violenti, tanta dimenticanza di noi stessi in quanto modellati dalla nostra condizione immunitaria e dalle nostre angosce di sicurezza, che un giorno arriveremmo a vedere «Sangatte» e i centri di accoglienza con la stessa disgustata incredulità con cui vediamo i roghi delle streghe e i combattimenti dei gladiatori [12].
Il circolo della plebe è dunque questo ritorno inatteso, al centro del rinnovamento delle pratiche politiche e dell'intensificazione delle forme di defezione, di ciò che il calcolo dei dominatori aveva concepito come una macchina da guerra contro i disegni prometeici del proletariato (addirittura contro la semplice energia del popolo di Michelet e di Péguy). La plebe ritorna come agente di dissoluzione, fattore di irregolarità, ma anche come vettore di spostamento e di invenzione (il capitalismo essendo non ciò che dobbiamo distruggere e superare, ma ciò che dobbiamo disertare e dimenticare imparando a «fare le cose in modo diverso», facendo il «passo decisivo da parte, esimendoci», secondo la bella lezione di Paul Veyne sul passaggio dagli antichi modi di vita alla vita cristiana).
I movimenti plebei, i modi plebei dell'azione politica, non si incatenano secondo un regime dialettico a ciò a cui dovrebbero sostituirsi, sostituendolo, precisamente (una possibile traduzione della famosa Aufhebung, madre di tutte le dialettiche), ma ponendo delle differenze, dice Foucault. il modo d'approccio plebeo alla politica è indissociabile da questo movimento di abbandono massiccio degli schemi hegeliani («non essere più hegeliani» - parola d'ordine di Foucaultiana). Lo spostamento o lo sradicamento violento a cui invita questo approccio passa attraverso la formidabile, dolorosa prova della defezione da tutta una serie di grandi significanti della politica contemporanea - l'uomo, certo, quello del discorso umanista e umanitario, ma anche il cittadino del discorso della post-democrazia consensuale, umanitaria, «giuridicista» - che si è avverato non essere altro che lo pseudonimo dell'uomo della classe media delle metropoli del «primo mondo».
La plebe sta tornando in forze, in modo nient'affatto idilliaco, sulle rovine di questa versione (diventata obesa e dispotica) della speranza democratica, che aveva puntato tutto sull'istituzione repubblicana, il suffragio universale, la concorrenza dei partiti statali, il sistema parlamentare e il potere della stampa (generalmente confuso con la decorativa «libertà di opinione»).
Sono dei casi Improbabili, delle imprevedibili esplosioni di violenza che ricordano al mondo la permanenza di questa polvere umana votata all'oblio e alle tenebre qual è appunto la plebe. Sono questi estratti dagli archivi dell'Hôpital Général e della Bastiglia che, contro ogni previsione, salvano qualcosa della vita infima di questi «uomini infami» del XVII e XVIII secolo (dementi, corrotti, religiosi apostati, ragazze di strada, ecc.), di queste esistenze oscure colpite un giorno dal fascio luminoso del potere; sono le lettere dei fanti della prima guerra mondiale morti al fronte che, a distanza di decenni, riappaiono in occasione di un anniversario o di una commemorazione; sono le memorie redatte in carcere dal parricida Pierre Rivière; sono le lettere e i diari sparsi di Richard Durn, il «pazzo assassino» di Nanterre, di cui la stampa fornisce dei frammenti... [13].
Questi salvataggi non sono altro che degli scogli isolati in mezzo all'oceano dell'oblio in cui è immersa la totalità infinita degli avvenimenti plebei. Ma sono in numero sufficiente per attestare l'affinità costitutiva tra la plebe e l'avvenimento - quando quest'ultimo non è puro e semplice disastro (e ancora: Auschwitz e Hiroshima sono delle operazioni tanatocratiche la cui peculiarità è quella di ridurre alla condizione di plebe - sterminabile - una frazione dell'umanità).
Ciò che mostra l'opera di Foucault, è quanto siamo costantemente attraversati, senza volerlo, da una moltitudine di avvenimenti plebei - così come siamo costantemente portati a cercare la Storia o il «fare epoca» dalla parte delle «cime», di quanto lascia delle tracce visibili, gloriose o disastrose, di ciò che costituisce un patrimonio, di ciò che attesta uno spostamento: «Il nostro inconscio è fatto dai quei milioni, da quei miliardi di piccoli avvenimenti che, a poco a poco, come gocce di pioggia, impregnano il nostro corpo, il nostro modo di pensare, e poi il caso fa sì che uno di questi micro-avvenimenti lascia delle tracce, e può diventare una specie di monumento, un libro, un film» [14].
Definendosi come un uomo «amante della polvere», dichiarando l'ambizione di scrivere «delle storie» della «polvere», Foucault ci incita a ricondizionare la nostra percezione dell'avvenimento dalla parte dell'infinitesimale, dell'innominabile, dell'indicibile; a tentare di capire a quale titolo - ma a colpo sicuro - il «colpo di follia» di Richard Durn fa tanto evento ed epoca quanto una dozzina di rimpasti ministeriali; a vedere in Pierre Rivière meno uno sventurato alienato quanto il testimone di una storia di massacro scandita dalle guerre napoleoniche, le conquiste coloniali, le violenze sociali...
Ciò che caratterizza nello specifico della plebe, quel gesto plebeo stridente e isolato o, al contrario, quel movimento o passaggio all'atto collettivo, è la sua capacità a sfregiare il presente, a sfigurarlo - il che è un altro modo di rendere sensibile, per un istante e, raramente, stabilmente, l'insostenibile bruttezza... Ciò vale per il «gesto» di Pierre Rivière che lacera l'ordine delle famiglie; per quello di Richard Durn che squarcia l'istituzione politica; per quello di Bin Laden che incide nell'ordine (imperiale) mondiale. L'avvenimento è là, dove lo scandalo di un gesto (come un grido) plebeo crea una nuova e insopportabile visibilità. L'effetto di trauma prodotto da tali atti tagliati fuori da ogni «logica» degli incatenamenti e dei discorsi è dovuto al fatto che essi emanano da invisibili, da senza potere o da vinti. E' dovuto al fatto del loro mancato collegamento con degli atti del linguaggio o degli sforzi di comunicazione. C'è questa inalterabile affinità della plebe con il silenzio, il deficit di parola, l'impossibilità di «ingranare» una frase (Lyotard), il grido o la voce dove il discorso fallisce. Foucault: «Sì, mi piacerebbe scrivere la storia dei vinti. È un bel sogno che molti condividono: dare finalmente la parola a coloro che finora non hanno potuto prenderla, a coloro che sono stati costretti al silenzio dalla storia, dalla violenza della storia, da tutti i sistemi di dominio e di sfruttamento» [15].
Ciò di cui sono testimoni molti degli eventi plebei odierni, non visti o, al contrario, rilevati come l'innominabile stesso (Durn), è il crollo del «sogno» foucaultiano qui ennunciato: il nostro tempo è infatti quello in cui «logica condividono» innanzitutto il desiderio di seppellire la storia dei vinti sotto una spessa coltre di silenzio e di impedire, più che mai, che i vinti accedano alla parola. La televisione, tra l'altro, è quel dispositivo di potere (di monopolio della «comunicazione») la cui finalità primaria è di impedire qualsiasi tipo di espressione plebea - da qui l'importanza e la legittimità dell'irruzioni di intrattenitori dello spettacolo nelle trasmissioni di varietà e dei telegiornali.
Ma, da un'altra parte, si dirà che è proprio perché la plebe non ha una lingua propria e perché sperimenta questo costante deficit di linguaggio, che la plebe è legata all'evento. I padroni della lingua (politici, ecclesiastici, giornalisti, sacerdoti, ecc.) hanno, da molto tempo, abbandonato questa configurazione in cui il discorso (dell'oratore, del libellista, del predicatore, ecc.) lega l'azione che trasforma. La loro capacità al discorso è legata allo stato delle cose, sospensiva dell'avvenimento, poliziesca - si considera come esorcismo di ogni violenza, qualunque essa sia, ma gli eventi fanno violenza, mortalmente, alle cose stabilite, all'ordine dei luoghi, alle regolarità e alle abitudini (routine) efficaci. Ciò che i colti e i governanti rilevano e definiscono abitualmente come «barbarie» dei movimenti o dei gesti plebei rinvia sempre, in un modo o nell'altro, a questa impossibilità di includerli nelle reti linguistiche e comunicative che sono i dispositivi più efficaci di neutralizzazione delle intensità violente. La plebe laconica o muta che non entra in comunicazione, non delibera, ma passa all'azione - ecco ciò che conserva intatta il segno orribile e terrificante dell'insopportabile.
In altre termini, sosterremo: nella bocca dei politici, dei professori, degli uomini dello spettacolo televisivo e dei sacerdoti (ecc.), la lingua è ciò che ha come principale scopo impedire che la gente si sollevi. Ora ogni politica orientata verso l'emancipazione inizia non con una divina sorpresa elettorale, bensì con una rivolta. È quanto ci ricorda Foucault nella sua serie di articoli molto criticati - proprio per questa ragione e qualche altra ancora - sulla rivolta iraniana che, alla fine degli anni Settanta, provocò la caduta dello Scià: «Non sono d'accordo con chi dice: "È inutile che vi solleviate, sarà sempre la stessa cosa». Non si impone la legge a chi rischia la vita di fronte a un potere. Si ha ragione o no di rivoltarsi? Lasciamo la domanda aperta. Ci si solleva, questo è un fatto; ed è così che la soggettività (non quella dei grandi uomini, ma quella di chiunque) si introduce nella storia e le dà il suo respiro. Un delinquente valuta la sua vita rispetto a delle punizioni abusive; un pazzo è stanco di essere rinchiuso e degradato; un popolo rifiuta il regime che lo opprime. Tutto ciò non rende innocente il primo, non guarisce il secondo e non assicura al terzo il futuro promesso [...]. Nessuno è obbligato a pensare che queste voci confuse cantino meglio delle altre e dicano la verità. È sufficiente che esistano e che abbiano contro di loro tutto ciò che si accanisce a voler farle tacere, perché abbia senso ascoltarle e cercare ciò che esse vogliono dire. Una questione di morale? Forse [16].
La plebe è quel «chiunque» manifesti una sostenuta capacità di sollevarsi; una capacità di produrre effetti che superi il «parlar chiaro» o il «dire la verità» a cui le nostre società accordano ogni privilegio. Nella loro stessa «confusione», le voci e le grida che accompagnano il sollevamento sono dotate di una forte capacità enunciativa: esse richiamano l'immemorabile, l'insopportabile - l'irriducibilità del «resto» plebeo alle discipline e ai regolamenti polizieschi. Ricordano che anche ciò che è destinato a un rigoroso regime di sparizione - la vita della plebe e la sua energia - ritorna senza fine, e che proprio questo che fa sì che la storia non sia una forma puramente vuota, un puro continuum senza contenuto: «Il movimento per cui un singolo uomo, un gruppo, una minoranza o un intero popolo dice: "non obbedisco più" e getta in faccia di un potere che ritiene ingiusto il rischio della sua vita - questo movimento mi sembra irriducibile. Perché nessun potere è in grado di renderlo assolutamente impossibile [...]. Tutti i disincanti della storia non serviranno a nulla: è perché ci sono tali voci che il tempo degli uomini non ha la forma dell'evoluzione, ma giustamente, quella della "storia" [17].
La storia è - ma non lo sappiamo dai tempi di Nietzsche almeno, e Blanqui? - quella combinazione di ritorno dell'immemorabile (lo stesso) e dell'emergere dell'eterogeneo. Di questo doppio regime, la plebe è l'esatta incarnazione: quel «sempre lì» ricoperto dagli strati del disprezzo e dell'oblio, e quel «sempre nuovo» che si inventa nel corso delle sequenze e degli eventi sotto nuove vesti, in nuovi gesti. I mullah che predicano l'insubordinazione, di moschea in moschea, durante la rivolta iraniana, è il ritorno di Münster, di Savonarola, la vendetta degli sconfitti, intesa non come risentimento ma come l'affetto che mette in moto la pura energia che resiste al potere e lo smaschera.
Ma è altrettanto l'inedito e il senza precedente di una situazione inconcepibile agli occhi di tutti questi specialisti che diagnosticavano l'irreversibile "occidentalizzazione" della società iraniana... a plebe è quindi legata alla storia (il ritorno degli scomparsi e alla produzione dell differenze) nella misura in cui è questa contro-forza che ostacola il potere, lo disperde, ne confonde gli effetti – nella misura in cui è im-potenza, si potrebbe dire. Il potere, infatti, lungi dal coincidere con la composizione di una storia, è ciò che mira a impedirla. La peculiarità di una macchina di potere è quella di costituire dell'omogeneo, delle regolarità, di combattere l'imprevisto, di densificare, di identificare. E la peculiarità del potere è di respingere ogni limite Le logiche del potere sono, per definizione, antipolitiche, perché rigorosamente allergiche agli intervalli e a un regime di diversità e divisione.
Alain Brossat
Traduzione di Massimo Cardellini
NOTE
[1] «Enquête sur les prisons: brisons les barreaux du silence », Dits et Écrits (abbreviato in DeÉ), II, pp. 176 e seguenti.
[2] Ibiden.
[3] Non affronto qui la questione dell'indebolimento noto, al filo degli ultimi decenni, di questa narrazione. Parlo qui di un sistema di narrazione, indicizzato sulla relazione tra un gruppo costituito, la sua esperienza collettiva, la sua memoria e le tracce della sua esistenza duratura.
[4] In occasione del quarantesimo anniversario della manifestazione del 17 ottobre 1961, una targa commemorativa è stata inaugurata sul Pont Saint-Michel, su iniziativa del Comune di Parigi, essa stessa sollecitata da numerose associazioni. Ma il testo scritto sulla targa rimane vago, eludendo soprattutto la responsabilità della polizia parigina e dell'autorità politica nella perpetrazione di questo crimine di Stato.
[5] «Entretien sur la prison: le livre et sa méthode , DeÉ, II, pp. 740 e segg.
[6] «Table ronde», DeÉ, pp. 316 e segg.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem.
[11] «Le grand enfermement», DeÉ, II, pp. 296 e segg.
[12] Si veda il rapporto dedicato alle aree di attesa della rivista Drôle d'époque, n. 13, Nancy, novembre 2003.
[13] Si veda a questo proposito: Arlette Farge e Michel Foucault: Désordre des familles, lettres de cachet des archives de la Bastille, Archives Gallimard / Julliard, 1982; Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et mon frère... Un cas de parricide au xixe siècle présenté par Michel Foucault, Archives Gallimard / Julliard, 1973; “La vie des hommes infâmes”, DeÉ, III, pp. 237 e segg. Sul tema del “massacro di Nanterre”, rimando al mio articolo sull'affare Durn in le Passant ordinaire (Bègles), n° 40/41.
[14] «Le retour de Pierre Rivière», DeÉ, III, pp. 114 e segg.
[15] «La torture, c’est la raison», DeÉ, III, pp. 390 e segg.
[16] «Inutile de se soulever?», DeÉ, III, pp. 790 segg.
[17] Ibidem.
[18] Vedere ad esempio «Sur la justice populaire, débat avec les maos», DeÉ, II, pp. 340 e segg.